Le mie parole

Che sollievo sentir parlare Rossano Ercolini, il maestro elementare di Capannori (Lucca, Toscana, Italy!) arrivato sul tetto del mondo, vincitore del Goldman Environmental Prize, 2013, un italiano scelto per il suo impegno a favore dell'ambiente, tra i candidati di tutta Europa. Sì, perchè il premio viene dato a sei persone ogni anno, sei "super green", uno per ogni regione continentale. La Fondazione Goldman ha voluto premiare Rossano Ercolini, poiché “quando sentì parlare dei progetti di edificazione dell’inceneritore nel suo Comune, ritenne di avere la responsabilità, come educatore, di proteggere il benessere degli studenti e di informare la comunità in merito ai rischi dell’inceneritore e alle soluzioni per la gestione sostenibile dei rifiuti domestici del paese”, come si legge nella motivazione del premio. "Rossano Ercolini è stato premiato per l’Europa per il suo impegno nel promuovere il progetto Rifiuti Zero. È questo un grande riconoscimento a tutto quel vasto tessuto di associazioni, comitati, movimenti e comuni che negli ultimi quindici anni ha diffuso capillarmente, in Italia e in Europa, la teoria e la pratica di Rifiuti Zero. Il prestigioso riconoscimento ricevuto da Ercolini renderà più forti le battaglie contro gli inceneritori e per Zero Waste in Italia e in Europa”, ha commentato dagli Stati Uniti Patrizia Lo Sciuto, coordinatrice di Zero Waste Italy.

Allora non tutti gli ambientalisti sono spariti, non tutti sono finiti fagocitati da improbabili alleanze, sepolti sotto le scartoffie di qualche assessorato di seconda fila, stremati dall'ennesima protesta contro ecomostri, cementificazioni selvagge, centrali nucleari. Rossano Nicolini è entusiasta, "adesso con questo premio chi ci ferma più?", ricorda i suoi inizi nel movimento del "Sole che ride", i Verdi che alla fine degli anni '80 scesero in politica, seguendo l'onda lunga del movimento anti nuclearista, nato dopo il disastro di Chernobyl, ma soprattutto progetta quello che farà nei prossimi giorni. 

 

Intanto, però, come ha fatto l'America a scoprirla? 

 

San Francisco e Capannori sono le due eccellenze nel movimento Rifiuti Zero: i contatti con l'America sono tanti e frequenti, abbiamo voce in capitolo nel movimento. Le buone pratiche e l'esperienza di Capannori (ha il record di differenziata, circa 82 per cento, ma non solo) sono un luogo ben visibile per chi si occupa di questi temi. Poi, probabilmente, ha colpito anche il fatto che sono un maestro elementare, una persona normale che, però, può fare la differenza. Inoltre, con l'esperienza di Capannori, siamo riusciti a trasformare una storia locale in un network nazionale. Per chi segue la questione dei rifiuti, noi siamo conosciuti fin dal 1994, quando ci battemmo contro la costruzione di un inceneritore in provincia di Lucca e vincemmo. Da lì ci cominciammo a muovere, facemmo diverse battaglie e man mano ci siamo fatti conoscere.

 

Quindi lei ha cominciato con il movimento del "Sole che ride", a fine anni '80.

 

Sì. Siamo stati anche gli unici verdi in Italia, a essere buttati fuori dal movimento. Fu Luigi Manconi a farlo, nel 1997, formalmente, perchè eravamo contro gli inceneritori. Noi ci presentammo lo stesso alle elezioni con la lista "Ambiente e futuro" e lo slogan "Non bruciamoci il futuro". Eravamo e siamo per dare messaggi positivi. Ci si può divertire a battersi per il pianeta. E' una opportunità.

 

A Capannori avete il record della raccolta differenziata e del riciclo. Riuscite a recuperare circa l'80 per cento dei rifiuti. Ma non vi limitate a questo. Studiate cosa c'è nel 20 per cento che non si recupera. Così cercate soluzioni per il riciclo anche di quello. E vi confrontate con le aziende che producono oggetti non riciclabili perchè cambino il loro modello di produzione. Ma è sicuro che si può stare senza inceneritori?

 

Certamente. La risposta ce la danno l'Olanda o la Danimarca, che hanno grossi impianti di incenerimento e comprano rifiuti a prezzi bassissimi pur di farli funzionare. Sì è arrivati al paradosso, in quei casi, per cui bisogna produrre rifiuti perchè gli inceneritori siano economicamente convenienti.

A San Francisco si recupera l'80 per cento dei rifiuti, a Capannori l'82 per cento. Quello che rimane, si stabilizza, si studia e poi si può ancora recuperare: ci sono nuovi macchinari che lo permettono. Il caso più eclatante è stato lo studio che ha fatto il nostro centro di ricerca, per separare il caffè dal suo contenitore, in accordo con le aziende produttrici di cialde. Ma ci sono tante altre buone pratiche che abbiamo messo in atto. Ad esempio noi ora siamo in contatto con una piccola azienda di Occhiobello, in provincia di Rovigo, che lavora, cioè lo scarto di pulper. Prima nella piana di Lucca volevano fare l'inceneritore, ora sono in grado di fare manufatti in plastica con materiali riciclati.

A Marzabotto c'è un industriale, Claudio Tedeschi, che ha acquistato una parte di area industriale e monta 500 lavatrici al giorno recuperando i pezzi dalle lavatrici.  Stiamo lavorando contro lo spreco alimentare. Quello che è riciclabile e compostabile non va in discarica.

Gli inceneritori, invece, sono contro le buone pratiche.

 

Finalmente economia ed ecologia non sono più uno slogan, vanno nella stessa direzione?

 

Certamente. L'Ocse prevede che in 25 anni ci serviranno il 75 per cento di materie prime in più. I rifiuti diventeranno sempre più importanti e la filosofia di Rifiuti Zero si "incastra" perfettamente in questo volano economico. In America l'industria del riciclo è quella che dà più posti di lavoro.

 

Cosa ne pensa che movimento della Decrescita felice, che punta molto sul riciclo, recupero, autoproduzione, teorie in parte condivise anche dal manifesto economico del Movimento Cinque Stelle  di Beppe Grillo?

 

Concordo in parte con le teorie di questo movimento, per la parte che riguarda il recupero e il riutilizzo. Noi siamo, però, per la creazione di posti di lavoro, di un progresso di crescita sostenibile, ma comunque di crescita. 

 

Il movimento del Sole che ride aveva un'etica, principi, una filofia di base che sostenevano le azioni "verdi". Pensiamo a Gregory Bateson e all'ecologia della mente, a Alexander Langer, pacifista e costruttore di ponti fra culture diverse o a Gianfranco Amendola, con il suo libro "Nel nome del popolo inquinato". L'ambientalismo degli anni 2000 sembra essere più dominato dalla tecnologia e che il resto si sia perso.

 

"Rifiuti Zero" non parla di rifiuti, parla di comunità. Noi partiamo dal sacco nero per arrivare alla democrazia. Una democrazia delle comunità che poggia i piedi sul territorio. Uno dei pilastri della sostenibilità ambientale è proprio quello sociale. Rifiuti zero è una nuova idea di democrazia che parte dal basso. Anche lo stesso Beppe Grillo riconosce di essere debitore del patrimonio di conoscenze di Rifiuti Zero e del movimento ambientalista. Il nostro è il rilancio di un progetto ecologista che prevede prodotti a chiloemtri zero, spreco zero e così via. Certo, bisogna andare avanti. C'è bisogno di una istituzione che declini le battaglie territoriali in senso più lato e di collegare i saperi informali a quelli formali.

 

Quindi, dopo il premio internazionale, si va avanti. Certo, non avrete la vita facile. Matteo Renzi, che ha buone chance di diventare leader del Pd, dichiara che gli inceneritori vanno fatti e non creano problemi di salute.

 

Firenze sarà la nostra Stalingrado. Ce la faremo.

 

Beh, dopo Firenze, anche l'Umbria è un osso duro da cambiare. Il partito degli inceneritori è fortissimo, anche i sindacati sono a favore, nonostante la raccolta differenziata necessiti di un maggior numero di lavoratori. Pensi che, addirittura, a Perugia, la carta viene raccolta nei sacchetti di plastica e se la metti in quelli di carta non te la raccolgono. E questo nonostante ci sia la Novamont, con sede a Foligno, dove l'ad Catia Bastioli si è inventata la plastica biodegradabile...

 

Questo succede in tutte quelle realtà dove le municipalizzate si sono trasformate in società per azioni. E' nei capoluoghi dove si concentra lo scontro politico. Noi in Umbria siamo entrati a nord e a sud, a Umbertide e Narni. Andremo avanti. Li accerchiamo.

 

In bocca al lupo, dunque a Rossano Ercolini, maestro elementare che, nella sua classe, insegna la matematica facendo calcolare ai bambini quanti alberi hanno salvato e quanta anidride carbonica hanno fatto risparmiare al pianeta con la raccolta della carta e, soprattutto, cerca di far scoprire quanta meraviglia c'è sul pianeta. Ovunque, in un tramonto, ma anche nel sacco nero della spazzatura. Basta saperlo guardare. Da bravo ambientalista, ricevuto addirittura dal presidente Obama, conosciamo già la sua risposta. Viva il lupo. Viva il lupo, Mr Ercolini. 

 

 

Pubblicato in Le parole degli altri

 

 

Jane Goodall, scienziata di fama internazionale, in Umbria il primo e 2 giugno 2013
 
Al teatro Morlacchi di Perugia, il 2 giugno alle 21,  presenterà il suo spettacolo "L'avventura di Jane" 
insieme ai musicisti Gabriele Mirabassi e Wolfang Netzer
 
Jane Goodall incontrerà anche i ragazzi delle scuole di Terni e di Perugia che le tributeranno un omaggio:
un cd che racconta la sua vita cantato dal vivo da un coro di 800 ragazzi
 
L’evento è promosso da Jane Goodall Institute - Italia (Onlus) , Egea SmallPsiquadro – Perugia Science Fest in collaborazione e con il sostegno di Comune di Perugia, Comune di Terni, Arpa Umbria e Università degli Studi di Perugia.
 

Sarà un incontro che conterrà tanti incontri quello con Jane Goodall che arriverà a Terni e Perugia tra meno di un mese, il primo e il 2 giugno. Sarà un incontro con una scienziata ed etologa le cui ricerche hanno contribuito a fare alla scienza grandi passi in avanti negli studi sui primati e sui loro rapporti con l'uomo. Sarà l'incontro con una donna che un giorno, dopo aver lavorato e vissuto per oltre 25 anni nella riserva di Gombe in Tanzania sollevandosi in volo sopra l'Africa, la terra dove ha passato gran parte della sua vita e ha svolto le sue ricerche più importanti, si è resa conto di quanto fosse fragile il pianeta.E ha capito che, se veramente si voleva fare qualcosa per gli animali e l'Africa, bisognava partire dagli uomini, dal dare loro strumenti per vivere in equilibrio con la natura.

 

E' così che Jane decide così di dedicare la sua notorietà e la sua esperienza a scopi umanitari e di difesa della natura ed ora viaggia circa 300 giorni l'anno in tutto il mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi ambientali. Infine, sarà l'incontro con una bambina che sognava di vivere in mezzo alla natura e che è riuscita a realizzare il suo sogno.

Per questo la sua presenza in Umbria lascerà sicuramente un segno nelle persone che la conosceranno e che si spera capiscono l'importanza di conoscere questa superstar dell'ambientalismo che sale sul palcoscenico facendo il verso delle scimmie e che coinvolge tutte le persone che le stanno intorno con la sua passione e la forza con cui Jane sostiene che il mondo si può modificare, che si possono invertire le rotte, e che non sarà necessario  aspettare a lungo. Non a caso il suo ultimo libro si chiama "Cambiare il mondo in una notte".

 

La presenza della Goodall in Umbria è stata fortemente voluta da Francesca Rossi, musicista di Egea Small che ha coinvolto Irene Biagini, di Psiquadro, una associazione che si occupa della divulgazione scientifica ai bambini e ai ragazzi. Due donne che hanno unito le loro competenze in nome dei bambini e dei ragazzi e perchè l'incontro con la Goodall fosse un'occasione per conoscerne la vita, condividerne le emozioni, entrare in sintonia con lei e con il suo delicato e complesso mondo. 

Tutto il programma dettagliato degli incontro che Jane Goodall farà in Umbria sono elencati nel sito http://www.jane-goodall-inumbria.it/.

 

Il metodo che sta alla base della due giorni umbra è quello di far avvicinare bambini e ragazzi con una serie di incontri, al mondo di Jane. Per questo ci saranno visite ai musei  e incontri divulgativi. In queste ore, poi, 800 ragazzi delle scuole elementari di Perugia stanno imparando i testi di un cd preparato appositamente per l'evento, in cui viene raccontata la vita di Jane, con testi e musiche originali. L'unica produzione italiana di questo genere. La scienziata si vedrà quindi circondata da un maxi coro di bambini e porterà in giro per il mondo anche un piccolo pezzetto di un'Umbria che le ha fatto un regalo così speciale.

 

A conclusione della sua permanenza in Umbria Jane Goodall salirà sul palcoscenico del teatro Morlacchi per portare il scena il suo spettacolo "L'avventura di Jane". Uno spettacolo che la vedrà protagonista, accompagnata da Gabriele Mirabassi al clarinetto e Wolfang Netzer alla chitarra e in cui racconterà se stessa unendo la forza delle parole alla poesia della musica e alla suggestione delle immagini.

