Acciai speciali Terni, vendita con vista sulla fragilità italiana

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Forse non c'era periodo peggiore per la vendita delle acciaierie ternane, il sito integrato, gioiello pregiato della siderurgia non solo umbra ma anche nazionale. La mancanza di un governo solido e l'attuale peso politico dell'Italia in seno all'Europa rischiano di far sì che l'Ast diventi l'anello debole in un processo di fusione e di riorganizzazione della siderugia europea sul cui sfondo si stanno consumando le manovre dei governi dei paesi europei più forti, Germania e Francia in prima linea. Guardare da Terni con competenza a questo processi non è certo facile e sicuramente in provincia arrivano solo gli echi delle discussioni che si tengono ai tavoli che contano. Un'analisi, però, è forse possibile farla ugualmente, mettendo insieme quello che è trapelato dall'ufficialità con quello che emerge dalla stampa internazionale, dalle dichiarazioni degli uffici stampa a confronto e filtrandolo anche con le conoscenze degli esperti del settore. Il risultato che ne è emerso fino ad ora è un quadro in cui non mancano contraddizioni anche importanti.

Riassunto delle puntate precedenti: circa due anni fa la ThyssenKrupp annuncia la vendita del settore dell'inossidabile, tra cui il sito ternano.

 

Qualche mese, nel febbraio del 2012, viene annunciata la vendita: Outokumpu, gruppo industriale finlandese di medie dimensioni, con il 33 per cento di partecipazione statale, comprerà il colosso ThyssenKrupp. Una soluzione che sembra funzionare dal punto di vista industriale, inoltre Outokumpu è un gruppo che, certo, comincia a risentire della crisi, ma è solido, lavora bene ed ha una solida garanzia statale. Il piano industriale prevede la chiusura di due stabilimenti tedeschi (peraltro con un piano di "accompagnamento" alla pensione del personale e con il reimpiego in altri siti del personale più giovane) che, rispetto a quello di Terni, un sito integrato moderno ed efficiente, sono obsoleti: Bochum e Krefeld oltre ad una serie di altri interventi che permettano una fusione razionale dei due gruppi industriali.

 

A Terni arrivano in grande spolvero Mika Seitovirta, Ceo di Outokumpu e altri due persone del board, tra cui una donna, capo del personale, che viene immediatamente scambiata, secondo i canoni italiani, per la moglie di Seitovirta. Sembra tutto perfetto. Seitovirta spiega il progetto di sviluppo del nuovo colosso dell'acciaio, inonda i taccuini dei giornalisti di informazioni, dati, richieste, obiettivi, spiegando come Terni, insieme allo stabilimento di Tornio, sarà uno dei perni fondamentali su cui si reggerà la produzione europea. Annuncia che la fusione tra i due siti industriali dovrà passare il vaglio della commissione europea antitrust, ma che sarà poco più che una formalità. L'annuncio è accolto con favore sia dalle istituzioni sia dai sindacati: d'altra parte il progetto, sulla carta, regge ed è un'ottima soluzione industriale ed economica. I sindacati sollevano dubbi sul fatto che la Germania permetterà la chiusura dei due stabilimenti, ma, al momento c'è un accordo sindacale firmato. Tutto sembra andare per il meglio per Terni. 

 

Intanto partono le procedure per concretizzare la fusione. Il primo passo è il vaglio della commissione antitrust. Siamo arrivati all'estate, in Puglia si consuma il dramma dell'Ilva, con l'intervento della magistratura che chiede la chiusura degli impianti. Di lì a poco scoppierà anche la crisi del polo siderurgico di Piomino. La politica industriale italiana sembra sempre più in caduta libera. 

 

L'Antitrust si esprime sulla fusione tra Outokumpu e ThyssenKrupp e le previsioni vengono smentite: il piano non passa, c'è una concentrazione produttiva troppo alta, Outokumpu deve mettere in vendita qualcosa. Comincia a circolare qualche segnale di preoccupazione su quello che sta accadendo, che viene messo subito a tacere: "La richiesta dell'Antitrust ci mette in condizione di riorganizzare meglio il piano" è la risposta che arriva sia dalla Finlandia sia dai piani alti di viale Brin, la sede del board italiano.

 

Le rassicurazioni vengono smentite poche settimane dopo. Il rimedio proposto da Outokumpu, che riguarda la vendita di alcuni piccoli stabilimenti in nord Europa e la riorganizzazione di alcune linee produttive, viene bocciata. Outokumpu deve proporre un rimedio diverso. Questo rimedio, spiega l'Antritrust, deve tenere in considerazione due elementi: il primo, una concentrazione produttiva che non superi in Europa il 40 per cento. Il secondo, la necessità che in Europa ci sia una quarto competitore, uno in più rispetto a quelli esistenti, per calmierare il prezzo di mercato dell'acciaio. Condizioni che verranno ribadite anche con dichiarazioni ufficiali da parte del presidente dell'Antitrust, Almunia e del suo portavoce, Colombani.

