Le mie parole

Articolo pubblicato a mia firma nell'edizione del Messaggero Umbria del 19.06.2013. (Riproduzione riservata)

 

Più che una vertenza, la tormentata vendita
dell'Ast è diventata una vera e propria saga, spruzzata
dal giallo del mistero, ancora non definitivamente
risolto, se a colpire il sindaco nella precedente
manifestazione sia stato l'ombrello di un manifestante o
il manganello di un poliziotto. Eppure c'è voluto
proprio il clamore suscitato dalla foto della faccia
insanguinata del sindaco di Terni per dare il giusto
passo e la giusta visibilità a una vertenza che stava
viaggiando drammaticamente sottotraccia.

Perchè la vertenza Ast è cominciata, quasi in sordina,
due anni fa, quando la ThyssenKrupp ha deciso di
abbandonare il business dell'acciaio e ha costituito una
società, Inoxum, in cui ha accorpato tutte le proprietà
produttrici di inossidabile tra cui Terni, Italia. Nel
febbraio del 2012, viene annunciata la vendita:
Outokumpu, gruppo industriale finlandese di medie
dimensioni, con il 33 per cento di partecipazione
statale, comprerà il colosso ThyssenKrupp. Una soluzione
che sembra funzionare dal punto di vista industriale ed
economico. A Terni arrivano in grande spolvero Mika
Seitovirta, Ceo di Outokumpu. Sembra tutto perfetto.
Seitovirta spiega il progetto di sviluppo del nuovo
colosso dell'acciaio, inonda i taccuini dei giornalisti
di informazioni, dati, richieste, obiettivi, raccontando
come Terni, insieme allo stabilimento di Tornio, sarà
uno dei perni fondamentali su cui si reggerà la
produzione europea. Annuncia che la fusione tra i due
siti industriali dovrà passare il vaglio della
commissione europea antitrust, ma che sarà poco più che
una formalità. L'annuncio è accolto con favore sia dalle
istituzioni sia dai sindacati: d'altra parte il
progetto, sulla carta, regge perfettamente.

Siamo arrivati all'estate, in Puglia si consuma il
dramma dell'Ilva, di lì a poco scoppierà anche la crisi
del polo siderurgico di Piomino. La politica industriale
italiana sembra sempre più in caduta libera.

L'Antitrust si esprime sulla fusione e le previsioni
vengono smentite: il piano non passa, c'è una
concentrazione produttiva troppo alta, Outokumpu deve
mettere in vendita qualcosa. Comincia a circolare
qualche segnale di preoccupazione, che viene messo
subito a tacere. L'Antiitrust detta le sue condizioni.
Il nuovo rimedio deve tenere in considerazione due
elementi: il primo, una concentrazione produttiva che
non superi in Europa il 40 per cento. Il secondo, la
necessità che in Europa ci sia una quarto competitore,
uno in più rispetto a quelli esistenti, per calmierare
il prezzo di mercato dell'acciaio. Condizione, questa,
che poi sparirà nelle more della trattativa: l'Antitrust
smentisce se stessa e il fantomatico quarto competitore
andrà a ingrossare l'elenco delle bugie che verranno
dette per giustificare i cambiamenti di rotta dal piano
originario.

A essere messa in vendita, questa volta, è l'ex gioiello
della fusione, l'Ast. Siamo a novembre 2012,
l'operazione dovrà chiudersi in sei mesi e sono mesi in
cui le notizie si accavallano e in cui si smascherano
anche molte bugie, Outokumpu e l'Antitrust si lanciano
accuse reciproche che sono più che altro un gioco della
parti. Un gioco che verrà rivelato solo pochi giorni fa
dallo stesso presidente dell'Antitrust Almunia: in
realtà Outokumpu è in grave difficoltà economica. Le
tante offerte d'acquisto per Terni, che la
multinazionale aveva decantato, si sono sciolte come
neve al sole: solo Aperam ha fatto un'offerta che la
multinazionale considererà inaccettabile. Siamo a fine
maggio e pochi giorni prima la politica locale ha avuto
un sussulto, dopo mesi di incredibili passive
accettazioni di qualsiasi rassicurazione sull'andamento
della vertenza, peraltro senza vedere alcun documento:
la notizia dello stallo piomba in mezzo a un consiglio
comunale straordinario. Le acque si agitano. Pochi
giorni dopo la manifestazione con il colpo in testa al
sindaco e i riflettori che si accendono sulla vertenza
Terni. Il consiglio comunale rafforza la consapevolezza
che è arrivato il tempo di ritirare le deleghe in bianco
e prendere una parte delle redini del gioco. Parte in
delegazione per Strasburgo, incontra il presidente
dell'Antitrust in persona che rivela alcuni particolari
della vertenza. Il governo sembra più reattivo, le voci
si fanno più grosse. Fino alla manifestazione di ieri.
In diecimila a sostegno dell'Ast. E l'Ast torna in
gioco.

