L'altra Perugia, come la immagini?

lightCi sono tante storie scritte che raccontano Perugia. Quelle che descrivono la città da cartolina e quelle che parlano di arte, musica e cultura. Le storie che raccontano del bellissimo centro storico e degli scorci di paesaggi che hanno ispirato pittori e artisti di ogni genere. E poi c'è una storia scritta negli ultimi anni, una storia che parla di criminalità e morte, di spaccio nel centro e di una periferia fatta di sbarre e di spazi anonimi. Ma ci sono anche tante altre storie ancora da scrivere, appena abbozzate negli sguardi delle persone che arrivano da altre parti del  mondo e, ancora, storie tutte da immaginare: quelle sulla Perugia che sarà.

Dopo il video documentario Zbun, in cui i pusher raccontano la loro verità, dopo il libro "Nel nome della cocaina. La droga di Perugia raccontata dagli spacciatori", ora è arrivato in libreria "L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia". Un libro fotografico che racconta della Perugia meno consueta, di spaccio, ma anche di spazi e di tanti destini che si incrociano nello scenario di una città antica e bellissima che si deve preparare al futuro. Un futuro che la sta già attraversando. Il libro, voluto dal Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) di Perugia, contiene le foto di Gianni Vagnetti, con l'editing di Antonello Turchetti, che sono la narrazione per immagini di questo cambiamento in corso, delle storie che si stanno scrivendo adesso.

E' anche, però, un libro collettivo, a cui hanno partecipato cittadini di ogni età, professione accomunati dal fatto di aver seguito il progetto partito con "Zbun" e di amare Perugia. Ne è venuto un libro condiviso, che ha fermato idee e progetti su come i coautori vorrebbero la Perugia del futuro. 

Vorremmo che il progetto del libro fosse solo un punto di partenza e che il confronto sulla Perugia del futuro che vorremmo vivere continuasse qui. Dateci una mano. Raccontateci la storia della Perugia che vorreste, raccontateci altre storie su questa città, sui luoghi che amate, su come sono e come, invece, come li vorreste vedere. Raccontiamo, insieme, la Perugia che vogliamo vivere...

Uno. La città e l'esperienza umana

 

Cosa rappresenta il luogo nell’esperienza umana?

 

E il “locus amoenus virorum feminarumque animum recreat”, il luogo ameno che ritempra lo spirito di uomini e donne, luogo comune letterario ed idealizzato dove la natura si contrappone all’artificio della città e dei suoi spazi ed edifici?

 

Ma la città è il luogo dell’aggregazione, dove l’individuo partecipa all’azione di una comunità ed alla costruzione dei luoghi che la rappresentano.

È allora l’assenza dello spirito della comunità che costruisce la polis, al tempo stesso, icona e causa del degrado del luogo urbano.

E nel vuoto di valori collettivi il singolo, che non può più tornare verso la natura come luogo ideale ormai perduto, abbandona lo spazio pubblico per rifugiarsi in quello privato.

 

Lo spazio urbano pubblico, non solo quello degradato delle periferie, privato di una comunità di cittadini che si riconosce in esso, lo frequenta e, in ultima istanza, lo vive diviene vuoto.

 

Ma il vuoto nell’esperienza umana non esiste, e ciò che è vuoto per l’assenza di una comunità vivente di cittadini viene colmato da una comunità diversa e minoritaria che, semplicemente, se ne appropria e lo usa per i suoi scopi.

 

Per recuperare l’identità del luogo occorre allora ricostruire, o costruire se vogliamo, l’identità etica e culturale della comunità che vive in quel luogo, in modo che questa se ne possa riappropriare.

 

E questa riappropriazione cancellerà ogni possibile uso improprio o abuso.

 

Altrimenti il luogo urbano resterà per sempre perduto per l’esperienza umana.

 

Francesco Masciarelli, architetto

 

Due. La sicurezza bene comune

 

 

Intervista a Sergio Sottani, magistrato, perugino, ora Procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Forlì

 

Quali sono state le cause principali che hanno portato a far diventare Perugia un nodo importanti nel traffico di sostanze stupefacenti?

 

Premesso che il fenomeno della sicurezza ha una portata non solo nazionale ma internazionale, ragionando nel piccolo di Perugia individuo tre cause:

 

Intanto, le scelte di politica urbanistica, che hanno privilegiato la ristrutturazione selvaggia del centro storico, con la creazione di un numero spropositato di unità abitative, spesso di piccole dimensioni, ed hanno ignorato l'esistenza del commercio artigianale, presente in ampie aree del centro storico (non solo Corso Vannucci, ma anche Porta Sant'Angelo) con trasferimento nei quartieri periferici residenziali, di gran parte della popolazione autoctona. La creazione di insediamenti popolosi come, ad esempio, Montegrillo, che oltre a mal giustificarsi, in quanto l'espansione demografica, pur evidente, non giustificava tali realizzazioni, ha alterato la tradizionale struttura stellare della città di Perugia. Senza considerare, poi, alcuni interventi di archeologia industriale (vedi zona Fontivegge) che hanno reso arida e fredda una zona che era il cuore pulsante, industriale, della città; 

 

In secondo luogo, un’altra causa si può individuare nel crollo del capitale imprenditoriale e nella "valorizzazione" della rendita finanziaria, proveniente dal possesso di immobili, soprattutto nell'area centrale. Entrambi i due fenomeni hanno, di fatto, spopolato il centro storico della popolazione perugina, con un forte insediamento della presenza studentesca e straniera in genere: questo ha portato alla distruzione del tessuto storico che, inevitabilmente in una città di provincia funge da collante e da controllo sociale;

 

Va considerata, poi, la mancanza di criminalità indigena, per cui la criminalità si è potuta facilmente accaparrare tutti i settori più lucrosi, segnatamente il controllo della prostituzione ed il traffico di sostanze stupefacenti

 

Cosa si può fare per cambiare direzione?

