Le mie parole
Sabato, 29 Agosto 2015 08:09

Le storie di Margot/2 Cattiva ragazza

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

Mi chiamo Sara e sono una cattiva ragazza. Non lo sono sempre stata, no. Ma non ho avuto tanto tempo per imparare a essere diversa. Forse è stata colpa mia, forse avrei dovuto capire che il mondo era anche fatto di altre cose, però non ce l'ho fatta.

Mio fratello è stato il mio primo uomo.

E non è giusto. Avevo solo sei anni.

Non ho ricordi di mio padre da bambina, perché ha passato troppo tempo in carcere.

Da casa mi hanno portato via che avevo 9 anni. Era un posto troppo pericoloso per me, dicevano le assistenti sociali. Dicevano anche che mi avrebbero lasciato lì per pochi mesi, c'era mia nonna che aspettava fuori. Mi hanno dimenticata per nove anni. E quando sono uscita ormai non c'era più tempo per imparare a fare la costruzione di un amore.

E dire che mi sarebbe bastato poco, un amore piccolo, anche banale. Qualunque.

Invece.

Invece la mia casa è stata la strada.

Sono una cattiva ragazza, l'ho già detto. Sono stata una ladra, una rapinatrice, sono stata picchiata e ho picchiato. Non ho avuto compassione di vecchi e gente buona. Se mi servivano soldi rubavo a tutti.

I miei compagni sono stati gli uomini che mi hanno messo le mani addosso. Il matrimonio una corona di spine.

Lo sapevo eppure l'ho fatto. Lo faccio ancora, adesso, ogni giorno. Dico sì al male, sì al dolore, sì all'autodistruzione.

Non che non ci sia stato nessuno che mi abbia allungato una mano. Non che io, qualche volta, quella mano non l'abbia tenuta fra le mie. Ma non ci credo più. Non ho più tempo né voglia e quella mano, dopo un po' la butto via, la vorrei spezzare, la odio. Perché non sono capace di costruire nessun amore. So dove trovare una pistola per una rapina, so dove si compra la droga e come dare un pugno che stordisce. So che sapore ha il sangue che esce dal naso rotto. Ma non so come si costruisce un amore. Anche questo l'ho già detto. Mi rimangono poche parole, ormai. E odio chi, invece, è stato così amato da voler darmene un po' di quell'amore. Odio chi vuole darmi una possibilità perché io non sono capace di prenderla e vorrei che tutti fossero come me. Che tutti stessero male come me. Forse così mi sentirei meno sola.

Mi chiamo Sara, sono una cattiva ragazza e voi ancora non immaginate quanto. Ho partorito mio figlio per strada, in mezzo all'immondizia. A sei mesi è morto per colpa mia. Aggiungete anche lui alla conta dei morti per overdose a Perugia. Sono stata capace di dare a lui meno possibilità di quelle che ho avuto io. Sono una cattiva ragazza e sono stata una cattiva madre.

La seconda volta ci ho provato a essere migliore. Sono entrata con il pancione in comunità e quando ho partorito mio figlio era sano. Sono stata lì due anni ma nemmeno lì ho imparato come si costruisce un amore. Ho capito che da sola non sarei mai stata una buona mamma e quel bambino l'ho diviso con un'altra famiglia. Affido si chiama, ma ora lo chiamerei inganno. Perché io sono sempre una cattiva ragazza, mio fratello il mio primo uomo quando ero bambina, mio padre un'ombra dietro le sbarre e mio marito una corona di spine. E se vi sembra un orrore sentire narrare queste cose, pensate a chi le sente sotto la pelle.

Avrei voluto che qualcuno mi insegnasse a fare la mamma.

Invece eccomi lì, seduta a un tavolo e il mio bambino dall'altra parte. Volta dopo volta il cordone ombelicale diventa un filo di seta. Volta dopo volta le parole ghiacciano tra un capo e l'altro del tavolo e nessuno mi aiuta. Nessuno aiuta le cattive ragazze. Nessuno capisce lo sforzo che faccio per sedermi lì, per non spaccare tutto, comprarla quella pistola che so dove trovare e farla finita. Le assistenti sociali fissano appuntamenti, non parlano con quelle che seguono mio figlio perché dicono che ci sono delle regole. Cercano di infilare il mio cuore dentro la cartellina con il mio nome, non capiscono che lì dentro non ci sta.

