Le mie parole

6.Carabinieri.

Se era stato tutto sommato facile modificare la casa in base alle nuove esigenze dettate dalla malattia di mio padre, sicuramente è stato più complicato riorganizzare un intero quartiere. Ma non impossibile. Tutto è partito dall'analisi dei percorsi che mio padre riusciva a memorizzare a due anni dalla scoperta dell'Alzheimer. I percorsi erano: da casa alla scuola elementare dei bambini. Da casa al fornaio. Da casa al barbiere. Da casa alla piscina. Da casa al supermercato. Al di fuori di questi tragitti il quartiere diventava una giungla, un labirinto senza uscite, una rotta in un mare nero senza stelle né bussola.
Il percorso più facile era quello da casa a scuola perché si ripeteva ogni giorno. Era semplice, quasi tutto in zona pedonale con un solo attraversamento ma sulle strisce e vicino a una rotonda dove le auto erano comunque costrette a rallentare. Rischio: basso. Controindicazioni: l'orario. Mio padre stava cominciando a perdere il senso del tempo e quindi andava a scuola in qualunque orario. Anche due ore prima che suonasse la campanella. La scuola, però aveva un portico che lo proteggeva comunque in caso di pioggia e le bidelle che lo vedevano fuori molto prima ogni tanto uscivano a fare due chiacchiere con lui. Lo stesso facevano i genitori che arrivavano presto e che avevo avvertito della malattia di mio padre. I bambini erano contenti che ci fosse il nonno fuori da scuola perché, essendo ancora in buone condizioni di salute, si caricava gli zaini e loro potevano correre felici davanti a lui.
Secondo percorso: da casa al barbiere. Per farlo uscire e trovare qualcosa che lo impegnasse mandavo mio padre a giorni alterni a farsi la barba. Il barbiere si faceva carico di farmi uno squillo quando mio padre usciva dal negozio affinchè potessi calcolare il tempo di rientro a casa. Se tardava io o la badante lo andavamo a cercare.
Terzo percorso: da casa al supermercato. Difficile. C'era da attraversare una strada seppure in zona a traffico limitato ma, soprattutto, diventava difficile orientarsi dentro al supermercato, anche se era molto piccolo. Ben presto il mondo di mio padre di restrinse e perse questa autonomia.
Il percorso verso la piscina era il più lungo e complesso, c'erano dei tratti fatti sulle scale mobili, salite e discese. Anche questo divenne ben presto impossibile da fare da solo, ma il nonno diventava comunque una formidabile e inconsapevole guardia del corpo. Erano i bambini ad accompagnare lui lungo il tragitto ma chi guardava da fuori vedeva un signore anziano ma in buona forma fisica che accompagnava due bambini. Anche questo andava alla voce "regali del nonno".
L'ultimo tragitto memorizzato era quello da casa al fornaio. Anche questo avveniva tutti i giorni e aveva come vedetta la dipendente di un bar vicino al forno che, se vedeva mio padre passarle davanti al negozio disorientato mi faceva uno squillo e come complice la fornaia che sapeva bene che pane dargli e che sarei passata poi io nel caso lui non avesse preso con sé i soldi. Per i primi due anni andammo avanti con questa geografia, un mondo ristretto ma che permetteva a mio padre di avere una sua personalissima autonomia. Infatti non sapeva in che città fosse né in che stagione, quindi non aveva alcuna capacità di capire come vestirsi, non riconosceva le persone anche perché si era trasferito da me da poco e non aveva memorizzato né volti né nomi delle persone nuove. Ciononostante riusciva anche a dare indicazioni agli inconsapevoli turisti che a volte si rivolgevano a lui.