 

 

Pubblicato in Fotoracconti
Risponde in una giornata in cui dice di essere di umore nero e anche un po' annoiato. Ne vengono fuori risposte vere, mai banali, che (mi) fanno riflettere. Devis Bonanni oggi ha 29 anni e da circa 6 anni ha deciso di lasciare una vita agiata e tappezzata di sicurezze per fare il contadino e il montanaro. Soprattutto per mettersi a cercare un modo di vivere che lo facesse sentire in sintonia con se stesso e con gli altri. E ci ricorda che esiste non solo il progresso scientifico, ma anche quello spirituale. Queste sono le sue parole. 
 
Cosa ti ha spinto a lasciare la tua vita di ragazzo normale, con un percorso di studi, un lavoro, una famiglia benestante e a iniziare quasi una traversata in solitario verso un modello di vita completamente diverso, in cui vige una sorta di capovolgimento dei valori sociali più comunemente riconosciuti?


Probabilmente la pancia piena. Chi non ha vorrebbe avere. Io potevo avere tutto quel che la middle class garantisce - anche qualcosa di più.
Quello che non avrei potuto mai avere da questa condizione era l'avventura, la passione, la scoperta. Cent'anni fa Levi Strauss girava tra i primitivi del Mato Grosso rischiando la pellaccia e litigando con i buoi che portavano l'attrezzatura dell'antropologo. Io mi sono accontentato di molto meno: qualche nottata al freddo, il mestiere del contadino da imparare, viaggi in bicicletta. Cose così.
 

Se ho capito bene, la tua scelta di vivere in montagna non è un ritorno al passato ma il tentativo di un modo di vivere oggi, nella contemporaneità, in maniera diversa. Dopo questi anni sei ancora felice della tua scelta?


Si, più che felice sono sereno e ogni giorno non manco di trovare riscontri e meraviglie nella passione che mi lega alla mia condizione di montanaro e contadino. Il grande fardello è invece la responsabilità di non vivere una vita automatica, di valutare giorno dopo giorno le proprie scelte e convincimenti, e le proprie incoerenze.

Questa è una società che sicuramente ci condiziona, non solo nelle scelte economiche, ma, probabilmente, arriva anche a condizionarci in quello che desideriamo, nei sogni, nei progetti di vita. Cercare di vivere in sintonia con noi stessi, di capire quello che desideriamo, che siamo, è sicuramente un modo per riappropriarci della nostra umanità. Questa, però, è anche una società che ha fatto grandi progressi e scoperte nel campo della tecnologia, delle scienze, della medicina. Ci sono state scoperte fantastiche, dagli antibiotici, al Dna, al bosone di Higgs. E tutto questo grazie a un sistema di produzione che,  ha permesso di fare investimenti nella ricerca. Inoltre questo sistema, pur con grandi disuguaglianze su scala planetaria, garantisce un livello di istruzione e di tutela sanitaria, ad esempio, come mai nella storia dell'uomo. Non credi che se , per ipotesi, tutti adottassimo il tuo sistema di vita, tutti i diritti e le garanzie che oggi ci sembrano acquisiti (ma non lo sono), verrebbero minati?


Ti rispondo con una domanda: c'è mai stata una rivoluzione per tutti e di tutti? I cambiamenti sono sempre stati graduali e non a gradino, l'umanità si è sempre aggiustata un poco alla volta. La mia esperienza è personale, al massimo può essere un indicatore di trend ma non è fatta per fare statistica, per essere adottata ora qui e ora ma per stimolare la riflessione.
Non sono contro la scienza. Piuttosto provo a ricordare che esiste un progresso civile e - soprattutto - spirituale. A cosa vale fare balzi da gigante in campo tecnico se ciò non è accompagnato da uno sviluppo del nostro essere uomini pensanti?

 
 La tua scelta, ho letto, è stata condivisa da una ragazza, con cui hai una relazione. Se o quando avrai un figlio credi sia giusto imporgli un modello di vita così diverso rispetto a quello che avrebbero gli altri bambini che lui frequenterebbe?


La pubblicità ha come vittima prescelta il bambino. E' un grosso problema. Conto sul fatto che quando diventerò padre non avere la tivvù in casa e portarsi pane e marmellata per la ricreazione sarà di gran moda. Scommettiamo?

Non pensi che il tuo modello di vita, se ti rimette in equilibrio con te stesso e la tua interiorità, limiti, però, una parte della tua crescita? I soldi non servono solo per comprare oggetti, ma anche per viaggiare, per una migliore istruzione, per la conoscenza.


Pensare in termini di soldi è la deformazione che ci è stata imposta dalla macchina economica. Io suggerisco di pensare in termini di risorse. Ti faccio un esempio al contrario: ogni primavera ospito venti persone a gruppi di tre. Si lavora nei campi, si mangia assieme, ci si scambiano esperienze e conoscenze: chi viene in treno spende qualche decina di euro in biglietti, io faccio una spesa di venti euro che - assieme alle cose autoprodotte - basta per cinque o sei giorni ad un gruppo di quattro persone. C'è un boiler a legna per l'acqua calda e la stufa per cucinare. Non sono forse queste esperienze di arricchimento culturale, gioia e viaggio? Con i soldi di una notte in hotel viviamo qualcosa che uno Sheraton non potrà mai offrirti: umanità. Allora cito Thoreau: "a tutti non serve tanto qualcosa con cui fare, piuttosto qualcosa da fare". Poi i soldi servono ma devono rappresentare solo un mezzo e non un fine. I soldi non esistono in quanto tali, esistono nel momento in cui mettono in relazione le persone. E che relazione fare con questo strumento è una nostra scelta.

 
Raccontami la tua giornata.


Ovviamente dipende dalla stagione. Anche qui l'umanità si è allontanata dalla natura del proprio corpo. Oggi (domenica 28 aprile ndr) mi sono alzato alle sei e mezza e sono andato nei campi. Ma d'inverno non mi alzo mai prima che faccia giorno. Si lavora quanto è necessario, si fanno le cose che servono. Vuoi sapere le ore? Anche dieci in un giorno per non contare poi che per farmi una doccia non basta che giri una manovella ma devo accendere un fuoco. Ma conta così tanto quando lavoro e tempo libero, passione e necessità sono un tutt'uno?

 
Cosa vedi nel tuo futuro?


Mi piacerebbe togliermi di dosso questa smania tutta occidentale di ragionare per obiettivi e cose da fare. Mi piacerebbe imparare a rimanere fermo in casa quando fuori piove senza per forza possedere una giacca in goretex per andare in bicicletta nonostante tutto.

 
A cosa non hai rinunciato e a cosa non rinunceresti mai?


Forse il vino. E' dura pensare di star sobri tutta la vita. Ogni tanto c'è bisogno della sconsiderata gaiezza dell'alcol. Comunque mi sto attrezzando: ho appena piantato sedici barbatelle di vite trentina fatte apposta per il nostro clima. Se tutto fa bene tra tre anni faccio la prima bottiglia - sarà imbevibile ma sarà mia!

 
Ho visto il tuo intervento in una trasmissione televisiva in cui indichi la strada del ritorno alla terra come una possibile risposta alla disoccupazione, una sorta di ammortizzatore sociale. Credi che sarebbero importanti delle leggi che favorissero questo ritorno alla terra per i giovani?


La terra dovrebbe essere solo e soltanto di chi la lavora. Se avessi qualche potere espropierei tutti i terreni incolti e li darei in mano a giovani di buona volontà. Poi farei una legge per trasformare le grandi aziende agricole in cooperative: è una vergogna che una cosa che Dio ha donato agli uomini diventi mezzo per creare disparità e sfruttamento del lavoro altrui.

 
C'è posto per l'impegno sociale nella tua vita?


Francamente al momento no. Sono ancora molto individualista.

  
Come vedi la politica oggi dal tuo osservatorio speciale?


La politica non esiste. L'unica politica che esiste è la nostra condotta. Il resto sono scuse buone perché ci vien facile dare la colpa agli altri. Abbiamo i governanti che ci meritiamo.Ma ci è concesso un potere enorme nell'era del mercato globale: il nostro consumo. Diminuiamolo, reindirizziamolo, autoproduciamoci ciò che ci è possibile, rinunciamo ogni tanto a consumare. Questo farebbe veramente paura, altro che qualche protesta di piazza.

Denis Bonanni ha scritto un libro sulle motivazioni della sua scelta, Pecora nera, edito da Marsilio.

Dopo aver letto e riletto le sue risposte penso che, in realtà, quelle domande le ho fatte prima di tutto a me stessa. Quello che cerchiamo negli altri, molto spesso, è quello che non riusciamo a trovare dentro di noi.

 
Pubblicato in Le parole degli altri

Ci sono piccoli incontri ma di grande valore, se il loro peso si misura in legami, confronti, tentativi di capirsi e di mettersi in gioco. E' successo al bosco didattico di Ponte Felcino il 27 aprile, durante un "Incontro per sensibilizzare e conoscere le problematiche della violenza sulle donne - Seminiamo ed educhiamo alla vita". L'incontro, organizzato da Luigina Abbenante, ha portato al tavolo dei relatori rappresentati delle istituzioni e dell'università che si sono messi al servizio dei ragazzi delle scuola media Bonazzi-Lilli di Ponte Felcino: Mauro Volpi, professore dell'università di Perugia, Claudia Matteini, giudice del tribunale di Perugia, Letizia Tomaselli, vice questore, Nilo Arcudi, vice sindaco, insieme alla dirigente scolastica Paola Avolio. Dalla Costituzione alle leggi che tutelano la differenza di genere, dalla spiegazione di cos'è lo stalking ai consigli per evitare di fare brutti incontri, soprattutto con persone conosciute su internet, l'incontro è servito a dare degli strumenti, ai ragazzi e alle ragazze, per guardare al problema della violenza alle donne, ma anche ai rapporti e delle relazioni fra loro, da altri punti di vista. A far capire che la violenza non è solo uno schiaffo: c'è la violenza del silenzio, la violenza economica, quella psicologica e quella assistita, ad esempio quando un bambino o un ragazzo sono costretti ad assistere ad atti di violenza su uno dei propri familiari.

 

Un incontro che è stata un'apertura al mondo della la scuola, per affrontare temi che fanno parte della vita delle persone e che non si imparano sui libri di scuola, ma con la conoscenza dei propri diritti e un progressivo cambiamento nelle relazioni fra ragazzi e ragazze, fra uomini e donne. Anche un incontro, però, che ha messo in luce la difficoltà che ha la scuola a far fronte ai grandi cambiamenti, che spesso i professori si trovano ad affrontare da soli, quando si ritrovano sui banchi ragazzi che arrivano da tanti parti del mondo, con le loro culture, il loro modo di vedere la vita e, spesso, la difficoltà ad inserirsi socialmente, ad essere seguiti da genitori che lavorano per ore fuori casa. 

 

Ci sono tante scuole che si ritrovano sulle barricate, con sempre meno strumenti e la necessità, per compiere appieno il mestere di educatore, di riuscire a comunicare con ragazzi e ragazze portatori di culture diverse e di dar loro gli strumenti per integrarsi in un contesto non sempre accogliente. Una sfida troppo spesso silenziosa e molto complessa, che ben pochi, fuori dalla scuola, stanno raccogliendo. "Ogni giorno affrontiamo problemi diversi  - spiega la dirigente scolastica Avolio, motivatissima preside che si fa carico dei ragazzi, conosce ogni situazione, prova  a dare risposte  - dalla ragazza che, in estate, torna al suo paese e viene promessa in sposa, alla famiglia che non accetta che la propria figlia si integri con le altre ragazze italiane. Alle famiglie, soprattutto italiane, dove il padre ha perso il lavoro, non se ne fa una ragione e diventa violento. Per contro, a volte, vediamo classi multietniche dove i ragazzi hanno tutti un marcatissimo accento perugino e questo ci fa ben sperare". Ma in questo complesso e complicato processo, troppo è lasciato alla buona volontà di dirigenti e professori volonterosi e ben poco alla progettualità sociale. E così, a volte, prende lo sconforto anche ai più motivati. Racconta una insegnante:_"Noi, a scuola proviamo a insegnare, a dare delle regole e a stare vicino ai ragazzi. Ma poi all'una la scuola chiude...". E quello che i ragazzi trovano fuori, non sempre è in sintonia con quanto succede in aula. 

 

 

Pubblicato in Le mie parole

Forse li abbiamo già dimenticati quei visi scavati dalla vita e quei nomi che oggi suonano in disuso. Romeo, Anna Maria, Giuseppe. Eppure le loro vite, finite dentro il buio della solitudine e del dolore, dovrebbero continuare a farci riflettere. Nelle foto Romeo e Anna Maria, la coppia di Civitanova Marche che si è uccisa perchè si vergognava di chiedere aiuto e Giuseppe, il fratello di lei, che non ha trovato alcun motivo per vivere da solo, senza di loro, compaiono con sorrisi fragili, quei sorrisi che coprono imbarazzi, insicurezze, con cui, quasi, ci si vuole scusare se di dà troppo fastidio, se si è fuori luogo e fuori tempo. Fuori luogo si sono sentiti certamente, come attrezzi di un'epoca che non c'è più. Ancora più fragili perchè legati alla vita da fili sempre più sottili, perchè sempre più incapaci di capire, decodificare il linguaggio di un mondo frenetico e stizzito. Perchè non capivano e non riuscivano a far capire il loro, fatto di piccoli gesti quotidiani di affetto, ordine,  quel vivere la vita a lettere minuscole, ogni giorno sempre le stesse. Tutti avevano passato i 60 anni, Romeo era esodato, aveva perso il lavoro proprio quando il traguardo della pensione era stato spostato più avanti. Quel tempo era diventato un buco nero da cui non sono riusciti a risalire.