Io vorrei inchiodarle alla scrivania e vomitare loro in faccia tutta la mia rabbia, il mio dolore che sta diventando follia. Sto male.

Non l'ho fatto. Quella rabbia me la sono mangiata e ho mollato tutto. Ho detto addio a mio figlio, ho tagliato le mani che potevano aiutarmi e sono tornata dentro al mio mondo. Quello della violenza di mio fratello, dell'ombra di mio padre e della corona di spine. Ora il mio amante mi picchia ma mi dà la droga. Per stare in un altro mondo, perché in questo io sono solo una cattiva ragazza che non sa costruire un amore.

Pubblicato in Fotoracconti

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

L'unico momento in cui mi sembra di sentire il respiro del sollievo è quando sfumano i sogni. E' quel crepuscolo dove ancora non ti rendi conto chi sei, del luogo in cui sei, del tempo in cui sei. E' lì, in quel confine di polvere, che tu sei viva. E sorridi, e mi sembra di poterti toccare.

Lo ricerco quel momento, ogni notte. Perchè il resto del giorno è solo un rosario di dolore.

margotproject telefonoAnna, non ci sei più. Non c'è più il tuo viso. Non c'è più il tuo cuore, polverizzati dai colpi della pistola di quello che diceva di amarti. E io ti cerco inutilmente. Ti vedo negli occhi di tua sorella, nelle foto, negli oggetti, nei paesaggi dei viaggi che hai fatto e che ora rifaccio. Ma non ci sei più. E mi tormento. Ogni giorno rivedo al contrario il film della tua vita, fotogramma dopo fotogramma – come ricordo tutto, adesso! anche quello che mi sembrava banale, come ricordo tutto, adesso, anche quello che mi sembra conficcato sotto la pelle - e mi chiedo dove ho sbagliato, cosa avrei potuto dirti, perchè, perchè non ti ho preso e non ti ho portato via. Con me.

Mi sento in colpa Anna. Mi sento in colpa anche se quel grilletto non l'ho tirato io. Anche se non sono stata io a tirarti per i capelli, la prima volta, quando hai fatto tardi alla cena con i colleghi e lui ti aspettava fuori. Rabbioso e furioso.

Mi sento in colpa perchè tu l'hai giustificato. Mi hai detto: "Mamma, mi vuole bene. Non mi ha mai fatto niente, forse era solo stanco e preoccupato per me".

Ti avrei dovuto mettere in guardia, bambina. Ti avrei dovuto dire subito "Bambina mia, non farti mai mancare di rispetto. Bambina mia la violenza non c'entra niente con l'amore. Lascialo". Ti avrei dovuto dire di lasciare le chiavi infilate nella serratura quando ti chiudevi in casa. Ti avrei dovuto prendere e portare via. Da me. Invece, ora, bambina mia te lo posso dire solo davanti al vento.

Ma tu mi rassicuravi, Anna. Mi dicevi che andava tutto bene, che eri in grado di cavartela da sola. Ed in effetti, Anna, tu eri più forte di me. Perchè l'hai sopportato, è vero. Hai sopportato che lui si trovasse sempre nei posti dove eri tu. E poi hai scoperto che aveva collegato il tuo ipod e il tuo cellulare al suo computer così che, quando ricevevi o inviavi un messaggio, lo leggeva anche lui.

Hai sopportato che alzasse la voce e le mani su di te. Che ti controllasse e ti tenesse lontano dalle tue amiche. Lontano da me. Poi, a un certo punto, però, hai detto basta.

L'hai lasciato. Ed è stato l'inferno.

Entrava in casa tua quando tu non c'eri. E' arrivato a smontarti la lavatrice, pezzo per pezzo, e a rimontare i pezzi in modo che non funzionasse. Tu hai avuto paura, hai chiesto aiuto al padrone di casa, gli hai chiesto che ti cambiasse le chiavi della porta blindata. "Costa troppo", ti ha risposto. Non ti credeva.

Era questo il punto. Non ti credevano. Non ci hanno mai creduto, Anna.