Non mi facevo molte illusioni. Il mondo per lui si sarebbe ben ristretto alla casa o alle passeggiate in compagnia. Mi sentivo però di prendermi la responsabilità di mantenere questa sua autonomia fino a quando fosse stato possibile. Il primo problema venne quando furono i vigili urbani a chiamare a casa perché avevano trovato mio padre disorientato e confuso in pieno centro, a poche decine di metri da casa. Cosa era accaduto? Che le giornate si erano accorciate ed era diventato buio molto presto. Di solito lui usciva sempre di giorno. Essersi ritrovato nello stesso percorso ma al tramonto, con la luce che scendeva in fretta l'aveva disorientato fino a farlo piangere. Naturalmente nella tasca di tutte le giacche, dei pantaloni e nel portafoglio c'era un bigliettino con il mio numero di telefono da chiamare per ogni emergenza.
Che il tempo dell'autonomia stesse per scadere emerse da un altro episodio. Una mattina mio padre tornò a casa con il pane, ma non era il solito filone. Quando feci per tagliarlo mi resi conto che il pane era internamente congelato. Quindi, probabilmente, pane del giorno prima rifilato come fresco. Controllai dentro al sacchetto e mi resi conto che mio padre non era andato dal solito fornaio ma da quello che stava nella via precedente. Il suo mondo si era accorciato di una traversa e il fornaio gli aveva rifilato del pane congelato e solo lo scontrino con il peso, non quello fiscale. Mi salì la rabbia al cervello. Non sopportavo che il commerciante avesse approfittato di una persona anziana e malata, avesse trovato subito l'occasione di rifilargli una fregatura. Volevo andare ad affrontarlo, farci una litigata, ma pensai che mio padre si meritava di più. Infilai il pane in una borsa termica, di quelle in cui si conservano i cibi d'estate, presi lo scontrino e mi fiondai dai Nas, i carabinieri che si occupano anche della qualità degli alimenti in vendita.
In realtà temevo non mi prendessero sul serio, invece fu lo stesso comandante a prendere la mia denuncia. Sequestrarono il filone di pane ancora congelato all'interno, aggiungendo la testimonianza dei presenti che il pane presentava ancora segni di congelamento al momento della denuncia e misero agli atti lo scontrino non fiscale che era stato consegnato a mio padre al posto di quello fiscale.
Qualche giorno dopo, passando davanti al negozio, ebbi un attimo di sgomento. La saracinesca era chiusa e c'era attaccato il cartello "Chiuso per lutto". Mi chiesi se avessi esagerato, se la mia denuncia fosse stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso nella vita travagliata e faticosa di un povero commerciante colpito dalla crisi che non aveva retto e aveva deciso di farla finita. Il cuore mi batteva forte. Fortunatamente niente di tutto questo: i Nas avevano disposto la chiusura del negozio per tre giorni, oltre a infliggerli una sostanziosa multa. Giustizia era fatta. Giù le mani dagli anziani. Giù le mani da mio babbo.

Pubblicato in Le mie parole

 

Keep calm.I bambini l''hanno capito immediatamente. "Il nonno è malato e viene a vivere con noi. Ha una malattia particolare, che gli prende la testa e non si vede. Pensate a una persona che si è rotta una gamba e ce l'ha ingessata. Dareste dei calci a quella gamba ingessata? Certamente no. Così trattare male il nonno perchè ha dei comportamenti strani, perdere la pazienza con lui se fa delle cose fuori luogo, prenderlo in giro perchè fa degli errori o non è capace di fare una cosa che sembra semplice, sarebbe come prendere a calci la gamba rotta di una persona. Abbiate pazienza e continuate a volergli bene come prima".Non c''è stato bisogno di ripeterlo. I bambini - e, incredibilmente anche le gatte di casa, una delle quali si fa accarezzare solo da lui e, quando una volta è uscita, è