Se c'è. Una (allegra) storia di Alzheimer/3

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Keep calm.I bambini l''hanno capito immediatamente. "Il nonno è malato e viene a vivere con noi. Ha una malattia particolare, che gli prende la testa e non si vede. Pensate a una persona che si è rotta una gamba e ce l'ha ingessata. Dareste dei calci a quella gamba ingessata? Certamente no. Così trattare male il nonno perchè ha dei comportamenti strani, perdere la pazienza con lui se fa delle cose fuori luogo, prenderlo in giro perchè fa degli errori o non è capace di fare una cosa che sembra semplice, sarebbe come prendere a calci la gamba rotta di una persona. Abbiate pazienza e continuate a volergli bene come prima".Non c''è stato bisogno di ripeterlo. I bambini - e, incredibilmente anche le gatte di casa, una delle quali si fa accarezzare solo da lui e, quando una volta è uscita, è stata sorda a tutti i nostri richiami per ritrovarla e ha risposto solo alla voce di mio padre - si sono adeguati, con naturalezza a questa nuova condizione. Sono protettivi, affettuosi, gli sono vicini nei momenti di rabbia, quando ancora riusciva a camminare a lungo lo portavano a passeggio o dal barbiere. Tutt'ora lo coinvolgono nei loro giochi, lo facevano ballare, quando ancora si muoveva con agilità e, una volta che ha cominciato a rimpicciolire, a essere consumato dalla malattia e dall'età ed è diventato basso, come il nipote più piccolo, qualche volta l'hanno anche vestito con le sue felpe a righe, le Nike ai piedi, i suoi berretti da rapper, trasformandolo in uno strepitoso nonno rock, la cui foto, insieme agli amici dei miei figli, è un selfie cliccatissimo su facebook. Hanno anche trovato il protagonista di un cartone animato che sembra gli somigli. I bambini l'hanno capito immediatamente come dovevano comportarsi. Io, che glielo avevo insegnato, che credevo di essere pronta, adulta e matura, invece no. Non mi volevo arrendere. I primi mesi dopo il suo trasferimento da noi, quando ancora la malattia non era così ossessiva e lasciava qualche tregua, quando ancora lo sguardo era vivo e la parola fluente, non mi volevo rassegnare. Mi illudevo che lui fosse un'eccezione, che l'amore, la vita familiare potessero essere uno scudo, un antidoto, che lui, che era stato così sano e aveva avuto una vita serena, trovasse dentro di sè le risorse per reagire. Controllavo i suoi movimenti, sperando che non facesse cose strane, seguivo con ansia e speranza il filo dei suoi discorsi, lo ascoltavo in silenzio, pregando che i suoi pensieri non si ingabugliassero, che trovassero il percorso giusto, arrivassero a destinazione senza perdersi. E qualche volta mi illudevo e la speranza cancellava le macchie bianche della Tac. Ma per poco. Perchè, in una banale conversazione a tavola, coerente e lucida, improvvisamente spuntavano domande come questa: "E la Francesca? Da quant''è che non la vediamo?"
"La Francesca chi?"
 "La Francesca, l'amica della mamma".
"Babbo, non la vediamo da vent'anni, da quando è morta la mamma".   
"Perchè, la mamma è morta?"  
"Sì babbo, la mamma è morta. Da vent''anni".  
"Ma cosa mi dici! Ma è morta la mia mamma o la tua mamma?"
 E allora la rabbia mi assaliva - ma come, hai passato 50 anni della tua vita con tua moglie, mia mamma, e non te la ricordi? - provavo a ricostruire, a dirgli chi era, chi ero io, chi erano quei bambini a tavola, chi era quella donna che sorrideva con lui nella foto in bianco e nero. Spiegavo e rispiegavo, volevo che mi ripetesse, perchè lui sembrava normale, non sembrava malato, sembrava solo un anziano irriconoscente, che non voleva sforzarsi di ricordare la donna con cui aveva condiviso una vita. "La mamma, ti ricordi come si chiamava la mamma?" insistevo. Ma con l'unico risultato di confonderlo ancora di più, di intorcinare i suo pensieri, di farlo vergognare, arrabbiare a sua volta e farmi scaricare addosso una lunga sequela di parole oscene, bestemmie che mai avevo sentito dire da lui, auspici che mi cogliessero malattie gravi e mortali.  