 

Inevitabilmente la prima risposta è di tipo culturale, ma i tempi sono lunghi. Mi riferisco ad un recupero della dimensione sociale della vita quotidiana, ormai talmente disgregata che in molti condomìni, anche piccoli del centro storico, i condomini non si conoscono tra loro. Quindi un recupero della vita sociale.

 

L’intervento più immediato non può che essere preventivo e repressivo, mediante un controllo capillare del territorio ed in specie del centro storico. Sul punto, l’ottica non può che essere quella della “sicurezza partecipata”, con un coinvolgimento in prima persona dei cittadini, i quali per loro conto devono trovare una pronta attenzione delle forze di polizia alle loro segnalazioni, che abbiano per oggetto situazioni di allarme, sulle quali le forze dell’ordine devono dimostrarsi professionalmente attrezzate per adottare immediatamente una valutazione del rischio concreto, oggetto di segnalazione.

 

 

Tre. Se i luoghi diventano non-luoghi

 

In alcune foto ci sono scorci dei nostri parchi pubblici. Poco frequentati, spesso mal frequentati. Un parco, un luogo pubblico, non lo immagini certo come un luogo pericoloso. Eppure molti dei nostri parchi lo sono, non sono luoghi in cui vi si può passeggiare con sicurezza. Non è questa la funzione socio-culturale per la quale è stato creato un parco. In un parco dovresti poter camminare a piedi nudi. Bisogna far sì che questi luoghi vengano riconquistati e ripresidiati da onesti e liberi cittadini, dai nostri figli.

 

Tommaso Morettini

Amministratore del gruppo facebook Perugia non è la capitale della droga

 

Quattro. Perugia dipende da noi 

 

Perugia è la mia città, sono cresciuta qui e ne vado fiera.

Tante persone non sanno neanche dove si trova Perugia: è conosciuta soprattutto per il delitto Meredith, per l’università per Stranieri e per gli spacciatori che la abitano. Io, però, questa città la amo, perché qui ci vivo bene, perché è una città bellissima, e non scappo, per paura, ma l’aiuto a crescere: in fondo, molto dipende da noi.

 

Arianna

Scuola media San Paolo

 

 

 Cinque. Perugia, così bella, così indifesa

 

 

Ci sono nata, a Perugia. Mi ha visto crescere, io l’ho vista trasformarsi.

Mi dicono che sono troppo giovane per giudicare, valutare, confrontare il prima e l’adesso, ma sono convinta che è la gente ad essere cambiata, e la città con lei.

Abbiamo smesso di vivere la città, di vivere in città, di apprezzarla, di portarci i bambini, di venirci a fare una passeggiata semplicemente per vedere come sta. Continuiamo a pretendere, efficienza, servizi, sicurezza, senza

dare nulla in cambio.

E la città non ce la fa, si sente abbandonata, si è lasciata andare. È quello che ci troviamo davanti oggi, inevitabilmente: una Perugia indifesa e sconsolata.

Se vogliamo riprendercela, dobbiamo ricominciare, banalmente, dalla consapevolezza,

dall’interesse, dall’impegno, dalla partecipazione.
 
Alice Bernardelli - Studentessa universitaria

 

Sei. Un cambiamento da conoscere e guidare

 

Siamo nel mezzo di un grande cambiamento per quanto riguarda la comunicazione,
forse il più grande tra tutti quelli che si sono verificati nel corso della storia. Per milioni di anni abbiamo comunicato guardandoci negli occhi, ora, sempre di più con l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi strumenti che queste offrono, stiamo comunicando attraverso un’intermediazione, a distanza.
Cosa questo porterà è presto per dirlo, ma possiamo pensare che saremo sempre più isolati, solitari.

 

Nei giorni scorsi ho partecipato a un convegno sulle smart city, le città accoglienti, intelligenti. Durante quel convegno si è parlato molto di tecnologie da utilizzare per fare diventare una città accogliente, fruibile. Bisogna, però, capire bene cosa intendiamo, di quale significato vogliamo riempire quelle parole. Farò un esempio, per farmi capire: io non credo che una città sia più accogliente se alla fermata dell’autobus c’è un display che ci dice tra quanto arriverà un autobus. Certo, quel dispositivo è bene che ci sia, ma ci rende la vita più semplice, non rende la città più accogliente.


Quello che manca veramente sono i luoghi d’incontro: bisogna consentire alla gente di incontrarsi in dei luoghi adatti – portatori di valori – per creare coesione sociale.

 

Se noi pensiamo di risolvere il problema dello spaccio solo dando la caccia agli spacciatori che popolano il centro, quegli stessi spacciatori li ritroveremo in periferia. Dobbiamo invece lavorare tutti, ciascuno con le sue competenze, per contribuire a togliere quel malessere, quel disagio che porta le persone a drogarsi. Il problema dello spaccio è enorme, va contrastato a livello internazionale, ma con i giusti sistemi. Ad esempio, in Afghanistan hanno bruciato le piantagioni di papaveri, ma ai contadini non dato alternative: l’anno successivo i contadini hanno ripiantato il papavero.