Non hanno creduto a me, quando chiedevo aiuto alle forze dell'ordine perchè tuo padre mi picchiava. "C'è sangue signora?" mi ha chiesto una volta un agente quando ho telefonato. "No, non c'è sangue" risposi incredula. "Allora non possiamo intervenire. Faccia la brava con suo marito". Io non ero cattiva, però. Lo giuro. Cercavo di piacergli. Alzavo muri fra me e il mondo per non vedere che c'era altro, che si poteva vivere in maniera diversa. Sopportavo perchè credevo di farlo per te e tua sorella.

"Non hanno creduto a te, mamma. Non crederanno a me", dicevi.

Poi il sangue c'è stato. Una, due, dieci volte. Quante... non ricordo nemmeno. Ricordo solo che avevo tua sorella piccolina in braccio coperta di sangue. Del mio sangue, per gli schiaffi che stavo prendendo. E lì, finalmente, ho capito. Quell'immagine di tua sorella insanguinata mi ha fatto dire basta. Quella volta era il mio sangue, la volta successiva sarebbe potuto essere il suo.

Ho detto basta. Ma era tardi. Non per me. Era tardi per te.

Tu, coraggiosissima bambina mia, che a tre anni ti mettevi fra me e tuo padre per difendermi.

Lo so, bambina. Non si può raccontare la tua storia se non si racconta la mia. E' per questo che mi sento in colpa. Perchè io lo so. L'ho sempre saputo, ma non volevo ascoltarmi.

Però, bambina, cosa avrei potuto fare?

A 19 anni mi sono ritrovata sposata e sono andata a vivere in una città che non era la mia, lontana dalla mia famiglia. A 20 sei arrivata tu. E poi le torture.

Le sue.

Se tornano dal lavoro con 10 minuti di ritardo era un problema. "Mi vuole troppo bene", mi dicevo. Poi erano botte. Mi picchiava nei posti in cui non si vedeva.

"Mi vuole troppo bene", mi ripetevo. Non ci credevo più. Ma non sapevo cosa fare. Ero isolata, non avevo amicizie. Mi sembrava un delitto denunciare il padre di mia figlia. E' andata avanti così per 11 anni. C'erano giorni terribili e altri che chiamavo "giorni buoni". Perchè in quei giorni mi insultava solamente e io mi rinfrancavo: "Oggi è un giorno buono. Non mi ha picchiata. Forse smette".

Non ha smesso fino a quando non mi ha mandato all'ospedale. Il sangue c'era. Tanto. Finalmente mi hanno creduto. Era troppo tardi, però. Troppo tardi per te.

L'ho capito quella notte. Forse l'ho sempre saputo, anche se non avrei mai immaginato che tu te ne andassi prima di me. Perchè tu mi rassicuravi. Eri forte, Anna. Mi hai sempre protetto.

Ti giuro, bambina mia, vorrei essere al tuo posto.

Vorrei che finisse questo dolore.

Ma lo sai che non posso.

C'è tua sorella. Antonella cresce bene. La vedo serena, nonostante tutto. Solo io capisco quanta sofferenza abbia dentro ancora da elaborare. Non riesce a pronunciare bene la lettera A in alcune parole. Anna, Antonella, Ada, il mio nome, Antonio il nome di tuo padre. A.

C'è un uomo nuovo accanto a me che mi fatto capire che la violenza non ha niente a che vedere con l'amore. Ci sono i bambini a cui insegno. Devo andare avanti.

Tante cose le ho capite. Non capirò, invece, mai l'odio di tuo padre verso di me. E, di conseguenza, verso di noi. Fino all'ultimo mi ha guardato con occhi di odio. " Ci sarebbe dovuto essere un altro al posto di Anna, disse il giorno dei funerali. E la gente lo rincuorava perchè pensava che si riferisse a lui. Io lo so, però, che si riferiva a me. Ma non l'ho detto. Non mi avrebbero creduto.

Altre cose le ho capite, invece.

Questi uomini violenti, tuo padre, quel ragazzo che t'ha ammazzato, non sono matti. No, Anna. Sono normali. Solo che non vogliono perdere. Non vogliono perdere il loro potere su di noi.

Un'altra cosa che ho capito è che la violenza subita ti segna a lungo, forse per sempre. Ancora oggi provo un brivido lungo la schiena se mi accorgo di aver usato la pentola sbagliata, di non aver cambiato l'asciugamano sporco. Eppure sono libera da più di 10 anni.