stata sorda a tutti i nostri richiami per ritrovarla e ha risposto solo alla voce di mio padre - si sono adeguati, con naturalezza a questa nuova condizione. Sono protettivi, affettuosi, gli sono vicini nei momenti di rabbia, quando ancora riusciva a camminare a lungo lo portavano a passeggio o dal barbiere. Tutt'ora lo coinvolgono nei loro giochi, lo facevano ballare, quando ancora si muoveva con agilità e, una volta che ha cominciato a rimpicciolire, a essere consumato dalla malattia e dall'età ed è diventato basso, come il nipote più piccolo, qualche volta l'hanno anche vestito con le sue felpe a righe, le Nike ai piedi, i suoi berretti da rapper, trasformandolo in uno strepitoso nonno rock, la cui foto, insieme agli amici dei miei figli, è un selfie cliccatissimo su facebook. Hanno anche trovato il protagonista di un cartone animato che sembra gli somigli. I bambini l'hanno capito immediatamente come dovevano comportarsi. Io, che glielo avevo insegnato, che credevo di essere pronta, adulta e matura, invece no. Non mi volevo arrendere. I primi mesi dopo il suo trasferimento da noi, quando ancora la malattia non era così ossessiva e lasciava qualche tregua, quando ancora lo sguardo era vivo e la parola fluente, non mi volevo rassegnare. Mi illudevo che lui fosse un'eccezione, che l'amore, la vita familiare potessero essere uno scudo, un antidoto, che lui, che era stato così sano e aveva avuto una vita serena, trovasse dentro di sè le risorse per reagire. Controllavo i suoi movimenti, sperando che non facesse cose strane, seguivo con ansia e speranza il filo dei suoi discorsi, lo ascoltavo in silenzio, pregando che i suoi pensieri non si ingabugliassero, che trovassero il percorso giusto, arrivassero a destinazione senza perdersi. E qualche volta mi illudevo e la speranza cancellava le macchie bianche della Tac. Ma per poco. Perchè, in una banale conversazione a tavola, coerente e lucida, improvvisamente spuntavano domande come questa: "E la Francesca? Da quant''è che non la vediamo?"
"La Francesca chi?"
 "La Francesca, l'amica della mamma".
"Babbo, non la vediamo da vent'anni, da quando è morta la mamma".   
"Perchè, la mamma è morta?"  
"Sì babbo, la mamma è morta. Da vent''anni".  
"Ma cosa mi dici! Ma è morta la mia mamma o la tua mamma?"
 E allora la rabbia mi assaliva - ma come, hai passato 50 anni della tua vita con tua moglie, mia mamma, e non te la ricordi? - provavo a ricostruire, a dirgli chi era, chi ero io, chi erano quei bambini a tavola, chi era quella donna che sorrideva con lui nella foto in bianco e nero. Spiegavo e rispiegavo, volevo che mi ripetesse, perchè lui sembrava normale, non sembrava malato, sembrava solo un anziano irriconoscente, che non voleva sforzarsi di ricordare la donna con cui aveva condiviso una vita. "La mamma, ti ricordi come si chiamava la mamma?" insistevo. Ma con l'unico risultato di confonderlo ancora di più, di intorcinare i suo pensieri, di farlo vergognare, arrabbiare a sua volta e farmi scaricare addosso una lunga sequela di parole oscene, bestemmie che mai avevo sentito dire da lui, auspici che mi cogliessero malattie gravi e mortali.  Per un po' è andata avanti così. Ed è stato il periodo più difficile. Cercavo di spiegargli che Fabio Fazio, che vedeva in televisione, non era un suo vecchio collega di lavoro, come poteva esserlo, non vedeva quanto era più giovane? Che la barba si fa con la schiuma da barba, appunto, e non col dentifricio, che quando si va al bagno si chiude la porta, che le pasticche per la lavastoglie non sono zollette di zucchero, che i cibi che sono nel congelatore sono crudi e non vanno addentati ancora gelati, che quell'uomo che si aggirava per casa e che aveva minacciato col coltello per il pane, non era un ladro, ma il mio compagno.  