 

Noi dobbiamo dare le alternative. Noi tutti dobbiamo ricostruire un sistema “umano” non abbandonarci all’invasione dell’etica dell’economia, ma guardare più a fondo alla morale che ci indica l’etica della cura, della cura che valorizza il “patrimonioumano” e “ambientale”, patrimonio declassato di fronte ai valori della dirompente economia sovente speculativa

 

Prof. Maria Antonia Modolo - Medaglia d’oro alla cultura della Presidenza della Repubblica

 

Sette. Gli spazi parlano di noi

 

Segregare gli spazi e circoscrivere gli incontri solo alla cerchia del noto è l’esito di una dinamica di insicurezza. Ma a sua volta moltiplica l’insicurezza. Recinzioni, check-point, barriere, paura, disarticolano la città, la spezzettano
e la rendono fragile. Gli spazi trascurati, quelli off limits, dove nessuno mette più piede, parlano di noi, della nostra incertezza, della nostra difficoltà a pensarci con-viventi nello spazio urbano.
Crescono allora ai margini della città i Non- Luoghi, spazi senza relazioni significative, senza contatto col paesaggio, in un eterno presente fatto di merci e consumi, e le persone diventano spettatrici e consumatrici, compiaciute dell’incontro con una immagine di sé uguale a quella ordinata dall’intrusione
dei media. L’altro è assente.
E ancora. Ai margini dei Non-Luoghi crescono i SuperLuoghi, che sono l’elevazione a potenza, l’intensificazione del Non-Luogo. Spazi artificiali di incontro sociale, luoghi di intrattenimento dove si va e si resta a lungo, con
la famiglia, i coetanei. Nodi portanti del tessuto urbano, ma decentrati, isole nel vuoto. Dove l’umano diventa frammento e si svuota.
E invece.
Sogno una città fatta di Luoghi, dove riconosco identità dinamiche e molteplici nell’incontro e nel confronto con gli altri, luoghi fatti di storie, segni, tracce e trasformazioni, ibridazioni e fedeltà all’originale.
Una città da amare, di un amore attivo, fatto di presenza e di partecipazione, una città che contiene emozioni, stati d’animo, vibrazioni sottili della memoria.
Una città di cui prendersi cura, ciascuno e tutti, una città viva, che si possa ancora trasformare, uno spazio di appartenenza e di legami.
Una città che onori la sua bellezza austera ed elegante, bellezza di pietre e di cieli, di angoli segreti e di piazze aperte sul mondo, di vento e di percorsi mai uguali. Non la bellezza posticcia delle decorazioni, ma quella della cura attenta dei luoghi e delle persone.
Una bellezza capace di scovare e rivelare l’anima profonda della mia città, quella che contiene la misura umana dei passi e delle voci, quella che diventa nostalgia quando ci si allontana, quella che ritrovo e riconosco, con un
respiro più grande, dopo un’ assenza.
Un sogno di città, una città da vivere e da sognare.

 

Rosella De Leonibus - Psicologa

 

Otto. Nel rispetto delle regole

 

La domanda, per un genitore, concerne i diritti e i doveri dei propri figli di poter coltivare la dimensione sociale del quotidiano una dimensione sociale in cui prevalgono categorie diverse da nemici, alleati, clienti, schiavi. Una
dimensione sociale in cui la libertà è fortemente legata alla partecipazione sociale di chi non vuole che dalla paura discenda il razzismo e che l’immigrazione sia confusa con la criminalità ma che non vuole neppure nessun tipo
di complicità con questa realtà sia questa l’omertà, l’acquisto di sostanze, l’affitto degli alloggi o la creazione di ghetti.

 

 

Paolo Polinori - Comitato genitori scuola media Bernardino Di Betto

 

 

Nove. Margini

 

 

Non le persone, volti ormai consueti, e nemmeno la bellezza del centro storico.
Quello che mi ha colpito sono state le foto che raccontano la periferia di Perugia.
Una periferia fatta di cancelli e di sbarre, che dovrebbero difendere il privato, senza riuscirci.
Una periferia fatta di angoli sporchi, abbandonati, dove sono i cassonetti dell’immondizia gli unici, inutili e simbolici presidi.
Una periferia fatta di cemento, dove il verde non esiste, è solo uno scampolo d’aiuola al margine di una foto, rinsecchita e sporca.
E dove non ci sono luoghi in cui si può socializzare, condividere momenti di vita, ma solo corridoi e sottopassi in cui nascondersi.
La strada del cambiamento è una sola: investire su quei luoghi pubblici perchè diventino luoghi per la vita sociale, spazi di gioco, di sport, d’incontro e non sulle barriere.
La vera difesa, il vero antidoto a una città ferita dalle morti per spaccio e la vera risposta culturale alla domanda di sicurezza può andare solo in questa direzione.

 

Mariano Sartore - Docente di Urbanistica Università di Perugia

 

Dieci. L'altra faccia di noi stessi

 

Perché ti senti italiano?
Bella domanda. La risposta più semplice, è perché ci sono nato. Perché è
qui la mia famiglia. Probabilmente mi potrei sentire italiano perché io parlo
questa lingua, perché lo è il mio nome e il mio cognome. Il punto è, che io
posso essere italiano sul passaporto, ma il problema è se lo sono nel cuore.
Perché allora il cuore rifiuta questa appartenenza?
Difficile rispondere se non si è vissuti in un altro paese. Difficile comprendere
se non si è vista un’altra realtà. Una realtà dove ciò che è giusto lo è per
una soddisfazione personale e ciò che è sbagliato non si fa, senza nessuna
minaccia. È vietato e basta. Ciò che è giusto si deve fare, ciò che è sbagliato
non è ammesso. Un senso del dovere e del rispetto, per cose e persone.
Ed è proprio questo che manca all’Italia e che la condanna ad un’esistenza di
continua sottomissione rispetto agli altri stati europei. La giusta mentalità, il giusto
stile di vita. Pochissime persone credono in questi principi e sfortunatamente
non sono abbastanza per cambiare qualcosa. Perché alla fine è molto più
facile essere trascinati dalla massa che prendere in mano le redini del gioco. 