E l'ultima cosa che ho capito è che tu sei morta perchè non hai riconosciuto il pericolo. Perchè con il pericolo tu ci hai convissuto così a lungo che è diventato abituale, usuale. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Per noi quel pane era la violenza.

Non ho mai voluto parlare con nessun giornalista, ma adesso è il tempo di farlo. Voglio dire a tutte le donne, a tutte le persone che possono farci qualcosa, agli uomini che vogliono essere dei padri e dei compagni amorevoli che i bambini e le bambine non devono crescere in un ambiente violento. Per tanti motivi ma, soprattutto, perchè non riconoscono più la violenza come un pericolo.

Le nostre bambine non devono pensare che la violenza sia la normalità. Devono crescere libere e avere il diritto a progettare la loro felicità.

(testo raccolto ed elaborato da Vanna Ugolini)

Pubblicato in Fotoracconti

Pubblichiamo il resoconto dell'iniziativa del Siulp Umbria insieme all'associazione Margot, per attuare una serie di iniziative che diano risposte concrete per arginare il fenomeno della violenza alle donne

 

"Novantatre poliziotti delle questure di Perugia e di Terni hanno aderito, il giorno 25 u.s. al corso di formazione , che si è tenuto alla questura di Perugia, per acquisire strumenti e conoscenze che li rendano maggiormente in grado di affrontare le richieste d'aiuto da parte di donne vittime di violenza.

 

Un primo concreto passo, voluto dalla  Questura insieme all'associazione No Profit Margot,  una rete di esperti impegnati nella lotta contro la violenza di genere e ogni altra forma di discriminazione, nella direzione di mettere in atto una serie di interventi e di buone prassi da parte di tutte le parti sociali, per affrontare il problema della violenza alla donne che drammaticamente colpisce anche l'Umbria. 

I

l seminario è stato tenuto dalla prof.ssa  Giannini  Anna Maria , Direttore dell’Osservatorio sulla legalità e la sicurezza e ordinaria di psicologia  all'Università La Sapienza di Roma, dalla Dott.ssa Francesca Baralla  psicologa dell’Univesità La Sapienza ed dal Dott. Angelo Biondo della Direzione Centrale di Polizia Criminale, è stato strutturato con una serie di interventi che hanno riguardato le dinamiche psicologiche che favoriscono la violenza in  famiglia e  l’approccio degli operatori delle Forze dell’Ordine con persone che hanno  subito violenza.

 

Nel pomeriggio l'evento, organizzato dal Siulp Umbria e dall'associazione Margot ,si è aperto alla cittadinanza, trasferendosi alla sala Goldoniana dell'Università per Stranieri con un convegno a cui hanno partecipato il rettore prof. Giovanni Paciullo il Questore di Perugia Dott. D’angelo Nicolò la Prof.ssa Anna Maria Giannini ed il Dott. Angelo Biondo.

 

Il tema della violenza alle donne è stato declinato in ogni suo aspetto. Comunicazione e consapevolezza le parole d’ordine per combattere e sconfiggere il fenomeno. Durante tutti gli interventi è stata evidenziata la necessità di mettere in atto una serie di interventi di prevenzione che vanno da corsi che aiutino le donne ad acquisire la consapevolezza del proprio valore e a dare loro la forza di denunciare episodi di violenza di cui possono essere vittime, alla rialfabetizzazione dei giovani e giovanissimi in un'ottica di genere.

 

Per quanto riguarda, invece, le modalità con cui affrontare l'emergenza del fenomeno della violenza alle donne, le tante richieste di aiuto e far emergere un sommerso che sicuramente esiste, il convegno si è concluso con la richiesta di costituire una filiera virtuosa che coinvolga istituzioni, associazioni, parti sociali interessate a lavorare insieme per dare risposte efficaci alle donne che fanno richiesta. Della filiera dovrebbero far parte le forze dell'ordine, che vanno formate per dare risposte più efficaci alle richieste d'aiuto delle donne in difficoltà, il Pronto soccorso, con la costituzione di un Codice rosa, una sorta di codice riservato alle donne che arrivano al Pronto soccorso con lesioni, il cui trattamento va fatto da personale specializzato in grado di capire quale sia la reale origine del danno fisico riportato dalla donna, il reparto di Ostetricia e Ginecologia, i medici di base, la stessa magistratura, per la costituzione di un pool di magistrati specializzati in indagini che riguardino maltrattamenti e violenze in famiglia. 