 

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Scordatevi Taranto, scordatevi Piombino, con tutto il rispetto per chi, in quelle città, sta lottando per vedere riconosciuti i propri diritti. La vertenza che tormenta, ormai da due anni, le storiche acciaierie di Terni ha ben poco a che fare con le molto più tormentate vicende dell'Ilva di Taranto e della Lucchini di   Piombino. L'Ast, sigla che sta ad indicare gli Acciai speciali Terni, non è un'azienda in crisi o, almeno, non lo era: è finita nel tritacarne di una fusione tra la multinazionale finlandese dell'inossidabile, Outokumpu e la ThyssenKrupp. Una fusione che avrebbe dovuto costituire un formidabile colosso della siderurgia, che metteva insieme la secolare tradizione tedesca con l'efficienza finlandese e in cui Terni avrebbe avuto il ruolo di gioiello di famiglia. Invece, nei mesi, il megaprogetto si è sgonfiato e Terni rischia di essere un peso da buttare a mare. 

Una saga tormentata che, a colpi di ombrello ( o manganello?) è diventata anche -quasi- una spy story. (Foto per gentile concessione di Angelo PAPA. Riproduzione riservata)

 

Ecco due anni di vertenza raccontate in maniera (semi) seria con il gioco dell'alfabetiere.

 

A come Ast. Appunto. Acciai speciali Terni, unico sito integrato in Europa per la produzione di acciaio inossidabile, con un'onorata storia che parte 129 anni fa. Un gioiello produttivo, efficiente e con una manodopera di qualità. Dal bisturi all'edilizia, dalle marmitte alle pentole passando anche attraverso componenti per le centrali nucleari. Mica uno scherzo. Passata da mani pubbliche a quelle efficientissime dei tedeschi della ThyssenKrupp, ora è in vendita, in attesa di un compratore che ne valorizzi la capacità tecnologica e produttiva. Ma le cose negli ultimi mesi si sono complicate. In Antitrust we trust. Or not?

A anche come Aperam. E' la multinazionale che ha fatto l'unica offerta di acquisto arrivata in porto per l'acquisto di Ast, in cordata con le italiane Arvedi e Marcegaglia. Outokumpu ha dichiarato l'offerta irricevibile perchè troppo bassa.

 

B come Bochum. E' l'antagonista di Terni, almeno stando al piano originario che la vedeva inserita nella fusione tra Outokumpu e ThyssenKrupp. Terni si sarebbe inserita nel nuovo progetto industriale a patto che la tedeschissima Bochum venisse chiusa, peraltro con un piano di accompagnamento del personale già concordato coi sindacati che non prevedeva lacrime e sangue. La Merkel permetterà la chiusura delle acciaierie tedesche e il mantenimento in attività di Terni? era il dubbio amletico che tutti ci facevamo all'annuncio del piano industriale della fusione. Prima sì, poi no. Ora sembra che Bochum venga effettivamente chiusa. E Terni è in vendita. Domanda: ma, allora, ai finlandesi cosa rimane di buono da questa fusione pagata a caro prezzo?