Dopo la loro morte c'è stata la caccia al colpevole, si è cercato il nome, il simbolo da additare e abbattere. In realtà la vita sospesa di Romeo è il simbolo di uno Stato che sta perdendo i pezzi, che dimentica i diritti di intere fasce di popolazione, lasciandole sole davanti a meccanismi inceppati, senza farsene più carico. L'ordine delle priorità è impazzito o determinato da valori economici e non più sociali. In questo momento di grande confusione è come se nessuno fosse più in grado di rimettere in ordine, di rideterminare il giusto peso di tutte le cose. 

Pubblicato in Le mie parole

Ciao guerriero.

 

Con queste parole una generazione di ventenni ha salutato Alessandro, 24 anni, ucciso dal colpo di una vecchia pistola, affogato nel sangue che allagava i suoi polmoni mentre lui cercava di difendere Julia, la sua ragazza, dalla furia inspiegabile di un assassino incappucciato.

 

L'Umbria, Perugia, si svegliano, ancora una volta, insanguinate, ma questo è un delitto che lascia, forse, ancora più sgomenti. In queste ore la polizia sta cercando di chiudere il cerchio dei sospetti, e fare delle ipotesi non sarebbe giusto e, anzi, sarebbe solo azzardato. Sono state emesse due informazioni di garanzia nei confronti dell'ex ragazzo di Julia e del padre di lui, ma potrebbe trattarsi anche solo di un fatto tecnico, per poter fare accertamenti investigativi che, poi, potrebbero dare esiti nulli. Quello che colpisce è altro e basta quello che è emerso per farsi delle domande.

 

Giovedì sera, sullo sfondo di anonimi palazzi di periferia, si sono raccolti decine e decine di ragazzi, ventenni, amici della vittima e della ragazza. Ragazzi con il viso distrutto, che non riuscivano a rendersi conto di quello che era accaduto al loro amico, a un ragazzo come loro. Un'immagine di dolore e di sgomento che, però, sarebbe potuta essere scattata ovunque: in una qualunque periferia di una qualunque città, da Bergamo a Trapani. Non c'era un segnale che, istintivamente, indicasse che quella era la periferia di Perugia.

 

Quei ragazzi non riuscivano a farsi una ragione di quanto era accaduto.

Perchè questo omicidio non lascia vie di fuga, non concede ragioni. Non ci sono scappatoie.

 

Non ci si può "scaricare" la coscienza pensando, come purtroppo accade, che siamo di fronte a (baby) gang di ragazzi immigrati che portano qui modalità di comportamenti tipici di altri paesi del mondo. Non possiamo inquadrare questo omicidio in uno scenario di criminalità e regolamenti di conti mafioso, quindi comunque qualcosa fuori dal cerchio della società civile nè, come è accaduto per i tre morti del Broletto, confinarlo alla sfera della malattia mentale.

Quel ragazzo che è morto sotto i colpi di una violenza estrema sarebbe potuto essere il figlio di ciascuno di noi. A rendere sgomenti è anche altro. E' la violenza, la mancanza di pietà, l'accanimento dell'assassino sulla vittima e poi sulla ragazza, forse salva, oltre che per il coraggio del fidanzato, anche perchè l'arma si è inceppata.

 

Se allarghiamo il campo, se vediamo cosa c'è intorno a questo ragazzo-guerriero e alla sua fidanzata, riusciamo a distinguere una generazione che i mass mediain Umbria non avevano mai intercettato. Un generazione di giovani del tutto simile alle compagnie che si formano fra ragazzi nelle periferie delle metropoli, che gravitano intorno a certe palestre, cultori del corpo e dell'onore, che non esitano a risolvere certe questioni con i fatti piuttosto che con le parole.

L'ex fidanzato di Julia, Valerio, nelle ore in cui lei e il nuovo compagno subivano l'assalto di un killer, era in ospedale, col naso spaccato e pieno di lividi, per un pestaggio subito pochi giorni prima. Un pestaggio a cui avevano partecipato tre ragazzi e, secondo la denuncia, come mandanti, proprio Alessandro e Julia, che, stando a quanto ricostruito dalla polizia, erano presenti mentre gli altri tre ragazzi picchiavano. Anche questo un episodio da verificare nei dettagli, ma intanto Valerio, in ospedale c'era finito malconcio.

Che cosa fa pensare questo episodio, cosa fanno pensare questi comportamenti? A ragazz, capaci di compiere grandi gesti, come Alessandro che difende e salva Julia, ma a cui mancano le parole, che faticano a declinare, ad esempio, l'amore in dolcezza, nostalgia, libertà, oppure la rabbia in dolore, attesa, confronto, chiarificazione, ma che incanalano, questa rabbia, come un micidiale esplosivo, nel corpo, fino a che questo non esplode in manifestazioni violente. Una generazione nascosta tra le pieghe di una città di provincia, il cui urlo di dolore, adesso, sgomenta tutti. 

 

Pubblicato in Le mie parole

westUna relazione scritta nel 2004, per il progetto West, buone pratiche contro il traffico e la tratta di esseri umani. Attualissima, purtroppo, anche oggi.

 

Etica della comunicazione e prostituzione

Comunicare il sociale

 

 

 

La mia esperienza professionale si è svolta quasi interamente in redazioni di provincia che io ritengo siano un osservatorio privilegiato per capire il fenomeno della prostituzione, in quanto, nelle piccole città la prostituzione non si può nascondere come in quelle grandi, non si può mettere ai margini e la gente incontra e si scontra con questo fenomeno molto più di frequente e sotto le più diverse forme.

La mia convinzione, che si basa sulla mia esperienza, è che, ancora oggi, non si siano colti appieno i cambiamenti che caratterizzano la prostituzione e che questo sia un problema grandemente sottovalutato ad ogni livello istituzionale, dal Parlamento alle amministrazioni locali. Se questo comportamento, da un lato è comprensibile per una serie di motivi che cercherò di spiegare, dall’altro rappresenta un ritardo che deve essere assolutamente colmato se non ci vogliamo trovare davanti ad un fenomeno che diventa incontrollabile dal punto di vista della criminalità e del controllo del territorio; se non vogliamo perdere quelle condizioni di vivibilità e di coesione sociale che fanno della provincia o, almeno, di una certa provincia, un luogo in cui rimane alto il livello di qualità della vita.

Ma anche se non vogliamo essere solo spettatori e, in parte complici, di cambiamenti epocali segnati da violenza e da discriminazione nei confronti dei soggetti più deboli.

 

 

 

 

Comunicare in un’epoca di cambiamenti

 

Scrivere, fare comunicazione in questo contesto, non è semplice perché, per capire e far capire veramente cosa c’è sotto la superficie di questi mutamenti, bisogna fare un lavoro continuo di ricerca e, soprattutto inventarsi delle categorie nuove, dei paradigmi nuovi per decodificare e poi comunicare i cambiamenti.

 

Non è facile, perché siamo dentro trasformazioni che, probabilmente,  non siamo ancora in grado di capire e quantificare e, soprattutto, non siamo in grado di prevedere che svolgimento avranno.

Per fare un esempio, in questo momento, mentre noi parliamo, sono al lavoro centinaia di migliaia di ricercatori in tutto il mondo. Se li sommassimo, scopriremmo che ci sono più cervelli che stanno studiando in un solo momento, oggi, di tutti quelli che ci sono stati dalla preistoria fino all’epoca industriale. E con che mezzi a disposizione.

Soprattutto, siamo entrati in una nuova era, un’epoca in cui la mappatura del Dna ha aperto una strada che sta spegnendo l’era del fuoco, quel fuoco che il mito attribuisce acceso da Prometeo e che ha segnato tutte le civiltà esistite fino ad ora, per aprire le porte all’era delle biotecnologie.

Questi cambiamenti, questa rivoluzione, naturalmente, non rimangono confinati solo in ambiti scientifici. Scrive l’economista americano Jeremy Rifkin che <in poco più di una generazione il nostro concetto di vita e il significato dell’esistenza saranno radicalmente modificati. Le vecchie e collaudate ipotesi sulla natura, compresa la natura umana saranno completamente ripensate. Molte delle più arcaiche abitudini riguardanti la sessualità, la riproduzione, la nascita, la paternità e la maternità potrebbero essere parzialmente abbandonate. Saranno ridefinite anche le idee di uguaglianza e democrazia al pari di nozioni come “libero arbitrio” e “progresso”. Probabilmente cambieranno anche il nostro senso di società e la coscienza di noi stessi, come già successe agli albori del Rinascimento, nell’Europa medievale di più di settecento anni fa>.

 

Le nuove migrazioni

 

Accanto a questi cambiamenti, stiamo assistendo anche un’altra rivoluzione epocale, più immediata e che affrontiamo quotidianamente, e di cui, indirettamente e parzialmente, ci rendiamo conto  ogni giorno, mentre camminiamo, mentre ci guardiamo intorno, nelle nostre città, che è quella della ripresa delle grandi migrazioni, in seguito ai cambiamenti socio-politici che sono avvenuti nel mondo.

Queste migrazioni, però, hanno caratteristiche diverse, rispetto a quelle di cui anche noi italiani siamo stati protagonisti nel secolo che si è concluso.

Intanto, oggi, al contrario del secolo scorso, ci sono molte donne che migrano, che lasciano la propria casa e, spesso, anche dei figli molto piccoli, per spostarsi a cercare quel lavoro e quel benessere che nei loro paesi manca. I migranti, poi, partono senza la speranza di andare a conquistare un territorio ancora parzialmente inesplorato, ma sanno già che dovranno trovare spazio in una società ristretta, collaudata, rigida e, spesso, molto poco accogliente.

 

Le nuove schiavitù

 

Un paradigma, un modo di comunicare le cose da un punto di vista nuovo vuol dire anche capire e far capire questo nuovo contesto. Molti dei migranti, poi, soprattutto le donne, ma anche i bambini, partono già dopo aver subito violenze di ogni genere, sia fisiche sia psicologiche, in condizioni tali che, dopo decenni che non succedeva, i magistrati, anche nelle nostre città, hanno ricominciato ad applicare il reato di riduzione in schiavitù. Molti di questi migranti, dunque, sono  donne schiave. E’ incredibile che questo possa succedere nella nostra epoca, è incredibile che questo possa accadere nelle strade delle nostre belle città ma è così.

E’ tanto incredibile che la gente stenta a crederci.

Ma in che modo potremmo chiamare, altrimenti, una persona che parte da casa propria, spesso venduta dalla famiglia, e che arriva dopo viaggi terribili, fatti a piedi, su camion, gommoni, carrette del mare, rischiando di morire, (come poi spesso succede), vive sotto minaccia sia fisica sia psicologica e non ha più nemmeno un nome?

Riuscite a immaginare se vostra figlia, una giovane madre, una vostra sorella una mattina se ne andasse per trovare lavoro e, invece, scomparisse, diventasse un fantasma senza identità, che vive dall’altra parte del mondo, senza documenti, senza conoscere la lingua, subendo continuamente violenza?

Io credo che sia difficile anche immaginarla una cosa del genere, credo sia difficile solo immaginarlo un dolore del genere e voglio pensare che una parte dell’indifferenza che spesso riscontro nella gente quando si scrive o si parla di prostituzione, dipenda anche da questo. Non riteniamo possibile che questo possa succedere. Non ci possiamo credere perché sono cose che non appartengono alla nostra vita e pensiamo che non esistano in altre parti del mondo.

Io sono solita paragonare lo sgomento che dà guardare da vicino questo fenomeno, farsi carico, per empatia, del dolore che tanti sconvolgimenti provocano, alla sensazione di disorientamento di quando assistiamo ad eventi naturali catastrofici. Ci sentiamo impotenti, impauriti e, se possiamo, cerchiamo di evitare di pensarci, di cambiare canale, si sintonizzarci su qualcosa che riusciamo meglio a comprendere e a gestire.

Ma è anche vero che non crediamo anche, perché, a volte, è più comodo pensare così.

 

Comunicare il cambiamento: dal più antico mestiere del mondo alla moderna schiavitù

 

 Per questo, riportiamo il problema della prostituzione alle categorie che conosciamo fino ad ora, che sono, più o meno, quelle che si riferiscono “più antico mestiere del mondo”.

Per questo la richiesta che veniva fatta anche ai giornali era quella di risolvere il tema della prostituzione in termini di problema di decoro e di viabilità. In questo caso comunicare, fare informazione, è significato dare voce sì a queste proteste, ma smascherare  la   superficialità e, tutto sommato, anche l’ipocrisia che c’era dietro questo modo di pensare. Comunicare è stato un lavoro di approfondimento da un lato e di allargamento dall’altro. Approfondimento dei problemi che certi quartieri in particolare dovevano affrontare e allargamento del fenomeno prostituzione. Articolo dopo articolo, notizia dopo notizia si è cercato di parlare di prostituzione da diverse angolature, dando ogni volta qualche particolare in più, fornendo informazioni sempre più allargate sul fenomeno e su tutti gli aspetti connessi a questo. Per cui abbiamo parlato di clienti, di interessi economici che girano intorno a questo fenomeno. Abbiamo cominciato a parlare di racket, di sfruttamento.