 

Il Siulp e l'associazione  Margot si impegneranno per collaborare con tutte le istituzioni, associazioni e parti sociali che vorranno lavorare in questa direzione

Pubblicato in Le parole degli altri

 “Bozza dell'intervento al convegno "Codice rosa: vincere la paura". Perugia, sala Goldoniana università per Stranieri, 25 giugno 2013, ore 16

 

"(…) sentivo che ci staccavamo e subito usciva fuori il mio nervosismo latente. Qualsiasi occasione era buona per riprenderla, per offenderla. A rivedermi adesso, dall’esterno, a pensare agli ultimi tempi passati con questa persona, mi rendo conto che lei poteva avere paura di me. …(…)

 

"il conflitto cresce, è una escalation, è come salire una scala, un gradino alla volta e arrivi lassù e, quando arrivi lassù o ti fermi o fai quel salto lì, quel salto comporta che fai del male a un’altra persona, a tuo figlio, a te e a tutti gli affetti che ti girano intorno, dopodichè rimettere assieme tutti i pezzi della vita diventa veramente difficile….(…)”

 

“Ho capito che la violenza mina anche la tua persona, oltre a rovinare il rapporto con gli altri. Non è facile fare questo passaggio, perché una donna è disposta a chiedere aiuto alle strutture, un uomo è molto più cieco in queste cose. Un uomo deve cadere nel mare per imparare a nuotare, un uomo deve arrivare a toccare il fondo e io sono dovuto arrivare a questo per mettermi in discussione. L’uomo, quando ha conquistato un rapporto si siede, la donna è sempre in evoluzione, la donna va avanti e l’uomo resta fermo. E quando si è troppo distanti l’uomo non riesce più a raggiungerla, si sente inferiore, usa la parte dove è superiore, la forza fisica, la violenza. L’uomo è convinto che sia una forza, ma in questo caso diventa una debolezza, perché è la dimostrazione che non riesce a reggere il confronto con la donna.”

 

“Ho capito che la percezione della violenza è diversa da uomo a donna. Un gesto che , magari, per me non era significativo in termini di violenza, per la mia compagna era molto, molto significativo”.

 

“ L’uomo, quando diventa aggressivo nei confronti della propria donna, della propria compagna, ha dentro di sé paura, ha una grande paura. Io avevo paura di rimanere solo, mi rendevo conto che il rapporto con la mia compagna andava male e non sono stato in grado di gestire la situazione diversamente. In quei momenti non hai la capacità di comprendere, sei come disarmato, non sei in grado di gestire la situazione ed è così che nascono le violenze. E’ come se si spegnesse la luce”.

 

Parole di uomini per spiegare la violenza alle donne. Parole, tratte dal libro “Se questi sono gli uomini” di Riccardo Iacona, da cui non possiamo prescindere se vogliamo veramente capire le ragioni che hanno scatenato in questi anni una vera e propria carneficina nei confronti del genere femminile.

Perché la violenza alle donne non è (solo) un problema di sicurezza, non è (solo) un problema di polizia, di repressione, ma soprattutto un problema legato ai cambiamenti delle relazioni di coppia che va gestito e supportato. Se non partiamo da questo, se non ci rendiamo conto di questo non potremo mai mettere in atto una serie di interventi efficaci che diano veramente dei risultati soprattutto prima che questi fatti avvengano.

 

L’Umbria, come sono solita dire, non si è fatta mancare nulla in tema di femminicidi e le nostre strade sono ancora insanguinate dagli ultimi due fatti orribili che sono accaduti nei giorni scorsi.

 

Ma c’è stato un episodio tragico che, secondo me, è la spia, il segnale, l’allarme rosso, di quanto in questa regione bisogna veramente cominciare a fare presto, a mettere in atto una serie coordinata di servizi e di inziative, ma, soprattutto, una rivoluzione culturale in questo senso. Mi riferisco all’omicidio di Alessandro Polizzi per opera, almeno stando a quanto ha stabilito la polizia fino ad ora, del padre di un suo rivale.