 

C come Comune (Provincia e Regione). Avrebbe dovuto avere un ruolo da protagonista nelle trattativa, tenere alta la guardia per capire dove soffiava il vento della fusione. Per molti mesi si è accontento di pacche sulla schiena e rassicurazioni, fino ad arrivare quasi fuori tempo massimo prima di finirla con la politica delle deleghe. A giugno ha indetto un consiglio comunale straordinario, decidendo di partire per Strasburgo. Una delegazione ha incontrato il presidente della Commissione Antitrust Almunia riuscendo a scoprire qualche (amara) carta: Outokumpu è in gravi difficiltà economiche, c'è una sola offerta per l'Ast. Ieri l'invio di una lettera in cui le istituzioni chiedono ad Almunia di intervenire. Con giallo: si chiede il ritorno al progetto iniziale, a Outokumpu, con un anno di ritardo, senza garanzie finanziarie, senza che si siano viste le carte del progetto Aperam e senza l'appoggio del governo. Come mai?

 

D come De Vincenti. Sottosegretario al ministero per lo Sviluppo Economico, ha seguito tutte le crisi industriali che sono scoppiate negli ultimi anni, con competenza ed impegno, tanto che ha rischiato grosso: durante uno dei tanti incontri per discutere dell'Ast si è sentito male ed è stato necessario l'intervento del sindaco Leopoldo Di Girolamo in versione medico. Forse, però, preso dalle crisi in corso ha sottovalutato i rischi che stava correndo l'Ast e non sembra sia riuscito a diventare una interfaccia riconsciuta e riconoscibile per Outokumpu e Almunia. 

 

E come Europa. La vicenda Ast ha messo in evidenza una cosa: anche in Europa si fanno figli e figliastri. Difficile capire cosa sia successo veramente dietro le quinte dell'ufficialità e delle dichiarazioni forbite. Di certo ci sono i fatti. A maggio 2012 la fusione tra Outokumpu e ThyssenKrupp viene bocciata: troppo alta la concentrazione produttiva, ma nel calcolo delle parti non viene - stranamente - tenuta in conto la percentuale di acciaio che non viene prodotto in Europa, ma che nel vecchio continente viene venduto dalle multinazionali orientali che, fra l'altro, hanno molti meno costi in quanto non investono in tutela ambientale e pagano molto meno la manodopera. Come è possibile? Come è possibile che Outokumpu abbia fatto un errore così grossolano, dopo che, fra l'altro, aveva discusso altre dodici volte interventi precedenti con la commissione Antitrust?. A furia di aggiustamenti al piano originario succede che a rimanare fuori è proprio Terni: da caposaldo della fusione a di più. Outokumpu e Antitrust si rimpallano la responsabilità di questa scelta, ma, alla fine, si capirà che è un gioco delle parti. L'Antitrust mette sul piatto l'improrogabile decisione della necessità di un quarto competitore che deve nascere in Europa (in piena crisi economica!!) per tenere basso il prezzo dell'acciaio. E promette un controllo nella fase di passaggio. Bugie. Il quarto competitore scomparirà come neve al sole quando arriva l'offerta d'acquisto di Aperam e non ci sarà nessuno a controllare che Ast non vada in sofferenza in questo periodo di transizione. Italia vaso di coccio fra vasi d'acciaio.

 

F come Federmanager. In questa partita rimane dietro le quinte la spaccatura che a ottobre 2012 divide in due Federmanager. E' il 4 di ottobre 2012 e Federmanager presenta un documento in cui si esternano tutte le preoccupazioni per come sta andando il processo di fusione e si presenta una dettagliata relazione tecnica dell'ingegner Mario Priante in cui queste preoccupazioni sono supportate da dati ed analisi. Dopo poco più di venti giorni in Federmanager si vota per il rinnovo delle cariche e tutto il precedente staff, tranne il presidente Luciano Neri, viene sostituito da manager della ThyssenKrupp. 

 

G come Galgano. E' entrata in Parlamento a febbraio, con Scelta Civica, a giugno è l'unica deputata presente a Strasburgo per l'incontro sull'Ast con Almunia, pronta ad alzare la voce per fare anche una procedura per danni nel caso l'Ast esca con le ossa rotte da questa vicenda. Adriana Galgano, perugina, ha cercato e trovato un incontro con il ministro Zanonato per il sindaco di Terni. Che, inspiegabilmente (?) ha glissato. E' stata l'ultima delle politiche donne a entrare in gara per dare una mano all'Ast. Prima di lei hanno dato il loro appaorto (e continuano a darlo) le eurodeputate Amalia Sartori e Roberta Angelilli, a cui va anche il merito di aver contribuito ad aprire tutta la partita sul piano della siderurgia europea. Resta una domanda: che cosa avevano di meglio da fare i deputati umbri che non sono andati a Strasburgo a sostenere con Almunia la causa dell'Ast?

