Le donne e la paura di fare sogni spericolati

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In giornate come queste, dove tre donne sono state uccise senza un motivo, è difficile trovare le parole giuste per riflettere. Pubblico un mio intervento che preparai occasione della presentazione del libro "Le Italiane", di Telefono Rosa sulle donne che hanno fatto la storia.

 

"E’ importante parlare di donne che hanno fatto la storia e, forse, chi lo ha fatto, per parlarne ha dovuto cercare anche un po’ faticosamente negli archivi piuttosto che sui libri di storia. E’ importante leggere questo libro perché  viviamo in un periodo storico nel quale si tende a dimenticare quanto lunga sia stata la schiavitù femminile, quanto dura e difficile sia stata la via dell’emancipazione,  quanto essa sia costata a tante e tante donne, note e ignote. Ma anche quanto le donne hanno fatto per rendere questo mondo un posto migliore dove vivere.

E oggi ci stiamo rendendo conto, o, almeno dobbiamo farlo, che anche qui, nel postmoderno Occidente, dove la parità quantomeno formale è stata quasi raggiunta, la conquista dei diritti non è irreversibile.  Il rapporto tra generi, come ogni aspetto della cultura, è esposto a cambiamenti che non necessariamente seguono la via del progresso. Oggi molti riconoscimenti, molte conquiste fatte dalle donne sono messi in discussione e una mentalità che sembrava finalmente e definitivamente superata sembra riemergere dal passato. Quindi mai come oggi sono importanti testimonianze come queste raccontate nelle “Italiane”

 

Pensiamo solo a quanto è accaduto pochi mesi fa in America. Il mondo ha riconosciuto che, con la riforma sanitaria veniva fatta la prima grande rivoluzione sociale che i democratici cercavano di fare da mezzo secolo. Come ha fatto Obama a far passare la riforma? Agli antiabortisti ha offerto una garanzia speciale. Proprio mentre la Camera era riunita per le votazioni,  Obama ha firmato un ordine esecutivo" che rafforza il divieto di usare i fondi federali per rimborsare le spese delle interruzioni di gravidanza. La prima grande rivoluzione sociale americana si è giocata sul corpo delle donne.

Pensiamo a un altro episodio, anche questo avvenuto pochi mesi fa:  Roman Polansky, geniale regista cinematografico, accusato di aver violentato nel 1977, nella casa di Jack Nicholson, una bambina di 13 anni viene arrestato in Svizzera dove va a ritirare un premio. Bene, il mondo s’indigna non per il fatto che dal 1977 a oggi questo signore girava libero per il mondo nonostante avesse stuprato una minorenne. No, sentite che reazioni provocò l’arresto: Il ministro della Cultura francese, Fredric Mitterrand: "Sono stupefatto - ha dichiarato - di apprendere la cattura di un cittadino francese, che è anche un regista di fama internazionale". Mitterrand ha proseguito dicendo di aver sottoposto il caso al presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, "che segue la vicenda con grande attenzione. E che si augura una soluzione rapida della vicenda".
Dure protesta anche dall'Associazione elvetica degli scrittori e dei registi, che ha parlato di uno "scandalo legale che pregiudicherà la reputazione della Svizzera nel mondo". Non una parola per la bambina, diventata donna, stuprata. Aldilà del fatto che questa signora abbia poi detto che l’ha perdonato e non vuole più sentire parlare di questa storia, che messaggio viene da questa vicenda? Che il corpo violato di quella bambina, il suo dolore, hanno meno valore della creatività di un artista stupratore.

Non ricordo che nessuno si sia indignato per queste prese di posizione. Anche i mezzi di comunicazione, che si dividono politicamente, fanno invece fronte comune troppo spesso sulle questioni delle donne, banalizzando e offrendo una visione a senso unico della condizione femminile. Pensiamo al caso di Ruby, la ragazza minorenne nei cui confronti sarebbe intervenuto il presidente del consiglio. Tutti i mezzi di comunicazione ne hanno esaltato la bellezza e le dichiarazioni. L’hanno seguita mentre in discoteca faceva la cubista e veniva ricoperta d’insulti. Hanno pubblicato il suo cachet. Nessuno ha mai avuto niente da duri sugli uomini adulti che la circondavano né su quella che la andavano a vedere in discoteca. Nessuno ha pensato che Ruby potesse essere stata una minore trafficata che forse, se fosse stata presa dalla rete dei servizi sociali anziché finire in altri giri, oggi sarebbe a scuola a studiare anziché a fare la cubista.