Se allarghiamo il campo, se vediamo cosa c'è intorno a questo ragazzo-guerriero ucciso e alla sua fidanzata, riusciamo a distinguere una generazione che i mass media in Umbria non avevano mai intercettato. Un generazione di giovani del tutto simile alle compagnie che si formano fra ragazzi nelle periferie delle metropoli, che gravitano intorno a certe palestre, cultori del corpo e dell'onore, che non esitano a risolvere certe questioni con i fatti piuttosto che con le parole.

L'ex fidanzato di Julia, Valerio, nelle ore in cui lei e il nuovo compagno subivano l'assalto di un killer, era in ospedale, col naso spaccato e pieno di lividi, per un pestaggio subito pochi giorni prima. Un pestaggio a cui avevano partecipato tre ragazzi e, secondo la denuncia, come mandanti, proprio Alessandro e Julia, che, stando a quanto ricostruito dalla polizia, erano presenti mentre gli altri tre ragazzi picchiavano. .

 

Che cosa fa pensare questo episodio, cosa fanno pensare questi comportamenti? A ragazzi, capaci di compiere grandi gesti, come Alessandro che difende e salva Julia, ma a cui mancano le parole, che faticano a declinare, ad esempio, l'amore in dolcezza, nostalgia, libertà, oppure la rabbia in dolore, attesa, confronto, chiarificazione, ma che incanalano, questa rabbia, come un micidiale esplosivo, nel corpo, fino a che questo non esplode in manifestazioni violente. Una generazione nascosta tra le pieghe di una città di provincia, di cui tutti dobbiamo ascoltare l’urlo di dolore e di rabbia.

 

 

Credo, come ho detto, che non dobbiamo prescindere da questi elementi per mettere in atto una serie di interventi significativi che incidano veramente su questi comportamenti.

 

Un altro elemento che voglio aggiungere per completare questo quadro l’ho raccolto pochi giorni fa a un altro convegno che si è tenuto a Perugia sul tema “Uomini violenti: prevenzione e recupero”.

 

Vorrei riportare tre concetti dell'intervento di uno psicoterapeuta Giacomo Grifoni, che lavora con gli uomini maltrattanti, che decidono di entrare in terapia

 

Il primo è che la violenza alle donne è un fenomeno che spiazza, che lascia indifesi, perché è trasversale, ne sono protagonisti uomini e donne di ogni ceto sociale, livello culturale. I

 

l secondo punto è che essere uomini violenti, per quanto possa essere un comportamento che ha le radici in un passato difficile, è comunque una scelta. Si sceglie di essere violenti. E per questo si può scegliere di smettere di esserlo.

 

Il terzo punto è che, ha sostenuto questo psicoterapeuta nel suo intervento,  molti uomini, circa il 20-30 per cento, prima di diventare violenti si sono affacciati ai servizi sociali per altri problemi: ad esempio sono stati utenti del Sert, oppure del servizio alcolisti anonimi o sono stati in psicoterapia. Si sono rivolti ai servizi per altri problemi, ma, in qualche modo, hanno provato a chiedere aiuto. Dobbiamo quindi chiederci quanto i nostri servizi siano attrezzati non solo per dare risposte a determinati problemi, ma anche quanto riescano a "captare" i reali problemi delle persone che si rivolgono ai servizi.

 

Credo che nell’affrontare il problema della violenza alle donne non possiamo prescindere nemmeno da questo. Perché è vero che le donne devono acquisire la consapevolezza del proprio valore, come già è stato detto negli interventi che mi hanno preceduto, devono trovare la forza di denunciare e di rompere un legame malato e violente con il proprio compagno, ma, dall’altra parte, devono esserci delle istituzioni e dei servizi in grado di dare delle risposte efficienti ed efficaci, altrimenti la donna resterà comunque sola e, magari, sarà costretta, come purtroppo spesso accade a passare dal calvario di una vita di umiliazioni a un altro calvario: quello di un percorso giudiziario lungo e difficile, della solitudine in cui ricostruire la propria vita.