“Mi basta il sei, perché tanto alla fine a che serve la scuola? Vado a lavorare”
“E che ti frega!! Tanto mica è il tuo quel computer. È roba pubblica, “di tutti”.
“Ma quello è un pazzo a lasciare la bicicletta non incatenata al palo!”
Ecco per cosa siamo famosi nel mondo. Non tanto per cosa facciamo ma
per come facciamo quella cosa. Il famoso metodo “all’italiana”. “Lo faccio
tanto per fare”, è questo lo stile con cui veniamo riconosciuti nel mondo e visti
gli scarsi risultati che otteniamo, sprofondiamo nell’illegalità (imbrogli, furti,
inganni) per ottenere il miglior risultato. Meno fatica, più guadagno.
Ma tutto questo ci sembra normale. Niente può cambiare quello che facciamo
ogni giorno perché, questo è il posto dove viviamo e non ci sono altre
realtà.
Non c’è nessuna realtà che prevede che chi si impegna venga premiato.
Non c’è nessuna realtà che prevede che un cittadino si fidi dell’altro.
È una utopia pensare di lasciare il casco appoggiato sopra il proprio motorino
e solamente “immaginare” di ritrovarcelo.
Diciamocelo: è da “coglioni”. È un’utopia pensare che il tuo compagno di
classe o di corso non è lì pronto a fregarti al primo passo falso. A raccoglierti
i soldi che ti sono caduti dal portafogli.
Certo, è tutta un’utopia. Perché l’unica realtà che esiste è quella italiana.
E visto che esiste un’unica realtà, esiste solo un modo di fare le cose.
Ed è proprio questa non-voglia di cambiare e fare tutto senza nessuno stimolo
che si scontra con il mio modo di essere e mi fa pensare di non essere
totalmente italiano. Ma ponetevi una domanda: siete davvero fieri del vostro
Paese?

 

Francesco Ostili - Itis A.Volta - Perugia - tratto da un tema fatto a scuola

 

Undici. Da che parte sta la sofferenza

 

Io li vedo.
Io talvolta li sfioro quando li attraverso in certe vie strette di questa mia (così
la chiamavo una volta) città. Non ci conosciamo ma spesso credo di riconoscerli
dai loro sguardi sospettosi quando mi avvicino, da certi gesti furtivi, da
un improvviso allontanarsi.
Una volta non c’erano.
Perchè sono venuti? Perchè fin dall’inizio non li abbiamo interrogati sui loro
bisogni? Perchè adesso li guardiamo ostilmente? Perchè li consideriamo un
pericolo? Noi vediamo in loro il male, ma sono il Male? E se è così perchè
non li abbiamo fermati? Eravamo distratti? Pensavamo che da soli i nostri figli
avrebbero avuto la forza per resistere alla curiosità, alla tentazione e poi alla
schiavitù? Quando un tempo passeggiavo a qualunque ora, in qualunque rione
mi trovassi mi sentivo accompagnato dalle mura, dai palazzi, dalle case
e come protetto dai loro abitanti; adesso per quelle stesse strade o vie o vicoli
talora mi sento a disagio e mi accorgo che oramai ci passano solo turisti in
cerca di scorci da fotografare, coppie romantiche o cercatori di morte.
Essi non hanno volti fanno solo gesti che le foto documentano con fondali che
non hanno più nulla di umano.
pensiamo che la sofferenza e il dolore siano dalla nostra parte (e loro niente?).

 

Alberto Mori - cittadino perugino

 

Dodici. La nostra resistenza quotidiana

 

Le immagini di queste foto le abbiamo negli occhi ogni giorno. Forse in questo
periodo un po’ meno, ma non ci facciamo troppe illusioni, perchè sappiamo
che la presenza di spacciatori lungo via dei Priori e, più in generale,
in centro, va a ondate e il nostro impegno, di commercianti e residenti, di
cittadini che amano questa città e questi luoghi, deve essere costante. Ormai
noi controlliamo ogni giorno il territorio, ci rendiamo subito conto se qualcosa
non va, se ci sono cambi tra gli spacciatori, se c’è nervosismo. Ormai
sappiamo come scambiarci le informazioni senza dare troppo nell’occhio e
abbiamo anche un contatto costante con le forze dell’ordine. Possiamo dire
che, da qualche tempo, le nostre chiamate non cadono più nel vuoto, come
purtroppo, è accaduto, ma c’è una risposta, un intervento alle nostre richieste.
Grossi rischi, almeno fino a questo momento, non ne abbiamo corso, ma certo,
siamo stati spettatori di episodi di violenza a cui mai avremmo pensato di
assistere, solo qualche anno fa: una ragazzina ha assistito all’arresto di uno
spacciatore da parte di un poliziotto che lo teneva sotto tiro con una pistola
e ci sono voluti giorni prima che lei si tranquillizzasse e riprendesse a uscire
da sola. Certo, vorremmo che fossero in atto soluzioni più durature, definitive,
soprattutto per questo quartiere del centro: in queste strade passano i ragazzi
che frequentano tre scuole, ragazzi di ogni età, dalle elementari al liceo e
sono loro quelli veramente a rischio, sono loro che gli spacciatori fermano,
è a loro che regalano la prima dose per farli cominciare e crearsi in questo
modo i futuri clienti.