Insomma, il lavoro è stato quello di creare il quadro entro il quale si sviluppa la prostituzione.

A Perugia, il fenomeno della prostituzione ha dimensioni molto grandi. Capire il perché di questo non è semplice. E’ vero che a Perugia c’è benessere e, quindi, c’è gente che può spendere soldi. E’ vero che la posizione geografica dell’Umbria favorisce gli arrivi, che c’è una università per stranieri. Ma è anche vero che, forse, in Umbria la presenza delle prostitute è così diffusa (una notte, uscendo con la Volante, ne contai io personalmente 350. Adesso la prostituzione su strada si è un po’ ridotta ma è aumentata quella in appartamento. Comunque in certi momenti la presenza di prostitute è arrivata ad essere attorno al migliaio, in pratica c’erano più prostitute che medici di base) anche perché c’ è un tessuto urbanistico che ne favorisce la presenza. Perché c’è una periferia cresciuta disordinatamente, con tantissimi appartamenti sfitti. E che, fra l’altro, non sono relegati a decine e decine di chilometri di distanza dal centro della città o dai luoghi di “lavoro, ma, anzi , quest’ultimo è raggiungibile con molta facilità. Introdurre anche questi elementi è importante per conoscere i confini del fenomeno.

Certo a Perugia contro il racket della prostituzione si è lavorato molto e c’è stato anche il tentativo, durato poco ma di qualche efficacia, di forzare la legge Merlin e considerare i clienti cone persone che favorivano il racket, in quanto prendevano e accompagnavano sul luogo di lavoro la prostituta. C’è stato poi il Comune che si è costituito parte civile contro gli sfruttatori e questo è una strada di grande civiltà e un segnale forte che è stato molto apprezzato.

E’ chiaro, comunque, che questo fenomeno crea insicurezza nell’immediato e anche problemi di criminalità nel lungo periodo. Dalle indagini, fino a questo momento, è emerso che i soldi guadagnati con la prostituzione, in parte vengono reinvestiti in droga e armi, poi in immobili nei paesi d’origine. Ma potrebbe anche succedere che le prossime generazioni decidano di investire qui e, quindi, di riciclare il denaro comprandosi pezzi di città. Sono tutti elementi che vanno introdotti nella comunicazione, pur essendo consapevoli che non va sottovalutato il problema del signore che non riesce ad arrivare a casa per il traffico che di notte impedisce, di fatto, la viabilità nelle strade.

 

 

Il denaro puzza

 

Una volta, parlai a lungo con una persona che era stata arrestata per favoreggiamento della prostituzione, perché affittava le case ai protettori o a clandestini. Parlare con lui mi fece molta impressione perché lui per tutta l’intervista non cercò altro di convincermi che tutte le donne erano consenzienti, che guadagnavano moltissimo e che mai avrebbero fatto un altro lavoro perché non avrebbero mai rinunciato a tanto denaro. Poi, durante la conversazione, si comprò una pizza e qualcosa da bere e pagò la consumazione con monete da dieci centesimi perché i clandestini che facevano i lavavetri e dormivano da lui gli pagavano l’affitto in monetine. E, mentre pagava, lui mi spiegava che tutta questa gente guadagnava moltissimo. Lui era convinto che quasi che fossero dei privilegiati perché non pagavano le tasse. E, in un certo senso, si considerava un loro benefattore, perché forniva loro un tetto.

Bene, comunicare il sociale vuol dire anche avere il coraggio di dire che non è vero che il denaro non puzza. C’è de denaro che puzza, eccome, che ha l’odore della violenza e della paura e che non va accettato. E nessuno deve essere complice.

Non chiudere gli occhi davanti a tanta violenza e a tanto dolore significa anche non creare delle sacche in cui certa gente trovi spazio per alimentare e guadagnarci da tanta violenza e da tanto dolore. Significa, ad esempio, non concedere cambiamenti di destinazione d’uso a locali senza finestre, non fare diventare i garage dei mini appartamenti, dei locali in cui solo gente disperata e senza nome può accettare di abitare.

Comunicare su questo argomento può voler dire, quindi, anche andare controcorrente. E far sentire tutti le voci che sono fuori dal coro. Perché se la prostituzione è, in parte, un fenomeno accettato, a meno che non sia troppo visibile e non dia troppo fastidio, è anche, perché c’è una ricaduta economica sul territorio. C’è gente che, indirettamente, ci guadagna: dagli albergatori, agli affittacamere, ai taxisti che portano le ragazze dalla frontiera nelle varie città a cui sono destinate.

  Proprio qualche giorno fa ho intervistato un magistrato che conduceva le indagini su un omicidio, una sorta di vendetta fra bande rivali di albanesi appunto per questioni di donne da fare prostituire. La sua analisi del problema era sostanzialmente questa: in questi anni le armi degli investigatori si sono sostanzialmente affilate, le condanne sono diventate più dure, c’è stata una maggiore presa di coscienza del problema. Secondo questo magistrato era invece la città che non era stata all’altezza dei cambiamenti che stavano avvenendo e citava un record negativo che riguardava Perugia: era una delle città in cui c’èra la maggiore percentuale di modifiche di destinazioni d’uso di abitazioni con sanatoria. Una legalità ai limiti dell’illegalità che, però, alla fine, sommata a tante altre (come gli affitti in nero, una periferia sempre più urbanizzata in maniera massiccia, etc), crea un tessuto favorevole allo sviluppo della prostituzione.

 

 

 

Il linguaggio, i tempi

Comunicare vuol dire anche trovare il linguaggio giusto per farlo, vuol dire fare un lavoro sui termini da usare per parlare in maniera diversa della prostituzione. Come chiamiamo queste donne costrette a vendersi sui marciapiedi? Meretrici, prostitute, lucciole o schiave, vittime? Come chiamiamo gli uomini che le costringono a vendersi? Papponi, protettori, o criminali, malavitosi che fanno parte del racket dello sfruttamento. Va fatto un lavoro anche sui termini che non è facile, perché trovare un equilibrio tra la necessità di far capire in un titolo alla gente quello di cui stiamo parlando, il rispetto per il dolore di queste persone, la gravità del fenomeno di cui stiamo parlando. Giovanni Maria Bellu, che ha scritto un libro su un naufragio dimenticato, 283 clandestini che morirono nelle acque davanti a Portopalo in Sicilia e che nessuno, per anni, ha voluto vedere, fino a quando lui non ha ripreso i resti della nave e dei cadaveri con una telecamera subacquea, ha fatto proprio un lavoro sul linguaggio per descrivere la tragica odissea di queste 283 persone, con una particolare attenzione a non cadere nella retorica e a rendere loro la dignità che tanti resoconti frettolosi definiscono in maniera scontata e, a volte, oltraggiosa. Un esempio per tutti: li chiama spessissimo usando la parola migranti, che rende bene la vastità del fenomeno, il loro spostarsi lento, a volte senza meta, più verso un destino che verso un luogo fisico.

 

 

Forse la cosa più semplice e più vera è chiamarle per quello che sono, donne violate, donne vendute che arrivano dall’altra parte di un mondo dove la povertà rende forse una scelta inevitabile il piegare la testa a tutto questo.

 

Ma il problema della comunicazione, del linguaggio, non riguarda solo il modo di esprimersi dei giornalisti. La parola comunicare deriva dal latino “cum + munus”, che vuol dire rendere partecipi gli altri del proprio patrimonio. Bene, non è facile per molti altri attori del sistema della comunicazione, per molte altre fonti, farsi capire. La comunicazione di molti altri enti pubblici e, in realtà, spesso inesistente o fatta male.

Intanto il linguaggio delle amministrazioni pubbliche è un linguaggio burocratico, che deve essere tradotto e decodificato e che non è mai diretto. Non è un linguaggio per l’esterno ma quasi sempre per gli addetti ai lavori, per l’interno. E su questo punto, invece bisognerebbe lavorare. Inoltre, anche quando si cerca di comunicare con l’esterno qualcosa lo si fa troppo spesso con tempi o modi che non sempre combaciano con quelli dei mezzi di comunicazione. Intendersi, dunque, non è sempre facile. Un discorso analogo si può fare con il linguaggio e, soprattutto, con i tempi del sistema giudiziario. Un’inchiesta dura mesi, anni,  ma, soprattutto, passa tantissimo, spesso troppo tempo prima di arrivare ad una sentenza definitiva. Tempo in cui si consumano vite, storie, tempo in cui le condizioni cambiano e, magari, quando si arriva al processo, le ragazze che devono testimoniare sono sparite, sono tornate al proprio paese o non si sa più dove sono.

E’ un problema rilevante, questo della comunicazione della cronaca giudiziaria perché la certezza della pena, la certezza che certi meccanismi funzionano è importante per dare fiducia alle ragazze che vogliono denunciare i propri sfruttatori.

E’ difficile spiegare loro che, magari, la persona che hanno denunciato è fuori per un cavillo burocratico. Fare comunicazione nel settore della cronaca giudiziaria vuole dire riuscire a mantenere sempre vivo il filo del processo, anche quando si perde tra le pagine dei fascicoli o negli scatoloni degli uffici. E non è facile. 

 

 

 

Storie di vita

 

Dalla ricerca dei termini più appropriati al modo di raccontare: dai resoconti delle conferenze stampa ai racconti delle donne, alle storie di vita. Questo è un altro passo in avanti dell’etica della comunicazione in questo settore.

Esempi (Tania Bogus, l’operazione Girasole etc)

 

Raccontare le storie di vita vuol dire far capire che queste persone non sono dei fantasmi lontani da noi, che non provano sentimenti, che non soffrono perché, magari, hanno lasciato dei figli. Vuol dire raccontare la loro vita, i loro abiti, i loro sogni e le loro paure. Far sì che non ci siano più alibi, che non sia più possibile dire “non li vediamo, non sappiamo chi sono”

 

La notizia dentro la notizia

Sempre Bellu, nel suo libro cerca di spiegare come la notizia di questo naufragio fantasma non sia stata mai raccolta con il risalto che meritava dai giornali. <Esistono notizie che hanno la disgrazia di confondersi, di diluirsi nel tempo, di perdere, in questo modo, la propria forza. Diventano come malati terminali nell’ospedale da campo dell’informazione planetaria. Non vale la pena occuparsene, ci sono nuove urgenze. Così, a volte, gli archivi dei giornali non sono più i luoghi della memoria, ma i sepolcri di tragedie dimenticate. E, come si sa, è raro che qualcuno vada a deporre un fiore su una tomba senza nome>.

Io dico anche che esistono notizie che corrono lungo strade larghe e certe, lungo le autostrade dell’informazione, altre che, per arrivare alla gente devono percorrere sentieri tortuosi, strade bianche, senza avere alcuna alcuna facilitazione, alcuno sconto. Perché, magari, sono notizie che sembrano meno clamorose, meno scintillanti. Perché sono notizie che danno fastidio a molti, o anche a pochi, ma a quelli giusti, quelli che contano. Perché i giornalisti sono pigri o sono continuamente bombardati da nuovi avvenimenti e hanno sempre meno tempo di verificare le notizie. Dunque preferiscono battere strade conosciute piuttosto che intraprendere cammini sconosciuti, con il rischio di non avere il pezzo pronto e di dover riempire in fretta tutta una pagina bianca.

Ecco, dunque, un lavoro da fare nella comunicazione del sociale. Bisogna cercare la notizia dentro la notizia. Fare un lavoro d’analisi sul materiale raccolto e fare un patto con certe notizie che vuol dire fare un patto con certe storie di vita e, quindi, con persone che, forse, non incontrerai mai fisicamente ma alle quali vuoi rendere ugualmente un tributo: far conoscere la loro storia, non farla dimenticare.

Storie di vita, abbiamo detto.

Per un certo periodo ho pensato che fossero la strada maestra per raggiungere un obiettivo efficace nei lettori, per scuotere la gente, per far capire che c’era stato un cambiamento di passo e che, quindi, bisognava cambiare il modo di vedere le cose. Ma ora non credo più che questo basti.

Italo Calvino, nel suo ultimo libro, “Lezioni americane”, fa una specie di gioco della torre della letteratura e propone un elenco di cose da conservare, luoghi della letteratura da portare con noi nel secondo millennio, che è poi quello che stiamo vivendo ora.  Tra le cose che Calvino salverebbe c’è il concetto di visibilità. Ma quale tipo di visibilità Calvino vuol farci salvare. Non certo la visibilità delle immagini preconfezionate, quanto, scrive, <il passaggio dalla parola all’immaginazione visiva come via per raggiungere la conoscenza dei significati profondi>. <Oggi – scrive ancora Calvino in tempi in cui la televisione cominciava a offrire programmi più o meno dalle 5 del pomeriggio – siamo bombardati da una quantità tale di immagini da non sapere più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi, d’immagini, come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo>.

E Calvino non aveva ancora assistito alle immagini del crollo delle due Torri, a quelle delle teste mozzate in Iraq, al terrore di Beslan. Quello che mi sono chiesta, quando riflettevo su questi concetti, è stato, appunto, se la via di raccontare storie di vita sia ancora così efficace come poteva esserlo alcuni anni fa, quando cominciavamo a scrivere di queste migrazioni. Perché ormai l’orrore, il dolore, le storie di vita, insomma, sono tutti i giorni sotto i nostri occhi e sono talmente drammatiche, epocali, che, forse, potrebbe essere sempre più difficile trovare qualcuno disposto a sentirsi raccontare, a leggere, a mettersi a riflettere e a provare empatia di fronte al dramma di una donna violentata, di una donna che si vende. Non perché questo dolore, questa storia, abbia meno valore, ma perché rischia di perdersi, di mescolarsi al dolore quotidiano, alle immagini di  altro dolore.