 

H come Harald Espenhahn. E' stato amministratore delegato di Ast di grande professionalità dalla metà degli anni Novanta fino all'inizio della fusione, sostituto poi dall'ad Marco Pucci. Si era parlato di un suo ritorno alle acciaierie diretto o indiretto, come azionista di un fondo finanziario interessato all'acquisto. Probabilmente una delle tante leggende metropolitane che aleggiano intorno a questa vicenda. Su di lui il peso della sentenza di Torino.

 

J come Joaquim Almunia. Vedi alla voce Europa. Il presidente della commissione Antistrust si fa vivo con una intervista ufficiale al Sole24 ore per spiegare le modalità della fusione, che successivamente verranno smentite dai fatti. Poi il 18 giugno 2012 incontra ufficialmente a Strasburgo la delegazione istituzionale e sindacale ternana, rivelando due cose: Outokumpu è in pessime condizioni finanziarie, c'è solo un'offerta d'acquisto, quella di Aperam. Inizialmente era stata fatta circolare la voce che ce ne fossero tre, ma era un bluff. Domanda: perchè Almunia ha parlato? Perchè non vuole più reggere il gioco a Outokumpu? Perchè non era più possibile nascondere una verità ancora più grave che emergerà a breve? 

 

K come Krefeld. Vedi alla voce Bochum. Krefeld chiuderà prima, a fine 2103.

 

I come incertezza. Troppo distanti dalla verità, troppo distanti dai centri del potere dove si prendono le decisioni vere. L'incertezza regna sovrana.

 

L come Leopoldo Di Girolamo. Sindaco di Terni, per mesi in sordina sulla vicenda, ha il momento di massima visibilità il 5 giugno 2013 durante la manifestazione che si tiene a Terni a sostegno dell'Ast. Colpito da un corpo contundente alla testa, che sia l'ombrello di un manifestante o il manganello di uno dei poliziotti in tenuta anti sommossa sciaguratamente scelti per un servizio d'ordine assolutamente sopra le righe, non si saprà, forse, mai. Di Girolamo, però, reagisce al meglio, urla "Cosa mi avete fatto?"ma non scappa, non si fa medicare, mentre il sangue continua a scendergli dalla ferita e imbratta il colletto della camicia e le mani. La sua testa e le sue mani insanguinate diventano un simbolo perfetto per la macchina dei mass media che, fino a un attimo prima (e questo la dice lunga su come funzionano i meccanismi della comunicazione) aveva assolutamente snobbato una delle vicende più importanti per il futuro economico dell'Italia. Di Girolamo che, per fortuna, sta bene, diventa un'icona, vola a Strasburgo, parla con Almunia, porta a casa, dopo il consiglio comunale straordinario voluto dal presidente Giorgio Finocchio, un altro risultato a favore dell'Ast. Poi, insieme a Provincia e Regione invia una lettera ad Almunia chiedendo che si decida in fretta - e fin qui rispettando il mandato del consiglio comunale - ma anche che l'Ast torni in Outokumpu. Prova di forza?

 

M come Mika. Vale a dire Seitovirta, il Ceo di Outokumpu. A febbraio 2012 presenta il suo scintillante piano in cui Terni ha un ruolo fondamentale nella fusione, per poi mangiarselo, pezzo dopo pezzo, fino ad arrivare, anche, a proporre la vendita del sito integrato a pezzi. I sindacati raccontano che nell'unico incontro a Roma dove l'hanno incontrato negava anche quello che era pubblicato sul sito ufficiale della multinazionale. Con i suoi tira e molla, balletti e passi indietro ha contribuito a complicare all'inverosimile una fusione che sarebbe dovuta filare via liscia come l'olio. Ora, a detta di tutti gli esperti, si è incartato, rifiutando l'offerta di Aperam, mentre l'Ast più passa il tempo più si svuota. E' stato messo sotto osservazione, ma se non salta, probabilmente, è perchè il dietrofront dal piano originario non è (forse) tutto farina del suo sacco. Comunque mai giocare al gioco delle tre carte se non si ha Dna napoletano.