Naturalmente fu tutto inutile. Io mi sfinivo nella mia frustrazione, lui si confondeva ancora di più, mi malediceva, appena giravo le spalle mi faceva le corna e mi augurava, parlando in dialetto stretto, che solo io capivo, che mi venisse un cancro o un accidente. A me, che sono la persona che più ha amato nella sua vita.  A insegnare la strada giusta sono stati i bambini.Erano così divertiti da quella sequela di parolacce in un dialetto che nessuno riusciva a capire, dato noi abitiamo in un'altra regione, che ne fecero un codice segreto, ne adottarono la sonorità e ne realizzarono anche degli slogan che poi, più tardi, sono finiti anche su facebook e sui desktop dei telefonini: Keep calm and cut vegna un azident (che ti venga un accidente). Ho capito che mi dovevo arrendere. Che dovevo accettare la malattia di mio padre, ma, soprattutto, come questa malattia lo stava trasformando. Che, comunque, era una esperienza di vita che andava affrontata al meglio e che, tra la possibilità di non avercelo per niente o di avercelo in percentuale variabile e altalenante, era meglio la seconda ipotesi. Anzichè provare a cambiare lui, è stata la casa e sono state le nostre abitudini a modificarsi, man mano che la malattia gli minava il corpo, la mente, le emozioni. Sono spariti i coltelli, detersivi e pastiglie per la lavastoglie sono stati messi sotto chiave, Fabio Fazio è stato a tutti gli effetti e da tutta la famiglia riconosciuto come il suo collega di lavoro, operaio metalmeccanico miracolato dalla Rai, abbiamo imparato a rassicurarlo sul fatto che nessuno gli aveva portato via i suoi polli e la sua carrozza con i cavalli, e dato delle soluzioni alle sue ansie: i polli e i cavalli non li vedeva perchè erano nella stalla. Al congelatore è stato messo un chiavistello, (che lui è comunque riuscito a scassinare, arrivando a mangiare otto supplì crudi e congelati nel giro di pochi minuti), poi sostituito con dello scoth trasparente, perchè se la forza nelle mani è rimasta a lungo, l''abilità per fare piccole operazioni di precisione, invece, se n''è andata prima. Alle scale interne è stata messa una ringhiera in più,a sostegno del suo passo più incerto. Abbiamo imparato a riconoscere, da alcuni segnali, le giornate buone, anzi, le ore buone da quelle cattive. Un giorno, mentre i bambini ripetevano la poesia "San Martino", di Giosuè Carducci, ci siamo resi conto, stupiti, che il nonno la sapeva ancora a memoria e la ripeteva con loro. E'' stata una festa e quella poesia, è stata, a lungo,il segnale per capire se il nonno stava bene. Ho imparato a riconoscere le sue crisi improvvise di pianto, che, a volte, lo svegliavano anche di notte.Erano i ricordi.
 Attraversavano la sua memoria come improvvise palle di fuoco dall''origine e dalla traiettoria sconosciute, senza che lui riuscisse a collocarli, a dare una dimensione. Lo scuotevano, gli facevano riprovare il dolore per il padre morto o ricoverato in ospedale, come era effettivamente accaduto,e non c''era possibilità di consolazione. Poi passavano, all''improvviso, come le code imprecise e impalpabili dei fuochi artificiali, per non riaccendersi più. E, oggi, sembrano spenti del tutto. 

 

Pubblicato in Le mie parole
Venerdì, 07 Agosto 2015 17:30

Se c'è. Una (allegra) storia di Alzheimer/2

2.Busta numero due. Tre indizi fanno una prova, ma, se ancora non ci vuoi credere, ci vuole la Tac. Bisogna rigirarsi fra le mani quel rettangolo nero chiazzato di bianco, seguire i percorsi che il medico fa con la penna sulla foto del cervello di tuo padre, sorridere a lui dicendo che va tutto bene, mentre quel foglio nero dice che va tutto male, anzi che è proprio l'inizio della fine, perchè i tuoi pensieri non abbiano più vie di fuga.
 Va bene, è finita. Mio padre ha l'Alzheimer, voraci placche bianche che mangiano il cervello e digeriscono, sputandoli nel nulla, ricordi, emozioni, amore, odio. Tutto quanto. "Per favore, può aspettare un attimo, dottoressa? Devo andare al bagno". Ed è lì dentro, in quello spazio osceno diventato rifugio, che ti lasci andare al dolore, scivoli lungo la parete di mattonelle bianche e capisci cosa vuole dire sentirsi disperate. Poi esci, sei di nuovo concentrata. Come è possibile? E adesso cosa si fa?