 

Allora, che sforzo deve fare la comunicazione, oggi, quale altro passo muovere per non venire meno al suo dovere di far capire quello che realmente sta succedendo?

Forse bisogna uscire dall’incalzare dell’emotività, un’emotività che poi rischia di scaricarsi, di perdere efficacia e capire cosa sta succedendo. Capire perché è vero che tante di queste ragazze arrivano nella parte ricca dell’Europa senza conoscere il loro destino o conoscendolo solo parzialmente. Ma è anche vero che alcune dicono <Meglio prostitute che così povere come eravamo nel nostro paese>. Capire cosa succede in tutta Europa, come reagiscono gli altri di fronte a         questo fenomeno. Capire che responsabilità ha la politica economica di questa parte di mondo in cui viviamo nei confronti di quella che si ritrova povera e che costringe intere generazioni ad andarsene per sperare di trovare delle possibilità di vivere meglio.

Bisogna parlare alla gente, dare loro degli strumenti di conoscenza e di valutazione, a cui fare riferimento quando tira il terremoto e sembra che tutto ci stia crollando intorno  – e questo credo sia la forza del progetto West – per aiutarla a conoscere il problema nelle reali dimensioni e per far capire loro anche tutto il restante quadro di cui ogni città, ogni quartiere non è che un piccola pennellata.

 

 

Tempi storici, tempi sociali, tempi psicologici

 

Con quest’ultimo argomento propongo delle “riflessioni futuriste” sull’argomento. Sono solo dei messaggi in bottiglia, dei pensieri che non sono supportati da mia conoscenze o da un’esperienza personale ma che ritengo possono essere utili per una discussione. Molti anni fa lessi un libro che si intitolava “Tempi storici, tempi biologici” e che in sostanza sosteneva questo: i tempi della storia non hanno niente a che vedere con quelli della natura. Noi usiamo e sfruttiamo la natura senza conoscere le leggi che la regolano, senza rispettarne i tempi di riproduzione e così via e provochiamo così dei danni immensi, inneschiamo dei processi di cui non conosciamo gli effetti né quando si verificheranno. Di una sola cosa possiamo essere sicuri e cioè che, comunque, questo modo di comportarci degli effetti ne provocherà certamente.

Io credo che una riflessione analoga la si possa fare anche per quanto riguarda i cambiamenti sociali che stiamo vivendo. A livello generale sta succedendo tutto molto in fretta, migrazioni, equilibri di potere, guerre, molto più in fretta di quanto interi paesi, economie, sistemi sociali possano adattarvisi in maniera equilibrata.

Ma i cambiamenti stanno succedendo in fretta, troppo fretta, anche per quanto riguarda la capacità di adattamento e di elaborazione del dolore, del cambiamento, di una persona.

E spesso, come detto, avvengono portando dolore, a discapito dei soggetti più deboli. Allora nascono altre domande. Ad esempio come può recuperare una dimensione interiore equilibrata una donna venduta dalla famiglia, stuprata, buttata sul marciapiede? Come può riuscire a elaborare tutto questo dolore, tutte queste violenze, inserirsi in un paese che non è il suo ed è un paese in cui non è certo facile vivere? Qualche tempo fa parlavo con un’assistente sociale che mi raccontava di come stava cambiando il suo lavoro, di come gli interventi nelle famiglie erano sempre più diversificati. Accanto a famiglie italiane sempre più complesse cominciavano a sorgere i problemi anche nelle famiglie degli stranieri che, una volta ricongiunte in Italia, erano sì riunite, ma non certo in una condizione di benessere. E anche il ricongiungimento dei figli non sempre  avviene senza traumi e senza difficoltà. Anche la comunicazione dovrà farsi carico di raccontare questi cambiamenti.

Pubblicato in Le mie parole
Lunedì, 18 Marzo 2013 09:35

Franca Abumen, una morte di scarto

Una morte circondata dal silenzio generale ( dei media e della società civile), una “morte di scarto”: una ragazza nigeriana, vittima del racket della prostituzione, uccisa in un bosco nella campagne umbre. Ancora una volta la vittima è  una donna, straniera, inserita nel circuito della prostituzione, in una terra, l’Umbria, definita dalla Pm Antonella Duchini “meta finale di destinazione della tratta degli esseri umani”. La riflessione, scritta dalla giornalista Vanna Ugolini

E’ così, nel silenzio indifferente, che muore una ragazza di 27 anni. Forse perchè è nera, perchè viene da lontano, perchè era un corpo in vendita, finito con la faccia nel fango e il collo stretto da un laccio nero, che l’ha strangolata fino a toglierle l’ultimo filo d’aria.  Si chiamava Franca Abuman, sorrideva dal suo profilo facebook, in cui spiegava che la cosa che le piaceva di più era farsi degli amici. Si faceva fotografare vicino alle auto dei clienti,  in posa, come se fosse la foto di una vacanza, invece era il luogo dove si vendeva in Umbria, ai confini con il Lazio: una piazzola all’ombra di un cartellone pubblicitario, ai margini di un boschetto dove poi si appartava con gli uomini che la compravano.

L’hanno trovata strangolata e scomposta, terra mossa intorno a lei, perchè probabilmente più di una persona l’ha presa, tenuta ferma e uccisa, in mezzo a rifiuti, fango e sporcizia.  Aveva anche una residenza a Terni, ma a quell’indirizzo non c’era mai andata. In realtà viveva fra Roma e Viterbo e proprio una sua amica l’ha cercata più volte e, alla fine, ha chiamato i carabinieri e un ‘amico’, un uomo di Narni che l’andava a prendere alla stazione di Orte e la portava alla piazzola, località Stifone, già dentro i confini dell’Umbria. In cambio la promessa che non avrebbe avuto bisogno di pagarla. E’ stato lui a indirizzare i carabinieri su quello spiazzo all’ombra del cartellone, dove era rimasta la cenere ormai fredda di un fuoco usato per scaldarsi. Pochi metri più in là c’era lei, già morta da parecchie ore.

 

Un copione già visto altre quattro volte in Umbria in una quindicina d’anni. Franca Aghaboi, nigeriana: colpita in testa con un sasso da un’altra donna e uccisa perchè “colpevole” di aver occupato una piazzola che non le  spettava a Perugia; Natalia Seremet conosciuta come Tania Bogus, 18 anni appena, assassinata a martellate dal suo sfruttatore e da un complice perchè non voleva prostituirsi e sarebbe stata un “cattivo esempio” per le altre, in Valtopina; Ana Maria Temneanu, 20 anni e un figlio di 5 in Romania, strangolata nel suo appartamento a Perugia; Beatriz Rodriguez, 43 anni, ammazzata con un corpo affilato al fianco e poi investita da un’auto, nella piazzola dove lei si vendeva a Perugia.

 

Ora Franca Abumen, 27 anni, nigeriana, forse l’unica morte scivolata via così senza che si sentisse una voce, senza che la sua morte andasse, perlomeno, a finire nella tragica contabilità dei femminicidi. Una morte di scarto. A Terni è stato staccato da pochi giorni lo striscione appeso a palazzo Spada contro i femminicidi, chiuse le manifestazioni contro la violenza alle donne, di cui si parla per qualche giorno intorno al 25 novembre. Pochi giorni fa i carabinieri sono dovuti intervenire in forze, con i vigili urbani e il corpo forestale per una vicenda di cani adottati da un gruppo animalista tedesco e portati in Germania. I militari hanno dovuto denunciare due persone che avrebbero preferito farsi investire dal camion che portava via cinque cani piuttosto che farli partire.

Una vicenda da chiarire, senz’altro, come sicuramente va riconosciuto merito a chi tutela i diritti dei più deboli. Per quella ragazza, nessuna voce, quasi che fosse un destino, il suo, voluto, cercato, inevitabile. Quasi che non ci appartenesse in nessun modo. L’Umbria non è terra immune alla violenza sulle donne: oltre alle cinque vittime del racket dello sfruttamento della prostituzione, tante donne sono state uccise, negli ultimi anni, per mano di mariti, compagni, vicini di casa. Donne di ogni età e di ogni ceto. Anche una bambina, vittima di pedofilia, Maria Geusa e una donna che ne aspettava un’altra, all’ottavo mese di gravidanza, Barbara Cicioni. E poi, poche settimane fa, due bambini uccisi dal padre separato e la scritta “ti amo” sul muro, raffinata ferocia contro una donna che si era separata, un altro ragazzo finito a mattarellate dal patrigno e marito padrone. E nemmeno le statistiche che parlano di violenza dentro le mura di casa, senza arrivare alla morte, vedono l’Umbria salva. Eppure sembra che tutto questo non sia bastato, che non abbiamo ancora imparato che ogni volta bisogna indignarsi, lavorare contro i luoghi comuni, fornire strumenti di tutela di cui ancora c’è grandissima mancanza anche qui.

Dicembre 2012

Pubblicato in Le mie parole
Giovedì, 07 Marzo 2013 10:42

L'altra Perugia, come la immagini?

lightCi sono tante storie scritte che raccontano Perugia. Quelle che descrivono la città da cartolina e quelle che parlano di arte, musica e cultura. Le storie che raccontano del bellissimo centro storico e degli scorci di paesaggi che hanno ispirato pittori e artisti di ogni genere. E poi c'è una storia scritta negli ultimi anni, una storia che parla di criminalità e morte, di spaccio nel centro e di una periferia fatta di sbarre e di spazi anonimi. Ma ci sono anche tante altre storie ancora da scrivere, appena abbozzate negli sguardi delle persone che arrivano da altre parti del  mondo e, ancora, storie tutte da immaginare: quelle sulla Perugia che sarà.

Dopo il video documentario Zbun, in cui i pusher raccontano la loro verità, dopo il libro "Nel nome della cocaina. La droga di Perugia raccontata dagli spacciatori", ora è arrivato in libreria "L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia". Un libro fotografico che racconta della Perugia meno consueta, di spaccio, ma anche di spazi e di tanti destini che si incrociano nello scenario di una città antica e bellissima che si deve preparare al futuro. Un futuro che la sta già attraversando. Il libro, voluto dal Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) di Perugia, contiene le foto di Gianni Vagnetti, con l'editing di Antonello Turchetti, che sono la narrazione per immagini di questo cambiamento in corso, delle storie che si stanno scrivendo adesso.

E' anche, però, un libro collettivo, a cui hanno partecipato cittadini di ogni età, professione accomunati dal fatto di aver seguito il progetto partito con "Zbun" e di amare Perugia. Ne è venuto un libro condiviso, che ha fermato idee e progetti su come i coautori vorrebbero la Perugia del futuro. 

Vorremmo che il progetto del libro fosse solo un punto di partenza e che il confronto sulla Perugia del futuro che vorremmo vivere continuasse qui. Dateci una mano. Raccontateci la storia della Perugia che vorreste, raccontateci altre storie su questa città, sui luoghi che amate, su come sono e come, invece, come li vorreste vedere. Raccontiamo, insieme, la Perugia che vogliamo vivere...

Uno. La città e l'esperienza umana

 

Cosa rappresenta il luogo nell’esperienza umana?

 

E il “locus amoenus virorum feminarumque animum recreat”, il luogo ameno che ritempra lo spirito di uomini e donne, luogo comune letterario ed idealizzato dove la natura si contrappone all’artificio della città e dei suoi spazi ed edifici?

 

Ma la città è il luogo dell’aggregazione, dove l’individuo partecipa all’azione di una comunità ed alla costruzione dei luoghi che la rappresentano.

È allora l’assenza dello spirito della comunità che costruisce la polis, al tempo stesso, icona e causa del degrado del luogo urbano.

E nel vuoto di valori collettivi il singolo, che non può più tornare verso la natura come luogo ideale ormai perduto, abbandona lo spazio pubblico per rifugiarsi in quello privato.

 

Lo spazio urbano pubblico, non solo quello degradato delle periferie, privato di una comunità di cittadini che si riconosce in esso, lo frequenta e, in ultima istanza, lo vive diviene vuoto.

 

Ma il vuoto nell’esperienza umana non esiste, e ciò che è vuoto per l’assenza di una comunità vivente di cittadini viene colmato da una comunità diversa e minoritaria che, semplicemente, se ne appropria e lo usa per i suoi scopi.

 

Per recuperare l’identità del luogo occorre allora ricostruire, o costruire se vogliamo, l’identità etica e culturale della comunità che vive in quel luogo, in modo che questa se ne possa riappropriare.

 

E questa riappropriazione cancellerà ogni possibile uso improprio o abuso.

 

Altrimenti il luogo urbano resterà per sempre perduto per l’esperienza umana.

 

Francesco Masciarelli, architetto

 

Due. La sicurezza bene comune

 

 

Intervista a Sergio Sottani, magistrato, perugino, ora Procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Forlì

 

Quali sono state le cause principali che hanno portato a far diventare Perugia un nodo importanti nel traffico di sostanze stupefacenti?