 

 

O come ombrello. Un giallo nel giallo. A colpire il sindaco di Terni, durante la manifestazione del 5 giugno è stato un ombrello brandito da un manifestante o uno dei tanti manganelli branditi dalla polizia? In attesa che la giustizia faccia il suo corso smettiamo di dire che gli ombrelli Ikea, dal costo di 4,95 euro e manico in gommapiuma non sono resistenti. Questione di marketing?

 

P come Pucci. Marco Pucci, amministratore delegato di Ast, ha dato continue rassicurazioni sull'andamento della vicenda, in occasioni ufficiali. Per il resto è rimasto sempre defilato.

 

Q come quarto competitore. Deus ex machina e fantasma a seconda delle necessità. Vedi alla voce Europa.

 

R come Regione. Vedi alla voce Comune.

 

S come sindacati. Uniti, ma non sempre, laboriosi, impegnati in prima persona. Ma l'Europa è stata per troppo tempo lontana.

 

T come Tornio. Sembrava un gioco di parole, ma sarebbe dovuta essere l'altro pilastro della fusione con Terni. Adesso con chi si gemellarà?

  

V come (non)  vertenza. Non chiamatela vertenza. Si arrabbia molto - e a ragione - la professoressa di Economia Rita Castellani che ha dichiarato: "Questa è una crisi proprietaria, mal gestita e mal seguita. Con le vertenze sindacali non c'entra niente". Se qualcuno le avesse dato retta. Ma, forse, non è mai troppo tardi. (?)

 

 

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Forse non c'era periodo peggiore per la vendita delle acciaierie ternane, il sito integrato, gioiello pregiato della siderurgia non solo umbra ma anche nazionale. La mancanza di un governo solido e l'attuale peso politico dell'Italia in seno all'Europa rischiano di far sì che l'Ast diventi l'anello debole in un processo di fusione e di riorganizzazione della siderugia europea sul cui sfondo si stanno consumando le manovre dei governi dei paesi europei più forti, Germania e Francia in prima linea. Guardare da Terni con competenza a questo processi non è certo facile e sicuramente in provincia arrivano solo gli echi delle discussioni che si tengono ai tavoli che contano. Un'analisi, però, è forse possibile farla ugualmente, mettendo insieme quello che è trapelato dall'ufficialità con quello che emerge dalla stampa internazionale, dalle dichiarazioni degli uffici stampa a confronto e filtrandolo anche con le conoscenze degli esperti del settore. Il risultato che ne è emerso fino ad ora è un quadro in cui non mancano contraddizioni anche importanti.

Riassunto delle puntate precedenti: circa due anni fa la ThyssenKrupp annuncia la vendita del settore dell'inossidabile, tra cui il sito ternano.

 

Qualche mese, nel febbraio del 2012, viene annunciata la vendita: Outokumpu, gruppo industriale finlandese di medie dimensioni, con il 33 per cento di partecipazione statale, comprerà il colosso ThyssenKrupp. Una soluzione che sembra funzionare dal punto di vista industriale, inoltre Outokumpu è un gruppo che, certo, comincia a risentire della crisi, ma è solido, lavora bene ed ha una solida garanzia statale. Il piano industriale prevede la chiusura di due stabilimenti tedeschi (peraltro con un piano di "accompagnamento" alla pensione del personale e con il reimpiego in altri siti del personale più giovane) che, rispetto a quello di Terni, un sito integrato moderno ed efficiente, sono obsoleti: Bochum e Krefeld oltre ad una serie di altri interventi che permettano una fusione razionale dei due gruppi industriali.