 

Che cosa fare, a livello nazionale, per invertire la tendenza di questo drammatico fenomeno, ce lo ha già detto l’Onu, in una relazione presentata il 25 giugno del 2012, che ha messo in evidenza le luci e le ombre di quanto l’Italia stia facendo e non facendo su questa tema.

Molto si può fare anche a livello di comunità locale.

 

Per questo è necessario mettere in atto una serie di iniziative a diversi livelli, che siano efficaci nell’immediatezza di un evento acuto, di una emergenza, ma che anche che lavorino in direzioni di azioni di prevenzione.

 

Dell’importanza che i servizi siano capaci di captare le richieste di aiuto di uomini e donne abbiamo già detto.

 

Un altro punto importante potrebbe essere una sorta di rialfabetizzazione dei giovani  proprio su questo tema, con il loro coinvolgimento diretto. Non basta lasciare alla buona volontà di qualche preside che apre la scuola a interventi contro la violenza di genere: le scuole vanno coinvolte in maniera continuativa, arrivando a creare una nuova generazione di cittadini consapevoli e informati su questi temi che interessano direttamente la loro vita. Su questo progetto bisogna crederci, deve diventare un percorso con i ragazzi che si svolge negli anni, in cui i giovani vengono cooptati e integrati all'interno di una progettualità di ampio respiro.

 

E' importante avere la consapevolezza che è necessario fornire strumenti moderni e il più completi possibili ai ragazzi e alle ragazze per poter interpretare la complessità della società in cui vivono e in cui diventeranno adulti.

 

Quando una donna è vittima violenza siamo tutti sconfitti, non solo la donna che subisce violenza e a volte purtroppo perde la vita. Siamo sconfitti noi, come genitori che non abbiamo aiutato i nostri figli in una crescita consapevole, è sconfitto l’uomo, che ha perso la possibilità di avere un rapporto di coppia equilibrato, affettivo, pieno.

 

Dopodichè rimettere insieme tutti i pezzi di una vita è veramente difficile, diceva uno degli uomini intervistati da Iacona.

 

E certamente non possiamo prescindere dal fatto che è necessario far fronte in maniera costruttiva e coordinata alle emergenze.

 

E' necessario costruire, in ogni comunità, una filiera rosa, una filiera virtuosa che metta insieme tutti, istituzioni, forze dell’ordine, medici di base, scuole, parrocchie, associazioni, perché una donna che chiede aiuto trovi protezione.

 

Si può partire dal codice rosa al Pronto soccorso, uno spazio riservato alle donne che arrivano al pronto soccorso, con personale formato che sia in grado di capire cosa c’è veramente dietro la richiesta d’aiuto di una donna, se quel livido all’occhio se l’è fatto cadendo dalle scale oppure se dietro c’è qualcos’altro.

 

E poi ci vogliono forze dell'ordine in grado di accogliere le denunce: le donne che dopo anni di violenze subite trovano il coraggio di andare a denunciare non possono più trovarsi di fronte forze dell’ordine che non sono in grado di distinguere tra una lite in famiglia e la violenza continuata in cui vivono troppo spesso le donne, non possono sentirsi più dire “Signora, cosa ha fatto a suo marito per farsi ridurre così”. Non si può lasciare al caso, non può essere una questione di fortuna andare a denunciare e trovare qualcuno in grado di capire la gravità della situazione: questo è un diritto e deve essere garantito. Sette donne su dieci uccise per mano dell’uomo avevano denunciato, sette donne su dieci si sarebbero potute salvare. Rimandarle a casa senza prendere nel modo adeguato la denuncia e senza mettere in atto meccanismi di protezione significa contribuire a mettere a rischio la vita di quella donna. Questo bisogna che sia chiaro a tutti.

 

Poi ci vuole un posto dove queste donne possano trovare ospitalità. L’Umbria, penultima regione in Italia, si sta adeguando in questi giorni a creare una serie di strutture, una rete di case di protezione e di centri antiviolenza.

Io spero che questo progetto vada in porto e sia efficiente, spero che ci sia il coraggio di farlo funzionare al meglio, di riuscire a creare di posti in cui le donne possano essere accolte e protette, di colmare questo ritardo gravissimo, in una regione segnata così tragicamente e profondamente da lutti per violenze in famiglia. Bisogna bruciare i tempi.