Non va dimenticato, nonostante anche questo sia un argomento di cui si parla sempre meno e sempre più sotto traccia, che oggi, la parte ricca dell’Occidente è meta del traffico di donne e bambini che vengono portati qui dalle parti più povere dell’Europa e dell’Africa a soli fini di sfruttamento sessuale. E proprio qui, anche in questa città, i tribunali condannano, di nuovo, in nome del popolo italiano per riduzione in schiavitù, come forse non accadeva da un centinaio d’anni, Un fenomeno, peraltro, che in molte  parti del mondo è ancora una terribile realtà.

E’ per questo che è importante che vengano rimessi dei punti fermi e riproposte testimonianze di vite che sono state vissute diversamente, con pienezza, intelligenza e ideali.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al ritorno di una concezione di della virilità come conquista, acquisto e dominio con l’inevitabile altro lato della medaglia: la donna intesa come oggetto, come merce di scambio, nel migliore dei casi come premio o trofeo. Presa in considerazione,comunque, per soprattutto per il suo aspetto fisico.

E abbiamo dovuto constatare, io personalmente con un po’ di con sgomento, che, se la grande maggioranza delle donne vive questa concezione come un’inaccettabile offesa, altre sembrano invece accettarla e considerare il proprio corpo come un investimento, arrivando a volte a teorizzare questa accettazione come una scelta di libertà. Un meccanismo di cui si era ben accorta anche la de b. quando scriveva “In verità la donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano ma modellandosi secondo i loro sogni”. (sdb).

E già prima, a metà del 1700, Mary Wollstonecratf, che, fra l’altro, morì di parto, aveva scritto: <Oggi alle donne viene insegnato dalla più tenera età che la bellezza è il loro scettro, così che il loro spirito prende la forma del loro corpo e viene chiuso in quello scrigno dorato ed esse non fanno che abbellire la loro prigione>.

Pochi giorni fa sono stata a presentare un altro libro, sulla tratta delle donne e un ragazzo mi ha detto: <Lei dice che ci sono ancora oggi donne che preferiscono morire piuttosto che prostituirsi ma ci sono delle mie compagne di classe che lo fanno gratis, che si spogliano gratuitamente in webcam>. Nell’aprile scorso, durante il festival del giornalismo che si tiene a Perugia, Lorella Zanardo è venuta a presentare il suo documentario “il corpo delle donne”, in cui si chiede come siamo potute arrivare a perdere la nostra identità, la nostra espressività e anche la propria personale storia attraverso la manipolazione del corpo. Le ho chiesto cosa pensa delle ragazze che sognano di diventare veline e di sposare, magari, un calciatore. Lei mi ha risposto che con molte di queste aveva avuto occasione di parlare, durante le presentazioni del suo documentario e diceva: <Io mi sento di stare vicina a loro. Perché queste sono ragazze che sono state cresciute dalla televisione, ragazze che sono venute su molto sole. Se tu fai capire loro che ci possono essere altre strade, altre possibilità, altre prospettive nella vita loro ti guardano stupite e ti dicono “non ci avevo pensato”>.

Ancora, vorrei sottolineare l’importanza del libro dal punto di vista di quello che Lella Costa, nel suo spettacolo “Ragazze” definisce una questione di marketing. <Se gli uomini avessero le mestruazioni chiamerebbero quel periodo “le giornate delle cinque lune rosse” >, dice la Costa, noi, invece, stiamo lì, tutte abbattute che quasiin quei giorni ci vergognano. Questa battuta mi ha fatto riflettere su alcune situazioni che avevo notato nel corso del tempo. Siamo a metà degli anni ’90, Falcone e Borsellino sono stati uccisi da poco e Liliana Ferraro, magistrato che collaborò a lungo con Giovanni Falcone, e che dopo il suo omicidio prese l’incarico di direttore degli Affari penali, una donna coraggiosa e preparatissima che oggi è presidente della fondazione Giovanni e Francesca Falcone rispose alla domanda di un giornalista su cosa facesse nel tempo libero:” mi piace cucinare”, disse. Una frase che ricordo a me suonò come una sorta di rassicurazione: non ho solo le mani in pasta contro la criminalità, rassicuratevi, sono anche una donna che cucina.