 

Premesso che il fenomeno della sicurezza ha una portata non solo nazionale ma internazionale, ragionando nel piccolo di Perugia individuo tre cause:

 

Intanto, le scelte di politica urbanistica, che hanno privilegiato la ristrutturazione selvaggia del centro storico, con la creazione di un numero spropositato di unità abitative, spesso di piccole dimensioni, ed hanno ignorato l'esistenza del commercio artigianale, presente in ampie aree del centro storico (non solo Corso Vannucci, ma anche Porta Sant'Angelo) con trasferimento nei quartieri periferici residenziali, di gran parte della popolazione autoctona. La creazione di insediamenti popolosi come, ad esempio, Montegrillo, che oltre a mal giustificarsi, in quanto l'espansione demografica, pur evidente, non giustificava tali realizzazioni, ha alterato la tradizionale struttura stellare della città di Perugia. Senza considerare, poi, alcuni interventi di archeologia industriale (vedi zona Fontivegge) che hanno reso arida e fredda una zona che era il cuore pulsante, industriale, della città; 

 

In secondo luogo, un’altra causa si può individuare nel crollo del capitale imprenditoriale e nella "valorizzazione" della rendita finanziaria, proveniente dal possesso di immobili, soprattutto nell'area centrale. Entrambi i due fenomeni hanno, di fatto, spopolato il centro storico della popolazione perugina, con un forte insediamento della presenza studentesca e straniera in genere: questo ha portato alla distruzione del tessuto storico che, inevitabilmente in una città di provincia funge da collante e da controllo sociale;

 

Va considerata, poi, la mancanza di criminalità indigena, per cui la criminalità si è potuta facilmente accaparrare tutti i settori più lucrosi, segnatamente il controllo della prostituzione ed il traffico di sostanze stupefacenti

 

Cosa si può fare per cambiare direzione?

 

Inevitabilmente la prima risposta è di tipo culturale, ma i tempi sono lunghi. Mi riferisco ad un recupero della dimensione sociale della vita quotidiana, ormai talmente disgregata che in molti condomìni, anche piccoli del centro storico, i condomini non si conoscono tra loro. Quindi un recupero della vita sociale.

 

L’intervento più immediato non può che essere preventivo e repressivo, mediante un controllo capillare del territorio ed in specie del centro storico. Sul punto, l’ottica non può che essere quella della “sicurezza partecipata”, con un coinvolgimento in prima persona dei cittadini, i quali per loro conto devono trovare una pronta attenzione delle forze di polizia alle loro segnalazioni, che abbiano per oggetto situazioni di allarme, sulle quali le forze dell’ordine devono dimostrarsi professionalmente attrezzate per adottare immediatamente una valutazione del rischio concreto, oggetto di segnalazione.

 

 

Tre. Se i luoghi diventano non-luoghi

 

In alcune foto ci sono scorci dei nostri parchi pubblici. Poco frequentati, spesso mal frequentati. Un parco, un luogo pubblico, non lo immagini certo come un luogo pericoloso. Eppure molti dei nostri parchi lo sono, non sono luoghi in cui vi si può passeggiare con sicurezza. Non è questa la funzione socio-culturale per la quale è stato creato un parco. In un parco dovresti poter camminare a piedi nudi. Bisogna far sì che questi luoghi vengano riconquistati e ripresidiati da onesti e liberi cittadini, dai nostri figli.

 

Tommaso Morettini

Amministratore del gruppo facebook Perugia non è la capitale della droga

 

Quattro. Perugia dipende da noi 

 

Perugia è la mia città, sono cresciuta qui e ne vado fiera.

Tante persone non sanno neanche dove si trova Perugia: è conosciuta soprattutto per il delitto Meredith, per l’università per Stranieri e per gli spacciatori che la abitano. Io, però, questa città la amo, perché qui ci vivo bene, perché è una città bellissima, e non scappo, per paura, ma l’aiuto a crescere: in fondo, molto dipende da noi.

 

Arianna

Scuola media San Paolo

 

 

 Cinque. Perugia, così bella, così indifesa

 

 

Ci sono nata, a Perugia. Mi ha visto crescere, io l’ho vista trasformarsi.

Mi dicono che sono troppo giovane per giudicare, valutare, confrontare il prima e l’adesso, ma sono convinta che è la gente ad essere cambiata, e la città con lei.

Abbiamo smesso di vivere la città, di vivere in città, di apprezzarla, di portarci i bambini, di venirci a fare una passeggiata semplicemente per vedere come sta. Continuiamo a pretendere, efficienza, servizi, sicurezza, senza

dare nulla in cambio.

E la città non ce la fa, si sente abbandonata, si è lasciata andare. È quello che ci troviamo davanti oggi, inevitabilmente: una Perugia indifesa e sconsolata.

Se vogliamo riprendercela, dobbiamo ricominciare, banalmente, dalla consapevolezza,

dall’interesse, dall’impegno, dalla partecipazione.
 
Alice Bernardelli - Studentessa universitaria

 

Sei. Un cambiamento da conoscere e guidare

 

Siamo nel mezzo di un grande cambiamento per quanto riguarda la comunicazione,
forse il più grande tra tutti quelli che si sono verificati nel corso della storia. Per milioni di anni abbiamo comunicato guardandoci negli occhi, ora, sempre di più con l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi strumenti che queste offrono, stiamo comunicando attraverso un’intermediazione, a distanza.
Cosa questo porterà è presto per dirlo, ma possiamo pensare che saremo sempre più isolati, solitari.

 

Nei giorni scorsi ho partecipato a un convegno sulle smart city, le città accoglienti, intelligenti. Durante quel convegno si è parlato molto di tecnologie da utilizzare per fare diventare una città accogliente, fruibile. Bisogna, però, capire bene cosa intendiamo, di quale significato vogliamo riempire quelle parole. Farò un esempio, per farmi capire: io non credo che una città sia più accogliente se alla fermata dell’autobus c’è un display che ci dice tra quanto arriverà un autobus. Certo, quel dispositivo è bene che ci sia, ma ci rende la vita più semplice, non rende la città più accogliente.


Quello che manca veramente sono i luoghi d’incontro: bisogna consentire alla gente di incontrarsi in dei luoghi adatti – portatori di valori – per creare coesione sociale.

 

Se noi pensiamo di risolvere il problema dello spaccio solo dando la caccia agli spacciatori che popolano il centro, quegli stessi spacciatori li ritroveremo in periferia. Dobbiamo invece lavorare tutti, ciascuno con le sue competenze, per contribuire a togliere quel malessere, quel disagio che porta le persone a drogarsi. Il problema dello spaccio è enorme, va contrastato a livello internazionale, ma con i giusti sistemi. Ad esempio, in Afghanistan hanno bruciato le piantagioni di papaveri, ma ai contadini non dato alternative: l’anno successivo i contadini hanno ripiantato il papavero.

 

Noi dobbiamo dare le alternative. Noi tutti dobbiamo ricostruire un sistema “umano” non abbandonarci all’invasione dell’etica dell’economia, ma guardare più a fondo alla morale che ci indica l’etica della cura, della cura che valorizza il “patrimonioumano” e “ambientale”, patrimonio declassato di fronte ai valori della dirompente economia sovente speculativa

 

Prof. Maria Antonia Modolo - Medaglia d’oro alla cultura della Presidenza della Repubblica

 

Sette. Gli spazi parlano di noi

 

Segregare gli spazi e circoscrivere gli incontri solo alla cerchia del noto è l’esito di una dinamica di insicurezza. Ma a sua volta moltiplica l’insicurezza. Recinzioni, check-point, barriere, paura, disarticolano la città, la spezzettano
e la rendono fragile. Gli spazi trascurati, quelli off limits, dove nessuno mette più piede, parlano di noi, della nostra incertezza, della nostra difficoltà a pensarci con-viventi nello spazio urbano.
Crescono allora ai margini della città i Non- Luoghi, spazi senza relazioni significative, senza contatto col paesaggio, in un eterno presente fatto di merci e consumi, e le persone diventano spettatrici e consumatrici, compiaciute dell’incontro con una immagine di sé uguale a quella ordinata dall’intrusione
dei media. L’altro è assente.
E ancora. Ai margini dei Non-Luoghi crescono i SuperLuoghi, che sono l’elevazione a potenza, l’intensificazione del Non-Luogo. Spazi artificiali di incontro sociale, luoghi di intrattenimento dove si va e si resta a lungo, con
la famiglia, i coetanei. Nodi portanti del tessuto urbano, ma decentrati, isole nel vuoto. Dove l’umano diventa frammento e si svuota.
E invece.
Sogno una città fatta di Luoghi, dove riconosco identità dinamiche e molteplici nell’incontro e nel confronto con gli altri, luoghi fatti di storie, segni, tracce e trasformazioni, ibridazioni e fedeltà all’originale.
Una città da amare, di un amore attivo, fatto di presenza e di partecipazione, una città che contiene emozioni, stati d’animo, vibrazioni sottili della memoria.
Una città di cui prendersi cura, ciascuno e tutti, una città viva, che si possa ancora trasformare, uno spazio di appartenenza e di legami.
Una città che onori la sua bellezza austera ed elegante, bellezza di pietre e di cieli, di angoli segreti e di piazze aperte sul mondo, di vento e di percorsi mai uguali. Non la bellezza posticcia delle decorazioni, ma quella della cura attenta dei luoghi e delle persone.
Una bellezza capace di scovare e rivelare l’anima profonda della mia città, quella che contiene la misura umana dei passi e delle voci, quella che diventa nostalgia quando ci si allontana, quella che ritrovo e riconosco, con un
respiro più grande, dopo un’ assenza.
Un sogno di città, una città da vivere e da sognare.

 

Rosella De Leonibus - Psicologa

 

Otto. Nel rispetto delle regole

 

La domanda, per un genitore, concerne i diritti e i doveri dei propri figli di poter coltivare la dimensione sociale del quotidiano una dimensione sociale in cui prevalgono categorie diverse da nemici, alleati, clienti, schiavi. Una
dimensione sociale in cui la libertà è fortemente legata alla partecipazione sociale di chi non vuole che dalla paura discenda il razzismo e che l’immigrazione sia confusa con la criminalità ma che non vuole neppure nessun tipo
di complicità con questa realtà sia questa l’omertà, l’acquisto di sostanze, l’affitto degli alloggi o la creazione di ghetti.

 

 

Paolo Polinori - Comitato genitori scuola media Bernardino Di Betto

 

 

Nove. Margini

 

 

Non le persone, volti ormai consueti, e nemmeno la bellezza del centro storico.
Quello che mi ha colpito sono state le foto che raccontano la periferia di Perugia.
Una periferia fatta di cancelli e di sbarre, che dovrebbero difendere il privato, senza riuscirci.
Una periferia fatta di angoli sporchi, abbandonati, dove sono i cassonetti dell’immondizia gli unici, inutili e simbolici presidi.
Una periferia fatta di cemento, dove il verde non esiste, è solo uno scampolo d’aiuola al margine di una foto, rinsecchita e sporca.
E dove non ci sono luoghi in cui si può socializzare, condividere momenti di vita, ma solo corridoi e sottopassi in cui nascondersi.
La strada del cambiamento è una sola: investire su quei luoghi pubblici perchè diventino luoghi per la vita sociale, spazi di gioco, di sport, d’incontro e non sulle barriere.
La vera difesa, il vero antidoto a una città ferita dalle morti per spaccio e la vera risposta culturale alla domanda di sicurezza può andare solo in questa direzione.

 

Mariano Sartore - Docente di Urbanistica Università di Perugia

 

Dieci. L'altra faccia di noi stessi

 

Perché ti senti italiano?
Bella domanda. La risposta più semplice, è perché ci sono nato. Perché è
qui la mia famiglia. Probabilmente mi potrei sentire italiano perché io parlo
questa lingua, perché lo è il mio nome e il mio cognome. Il punto è, che io
posso essere italiano sul passaporto, ma il problema è se lo sono nel cuore.
Perché allora il cuore rifiuta questa appartenenza?
Difficile rispondere se non si è vissuti in un altro paese. Difficile comprendere
se non si è vista un’altra realtà. Una realtà dove ciò che è giusto lo è per
una soddisfazione personale e ciò che è sbagliato non si fa, senza nessuna
minaccia. È vietato e basta. Ciò che è giusto si deve fare, ciò che è sbagliato
non è ammesso. Un senso del dovere e del rispetto, per cose e persone.
Ed è proprio questo che manca all’Italia e che la condanna ad un’esistenza di
continua sottomissione rispetto agli altri stati europei. La giusta mentalità, il giusto
stile di vita. Pochissime persone credono in questi principi e sfortunatamente
non sono abbastanza per cambiare qualcosa. Perché alla fine è molto più
facile essere trascinati dalla massa che prendere in mano le redini del gioco. 