 

Maria Antonietta Taticchi - Ceramista - associazione dei commercianti di via dei
Priori

 

Tredici. Perugia, capitale multietnica

 

Guardando queste foto il primo pensiero è stato che non fossero state scattate
a Perugia.
Anzi, alcuni scorci mi ricordavano Cuba, anche perché alcune persone ritratte
nelle foto sembrano cubani.
Ho riflettuto su questa mia sensazione: voglio forse pensare che queste situazioni
equivoche non ci appartengano? Che siano lontane da noi?
No, non credo che sia per questo motivo, d’ altra parte basta percorrere il
“mio” bel Borgo o camminare per le vie principali del centro che scene come
queste sono all’ordine del giorno e anche se ci danno fastidio, quasi non ci
fanno più effetto.
Credo che sia proprio qui la risposta, ci siamo abituati a vedere queste scene
strane in mezzo a noi e solamente quando le vediamo isolate e zoomate,
allora pensiamo che non sia Perugia!
Un’altra sensazione che mi hanno dato questi scatti e’ stata quella di una
citta’ metropolitana...mi piacerebbe pensare a Perugia non come capitale
europea della droga ma come capitale europea multietnica!

 

Maria Pia Minuti - architetto

 

 

Quattordici. Da quale parte della foto stare?

 

A volte quello che vedo non mi piace. A volte delle immagini mi fanno orrore
e penso che lo schifo che vedo non dovrebbe nemmeno esistere, quel senso
di nausea che sale dallo stomaco genera rabbia e rabbiose sono le parole
che salgono alle labbra, ma le parole di fuoco bruciano anche chi le pronuncia
e l’attimo dopo il pensiero è passato e mi ritrovo a pensare che quelle
foto siano lo specchio di un passato, della persona che sarei potuta essere,
di quello che sarei potuto diventare, degli amici che ci rivedo dentro, e la rabbia
si trasforma in rimorso, perché la colpa che sento diventa anche la mia
quando mi domando cosa sarebbe successo se avessi agito diversamente,
se non avessi avuto una guida salda. In fondo ogni giorno ci viene chiesto di
scegliere da che parte della foto stare.

 

Pasquale Rossi - regista

 

Quindici. "Anche oggi ne hai salvato un altro"

 

«Volante 1 da 61»
«Avanti 61. Siamo in via Angeloni».
«Volante 1 portatevi sotto i portici di fronte alla coop di Fontivegge. E’ stata
segnalata una persona distesa a terra. Probabilmente si tratta di un’overdose.
Il 118 è stato inviato».
«Ricevuto. Saremo sul posto fra 30 secondi, appena arriviamo ti faccio sapere
».
…«S. indossiamo i guanti e quando arriviamo controlliamo le sue condizioni.
Guardiamo se ha documenti, altre siringhe, altra sostanza e controlliamo sul
cellulare, il numero dello spacciatore».
«ok G».
…«61, siamo sul posto. E’ un ragazzo bianco, disteso sui gradini sotto i
portici dove i ragazzi aspettano l’autobus. E’ in overdose, sollecita l’ambulanza
».
«ok Volante 1».
«S. vieni qua, gli sta uscendo la bava dalla bocca e non respira più. Aiutami
a metterlo disteso a terra su un fianco e cerchiamo di aprirgli la bocca».
«ok».
«Bene ora respira».
«G., è arrivato il 118».
”Salve dottore. Lo abbiamo messo noi in quella posizione perché non respirava
più e gli fuoriusciva la bava dalla bocca».
«Avete fatto benissimo. Il ragazzo è in overdose. Preparate due fiale di Narcan
».
«Forza ragazzi allontanatevi, andate laggiù ad aspettare gli autobus, qui non
c’è nulla di bello da vedere».
«Ehi, scusa dove vai?! Non ti devi avvicinare».

…«lo conosco è un mio amico».
«Hai chiamato tu il 113?»
«No!»
«Anche tu ti sei fatta questa mattina?»
«No! Oh, ma perché mi fai tutte queste domande? Pensi che la roba gliel’abbia
data io?»
«Non so, gliel’hai data tu?! Comunque visto che vi vedo sempre insieme, che
tu mi hai detto che è un tuo amico e che anche tu fai uso, ti ho semplicemente
fatto delle domande che andavano fatte. Se mi devi dire qualche cosa che mi
permetta di rintracciare lo spacciatore dimmelo, altrimenti allontanati».
«Sì, sì va bene».
«Dottore, il ragazzo non reagisce».
«Fai altre fiale sia intramuscolo che endovena».
«Agente, il ragazzo si è ripreso».
«Grazie dottore, anche oggi ne hai salvato un altro».
«Ciao come ti chiami?»
«Ma chi cazzo sei, cosa vuoi? Lasciami stare»…
«Cerca di fare poco lo stronzo. Eri in overdose ed il dottore ti ha salvato».
«Mi avete fatto il Narcan! Fanculo! In ospedale non ci vado, non mi rompere
più e dammi una sigaretta».
«Non fumo».
«Sei una merda».
«Sicuramente sì. A che ora e con cosa sei arrivato a Perugia?»
«Questa mattina con il treno, ecco il biglietto».
«Dove hai comprato l’eroina, quanto l’hai pagata? Hai figli? Lavori?»
«Da un nero per strada, ma non lo conosco. L’ho pagata 50 euro. Ehi cosa
vuoi da me che mi fai tutte queste domande?»
«Stai calmo. Ora fatti controllare dal dottore e poi se vuoi te ne puoi andare
».
…«61 dalla Volante 1».
«Avanti Volante 1!»
«Il ragazzo, dopo il trattamento con il Narcan, si è ripreso, è cosciente e si
rifiuta di andare all’ospedale. E’ italiano ed è conosciuto. Ora si portava alla
stazione ad aspettare il treno per tornare a casa. Ha detto che l’eroina l’ha
comprata da un nero che non conosce, che ha incontrato per strada e l’ha
pagata 50 euro. Rimango ancora un po’ nella zona della stazione-piazza
del Bacio, mi faccio anche un giro appiedato visto che, sono appena le 14
e ci sono un sacco di ragazzi che stanno aspettando l’autobus per rientrare
a casa».
«Ok, Volante 1. Ore 13.30 è l’orario dell’intervento».