 

A Terni arrivano in grande spolvero Mika Seitovirta, Ceo di Outokumpu e altri due persone del board, tra cui una donna, capo del personale, che viene immediatamente scambiata, secondo i canoni italiani, per la moglie di Seitovirta. Sembra tutto perfetto. Seitovirta spiega il progetto di sviluppo del nuovo colosso dell'acciaio, inonda i taccuini dei giornalisti di informazioni, dati, richieste, obiettivi, spiegando come Terni, insieme allo stabilimento di Tornio, sarà uno dei perni fondamentali su cui si reggerà la produzione europea. Annuncia che la fusione tra i due siti industriali dovrà passare il vaglio della commissione europea antitrust, ma che sarà poco più che una formalità. L'annuncio è accolto con favore sia dalle istituzioni sia dai sindacati: d'altra parte il progetto, sulla carta, regge ed è un'ottima soluzione industriale ed economica. I sindacati sollevano dubbi sul fatto che la Germania permetterà la chiusura dei due stabilimenti, ma, al momento c'è un accordo sindacale firmato. Tutto sembra andare per il meglio per Terni. 

 

Intanto partono le procedure per concretizzare la fusione. Il primo passo è il vaglio della commissione antitrust. Siamo arrivati all'estate, in Puglia si consuma il dramma dell'Ilva, con l'intervento della magistratura che chiede la chiusura degli impianti. Di lì a poco scoppierà anche la crisi del polo siderurgico di Piomino. La politica industriale italiana sembra sempre più in caduta libera. 

 

L'Antitrust si esprime sulla fusione tra Outokumpu e ThyssenKrupp e le previsioni vengono smentite: il piano non passa, c'è una concentrazione produttiva troppo alta, Outokumpu deve mettere in vendita qualcosa. Comincia a circolare qualche segnale di preoccupazione su quello che sta accadendo, che viene messo subito a tacere: "La richiesta dell'Antitrust ci mette in condizione di riorganizzare meglio il piano" è la risposta che arriva sia dalla Finlandia sia dai piani alti di viale Brin, la sede del board italiano.

 

Le rassicurazioni vengono smentite poche settimane dopo. Il rimedio proposto da Outokumpu, che riguarda la vendita di alcuni piccoli stabilimenti in nord Europa e la riorganizzazione di alcune linee produttive, viene bocciata. Outokumpu deve proporre un rimedio diverso. Questo rimedio, spiega l'Antritrust, deve tenere in considerazione due elementi: il primo, una concentrazione produttiva che non superi in Europa il 40 per cento. Il secondo, la necessità che in Europa ci sia una quarto competitore, uno in più rispetto a quelli esistenti, per calmierare il prezzo di mercato dell'acciaio. Condizioni che verranno ribadite anche con dichiarazioni ufficiali da parte del presidente dell'Antitrust, Almunia e del suo portavoce, Colombani.

Poco importa all'Antitrsut  se questa decisione rischia di far entrare in un'Europa attraversata da una crisi economica senza precedenti, competitori stranieri come i coreani della Posco o i cinesi di Baosteel, che già traggono vantaggi economici enormi dal fatto che, nei paesi in cui producono sono molto più bassi i costi relativi al personale e ai costi di tutela ambientale. Ancora meno importa, forse, il futuro dell'Ast.

 

E' da allora che il destino delle acciaierie di Terni comincia a scivolare nel nero dell'incertezza. Alla fine, infatti, Outokumpo propone la vendita di Ast insieme a un piccolo centro servizi e il sito ternano, gioiello di integrazione ed efficienza, viene messo sul mercato. 

Siamo a novembre 2012, l'operazione dovrà chiudersi in sei mesi e sono mesi in cui le notizie si accavallano, si rincorrono e in cui si smascherano anche molte bugie.

 

Intanto comincia un braccio di ferro a distanza tra Outokumpu e l'Antitrust che mette in luce le contraddizioni che sono alla base di questa decisione: Outokumpu accusa l'Antitrust di averla, sostanzialmente obbligata a cedere Terni (la decisione viene salutata dai mercati con un crollo delle azioni di Outokumpu e perdite ingenti anche per lo Stato, che partecipa al 33 per cento all'operazione. I giornali finlandesi definiscono Terni "pietra miliare" dell'operazione e parlano di errore clamoroso riferendosi alla vendita del polo siderurgico italiano), l'Antitrust, invece, sostiene di aver solo indicato gli obiettivi da raggiungere e non le mosse da fare per ottenerli. 

 

Che ci siano qualcosa che si muove sui tavoli della politica e non solo su quelli in cui si parla di economia e di politica industriale, comincia a essere chiaro. 