“Mi basta il sei, perché tanto alla fine a che serve la scuola? Vado a lavorare”
“E che ti frega!! Tanto mica è il tuo quel computer. È roba pubblica, “di tutti”.
“Ma quello è un pazzo a lasciare la bicicletta non incatenata al palo!”
Ecco per cosa siamo famosi nel mondo. Non tanto per cosa facciamo ma
per come facciamo quella cosa. Il famoso metodo “all’italiana”. “Lo faccio
tanto per fare”, è questo lo stile con cui veniamo riconosciuti nel mondo e visti
gli scarsi risultati che otteniamo, sprofondiamo nell’illegalità (imbrogli, furti,
inganni) per ottenere il miglior risultato. Meno fatica, più guadagno.
Ma tutto questo ci sembra normale. Niente può cambiare quello che facciamo
ogni giorno perché, questo è il posto dove viviamo e non ci sono altre
realtà.
Non c’è nessuna realtà che prevede che chi si impegna venga premiato.
Non c’è nessuna realtà che prevede che un cittadino si fidi dell’altro.
È una utopia pensare di lasciare il casco appoggiato sopra il proprio motorino
e solamente “immaginare” di ritrovarcelo.
Diciamocelo: è da “coglioni”. È un’utopia pensare che il tuo compagno di
classe o di corso non è lì pronto a fregarti al primo passo falso. A raccoglierti
i soldi che ti sono caduti dal portafogli.
Certo, è tutta un’utopia. Perché l’unica realtà che esiste è quella italiana.
E visto che esiste un’unica realtà, esiste solo un modo di fare le cose.
Ed è proprio questa non-voglia di cambiare e fare tutto senza nessuno stimolo
che si scontra con il mio modo di essere e mi fa pensare di non essere
totalmente italiano. Ma ponetevi una domanda: siete davvero fieri del vostro
Paese?

 

Francesco Ostili - Itis A.Volta - Perugia - tratto da un tema fatto a scuola

 

Undici. Da che parte sta la sofferenza

 

Io li vedo.
Io talvolta li sfioro quando li attraverso in certe vie strette di questa mia (così
la chiamavo una volta) città. Non ci conosciamo ma spesso credo di riconoscerli
dai loro sguardi sospettosi quando mi avvicino, da certi gesti furtivi, da
un improvviso allontanarsi.
Una volta non c’erano.
Perchè sono venuti? Perchè fin dall’inizio non li abbiamo interrogati sui loro
bisogni? Perchè adesso li guardiamo ostilmente? Perchè li consideriamo un
pericolo? Noi vediamo in loro il male, ma sono il Male? E se è così perchè
non li abbiamo fermati? Eravamo distratti? Pensavamo che da soli i nostri figli
avrebbero avuto la forza per resistere alla curiosità, alla tentazione e poi alla
schiavitù? Quando un tempo passeggiavo a qualunque ora, in qualunque rione
mi trovassi mi sentivo accompagnato dalle mura, dai palazzi, dalle case
e come protetto dai loro abitanti; adesso per quelle stesse strade o vie o vicoli
talora mi sento a disagio e mi accorgo che oramai ci passano solo turisti in
cerca di scorci da fotografare, coppie romantiche o cercatori di morte.
Essi non hanno volti fanno solo gesti che le foto documentano con fondali che
non hanno più nulla di umano.
pensiamo che la sofferenza e il dolore siano dalla nostra parte (e loro niente?).

 

Alberto Mori - cittadino perugino

 

Dodici. La nostra resistenza quotidiana

 

Le immagini di queste foto le abbiamo negli occhi ogni giorno. Forse in questo
periodo un po’ meno, ma non ci facciamo troppe illusioni, perchè sappiamo
che la presenza di spacciatori lungo via dei Priori e, più in generale,
in centro, va a ondate e il nostro impegno, di commercianti e residenti, di
cittadini che amano questa città e questi luoghi, deve essere costante. Ormai
noi controlliamo ogni giorno il territorio, ci rendiamo subito conto se qualcosa
non va, se ci sono cambi tra gli spacciatori, se c’è nervosismo. Ormai
sappiamo come scambiarci le informazioni senza dare troppo nell’occhio e
abbiamo anche un contatto costante con le forze dell’ordine. Possiamo dire
che, da qualche tempo, le nostre chiamate non cadono più nel vuoto, come
purtroppo, è accaduto, ma c’è una risposta, un intervento alle nostre richieste.
Grossi rischi, almeno fino a questo momento, non ne abbiamo corso, ma certo,
siamo stati spettatori di episodi di violenza a cui mai avremmo pensato di
assistere, solo qualche anno fa: una ragazzina ha assistito all’arresto di uno
spacciatore da parte di un poliziotto che lo teneva sotto tiro con una pistola
e ci sono voluti giorni prima che lei si tranquillizzasse e riprendesse a uscire
da sola. Certo, vorremmo che fossero in atto soluzioni più durature, definitive,
soprattutto per questo quartiere del centro: in queste strade passano i ragazzi
che frequentano tre scuole, ragazzi di ogni età, dalle elementari al liceo e
sono loro quelli veramente a rischio, sono loro che gli spacciatori fermano,
è a loro che regalano la prima dose per farli cominciare e crearsi in questo
modo i futuri clienti.

 

Maria Antonietta Taticchi - Ceramista - associazione dei commercianti di via dei
Priori

 

Tredici. Perugia, capitale multietnica

 

Guardando queste foto il primo pensiero è stato che non fossero state scattate
a Perugia.
Anzi, alcuni scorci mi ricordavano Cuba, anche perché alcune persone ritratte
nelle foto sembrano cubani.
Ho riflettuto su questa mia sensazione: voglio forse pensare che queste situazioni
equivoche non ci appartengano? Che siano lontane da noi?
No, non credo che sia per questo motivo, d’ altra parte basta percorrere il
“mio” bel Borgo o camminare per le vie principali del centro che scene come
queste sono all’ordine del giorno e anche se ci danno fastidio, quasi non ci
fanno più effetto.
Credo che sia proprio qui la risposta, ci siamo abituati a vedere queste scene
strane in mezzo a noi e solamente quando le vediamo isolate e zoomate,
allora pensiamo che non sia Perugia!
Un’altra sensazione che mi hanno dato questi scatti e’ stata quella di una
citta’ metropolitana...mi piacerebbe pensare a Perugia non come capitale
europea della droga ma come capitale europea multietnica!

 

Maria Pia Minuti - architetto

 

 

Quattordici. Da quale parte della foto stare?

 

A volte quello che vedo non mi piace. A volte delle immagini mi fanno orrore
e penso che lo schifo che vedo non dovrebbe nemmeno esistere, quel senso
di nausea che sale dallo stomaco genera rabbia e rabbiose sono le parole
che salgono alle labbra, ma le parole di fuoco bruciano anche chi le pronuncia
e l’attimo dopo il pensiero è passato e mi ritrovo a pensare che quelle
foto siano lo specchio di un passato, della persona che sarei potuta essere,
di quello che sarei potuto diventare, degli amici che ci rivedo dentro, e la rabbia
si trasforma in rimorso, perché la colpa che sento diventa anche la mia
quando mi domando cosa sarebbe successo se avessi agito diversamente,
se non avessi avuto una guida salda. In fondo ogni giorno ci viene chiesto di
scegliere da che parte della foto stare.

 

Pasquale Rossi - regista

 

Quindici. "Anche oggi ne hai salvato un altro"

 

«Volante 1 da 61»
«Avanti 61. Siamo in via Angeloni».
«Volante 1 portatevi sotto i portici di fronte alla coop di Fontivegge. E’ stata
segnalata una persona distesa a terra. Probabilmente si tratta di un’overdose.
Il 118 è stato inviato».
«Ricevuto. Saremo sul posto fra 30 secondi, appena arriviamo ti faccio sapere
».
…«S. indossiamo i guanti e quando arriviamo controlliamo le sue condizioni.
Guardiamo se ha documenti, altre siringhe, altra sostanza e controlliamo sul
cellulare, il numero dello spacciatore».
«ok G».
…«61, siamo sul posto. E’ un ragazzo bianco, disteso sui gradini sotto i
portici dove i ragazzi aspettano l’autobus. E’ in overdose, sollecita l’ambulanza
».
«ok Volante 1».
«S. vieni qua, gli sta uscendo la bava dalla bocca e non respira più. Aiutami
a metterlo disteso a terra su un fianco e cerchiamo di aprirgli la bocca».
«ok».
«Bene ora respira».
«G., è arrivato il 118».
”Salve dottore. Lo abbiamo messo noi in quella posizione perché non respirava
più e gli fuoriusciva la bava dalla bocca».
«Avete fatto benissimo. Il ragazzo è in overdose. Preparate due fiale di Narcan
».
«Forza ragazzi allontanatevi, andate laggiù ad aspettare gli autobus, qui non
c’è nulla di bello da vedere».
«Ehi, scusa dove vai?! Non ti devi avvicinare».

…«lo conosco è un mio amico».
«Hai chiamato tu il 113?»
«No!»
«Anche tu ti sei fatta questa mattina?»
«No! Oh, ma perché mi fai tutte queste domande? Pensi che la roba gliel’abbia
data io?»
«Non so, gliel’hai data tu?! Comunque visto che vi vedo sempre insieme, che
tu mi hai detto che è un tuo amico e che anche tu fai uso, ti ho semplicemente
fatto delle domande che andavano fatte. Se mi devi dire qualche cosa che mi
permetta di rintracciare lo spacciatore dimmelo, altrimenti allontanati».
«Sì, sì va bene».
«Dottore, il ragazzo non reagisce».
«Fai altre fiale sia intramuscolo che endovena».
«Agente, il ragazzo si è ripreso».
«Grazie dottore, anche oggi ne hai salvato un altro».
«Ciao come ti chiami?»
«Ma chi cazzo sei, cosa vuoi? Lasciami stare»…
«Cerca di fare poco lo stronzo. Eri in overdose ed il dottore ti ha salvato».
«Mi avete fatto il Narcan! Fanculo! In ospedale non ci vado, non mi rompere
più e dammi una sigaretta».
«Non fumo».
«Sei una merda».
«Sicuramente sì. A che ora e con cosa sei arrivato a Perugia?»
«Questa mattina con il treno, ecco il biglietto».
«Dove hai comprato l’eroina, quanto l’hai pagata? Hai figli? Lavori?»
«Da un nero per strada, ma non lo conosco. L’ho pagata 50 euro. Ehi cosa
vuoi da me che mi fai tutte queste domande?»
«Stai calmo. Ora fatti controllare dal dottore e poi se vuoi te ne puoi andare
».
…«61 dalla Volante 1».
«Avanti Volante 1!»
«Il ragazzo, dopo il trattamento con il Narcan, si è ripreso, è cosciente e si
rifiuta di andare all’ospedale. E’ italiano ed è conosciuto. Ora si portava alla
stazione ad aspettare il treno per tornare a casa. Ha detto che l’eroina l’ha
comprata da un nero che non conosce, che ha incontrato per strada e l’ha
pagata 50 euro. Rimango ancora un po’ nella zona della stazione-piazza
del Bacio, mi faccio anche un giro appiedato visto che, sono appena le 14
e ci sono un sacco di ragazzi che stanno aspettando l’autobus per rientrare
a casa».
«Ok, Volante 1. Ore 13.30 è l’orario dell’intervento».

 

Gianni Vagnetti, poliziotto

 

 

Sedici. Caro sindaco ti scrivo cosa vorrei nella mia città

 


Vorrei meno spaccio e degli orari degli autobus compatibili con quelli della
scuola.

 

Vorrei che dove abito io, a San martino in Colle, ci fossero meno inquinamento
e meno rifiuti.

 

Vorrei i parchi più belli, più curati, senza gli escrementi degli animali, ma con
luoghi per noi ragazzi, per poterci incontrare. E, ancora, vorrei campi sportivi
più attrezzati e la creazione di aree di gioco.

 

Per me, che abito a Colombella, anche una biblioteca.

 

Per me, che abito in centro, vorrei che fosse riaperto il cinema Lilli.

 

Vorrei più sicurezza, caro sindaco, non vedere più quelle siringhe per terra
quando cammino per strada e nei parchi, essere più sicuro quando sono in
giro e anche più libero di muovermi: con piste ciclabili e un sistema di autobus
che mi permetta di vivere meglio la città.

 

Francesco, Thomas, Giorgia, Leonardo, Giovanni, Lorenzo, Aurora, Marta, Sofia,
Sara, Edoardo, Giorgia, Agnese, Davide, Giulio.
(Il testo è stato ricavato da un lavoro fatto in classe nell’ann nell’anno scolastico
2010/2011 dalla professoressa Mariangela Menghini, scuola media Bernardino
di Betto. I ragazzi avevano 12 anni).

 

 

Diciassette. La città dipende da noi.

 

Un uomo salta al collo di un altro? Lo sta abbracciando. I ragazzi che si
scambiano qualcosa? Discutono. Quelli che corrono fanno jogging. L’icona
dell’uomo metropolitano è esaltata dalla cornice a righe di cemento e tubi
metallici. L’occhio invia le immagini al cervello. La prima interpretazione in
automatico vede gesti di comunicazione e di affetto, l’estetica pura vince
sullo squallore. La città dipende da noi. E’ nostra. C’è ancora, in chi guarda,
familiarità con il bello e le relazioni umane. Uno sguardo consapevole e
vigile è dovere civico e non solo di chi lavora per la sicurezza ogni giorno.

 

Mariangela Menghini - Insegnante

 

 

 

Diciotto. Le città a misura dei ragazzi

 

“Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le
città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso
dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli
anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i
desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”
(Italo Calvino, Le Città Invisibili, 1993, ristampa 12°, Oscar Mondadori, Arnaldo
Mondadori Editori, Milano. pp. 34-35)
I desideri di una città devono prendere forma dai sogni e le speranze dei
nostri ragazzi. Tanto più riusciamo a far si che i loro spazi le loro scuole siano
luoghi sereni d’integrazione e tanto più questi desideri plasmeranno le nostra
città migliorandole … tanto più questi spazi e queste scuole sono trasformati
in ghetti che segregano che differenziano tanto più le città saranno ghettizzate
schiave delle loro paure.