L'Alzheimer, mi spiegò la dottoressa è una malattia che comincia senza dare segnali. "Noi usiamo il nostro cervello in minima parte. Quando una zona si ammala, inizialmente cerchiamo di compensare il black out di questa zona. Questa compensazione, però, non può andare avanti all'inifinito". Già, prima o poi lo spazio per i pensieri si restringe. "Molto spesso questa malattia si manifesta quando la persona ha subito uno shock". In effetti mio padre, che era vedovo, ma già da parecchi anni, aveva subito il lutto di un parente che gli era molto caro pochi mesi prima che la malattia si manifestasse: il parente gli era praticamente morto tra le braccia mentre gli stava facendo visita in ospedale e mi aveva raccontato che questa esperienza l'aveva particolarmente provato.   Ma adesso, cosa fare?  Come sempre succede, quando sei di fronte a una scelta da cui dipende la tua salute o quella di qualcuno a cui vuoi bene, comincia il pellegrinaggio fra i medici. C'è quello che ti propone una cura per rallentare gli effetti dell'Alzheimer. Bene, perfetto, si può fare. Poi ti rendi conto che è una cura per la quale devi firmare un consenso in cui dichiari di essere consapevole di tutti gli effetti collaterali che questa può provocare e che la cosa meno grave che potrebbe succedere è l'ictus. C'è il medico che ti dice che quelle sono medicine per i parenti più che per i pazienti: per l'Alzheimer non c'è cura, se voglio me le può segnare, ma più che bene al malato, in realtà, lo farebbero a me, alla mia frustrazione e al mio senso di impotenza. Allora, come faccio a prendermi una responsabilità del genere? Cosa scelgo, la speranza che qualcosa si possa, perlomeno rallentare la malattia? Affrontare la realtà per come è, senza vie d'uscita?
In realtà, una via d'uscita c'è sempre, per quanto scomoda. Cosa avrebbe scelto mio padre se fosse stato lucido? E, allora, le decisiona diventa più facile. Busta numero due, dottoressa. Niente medicine. Affronteremo la malattia solo con lo stretto necessario che servirà per curare i sintomi del decorso, affronteremo questo alieno che è entrato nel cervello di mio padre con la musica, la ginnastica, le emozioni.  Ci vorrà un po' di tempo, però, prima di trovare il giusto equilibrio e prendere le giuste contro l'alieno.
 3. Acrobati. Tutti i parenti che si prendono cura dei malati di Alzheimer imparano a diventare acrobati. Ad arrivare a sera ogni giorno inventandosi soluzioni ai tanti imprevisti che ogni giornata riserva. Si può dire che ogni malato sia un caso a sè, ma ci sono degli elementi in comune, delle fasi che, prima o poi, ogni malato attraversa. Intanto, non si sa mai che decorso può avere la malattia. Non si può mai prevedere quanto sia devastante, lunga, quanto arrivi a scavare dentro la mente, quanto conceda di benessere. A volte ci sono periodi di tregua, durante i quali il malato ha un comportamento abbastanza costante e prevedibile (ma anche in questo caso, l'imprevedibile è sempre dietro l'angolo), altre volte ci sono periodi in cui ogni giorno è un giorno diverso. In alcuni casi la persona malata cambia completamente il carattere, in altri alcune caratteristiche di base restano, quasi tutti attraversano una fase di aggressività, che può diventare molto pericolosa sia per il malato sia per i familiari, quasi tutti, soprattutto gli uomini hanno fasi in cui la sessualità è esperata. All'inizio in mio padre la malattia sembrava essere clemente. Riusciva ancora a tenere la casa e a cucinare, anche se io avevo il terrore che potesse succedergli qualche incidente con il gas. Così, abitando a duecento chilometri di distanza da lui, decisi