 L’anno scorso hanno vinto il premio Nobel per la medicina due donne. Quando è stato loro chiesto di commentare cos’hanno provato, cosa stavano facendo quando è stato loro comunicato che avevano vinto, una ha detto “Stavo stendendo i panni”. Si chiamano Elizabeth H. Blackburn,e  Carol W. Greider , americane. Hanno commentato la vittoria del prmeio più prestigioso al mondo dicendo , beh, così, tra un bucato e l’altro, dal 1985 studio il modo in cui i cromosomi sono protetti dai telomeri e l'azione della telomerasi, che, in pratica riguarda il tema dell’allungamento della vita. Per favore passami le mollette.

Anche Doris Lessing, quando ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2007 con la motivazione: «Cantrice dell'esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa” ha raccontato di essere stata avvisata della vittoria mentre stava per andare a comprare il latte e ricordo una foto di questa anziana signora con un mazzo di fiori di campo in mano che le aveva regalato un vicino di casa seduta sui gradini davanti a casa sua. Non ho mai sentito dire niente di simile da nessun vincitore di premio Nobel di sesso maschile. Sicuramente, anche se quando è arrivata la telefonata qualcuno di loro stava facendo giardinaggio come minimo si è sicuramente inventato di essere, nel momento fatidico, in qualche convegno di importanza internazionale magari assieme alla segretaria trentenne.

Andando oltre alle battute, forse è vero che noi stesse non diamo abbastanza valore a quello che facciamo e a quello che siamo. Dice sempre Lella Costa nel suo spettacolo: “Quante aspirazioni, quanti sogni, quanti desideri abbiamo sacrificato in nome di quella che  chiamiamo sicurezza? . Certo è che una cosa che mi ha sempre dolorosamente stupito negli ultimi vent’anni durante i quali, per il lavoro che faccio, mi sono occupata di cronaca nera è stato quando mi sono trovata davanti al dolore di una donna uccisa o ai racconti di donne violentate, perseguitate. E spesso mi sono ritrovata a chiedermi: perché? Perché quella donna non se n’è andata? Perché lei che, magari, era più brava, più bella, più intelligente e, magari, anche economicamente indipendente, del suo compagno perché non l’ha lasciato? Perché ha accettato di essere maltrattata, di subire violenza psicologica, fisica, perché è rimasta con lui fino ad arrivare a farsi ammazzare?

Ho riflettuto a lungo ogni volta che mi sono trovata davanti al corpo di una donna uccisa. Ho cercato di capire cosa potessero avere in comune queste storie di persone oltre ad una tragica fine.

Io credo che le prigioni da cui è più difficile uscire siano quelle che abbiamo dentro, quelle che si costruiscono a nostra insaputa, quelle fatte di sguardi di disapprovazione, di divieti ingiustificati, di parole non dette, di mancate testimonianze di fiducia, affetto. Sono le prigioni più pericolose, perché non le vediamo, pensiamo facciano naturalmente parte della nostra vita e, invece, sono una zavorra che a volte non ci permette di spiccare il volo per tutta la vita. Queste donne, forse, avevano in comune una cosa: non si rendevano conto del loro valore.

(Le donne eredi di un doloroso passato, vogliono foggiarsi di un avvenire nuovo? )