 

Gianni Vagnetti, poliziotto

 

 

Sedici. Caro sindaco ti scrivo cosa vorrei nella mia città

 


Vorrei meno spaccio e degli orari degli autobus compatibili con quelli della
scuola.

 

Vorrei che dove abito io, a San martino in Colle, ci fossero meno inquinamento
e meno rifiuti.

 

Vorrei i parchi più belli, più curati, senza gli escrementi degli animali, ma con
luoghi per noi ragazzi, per poterci incontrare. E, ancora, vorrei campi sportivi
più attrezzati e la creazione di aree di gioco.

 

Per me, che abito a Colombella, anche una biblioteca.

 

Per me, che abito in centro, vorrei che fosse riaperto il cinema Lilli.

 

Vorrei più sicurezza, caro sindaco, non vedere più quelle siringhe per terra
quando cammino per strada e nei parchi, essere più sicuro quando sono in
giro e anche più libero di muovermi: con piste ciclabili e un sistema di autobus
che mi permetta di vivere meglio la città.

 

Francesco, Thomas, Giorgia, Leonardo, Giovanni, Lorenzo, Aurora, Marta, Sofia,
Sara, Edoardo, Giorgia, Agnese, Davide, Giulio.
(Il testo è stato ricavato da un lavoro fatto in classe nell’ann nell’anno scolastico
2010/2011 dalla professoressa Mariangela Menghini, scuola media Bernardino
di Betto. I ragazzi avevano 12 anni).

 

 

Diciassette. La città dipende da noi.

 

Un uomo salta al collo di un altro? Lo sta abbracciando. I ragazzi che si
scambiano qualcosa? Discutono. Quelli che corrono fanno jogging. L’icona
dell’uomo metropolitano è esaltata dalla cornice a righe di cemento e tubi
metallici. L’occhio invia le immagini al cervello. La prima interpretazione in
automatico vede gesti di comunicazione e di affetto, l’estetica pura vince
sullo squallore. La città dipende da noi. E’ nostra. C’è ancora, in chi guarda,
familiarità con il bello e le relazioni umane. Uno sguardo consapevole e
vigile è dovere civico e non solo di chi lavora per la sicurezza ogni giorno.

 

Mariangela Menghini - Insegnante

 

 

 

Diciotto. Le città a misura dei ragazzi

 

“Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le
città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso
dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli
anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i
desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”
(Italo Calvino, Le Città Invisibili, 1993, ristampa 12°, Oscar Mondadori, Arnaldo
Mondadori Editori, Milano. pp. 34-35)
I desideri di una città devono prendere forma dai sogni e le speranze dei
nostri ragazzi. Tanto più riusciamo a far si che i loro spazi le loro scuole siano
luoghi sereni d’integrazione e tanto più questi desideri plasmeranno le nostra
città migliorandole … tanto più questi spazi e queste scuole sono trasformati
in ghetti che segregano che differenziano tanto più le città saranno ghettizzate
schiave delle loro paure.

 

Paolo Polinori - Comitato genitori scuola media Bernardino di Betto

 

Diciannove. Far crescere cittadini onesti

 

Libera si impegna a formare cittadini onesti”; questo ha scritto un mio
studente parlando di volontariato giovanile e della sua esperienza in
Libera.
“Il fine ultimo dell’educazione è l’integrità fisica, intellettuale, affettiva
ed etica dell’uomo nella sua interezza”.
Edgar Faure (1908-1988), Rapporto Unesco del 1972
La scuola pubblica ha il compito di educare al pensiero ed alle emozioni in
un’epoca di grande incertezza e di evidente crisi della intelligenza emotiva.
È più che mai urgente, quindi, mettere a punto delle strategie culturali che
aiutino la Persona a prendere coscienza della sua identità unica e irripetibile
e del suo ruolo nella società.
Il progetto educativo di Libera, Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie,
fondata da Don Luigi Ciotti quasi vent’anni fa, attua da tempo queste strategie
assumendosi una grande responsabilità sociale.
Nel nostro paese c’è una emergenza: la mancanza di legalità. E questa
chiama molto spesso in causa la politica.
Credo che debba chiamare in causa anche quegli italiani che non vogliono
voltarsi dall’altra parte.
C’è la necessità di capire, di informarsi e di formarsi quindi.
Sono tanti gli italiani che lo fanno. Persone che mettono a disposizione il
proprio tempo e le proprie competenze, persone che attraverso il volontariato
partecipano ad esperienze di formazione permanente sui valori fondanti della
vita: libertà, giustizia, solidarietà.
Libera fa volontariato, quindi fa formazione permanente.
Il volontariato è entrato nelle scuole dell’Umbria grazie alla costituzione di
un Presidio degli insegnanti di Libera che lavorano insieme alla costruzione
di una pedagogia della legalità attraverso un patto tra generazioni di cui la
scuola e l’Università (intese come comunità e non certo come agenzie!) sono
un quotidiano esempio.
La strategia è data dalla condivisione di temi che toccano tanti aspetti della
contemporaneità dolorosa e complessa dell’Italia ma anche di Perugia e
dintorni: infiltrazioni mafiose in Umbria, tratta e schiavitù sessuale, ecomafie e
narcomafie, Unità d’Italia e mafie, Informazione e legalità e tanto altro.
Il metodo è dato dallo studio di questi fenomeni, dal loro approfondimento,
dalla libertà di produrre, con i linguaggi autonomi e creativi che solo i giovani
sanno usare in modo efficace, degli eventi significativi e collettivi che
restituiscono senso alla parola partecipazione.
Il Presidio insegnanti realizza perciò una pedagogia della collettività perché
LIBERA è un’associazione che dà la possibilità ai cittadini di intervenire laddove
la politica e le istituzioni spesso non sono più presenti. Lo fa perché
l’illegalità non diventi la normalità.
Se questo lavoro non lo fanno le persone riunite in una rete diffusa di associazioni,
chi altro può farlo?
I magistrati non vanno lasciati soli. Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino, per citare solo i più importanti, sono stati lasciati soli.
La democrazia non va lasciata sola. La Costituzione, garante della nostra
storia democratica, viene attaccata e delegittimata.
Da dove si parte allora? Da una sorta di un neo umanesimo incentrato sulla
rinascita di alcune categorie: quelle della bellezza e del possibile. Quelle
della credibilità e della autenticità. Quelle della speranza – nuova possibile
epifania in questa crisi epocale – e della conoscenza.
Solo una comunità, non più indifferente e demotivata (come a volte sono i
nostri studenti), avvera la trasformazione dei territori e della vita delle persone
che li abitano.Costruiamo una comunità alternativa alle mafie.