di mettere in atto tutta una serie di accorgimenti per la sua sicurezza. Intanto fu affiancato da una badante che passava con lui diverse ore ogni giorno. La badante, poi aveva il compito di lasciare dei pasti pronti in modo che, anche se avesse avuto fame quando lei non c'era, non avrebbe dovuto cucinare. Inoltre era lei che gli somministrava le compresse per la pressione alta, in modo che potesse continuare la sua cura regolarmente. Inoltre, dato che mio padre, comunque, passava diversi mesi l'anno da me, quel periodo si sarebbe allungato. I primi cinque-sei mesi dal momento in cui gli fu diagnosticato l'Alzheimer, passarono abbastanza bene. Certo, mio padre aveva cominciato a usare il dentifricio per farsi la barba anzichè per lavarsi i denti e la sua indole tranquilla stava pian piano cambiando. Inoltre, una volta scoprì dove avevo nascosto i resti delle cinque uova di cioccolato che erano arrivate a Pasqua, se lì mangiò tutti. Quando stava con me la situazione era, comunque, abbastanza sotto controllo. Il problema, per me, era quando mio padre stava lontano, con una persona estranea che cambiava spesso proprio perchè alternavamo dei periodi di permanenza da me. Così mi impegnai in nuove acrobazie: coinvolsi i vicini, chiedendo loro di chiamarmi ogni volta che notavano comportamenti strani, coinvolsi il medico di base, chiedendo se, per favore, potesse fare ogni tanto delle visite a domicilio a mio padre. Diedi le chiavi del suo appartamento a persone fidate, perchè potessero entrare se non lo vedavano durante la giornata. Poi c'erano le telefonate quotidiane che, però, diventavano sempre più un'impresa: mio padre cominciava a non rispondere più al telefono.
 Alla fine una telefonata mi arrivò:era quella dell'ultima badante assunta che confessò la sua incapacità a gestire mio padre. Non era in grado di aiutarlo nell'igiene personale, mio padre rifiutava di fare il bagno, a volte non le apriva la porta e lei rimaneva chiusa fuori per diverso tempo. Altre volte non le voleva far pulire la casa nel timore che le rubasse degli oggetti. Sentii la signora esausta e decisi di interrompere le ferie, attraversare mezza Italia e andare a vedere cosa stava succedendo. Era metà luglio, quando arrivai a casa di mio padre lo trovati con la barba lunga, i capelli sporchi, vestito con pantaloni imbottiti e camicia di flanella. Entrai in casa e sentii un caldo insopportabile: c'erano i termosifoni accesi e una temperatura di 42 gradi. Guardai allibita mio padre, che fino a quindici giorni prima era completamente in un'altra situazione, e gli chiesi spiegazione dei termosifoni accesi a luglio. "Ma cosa vuoi che sia, ho dato una scaldatina", mi rispose. Decisi che era troppo: feci le valigie e lo portai a casa con me. In otto mesi la situazione era precipitata al punto tale da non poter più essere seguito da una persona che non fosse di famiglia.
4. Quale allegria. E' così che è cominciata, ormai nove anni fa, la mia vita, la nostra vita quotidiana con un familiare ammalato di Alzheimer. Certamente accostare a questa malattia la parola "allegra" è una provocazione: non c'è niente di allegro in questa malattia che non ha ritorno, in questa corsa, più o meno lenta e contorta verso l'oblio, soprattutto se ne rimangono coinvolte persone ancora molto giovani. La mia è volutamente una provocazione nei confronti del comportamento così diffuso di mettere in un angolo, relegare dalle proprie vite queste malattie come se non ci riguardassero, come se fossero una parte di vita sospesa verso la fine. Sento dire tante volte: "Beh, almeno tuo padre non capisce più nulla, così non soffre".
