Le mie parole

Due anni fa, quando vennero nominate le vincitrici del Nobel per la pace, Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Karman, molti italiani si interrogarono su chi fossero. Eppure nei loro paesi, la Liberia e lo Yemen stavano conducendo da anni battaglie in nome della pace, dell'uguaglianza, dell'equità. In quel periodo noi italiani, invece, conoscevamo ogni dettaglio della vita pubblica e privata di igieniste dentali e cubiste varie. Di donne capi di Stato o che rischiavano la vita per la loro battaglia contro le discriminazione, invece, nulla. Pochi giorni fa è stato annunciato l'arrivo di Jane Goodall in Umbria. La notizia sulla presenza, per due giorni in Italia della scienziata che ha dedicato la sua vita alla ricerca sugli scimpanzè, che tanti passi in avanti ha fatto fare alla scienza, allargando, poi il suo impegno alla sostenibilità del pianeta, è stata salutata dalla stampa con qualche trafiletto. E' finito in un trafiletto del magazine del Corriere anche Rossano Nicolini, maestro elementare toscano, tra i vincitori del prestigioso riconoscimento ambientale Goldman 2013. Il riconoscimento viene dato a chi si è distinto per le sue battaglie a difesa dell'ambiente e ne vengono assegnati solo sei ogni anno, uno per regione continentale. Per il momento se ne sono occupate solo le cronache locali dei giornali e siti specializzati. Se pensiamo che queste siano informazioni troppo di nicchia, guardiamo al movimento di Grillo, esploso quasi "a insaputa" della stampa e della stessa politica. Emblematica fu la foto che scattarono i grillini da una vetrata dell'albergo dove si erano riuniti, a tutti i giornalisti e fotografi che si assiepavano fuori per tentare di avere notizie e di scattare foto. 

 

A queste riflessioni ne unisco un'altra, che si riferisce a una notizia di ieri: una ricerca ha messo in luce come quello del giornalista sia il peggior lavoro del mondo, peggio, addirittura, del boscaiolo o del militare che va in guerra e rischia la vita. Lo ha sostenuto il sito americano Careercast.com e la ricerca è stata  pubblicata con ampio rilievo dal Wall Street journal. Sforzo fisico, ambiente di lavoro, reddito, stress, prospettive di assunzione erano i parametri considerati per stilare la classifica. Tutti coloro che lavorano in una redazione sanno quanto sia cambiato il lavoro del giornalista in questi anni, quanto il carico delle ore di lavoro e le responsabilità siano aumentate, a fronte di stipendi sempre più bassi e dell'aumento del precariato. Tutti sanno anche quale crisi attraversano i giornali di carta, con un calo delle vendite, complessivamente, sul mercato, di circa il 40 per cento rispetto a una ventina di anni fa. Molti meno riflettono sul fatto che tutto il movimento di informazione che gira gratuitamente su siti internet, tablet, telefonini, social network e così via è, nella stragrande maggioranza prodotto e messo in circolazione dalle stesse persone che confezionano i giornali. Con la differenza che i giornali vengono venduti, il resto dell'informazione gira gratuitamente. Comprereste voi un maglione nuovo, domani a 10 euro, se lo stesso maglione ve lo danno gratis, oggi? Tutti sanno che una parte della crisi che l'informazione sta attraversando è in questo paradosso e che trovare risposte efficaci ed economicamente sostenibili non è facile. Tutti sanni che fare informazione di qualità costa, - tempo, preparazione, studio, necessità di verificare l'attendibilità delle fonti - senza nulla togliere al fatto che, grazie alla tecnologia, molte più persone possono interagire, arrivare a conoscere e produrre informazione. 

Così può accadere che anche oggi, nonostante le possibilità ormai infinite dei mezzi di comunicazione, (di cui sta parlando in queste ore a Perugia, durante le giornate del festival internazionale del giornalismo, #Ijf13, che si chiuderà domenica), continuino a rimanere fuori dal circuito delle informazioni notizie, come quelle citate all'inizio, che, invece, hanno un impatto quotidiano sulla vita delle persone e la cambiano. E che questa forbice, tra quello che passa sui media e la vita reale, (e sulle conseguenze di questo mi rimetto alle tante riflessioni che si stanno facendo proprio in questi giorni) si allarghi anzichè stringersi, nonostante l'impatto della tecnologia, proprio per il peggioramento delle condizioni lavorative di chi fa per professione il mestiere del giornalista. Il lavoro dei tanti blogger, dei social network, delle frotte di giovani giornalisti, bravi e preparati, che stanno aprendo le strade di altri modi di fare informazione, a partire dal data journalism, riuscirà a colmare questo gap? E' un capitolo aperto che sta scrivendo, per ora con fatica, in questi anni. 

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