Ancora. Molte delle pensatrici e dei pensatori che hanno riflettuto sulla condizione femminile hanno puntato il dito contro la mancanza d’istruzione: sarebbe stata proprio l’ignoranza, l’impossibilità di accedere alla cultura o la diffusione di una  istruzione a senso unico la causa maggiore della difficoltà, da parte della donna, a non relegarla, per tanti anni in un angolo della società.  E certo, nei secoli passati è stato proprio così. C’è un bellissimo libro che chiama “Le mariuccine” che racconta i trent’anni di vita di un collegio gestito da donne dell’alta borghesia milanese – siamo ai primi del 900 – che raccoglievano le ragazze orfane, abbandonate dalle famiglie o che si prostituivano. Era un’istituzione laica, dove si cercava di rendere consapevoli queste ragazze di avere un valore, una possibilità, una prospettiva. Pensate che questa associazione aveva una sorta di sede distaccata al pronto soccorso dell’ospedale e quando una ragazza veniva ricoverata per uno stupro o un maltrattamento, bene, veniva seguita da una di queste volontarie, portata in una sorta di stanza protetta dove la ragazza veniva curata anche dal punto di vista psicologico e poi le si insegnava a leggere. Cioè, la cura per queste ragazzae era dar loro maggior consapevolezza di se stesse e un libro. La Majino che è la direttrice della scuola non è comunque soddisfatta di quello che accade, dice che è troppo poco quello che si sta facendo, dice <stiamo mettendo della pappina su una piaga, perché il vero problema di queste donne è l’ignoranza e la povertà>.

 

Ma poi, mentre stavo pensavo a cosa dire oggi, mi dicevo, non è più così: oggi abbiamo accesso all’istruzione, studiamo, siamo anche più brave dei maschi. E’ vero che tanti passi avanti sono stati fatti. Ma, continuavo a chiedermi, allora, perché, perché continuiamo a far fatica ad affermarci, perché siamo sempre in minoranza, almeno in Italia, nei posti che contano? Nel momento in cui pensavo a queste cose avevo fra le mani un giornale che tratteggiava la biografia di Julian Assange, il fondatore di wikileaks. E mi dicevo: sarebbe stato bello – aldilà di tutti i retroscena che verranno fuori – che fosse stata una donna a fare questo gesto di libertà. D’altra parte libertà è femminile, stranamente è una parola che ci hanno lasciato, c’è anche una statua femminile, una delle poche con le gonne che è diventata un simbolo universalmente riconosciuto. Allora, perché anche Julian Assange è un uomo? 

 E’ vero che studiamo, è vero che siamo brave ma qualcuno ha spostato in avanti la linea del traguardo. Da un lato abbiamo ancora poco accesso agli studi scientifici – Assange e i suoi collaboratori sono tutti dei tecnici informatici di altissimo livello –che sono quelli che danno accesso alle professioni che oggi contano socialmente e che rendono economicamente di più,  e la società tende a sottostimare il valore degli studi che, invece, abbiamo più propensione a fare, anche se hanno un’importanza di uguale portata, come la filosofia o la letteratura. Abbiamo più propensione, badate bene, a queste materie cosiddette umanistiche non perché sia innato in noi che non possiamo fare studi scientifici ma per una tendenza culturale. Dice sempre la De Bevaour Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina. (s.d.b)

 

Ci siamo ritrovate dentro un mondo costruito dagli uomini, che hanno pensato a tutto – a come fare soldi, a come progredire, a come divertirsi – secondo le loro regole. Ma che, fra l’altro, non hanno tenuto conto, non hanno tenuto la spazio per una cosa:la maternità. E spesso ci siamo adeguate alle loro regole, anche per una questione di sopravvivenza. 

 

 Eppure, sfogliando le pagine di questo libro si vede anche come molte di queste donne siano state in grado di inventarsi un mondo proprio, abbiano avuto regole di comportamento rivoluzionarie, non si siano fatte condizionare. C’è un vero greco per indicare il “vedere” che a me piace molto. Il vero è “zeaomai” vuol dire “guardare” ma nell’accezione di “guardare con stupore”. Ha la stessa radice della parola greca “teatro”, il luogo che si guarda con stupore e della parole “divinità”.  Io credo che la cosa più ci condiziona e ci impedisce di affermare le nostre potenzialità sia la paura di essere felici. Felici di vivere con pienezza la vita, ad esempio. Siamo forse educate ad avere paura della felicità. Invece dobbiamo imparare e a guardare con stupore alle nostre capacità e a tutto quello che, ogni giorno, siamo in grado di fare,  a non avere paura di essere visionarie e inventarci un modo di diverso di convivere in questo mondo con l’altro sesso e, soprattutto, a non temere i nostri sogni spericolati."

Perugia, dicembre 2011.

 

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