Per un po' è andata avanti così. Ed è stato il periodo più difficile. Cercavo di spiegargli che Fabio Fazio, che vedeva in televisione, non era un suo vecchio collega di lavoro, come poteva esserlo, non vedeva quanto era più giovane? Che la barba si fa con la schiuma da barba, appunto, e non col dentifricio, che quando si va al bagno si chiude la porta, che le pasticche per la lavastoglie non sono zollette di zucchero, che i cibi che sono nel congelatore sono crudi e non vanno addentati ancora gelati, che quell'uomo che si aggirava per casa e che aveva minacciato col coltello per il pane, non era un ladro, ma il mio compagno.  
Naturalmente fu tutto inutile. Io mi sfinivo nella mia frustrazione, lui si confondeva ancora di più, mi malediceva, appena giravo le spalle mi faceva le corna e mi augurava, parlando in dialetto stretto, che solo io capivo, che mi venisse un cancro o un accidente. A me, che sono la persona che più ha amato nella sua vita.  A insegnare la strada giusta sono stati i bambini.Erano così divertiti da quella sequela di parolacce in un dialetto che nessuno riusciva a capire, dato noi abitiamo in un'altra regione, che ne fecero un codice segreto, ne adottarono la sonorità e ne realizzarono anche degli slogan che poi, più tardi, sono finiti anche su facebook e sui desktop dei telefonini: Keep calm and cut vegna un azident (che ti venga un accidente). Ho capito che mi dovevo arrendere. Che dovevo accettare la malattia di mio padre, ma, soprattutto, come questa malattia lo stava trasformando. Che, comunque, era una esperienza di vita che andava affrontata al meglio e che, tra la possibilità di non avercelo per niente o di avercelo in percentuale variabile e altalenante, era meglio la seconda ipotesi. Anzichè provare a cambiare lui, è stata la casa e sono state le nostre abitudini a modificarsi, man mano che la malattia gli minava il corpo, la mente, le emozioni. Sono spariti i coltelli, detersivi e pastiglie per la lavastoglie sono stati messi sotto chiave, Fabio Fazio è stato a tutti gli effetti e da tutta la famiglia riconosciuto come il suo collega di lavoro, operaio metalmeccanico miracolato dalla Rai, abbiamo imparato a rassicurarlo sul fatto che nessuno gli aveva portato via i suoi polli e la sua carrozza con i cavalli, e dato delle soluzioni alle sue ansie: i polli e i cavalli non li vedeva perchè erano nella stalla. Al congelatore è stato messo un chiavistello, (che lui è comunque riuscito a scassinare, arrivando a mangiare otto supplì crudi e congelati nel giro di pochi minuti), poi sostituito con dello scoth trasparente, perchè se la forza nelle mani è rimasta a lungo, l''abilità per fare piccole operazioni di precisione, invece, se n''è andata prima. Alle scale interne è stata messa una ringhiera in più,a sostegno del suo passo più incerto. Abbiamo imparato a riconoscere, da alcuni segnali, le giornate buone, anzi, le ore buone da quelle cattive. Un giorno, mentre i bambini ripetevano la poesia "San Martino", di Giosuè Carducci, ci siamo resi conto, stupiti, che il nonno la sapeva ancora a memoria e la ripeteva con loro. E'' stata una festa e quella poesia, è stata, a lungo,il segnale per capire se il nonno stava bene. Ho imparato a riconoscere le sue crisi improvvise di pianto, che, a volte, lo svegliavano anche di notte.Erano i ricordi.
 Attraversavano la sua memoria come improvvise palle di fuoco dall''origine e dalla traiettoria sconosciute, senza che lui riuscisse a collocarli, a dare una dimensione. Lo scuotevano, gli facevano riprovare il dolore per il padre morto o ricoverato in ospedale, come era effettivamente accaduto,e non c''era possibilità di consolazione. Poi passavano, all''improvviso, come le code imprecise e impalpabili dei fuochi artificiali, per non riaccendersi più. E, oggi, sembrano spenti del tutto. 

 

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