 

Antonella Guerrini - docente del Presidio Scuola “G.Rechichi” di Libera

 

 

Venti. Città immaginata

 

Guardo queste foto e certo, viste così insieme mi sorprendono, mi impressionano.
Dettagli mai notati, una città che stento a riconoscere. Eppure è reale,
è la città in cui vivo, lavoro. In cui le mie figlie crescono.
Allora, penso a come vorrei che fosse questa città, a quale direzione vorrei
che prendesse, a come questi luoghi potrebbero diventare: come vorrei che
si trasformassero.
Il primo pensiero riguarda la necessità di una mobilità alternativa, che consenta
di vivere meglio tutta la città: piuttosto che progetti ridondanti e complessi
come la bici abbinata al minimetro’ i ragazzi ( e chiunque altro ) dovrebbero
essere messi in grado di percorrere almeno una pista ciclabile che circondi
Perugia. I grandi complessi universitari , medicina , ingegneria e centro, sono
isolati e con pochi collegamenti di mezzi pubblici. I ragazzi sono disincentivati:
c’è poca cura di quello che intorno, la mobilità alternativa è inesistente,
è difficile anche camminare perché manca persino il marciapiede dal minimetro
ad Ingegneria e, allo stesso modo, non c’e’ un marciapiede dal polo
Silvestrini all’università di Medicina a Madonna alta.
Poi mi piacerebbe che si credesse in dei progetti culturali. Il mio sogno è quello
di vedere trasformato il parco Santa Margherita in una cittadella scolastica,
così in mezzo a tanto verde, una cittadella che possa ospitare i bambini nel
loro percorso di crescita, dal nido alle superiori. I ragazzi più grandi potrebbero
utilizzare punti ristoro, mensa a fasce orarie e soprattutto la zona potrebbe
essere chiusa al traffico. Quel posto bellissimo, ma in grande degrado,
potrebbe diventare un centro di attrazione e convivenza per giovani di tutte
le eta’ e razze (c’e’l’Universita’ per Stranieri poco distante) in cui si studia e
ci si rilassa..
Se invece mi sposto, con l’immaginazione, dalla periferia al centro, penso al
Turreno, che è nel cuore della città, e lo vedo diventare una grande biblioteca
multietnica in cui convivono insieme diverse culture.
Maria Grazia Celani - Neuropsichiatra

 

 

Ventuno. Rap per Perugia

 

Il cuore dell’Italia ci è stato donato
ma adesso questo cuore si è ammalato
Prima questa era una città vissuta
ma adesso solo dalle sparatorie è animata
Una piccola città che va sempre in prima pagina
non è la bella città che un turista s’immagina
Una città da buttare e rifare
c’è molto da cambiare
iniziamo a lavorare
Rit : Non vogliamo affondare
non vogliamo farci trainare dal male
noi vogliamo solo cambiare
semplice, è l’unica cosa da fare
C’è qualcuno che parla perugino stretto
anch’io vorrei impararlo, è il mio sogno nel cassetto
buttando però la criminalità di questa città in un cassonetto
perchè solo per arrivare a casa
evitando tutti gli spacciatori
ci vorrebbe una navicella della Nasa
Appena arrivo qui vedo una città rovinata
e inizio a guardarla
e mentre faccio ciò penso a un modo per migliorarla
Rit
Numerose sono le coltivazioni di ortaggi
La rapina è il più diffuso al giorno d’oggi
Si coltiva nella zona di Ramazzano
e per averla le persone si ammazzano
E’ diffusa anche a Cenerente
perchè è richiesta da molta gente.
Rit

 

Giovanni - Scuola media Ugo Foscolo
(Il testo è stato scritto pochi giorni dopo gli omicidi di Ramazzano e Cenerente)

 

 

 

Ventidue. Imperturbabili

 

Il mercato della mia città
Dentro le mura esauste,
Ha smarrito l’antica voce.
I mercanti d’anime,
Scivolando sulle membra,
Di madri rese sterili,
Tagliano l’aria fredda,
Sulle loro pupille.
Le spezie cosparse,
Sulle mani aperte.
Non spettri dispettosi
Vestiti come leggenda narrava,
Qui la vita smarrisce i colori,
Facendosi inverno.
Si piega il germoglio.
Vi è gente in contrada
Distratta,
Che parla, ride e ingrassa,
Sorda,
Scavalcando i mercanti,
Attraversa lo scempio,
Tirando dritto,
Senza occhi.
Noi,
Imperturbabili.
Chi compra,
Elargisce,
Non baratta,
Sputando la vita,
In faccia a bari,
Fattisi Caronte.
Conquistandosi il viaggio,
Infinito,
Pur pagando obolo.
Ogni giorno,
La città muore,
Non importa,
Che i mercanti d’anime,
Abbiano attraversato il mare,
Costruendo garitte,
Sui nostri vecchi cuori.
La porta etrusca

È intatta,
Non c’è testa d’ariete.
Vi è gente in contrada,
Distratta,
Che ha aperto il varco,
Ai mercanti di spezie.
Noi,
Imperturbabili.