Poco importa all'Antitrsut  se questa decisione rischia di far entrare in un'Europa attraversata da una crisi economica senza precedenti, competitori stranieri come i coreani della Posco o i cinesi di Baosteel, che già traggono vantaggi economici enormi dal fatto che, nei paesi in cui producono sono molto più bassi i costi relativi al personale e ai costi di tutela ambientale. Ancora meno importa, forse, il futuro dell'Ast.

 

E' da allora che il destino delle acciaierie di Terni comincia a scivolare nel nero dell'incertezza. Alla fine, infatti, Outokumpo propone la vendita di Ast insieme a un piccolo centro servizi e il sito ternano, gioiello di integrazione ed efficienza, viene messo sul mercato. 

Siamo a novembre 2012, l'operazione dovrà chiudersi in sei mesi e sono mesi in cui le notizie si accavallano, si rincorrono e in cui si smascherano anche molte bugie.

 

Intanto comincia un braccio di ferro a distanza tra Outokumpu e l'Antitrust che mette in luce le contraddizioni che sono alla base di questa decisione: Outokumpu accusa l'Antitrust di averla, sostanzialmente obbligata a cedere Terni (la decisione viene salutata dai mercati con un crollo delle azioni di Outokumpu e perdite ingenti anche per lo Stato, che partecipa al 33 per cento all'operazione. I giornali finlandesi definiscono Terni "pietra miliare" dell'operazione e parlano di errore clamoroso riferendosi alla vendita del polo siderurgico italiano), l'Antitrust, invece, sostiene di aver solo indicato gli obiettivi da raggiungere e non le mosse da fare per ottenerli. 

 

Che ci siano qualcosa che si muove sui tavoli della politica e non solo su quelli in cui si parla di economia e di politica industriale, comincia a essere chiaro. 

 

A completare questo quadro, intanto, si aggiunge un altro elemento: l'Antitrust si occuperà della correttezza della vendita di Ast e che non si giochi al massacro di un sito industriale, ma non seguirà, successivamente, l'applicazione del piano. In sostanza, non andrà a verificare se gli stabilimenti tedeschi verranno chiusi o meno. E, in effetti, in quello stesso periodo, il sindacato tedesco comincia a rialzare la testa e a fare piani di rilancio produttivo degli stabilimenti di Bochum e Krefeld. 

 

A dicembre dello scorso anno la multinazionale indiano-lussembrughese Aperam annuncia il proprio interesse per l'acquisto di Ast, in cordata con gli italiani Arvedi e Marcegaglia. Di lì a poco verrà formata una joint-venture per formalizzare la proposta di acquisto. Outokumpu commenta l'interesse della cordata positivamente, sottolineando, però, che questa è una delle tante altre offerte d'acquisto per il sito ternano. Sembra, insomma, come viene fatto filtrare ufficiosamente che ci sia "la fila di imprese che vanno a bussare alla porta di Outokumpu per acquistare l'Ast". Una frase che gira, per qualche giorno, anche a Terni.

 

Quando si andranno a scoprire le carte, però, il numero delle offerte concrete si riduce drasticamente. Oltre ad Aperam farà un'offerta vicolante solo un fondo americano, visto come il fumo negli occhi dal sindacato e dagli esperti, perchè non ha un progetto industriale, ma solo speculativo. In ballo c'è anche un'offerta, peraltro non vincolante, di un sito industriale di Shangai. A ben vedere il sito di questi cinesi che inizialmente erano stati, sempre ufficiosamente, indicati come offerenti con grandi potenzialità finanziarie, si capisce che, in realtà si tratta di un impianto industriale di piccole dimensioni, poco più che un tubificio. Insomma, gli osservatori esperti hanno sollevato molti dubbi sulla reale volontà di questo gruppo di comprare Terni, anche se c'è ancora tempo e spazio per i colpi di scena.

 

Il vero colpo di scena, però, è il fatto che, dopo le pompose dichiarazioni ufficiali, non c'è più traccia, in nessun documento ufficiale, del quarto competitore, garante di una sana concorrenza, così pomposamente richiesto dall'Antitrust. Questo apre la strada ad Aperam (che, peraltro, dovrà fare una serie di aggiustamenti interni, per non rischiare, a sua volta, una bocciatura da parte dell'Antitrust) e ad una concentrazione fra due gruppi (Aperam ed Outokumpu insieme) in Europa del 76 per cento della produzione di inossidabile. Insomma, il contrario rispetto alle dichiarazioni ufficiali che avevano motivato il taglio di Ast dalla fusione fra Outokumpu e ThyssenKrupp. 

 

Quanto hanno influito le ragioni dell'economia e quanto quelle delle politica su questa decisione? Forse, ufficialmente, non lo sapremo mai. Tante riflessioni, anche sulla base dei pochi elementi che è stato possibile raccogliere dal ristretto osservatorio della provincia, si possono però fare.

 

Sapremo, nel giro di poche settimane, quale sarà il destino di Ast e la speranza è che, nonostante queste montagne russe su cui questa vertenza è salita, il finale di questa vicenda sia comunque positivo per l'Ast, per i 3000 lavoratori, l'indotto, ma anche per tutta l'Umbria e la siderugia italiana. Se questo accadrà sarà soprattutto per merito di chi contribuisce a rendere questo sito competivo ed efficiente ogni giorno.

 

 

 

 

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