Le storie di Margot/2 Cattiva ragazza

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

Mi chiamo Sara e sono una cattiva ragazza. Non lo sono sempre stata, no. Ma non ho avuto tanto tempo per imparare a essere diversa. Forse è stata colpa mia, forse avrei dovuto capire che il mondo era anche fatto di altre cose, però non ce l'ho fatta.

Mio fratello è stato il mio primo uomo.

E non è giusto. Avevo solo sei anni.

Non ho ricordi di mio padre da bambina, perché ha passato troppo tempo in carcere.

Da casa mi hanno portato via che avevo 9 anni. Era un posto troppo pericoloso per me, dicevano le assistenti sociali. Dicevano anche che mi avrebbero lasciato lì per pochi mesi, c'era mia nonna che aspettava fuori. Mi hanno dimenticata per nove anni. E quando sono uscita ormai non c'era più tempo per imparare a fare la costruzione di un amore.

E dire che mi sarebbe bastato poco, un amore piccolo, anche banale. Qualunque.

Invece.

Invece la mia casa è stata la strada.

Sono una cattiva ragazza, l'ho già detto. Sono stata una ladra, una rapinatrice, sono stata picchiata e ho picchiato. Non ho avuto compassione di vecchi e gente buona. Se mi servivano soldi rubavo a tutti.

I miei compagni sono stati gli uomini che mi hanno messo le mani addosso. Il matrimonio una corona di spine.

Lo sapevo eppure l'ho fatto. Lo faccio ancora, adesso, ogni giorno. Dico sì al male, sì al dolore, sì all'autodistruzione.

Non che non ci sia stato nessuno che mi abbia allungato una mano. Non che io, qualche volta, quella mano non l'abbia tenuta fra le mie. Ma non ci credo più. Non ho più tempo né voglia e quella mano, dopo un po' la butto via, la vorrei spezzare, la odio. Perché non sono capace di costruire nessun amore. So dove trovare una pistola per una rapina, so dove si compra la droga e come dare un pugno che stordisce. So che sapore ha il sangue che esce dal naso rotto. Ma non so come si costruisce un amore. Anche questo l'ho già detto. Mi rimangono poche parole, ormai. E odio chi, invece, è stato così amato da voler darmene un po' di quell'amore. Odio chi vuole darmi una possibilità perché io non sono capace di prenderla e vorrei che tutti fossero come me. Che tutti stessero male come me. Forse così mi sentirei meno sola.

Mi chiamo Sara, sono una cattiva ragazza e voi ancora non immaginate quanto. Ho partorito mio figlio per strada, in mezzo all'immondizia. A sei mesi è morto per colpa mia. Aggiungete anche lui alla conta dei morti per overdose a Perugia. Sono stata capace di dare a lui meno possibilità di quelle che ho avuto io. Sono una cattiva ragazza e sono stata una cattiva madre.

La seconda volta ci ho provato a essere migliore. Sono entrata con il pancione in comunità e quando ho partorito mio figlio era sano. Sono stata lì due anni ma nemmeno lì ho imparato come si costruisce un amore. Ho capito che da sola non sarei mai stata una buona mamma e quel bambino l'ho diviso con un'altra famiglia. Affido si chiama, ma ora lo chiamerei inganno. Perché io sono sempre una cattiva ragazza, mio fratello il mio primo uomo quando ero bambina, mio padre un'ombra dietro le sbarre e mio marito una corona di spine. E se vi sembra un orrore sentire narrare queste cose, pensate a chi le sente sotto la pelle.

Avrei voluto che qualcuno mi insegnasse a fare la mamma.

Invece eccomi lì, seduta a un tavolo e il mio bambino dall'altra parte. Volta dopo volta il cordone ombelicale diventa un filo di seta. Volta dopo volta le parole ghiacciano tra un capo e l'altro del tavolo e nessuno mi aiuta. Nessuno aiuta le cattive ragazze. Nessuno capisce lo sforzo che faccio per sedermi lì, per non spaccare tutto, comprarla quella pistola che so dove trovare e farla finita. Le assistenti sociali fissano appuntamenti, non parlano con quelle che seguono mio figlio perché dicono che ci sono delle regole. Cercano di infilare il mio cuore dentro la cartellina con il mio nome, non capiscono che lì dentro non ci sta.

Io vorrei inchiodarle alla scrivania e vomitare loro in faccia tutta la mia rabbia, il mio dolore che sta diventando follia. Sto male.

Non l'ho fatto. Quella rabbia me la sono mangiata e ho mollato tutto. Ho detto addio a mio figlio, ho tagliato le mani che potevano aiutarmi e sono tornata dentro al mio mondo. Quello della violenza di mio fratello, dell'ombra di mio padre e della corona di spine. Ora il mio amante mi picchia ma mi dà la droga. Per stare in un altro mondo, perché in questo io sono solo una cattiva ragazza che non sa costruire un amore.