 

A completare questo quadro, intanto, si aggiunge un altro elemento: l'Antitrust si occuperà della correttezza della vendita di Ast e che non si giochi al massacro di un sito industriale, ma non seguirà, successivamente, l'applicazione del piano. In sostanza, non andrà a verificare se gli stabilimenti tedeschi verranno chiusi o meno. E, in effetti, in quello stesso periodo, il sindacato tedesco comincia a rialzare la testa e a fare piani di rilancio produttivo degli stabilimenti di Bochum e Krefeld. 

 

A dicembre dello scorso anno la multinazionale indiano-lussembrughese Aperam annuncia il proprio interesse per l'acquisto di Ast, in cordata con gli italiani Arvedi e Marcegaglia. Di lì a poco verrà formata una joint-venture per formalizzare la proposta di acquisto. Outokumpu commenta l'interesse della cordata positivamente, sottolineando, però, che questa è una delle tante altre offerte d'acquisto per il sito ternano. Sembra, insomma, come viene fatto filtrare ufficiosamente che ci sia "la fila di imprese che vanno a bussare alla porta di Outokumpu per acquistare l'Ast". Una frase che gira, per qualche giorno, anche a Terni.

 

Quando si andranno a scoprire le carte, però, il numero delle offerte concrete si riduce drasticamente. Oltre ad Aperam farà un'offerta vicolante solo un fondo americano, visto come il fumo negli occhi dal sindacato e dagli esperti, perchè non ha un progetto industriale, ma solo speculativo. In ballo c'è anche un'offerta, peraltro non vincolante, di un sito industriale di Shangai. A ben vedere il sito di questi cinesi che inizialmente erano stati, sempre ufficiosamente, indicati come offerenti con grandi potenzialità finanziarie, si capisce che, in realtà si tratta di un impianto industriale di piccole dimensioni, poco più che un tubificio. Insomma, gli osservatori esperti hanno sollevato molti dubbi sulla reale volontà di questo gruppo di comprare Terni, anche se c'è ancora tempo e spazio per i colpi di scena.

 

Il vero colpo di scena, però, è il fatto che, dopo le pompose dichiarazioni ufficiali, non c'è più traccia, in nessun documento ufficiale, del quarto competitore, garante di una sana concorrenza, così pomposamente richiesto dall'Antitrust. Questo apre la strada ad Aperam (che, peraltro, dovrà fare una serie di aggiustamenti interni, per non rischiare, a sua volta, una bocciatura da parte dell'Antitrust) e ad una concentrazione fra due gruppi (Aperam ed Outokumpu insieme) in Europa del 76 per cento della produzione di inossidabile. Insomma, il contrario rispetto alle dichiarazioni ufficiali che avevano motivato il taglio di Ast dalla fusione fra Outokumpu e ThyssenKrupp. 

 

Quanto hanno influito le ragioni dell'economia e quanto quelle delle politica su questa decisione? Forse, ufficialmente, non lo sapremo mai. Tante riflessioni, anche sulla base dei pochi elementi che è stato possibile raccogliere dal ristretto osservatorio della provincia, si possono però fare.

 

Sapremo, nel giro di poche settimane, quale sarà il destino di Ast e la speranza è che, nonostante queste montagne russe su cui questa vertenza è salita, il finale di questa vicenda sia comunque positivo per l'Ast, per i 3000 lavoratori, l'indotto, ma anche per tutta l'Umbria e la siderugia italiana. Se questo accadrà sarà soprattutto per merito di chi contribuisce a rendere questo sito competivo ed efficiente ogni giorno.

 

 

 

 

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Lunedì, 18 Marzo 2013 09:35

Franca Abumen, una morte di scarto

Una morte circondata dal silenzio generale ( dei media e della società civile), una “morte di scarto”: una ragazza nigeriana, vittima del racket della prostituzione, uccisa in un bosco nella campagne umbre. Ancora una volta la vittima è  una donna, straniera, inserita nel circuito della prostituzione, in una terra, l’Umbria, definita dalla Pm Antonella Duchini “meta finale di destinazione della tratta degli esseri umani”. La riflessione, scritta dalla giornalista Vanna Ugolini