 

Paolo Polinori - Comitato genitori scuola media Bernardino di Betto

 

Diciannove. Far crescere cittadini onesti

 

Libera si impegna a formare cittadini onesti”; questo ha scritto un mio
studente parlando di volontariato giovanile e della sua esperienza in
Libera.
“Il fine ultimo dell’educazione è l’integrità fisica, intellettuale, affettiva
ed etica dell’uomo nella sua interezza”.
Edgar Faure (1908-1988), Rapporto Unesco del 1972
La scuola pubblica ha il compito di educare al pensiero ed alle emozioni in
un’epoca di grande incertezza e di evidente crisi della intelligenza emotiva.
È più che mai urgente, quindi, mettere a punto delle strategie culturali che
aiutino la Persona a prendere coscienza della sua identità unica e irripetibile
e del suo ruolo nella società.
Il progetto educativo di Libera, Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie,
fondata da Don Luigi Ciotti quasi vent’anni fa, attua da tempo queste strategie
assumendosi una grande responsabilità sociale.
Nel nostro paese c’è una emergenza: la mancanza di legalità. E questa
chiama molto spesso in causa la politica.
Credo che debba chiamare in causa anche quegli italiani che non vogliono
voltarsi dall’altra parte.
C’è la necessità di capire, di informarsi e di formarsi quindi.
Sono tanti gli italiani che lo fanno. Persone che mettono a disposizione il
proprio tempo e le proprie competenze, persone che attraverso il volontariato
partecipano ad esperienze di formazione permanente sui valori fondanti della
vita: libertà, giustizia, solidarietà.
Libera fa volontariato, quindi fa formazione permanente.
Il volontariato è entrato nelle scuole dell’Umbria grazie alla costituzione di
un Presidio degli insegnanti di Libera che lavorano insieme alla costruzione
di una pedagogia della legalità attraverso un patto tra generazioni di cui la
scuola e l’Università (intese come comunità e non certo come agenzie!) sono
un quotidiano esempio.
La strategia è data dalla condivisione di temi che toccano tanti aspetti della
contemporaneità dolorosa e complessa dell’Italia ma anche di Perugia e
dintorni: infiltrazioni mafiose in Umbria, tratta e schiavitù sessuale, ecomafie e
narcomafie, Unità d’Italia e mafie, Informazione e legalità e tanto altro.
Il metodo è dato dallo studio di questi fenomeni, dal loro approfondimento,
dalla libertà di produrre, con i linguaggi autonomi e creativi che solo i giovani
sanno usare in modo efficace, degli eventi significativi e collettivi che
restituiscono senso alla parola partecipazione.
Il Presidio insegnanti realizza perciò una pedagogia della collettività perché
LIBERA è un’associazione che dà la possibilità ai cittadini di intervenire laddove
la politica e le istituzioni spesso non sono più presenti. Lo fa perché
l’illegalità non diventi la normalità.
Se questo lavoro non lo fanno le persone riunite in una rete diffusa di associazioni,
chi altro può farlo?
I magistrati non vanno lasciati soli. Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino, per citare solo i più importanti, sono stati lasciati soli.
La democrazia non va lasciata sola. La Costituzione, garante della nostra
storia democratica, viene attaccata e delegittimata.
Da dove si parte allora? Da una sorta di un neo umanesimo incentrato sulla
rinascita di alcune categorie: quelle della bellezza e del possibile. Quelle
della credibilità e della autenticità. Quelle della speranza – nuova possibile
epifania in questa crisi epocale – e della conoscenza.
Solo una comunità, non più indifferente e demotivata (come a volte sono i
nostri studenti), avvera la trasformazione dei territori e della vita delle persone
che li abitano.Costruiamo una comunità alternativa alle mafie.

 

Antonella Guerrini - docente del Presidio Scuola “G.Rechichi” di Libera

 

 

Venti. Città immaginata

 

Guardo queste foto e certo, viste così insieme mi sorprendono, mi impressionano.
Dettagli mai notati, una città che stento a riconoscere. Eppure è reale,
è la città in cui vivo, lavoro. In cui le mie figlie crescono.
Allora, penso a come vorrei che fosse questa città, a quale direzione vorrei
che prendesse, a come questi luoghi potrebbero diventare: come vorrei che
si trasformassero.
Il primo pensiero riguarda la necessità di una mobilità alternativa, che consenta
di vivere meglio tutta la città: piuttosto che progetti ridondanti e complessi
come la bici abbinata al minimetro’ i ragazzi ( e chiunque altro ) dovrebbero
essere messi in grado di percorrere almeno una pista ciclabile che circondi
Perugia. I grandi complessi universitari , medicina , ingegneria e centro, sono
isolati e con pochi collegamenti di mezzi pubblici. I ragazzi sono disincentivati:
c’è poca cura di quello che intorno, la mobilità alternativa è inesistente,
è difficile anche camminare perché manca persino il marciapiede dal minimetro
ad Ingegneria e, allo stesso modo, non c’e’ un marciapiede dal polo
Silvestrini all’università di Medicina a Madonna alta.
Poi mi piacerebbe che si credesse in dei progetti culturali. Il mio sogno è quello
di vedere trasformato il parco Santa Margherita in una cittadella scolastica,
così in mezzo a tanto verde, una cittadella che possa ospitare i bambini nel
loro percorso di crescita, dal nido alle superiori. I ragazzi più grandi potrebbero
utilizzare punti ristoro, mensa a fasce orarie e soprattutto la zona potrebbe
essere chiusa al traffico. Quel posto bellissimo, ma in grande degrado,
potrebbe diventare un centro di attrazione e convivenza per giovani di tutte
le eta’ e razze (c’e’l’Universita’ per Stranieri poco distante) in cui si studia e
ci si rilassa..
Se invece mi sposto, con l’immaginazione, dalla periferia al centro, penso al
Turreno, che è nel cuore della città, e lo vedo diventare una grande biblioteca
multietnica in cui convivono insieme diverse culture.
Maria Grazia Celani - Neuropsichiatra

 

 

Ventuno. Rap per Perugia

 

Il cuore dell’Italia ci è stato donato
ma adesso questo cuore si è ammalato
Prima questa era una città vissuta
ma adesso solo dalle sparatorie è animata
Una piccola città che va sempre in prima pagina
non è la bella città che un turista s’immagina
Una città da buttare e rifare
c’è molto da cambiare
iniziamo a lavorare
Rit : Non vogliamo affondare
non vogliamo farci trainare dal male
noi vogliamo solo cambiare
semplice, è l’unica cosa da fare
C’è qualcuno che parla perugino stretto
anch’io vorrei impararlo, è il mio sogno nel cassetto
buttando però la criminalità di questa città in un cassonetto
perchè solo per arrivare a casa
evitando tutti gli spacciatori
ci vorrebbe una navicella della Nasa
Appena arrivo qui vedo una città rovinata
e inizio a guardarla
e mentre faccio ciò penso a un modo per migliorarla
Rit
Numerose sono le coltivazioni di ortaggi
La rapina è il più diffuso al giorno d’oggi
Si coltiva nella zona di Ramazzano
e per averla le persone si ammazzano
E’ diffusa anche a Cenerente
perchè è richiesta da molta gente.
Rit

 

Giovanni - Scuola media Ugo Foscolo
(Il testo è stato scritto pochi giorni dopo gli omicidi di Ramazzano e Cenerente)

 

 

 

Ventidue. Imperturbabili

 

Il mercato della mia città
Dentro le mura esauste,
Ha smarrito l’antica voce.
I mercanti d’anime,
Scivolando sulle membra,
Di madri rese sterili,
Tagliano l’aria fredda,
Sulle loro pupille.
Le spezie cosparse,
Sulle mani aperte.
Non spettri dispettosi
Vestiti come leggenda narrava,
Qui la vita smarrisce i colori,
Facendosi inverno.
Si piega il germoglio.
Vi è gente in contrada
Distratta,
Che parla, ride e ingrassa,
Sorda,
Scavalcando i mercanti,
Attraversa lo scempio,
Tirando dritto,
Senza occhi.
Noi,
Imperturbabili.
Chi compra,
Elargisce,
Non baratta,
Sputando la vita,
In faccia a bari,
Fattisi Caronte.
Conquistandosi il viaggio,
Infinito,
Pur pagando obolo.
Ogni giorno,
La città muore,
Non importa,
Che i mercanti d’anime,
Abbiano attraversato il mare,
Costruendo garitte,
Sui nostri vecchi cuori.
La porta etrusca

È intatta,
Non c’è testa d’ariete.
Vi è gente in contrada,
Distratta,
Che ha aperto il varco,
Ai mercanti di spezie.
Noi,
Imperturbabili.

 

P.S. - Residente del centro storico

 

 

 

Ventitre. Lontani dai luoghi comuni

 

 

Quando si vedono queste immagini per la prima volta si pensa direttamente
alla cronaca quotidiana diventata realtà, alle forme del narcotraffico che
si distribuisce in diversi livelli e si struttura in molteplici percezioni. Quando
però ci si ferma, si riesce a guardare queste foto, si riesce ad incontrarle.
La riflessione che vorrei condividere parte da qui. Da questo breve viaggio
attraverso queste fotografie, che mi permette di sottolineare la necessità di
tematizzare il fenomeno da più punti di vista, dal micro al macro, senza
enfatizzare, senza negare, ma cercando di leggere la realtà qui presentata.
C’è un legame tra l’immagine e l’immaginario di cui dobbiamo tener conto.
Ogni foto è esperienza di relazione, una particolare relazione sociale che
può assumere diverse forme e creare nuovi immaginari. La fotografia non è
la rappresentazione di chi viene fotografato ma di chi ha in mano l’obiettivo.
In un modo o nell’altro, lo sguardo riflette il ruolo, le prospettive, le attenzioni
di chi guarda. Chi incontra le foto, e chi le legge, entra in questa relazione
dall’esterno, come un terzo spettatore. Da spettatrice esterna, in una città
che inizio a conoscere, queste immagini mi ricollocano nella dimensione
dell’immaginario, nel momento in cui la riflessione si sposta sulla costruzione
sociale di un’alterità, quella migrante, che viene ridefinita nella cornice del
narcotraffico. La presenza, il radicamento del fenomeno nella città di Perugia,
devono poter essere analizzati da più prospettive, più punti di vista, dagli
aspetti giudiziari, investigativi, culturali, sanitari. Diversi attori insieme ed in
continuo scambio per l’elaborazione di attività e pratiche funzionali alla diminuzione
ed annullamento delle cause che portano all’utilizzo, allo spaccio
e al radicamento del traffico di sostanze stupefacenti. Ma le immagini ci
riportano nell’immaginario, ed al grande pericolo di costruire una rappresentazione
del migrante legata a quella del “pusher”. Perugia, culla di una
cultura di accoglienza e di intercultura deve mettere in campo le sue migliori
energie per evitare questo grande pericolo, perché la creazione di stereotipi
e pregiudizi passa anche da qui. Passa da queste immagini, che mettono in
scena problematiche ma soprattutto persone. Donne e uomini attori diversi di
una stessa tragica trama teatrale.

 

Sabrina Garofalo - Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie

 

Ventiquattro. Perugia, lavori in corso.

 

A questo punto sarebbe più che logico aspettarsi delle conclusioni su quanto
espresso nelle pagine precedenti, ma non è così.
L’idea del lavoro in corso rappresenta la volontà di non fermarsi, di non
giungere a facili conclusioni o resoconti, ma di andare avanti progettando e
costruendo tutti insieme una nuova Perugia.
Il lavoro in corso è la speranza rappresentata da tutti i coautori che hanno
partecipato a questo progetto-aperto che la città possa risolvere le proprie
problematiche con l’ausilio e l’intervento di tutte le parti sociali: istituzioni,
commercianti, studenti, professionisti, magistrati, forze dell’ordine, residenti,
società civile.
La segreteria provinciale di Perugia del S.I.U.L.P. (Sindacato Italiano Unitario
Lavoratori di Polizia) si fa promotrice di una nuova proposta di risoluzione dei
problemi della città, che si fonda sull’unione delle idee e dei progetti di tutti
coloro vorranno partecipare con il loro contributo, affinchè Perugia torni a
essere ricordata come una capitale della cultura e dell’integrazione. Il lavoro
in corso è quindi un’idea, un progetto e soprattutto una speranza per una
nuova Perugia.
Alessio Sdringola - Segreteria Provinciale di Perugia del S.I.U.L.P.

 

 

 

SI RINGRAZIA

 

Alice Bernardelli,
Marco Carloni,
Maria Grazia Celani,
Rosella De Leonibus,
Sabrina Garofalo,
Antonella Guerrini,
Luca Lancise,
Francesco Masciarelli,
Mariangela Menighini,
Maria Pia Minuti,
Maria Antonia Modolo,
Tommaso Morettini,
Alberto Mori,
Francesco Ostili,
Massimo Pici,
Paolo Polinori,
Pasquale Rossi,
Mariano Sartore,
Alessio Sdringola,
S.I.U.L.P.,
Sergio Sottani,
Maria Antonietta Taticchi,
Antonello Turchetti,
Vanna Ugolini,
Gianni Vagnetti,
Agnese,
Arianna,
Aurora,
Davide,
Edoardo,
Francesco,
Giorgia,
Giorgia,
Giovanni,
Giovanni,
Giulio,
Leonardo,
Lorenzo,
Marta,
Sara,
Sofia,
Thomas.

 

 

Pubblicato in Fotoracconti