 Non c'è niente di più sbagliato nel credere che questa malattia sia così. Intanto perchè è un percorso per molto versi sconosciuto: quando si fa una diagnosi di Alzheimer a una persona, questa è ancora all'inizio della malattia e, quindi, parzialmente consapevole. Nessuno può dire come, in che modo, in quanto tempo questa persona vedrà cancellata completamente la propria personalità fino ad arrivare a vivere in un oblio senza memoria. Mio padre, fino alla fine, ha mantenuto barlumi di consapevolezza. La malattia, in questo momento, ha come lasciato l'assedio alla mente per concentrarsi sul corpo. Gli sta togliendo forze, l'equilibrio, lo sta prosciugando come se quello che mangia, in quantità che sono almeno il doppio di quello che normalmente mangiamo noi adulti, non avesse alcun valore nutritivo.  Ancora oggi ha sentimenti positivi nei miei confronti: non sa se sono sua figlia, sua moglie o una sorella, ma sa che faccio parte della sua vita. Qualche volta riesce anche ad essere felice, perlomeno sorride. E le sue risposte, talvolta, sono così profonde e sagge come non lo erano quando era in sè. Pochi giorni fa, quando ha compiuto 90 anni, ad esempio, gli abbiamo chiesto quanti anni avesse. Di solito lui risponde 38 o anche età più basse, se è tavola coi ragazzi si dà la stessa età di chi gli siede vicino, cosa che suscita l'ilarità dei miei figli e anche dei loro amici che spesso si fermano a pranzo con noi e hanno imparato, come i miei figli, a conoscere e rispettare il nonno. Probabilmente è anche per questo, per le sue risposte buffe, che fanno così divertire ragazzi e bambini, quasi fossero delle battute, che, inconsciamente ho scelto la parola allegria, come provocazione. Dopo avergli ripetuto di riflettere per bene se era proprio sicuro di avere 38 anni, perchè a noi risultava che ne avesse 90, mio padre si è rivolto a me confermandomi che ne aveva 90 e mi ha detto "E' stata una volata", con occhi pieni di malinconia. L''ho sentito presente, per quei pochi istanti in cui mi ha dato quella risposta come prima che si ammalasse.  Il "non capire più niente" è una condizione che io non ho ancora sperimentato e, mi raccontano le operatrici e la dottoressa del centro diurno che mio padre frequenta, che, a volte, anche le persone che sembrano più perse, improvvisamente, hanno attacchi di pianto, come se li cogliesse la consapevolezza della loro condizione. I malati di Alzheimer hanno probabilmente una sensibilità ancora più sviluppata di quella che avevano prima che si ammalassero, ma, probabilmente, non sono più in grado di esprimerla. Soprattutto non è vero che non soffrono, che sono tranquilli. Provate voi a svegliarvi ogni mattina in un luogo che non sapete quale sia, in mezzo a delle persone che non sapete se vi saranno ostili o meno. Senza la certezza che mangerete, che berrete, di avere soldi a sufficienza per pagare il cibo che vi portano in tavola (questa è un'ansia ricorrente di mio padre) o di non sapere valutare con esattezza i vostri comportamenti o quelli degli altri, per cui, ad esempio, una persona che vi passa velocemente vicino perchè, magari, deve andare al bagno, pensate che, in realtà stia scappando, se ne stia andando per qualche vostra colpa, vi lasci solo e non torni più. Io credo che la vita dei malati di Alzheimer sia piena di ansie, di paure che solo un comportamento routinario, un atteggiamento paziente e sorridente nei loro confronti, possa riuscire ad alleviare. Credo anche che ogni giorno un malato di Alhzeimer che si sveglia e ricomincia la sua giornata sia, in realtà, un vero e proprio combattente. Lo vedo ogni mattina, negli occhi di mio padre, quando lo sveglio."Buongiorno. come va? Tutto bene?" E lui, che si sta svegliando e mi rendo conto che in quel preciso istante si sta chiedendo "Chi sono? Dove sono? Cosa mi sta succedendo? Cosa devo fare?" si guarda intorno, ascolta la mia voce e cerca dentro di sè, da qualche parte nel suo intimo, la forza di ricominciare una giornata, di dirmi "Tutto bene". So che un giorno quel "Tutto bene" finirà, perchè fa sempre più fatica a rispondermi, perchè vedo questo continuo consumarsi del suo corpo - è diventato più basso, magrissimo, la schiena gli ha cominciato a fare un angolo nel giro di pochi giorni e ora, per mantenere l''equilibrio, cammina molto piegato - ma, intanto mi godo questa tregua e cerco di essere all''altezza di un combattente come lui. Va tutto bene.  
 
Pubblicato in Le mie parole