 

Non è più il tempo di fare statistiche su quante donne hanno fatto accesso ai centri, su quante richieste d’aiuto ci sono state. E’ il tempo di fare statistiche su quante donne sono state salvate, su quante donne sono riuscite a ricominciare a vivere con pienezza la propria vita.

 

Nemmeno la magistratura può essere lasciata fuori da questa filiera virtuosa: Nei primi nove mesi del 2012 a Terni sono andati a sentenza 9 processi che riguardavano violenze alle donne. Bene, di questi processi, cominciati molto tempo prima, solo due si sono conclusi con la condanna dell'imputato per il reato per il quale era stato denunciato. Solo un marito violento è finito in  carcere. Negli altri casi le donne avevano ritrattato, avevano ammorbidito le loro accuse, erano, a volte, tornate a vivere con il proprio carnefice, perchè non avevano possibilità di sostenersi economicamente – un’ altra forma di violenta diffusissima – perchè avevano paura di perdere i figli. Una delle donne che aveva denunciato era scomparsa. I tempi della giustizia non sono compatibili con i tempi della vita e la voglia di ricominciare di queste donne.

 

Una donna che decide di interrompere il calvario con un uomo violento, lo ripeto, non ne può cominciare un altro, con un percorso giudiziario insostenibile.

 

E ricordiamoci degli uomini, del loro bisogno di riconoscere la violenza, di dare un nome alla violenza per poterla capire e per poter scegliere di non essere più uomini violenti.

 

Queste cose non sono così lontane dalla portata delle iniziative che si possono mettere in campo anche a livello locale, attraverso una collaborazione fra istituzioni, forze dell'ordine, sistema sanitario associazioni e vanno a costruire solo la base, una piccola barriera contro la violenza, in questo paese dove, comunque, sono ancora le vittime a dover scappare a dover stravolgere la propria vita mentre i carnefici troppo spesso sono liberi.

Pubblicato in Le mie parole
Lunedì, 20 Maggio 2013 08:21

Femminicidio, l'origine della parola

Fino a poco tempo fa non conoscevo l'origine della parola femminicidio. Mi sembra interessante condividerla.

 

"Il termine Femmicidio (femicide) è stato diffuso per la prima volta da Diana Russell che, nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing, attraverso l’utilizzo di questa nuova categoria criminologica, molto tempo prima di avere a disposizione le indagini statistiche che ci confermano ancora oggi questo dato, “nomina” la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna». “Il concetto di femmicidio si estende aldila' della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.”

La teoria di Diana Russell diviene universalmente nota ed utilizzata da numerose scienziate per analizzare le varie forme di femmicidio (delitto d’onore, lesbicidio, ecc.).

(Fonte: http://femminicidio.blogspot.it/ )

Spiega l'avvocato Barbara Spinelli in un articolo sul sito www.corriere.it, per il blog la 27esima ora: "Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne commessi da parte di partner o ex partner, stiamo parlando anche delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali, e stiamo parlando pure delle donne uccise dall’Aids, contratto dai partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività, delle prostitute contagiate di Aiids o ammazzate dai clienti, delle giovani uccise perché lesbiche…

Donne che sono uccise solo perchè sono donne e hanno voluto, dimostrato, di volere un percorso di vita autonomo".

Questo termine si rifà a episodi di violenza estremi, che sono avvenuti nel 1992 a Ciudad Juvarez, una città ai confini tra il Messico e l'America. In questa città con la complicità della polizia e delle istituzioni 4500 sparirono e un migliaio vennero struprate. Da allora un gruppo di uomini e donne coraggiose, studiosi, giornalisti, criminologi, cominciarono a sollevare il problema, a parlare di femminicidio. Una delle attiviste, Marcela Lagarde, riuscì ad essere eletta in Parlamento, fece una commission  d'inchiesta, raccolse dati e riuscì a far conoscere la dimensione del problema, a farlo diventare un problema politico, a far introdurre nel codice penale il reato di femminicidio. E' stata questa battaglia che ci ha consegnato nome, che, oggi, in Italia, è diventato abbastanza consosciuto.

Barbara Spinelli sull'argomento ha scritto un libro, "Femminicidio. Dalla denuncia al riconoscimento giuridico internazionale". Franco Angeli Editore

Pubblicato in Le parole degli altri