Franca Abumen, una morte di scarto

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Una morte circondata dal silenzio generale ( dei media e della società civile), una “morte di scarto”: una ragazza nigeriana, vittima del racket della prostituzione, uccisa in un bosco nella campagne umbre. Ancora una volta la vittima è  una donna, straniera, inserita nel circuito della prostituzione, in una terra, l’Umbria, definita dalla Pm Antonella Duchini “meta finale di destinazione della tratta degli esseri umani”. La riflessione, scritta dalla giornalista Vanna Ugolini

E’ così, nel silenzio indifferente, che muore una ragazza di 27 anni. Forse perchè è nera, perchè viene da lontano, perchè era un corpo in vendita, finito con la faccia nel fango e il collo stretto da un laccio nero, che l’ha strangolata fino a toglierle l’ultimo filo d’aria.  Si chiamava Franca Abuman, sorrideva dal suo profilo facebook, in cui spiegava che la cosa che le piaceva di più era farsi degli amici. Si faceva fotografare vicino alle auto dei clienti,  in posa, come se fosse la foto di una vacanza, invece era il luogo dove si vendeva in Umbria, ai confini con il Lazio: una piazzola all’ombra di un cartellone pubblicitario, ai margini di un boschetto dove poi si appartava con gli uomini che la compravano.

L’hanno trovata strangolata e scomposta, terra mossa intorno a lei, perchè probabilmente più di una persona l’ha presa, tenuta ferma e uccisa, in mezzo a rifiuti, fango e sporcizia.  Aveva anche una residenza a Terni, ma a quell’indirizzo non c’era mai andata. In realtà viveva fra Roma e Viterbo e proprio una sua amica l’ha cercata più volte e, alla fine, ha chiamato i carabinieri e un ‘amico’, un uomo di Narni che l’andava a prendere alla stazione di Orte e la portava alla piazzola, località Stifone, già dentro i confini dell’Umbria. In cambio la promessa che non avrebbe avuto bisogno di pagarla. E’ stato lui a indirizzare i carabinieri su quello spiazzo all’ombra del cartellone, dove era rimasta la cenere ormai fredda di un fuoco usato per scaldarsi. Pochi metri più in là c’era lei, già morta da parecchie ore.

 

Un copione già visto altre quattro volte in Umbria in una quindicina d’anni. Franca Aghaboi, nigeriana: colpita in testa con un sasso da un’altra donna e uccisa perchè “colpevole” di aver occupato una piazzola che non le  spettava a Perugia; Natalia Seremet conosciuta come Tania Bogus, 18 anni appena, assassinata a martellate dal suo sfruttatore e da un complice perchè non voleva prostituirsi e sarebbe stata un “cattivo esempio” per le altre, in Valtopina; Ana Maria Temneanu, 20 anni e un figlio di 5 in Romania, strangolata nel suo appartamento a Perugia; Beatriz Rodriguez, 43 anni, ammazzata con un corpo affilato al fianco e poi investita da un’auto, nella piazzola dove lei si vendeva a Perugia.

 

Ora Franca Abumen, 27 anni, nigeriana, forse l’unica morte scivolata via così senza che si sentisse una voce, senza che la sua morte andasse, perlomeno, a finire nella tragica contabilità dei femminicidi. Una morte di scarto. A Terni è stato staccato da pochi giorni lo striscione appeso a palazzo Spada contro i femminicidi, chiuse le manifestazioni contro la violenza alle donne, di cui si parla per qualche giorno intorno al 25 novembre. Pochi giorni fa i carabinieri sono dovuti intervenire in forze, con i vigili urbani e il corpo forestale per una vicenda di cani adottati da un gruppo animalista tedesco e portati in Germania. I militari hanno dovuto denunciare due persone che avrebbero preferito farsi investire dal camion che portava via cinque cani piuttosto che farli partire.

Una vicenda da chiarire, senz’altro, come sicuramente va riconosciuto merito a chi tutela i diritti dei più deboli. Per quella ragazza, nessuna voce, quasi che fosse un destino, il suo, voluto, cercato, inevitabile. Quasi che non ci appartenesse in nessun modo. L’Umbria non è terra immune alla violenza sulle donne: oltre alle cinque vittime del racket dello sfruttamento della prostituzione, tante donne sono state uccise, negli ultimi anni, per mano di mariti, compagni, vicini di casa. Donne di ogni età e di ogni ceto. Anche una bambina, vittima di pedofilia, Maria Geusa e una donna che ne aspettava un’altra, all’ottavo mese di gravidanza, Barbara Cicioni. E poi, poche settimane fa, due bambini uccisi dal padre separato e la scritta “ti amo” sul muro, raffinata ferocia contro una donna che si era separata, un altro ragazzo finito a mattarellate dal patrigno e marito padrone. E nemmeno le statistiche che parlano di violenza dentro le mura di casa, senza arrivare alla morte, vedono l’Umbria salva. Eppure sembra che tutto questo non sia bastato, che non abbiamo ancora imparato che ogni volta bisogna indignarsi, lavorare contro i luoghi comuni, fornire strumenti di tutela di cui ancora c’è grandissima mancanza anche qui.

Dicembre 2012

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