 

P.S. - Residente del centro storico

 

 

 

Ventitre. Lontani dai luoghi comuni

 

 

Quando si vedono queste immagini per la prima volta si pensa direttamente
alla cronaca quotidiana diventata realtà, alle forme del narcotraffico che
si distribuisce in diversi livelli e si struttura in molteplici percezioni. Quando
però ci si ferma, si riesce a guardare queste foto, si riesce ad incontrarle.
La riflessione che vorrei condividere parte da qui. Da questo breve viaggio
attraverso queste fotografie, che mi permette di sottolineare la necessità di
tematizzare il fenomeno da più punti di vista, dal micro al macro, senza
enfatizzare, senza negare, ma cercando di leggere la realtà qui presentata.
C’è un legame tra l’immagine e l’immaginario di cui dobbiamo tener conto.
Ogni foto è esperienza di relazione, una particolare relazione sociale che
può assumere diverse forme e creare nuovi immaginari. La fotografia non è
la rappresentazione di chi viene fotografato ma di chi ha in mano l’obiettivo.
In un modo o nell’altro, lo sguardo riflette il ruolo, le prospettive, le attenzioni
di chi guarda. Chi incontra le foto, e chi le legge, entra in questa relazione
dall’esterno, come un terzo spettatore. Da spettatrice esterna, in una città
che inizio a conoscere, queste immagini mi ricollocano nella dimensione
dell’immaginario, nel momento in cui la riflessione si sposta sulla costruzione
sociale di un’alterità, quella migrante, che viene ridefinita nella cornice del
narcotraffico. La presenza, il radicamento del fenomeno nella città di Perugia,
devono poter essere analizzati da più prospettive, più punti di vista, dagli
aspetti giudiziari, investigativi, culturali, sanitari. Diversi attori insieme ed in
continuo scambio per l’elaborazione di attività e pratiche funzionali alla diminuzione
ed annullamento delle cause che portano all’utilizzo, allo spaccio
e al radicamento del traffico di sostanze stupefacenti. Ma le immagini ci
riportano nell’immaginario, ed al grande pericolo di costruire una rappresentazione
del migrante legata a quella del “pusher”. Perugia, culla di una
cultura di accoglienza e di intercultura deve mettere in campo le sue migliori
energie per evitare questo grande pericolo, perché la creazione di stereotipi
e pregiudizi passa anche da qui. Passa da queste immagini, che mettono in
scena problematiche ma soprattutto persone. Donne e uomini attori diversi di
una stessa tragica trama teatrale.

 

Sabrina Garofalo - Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie

 

Ventiquattro. Perugia, lavori in corso.

 

A questo punto sarebbe più che logico aspettarsi delle conclusioni su quanto
espresso nelle pagine precedenti, ma non è così.
L’idea del lavoro in corso rappresenta la volontà di non fermarsi, di non
giungere a facili conclusioni o resoconti, ma di andare avanti progettando e
costruendo tutti insieme una nuova Perugia.
Il lavoro in corso è la speranza rappresentata da tutti i coautori che hanno
partecipato a questo progetto-aperto che la città possa risolvere le proprie
problematiche con l’ausilio e l’intervento di tutte le parti sociali: istituzioni,
commercianti, studenti, professionisti, magistrati, forze dell’ordine, residenti,
società civile.
La segreteria provinciale di Perugia del S.I.U.L.P. (Sindacato Italiano Unitario
Lavoratori di Polizia) si fa promotrice di una nuova proposta di risoluzione dei
problemi della città, che si fonda sull’unione delle idee e dei progetti di tutti
coloro vorranno partecipare con il loro contributo, affinchè Perugia torni a
essere ricordata come una capitale della cultura e dell’integrazione. Il lavoro
in corso è quindi un’idea, un progetto e soprattutto una speranza per una
nuova Perugia.
Alessio Sdringola - Segreteria Provinciale di Perugia del S.I.U.L.P.

 

 

 

SI RINGRAZIA

 

Alice Bernardelli,
Marco Carloni,
Maria Grazia Celani,
Rosella De Leonibus,
Sabrina Garofalo,
Antonella Guerrini,
Luca Lancise,
Francesco Masciarelli,
Mariangela Menighini,
Maria Pia Minuti,
Maria Antonia Modolo,
Tommaso Morettini,
Alberto Mori,
Francesco Ostili,
Massimo Pici,
Paolo Polinori,
Pasquale Rossi,
Mariano Sartore,
Alessio Sdringola,
S.I.U.L.P.,
Sergio Sottani,
Maria Antonietta Taticchi,
Antonello Turchetti,
Vanna Ugolini,
Gianni Vagnetti,
Agnese,
Arianna,
Aurora,
Davide,
Edoardo,
Francesco,
Giorgia,
Giorgia,
Giovanni,
Giovanni,
Giulio,
Leonardo,
Lorenzo,
Marta,
Sara,
Sofia,
Thomas.