E’ così, nel silenzio indifferente, che muore una ragazza di 27 anni. Forse perchè è nera, perchè viene da lontano, perchè era un corpo in vendita, finito con la faccia nel fango e il collo stretto da un laccio nero, che l’ha strangolata fino a toglierle l’ultimo filo d’aria.  Si chiamava Franca Abuman, sorrideva dal suo profilo facebook, in cui spiegava che la cosa che le piaceva di più era farsi degli amici. Si faceva fotografare vicino alle auto dei clienti,  in posa, come se fosse la foto di una vacanza, invece era il luogo dove si vendeva in Umbria, ai confini con il Lazio: una piazzola all’ombra di un cartellone pubblicitario, ai margini di un boschetto dove poi si appartava con gli uomini che la compravano.

L’hanno trovata strangolata e scomposta, terra mossa intorno a lei, perchè probabilmente più di una persona l’ha presa, tenuta ferma e uccisa, in mezzo a rifiuti, fango e sporcizia.  Aveva anche una residenza a Terni, ma a quell’indirizzo non c’era mai andata. In realtà viveva fra Roma e Viterbo e proprio una sua amica l’ha cercata più volte e, alla fine, ha chiamato i carabinieri e un ‘amico’, un uomo di Narni che l’andava a prendere alla stazione di Orte e la portava alla piazzola, località Stifone, già dentro i confini dell’Umbria. In cambio la promessa che non avrebbe avuto bisogno di pagarla. E’ stato lui a indirizzare i carabinieri su quello spiazzo all’ombra del cartellone, dove era rimasta la cenere ormai fredda di un fuoco usato per scaldarsi. Pochi metri più in là c’era lei, già morta da parecchie ore.

 

Un copione già visto altre quattro volte in Umbria in una quindicina d’anni. Franca Aghaboi, nigeriana: colpita in testa con un sasso da un’altra donna e uccisa perchè “colpevole” di aver occupato una piazzola che non le  spettava a Perugia; Natalia Seremet conosciuta come Tania Bogus, 18 anni appena, assassinata a martellate dal suo sfruttatore e da un complice perchè non voleva prostituirsi e sarebbe stata un “cattivo esempio” per le altre, in Valtopina; Ana Maria Temneanu, 20 anni e un figlio di 5 in Romania, strangolata nel suo appartamento a Perugia; Beatriz Rodriguez, 43 anni, ammazzata con un corpo affilato al fianco e poi investita da un’auto, nella piazzola dove lei si vendeva a Perugia.

 

Ora Franca Abumen, 27 anni, nigeriana, forse l’unica morte scivolata via così senza che si sentisse una voce, senza che la sua morte andasse, perlomeno, a finire nella tragica contabilità dei femminicidi. Una morte di scarto. A Terni è stato staccato da pochi giorni lo striscione appeso a palazzo Spada contro i femminicidi, chiuse le manifestazioni contro la violenza alle donne, di cui si parla per qualche giorno intorno al 25 novembre. Pochi giorni fa i carabinieri sono dovuti intervenire in forze, con i vigili urbani e il corpo forestale per una vicenda di cani adottati da un gruppo animalista tedesco e portati in Germania. I militari hanno dovuto denunciare due persone che avrebbero preferito farsi investire dal camion che portava via cinque cani piuttosto che farli partire.

Una vicenda da chiarire, senz’altro, come sicuramente va riconosciuto merito a chi tutela i diritti dei più deboli. Per quella ragazza, nessuna voce, quasi che fosse un destino, il suo, voluto, cercato, inevitabile. Quasi che non ci appartenesse in nessun modo. L’Umbria non è terra immune alla violenza sulle donne: oltre alle cinque vittime del racket dello sfruttamento della prostituzione, tante donne sono state uccise, negli ultimi anni, per mano di mariti, compagni, vicini di casa. Donne di ogni età e di ogni ceto. Anche una bambina, vittima di pedofilia, Maria Geusa e una donna che ne aspettava un’altra, all’ottavo mese di gravidanza, Barbara Cicioni. E poi, poche settimane fa, due bambini uccisi dal padre separato e la scritta “ti amo” sul muro, raffinata ferocia contro una donna che si era separata, un altro ragazzo finito a mattarellate dal patrigno e marito padrone. E nemmeno le statistiche che parlano di violenza dentro le mura di casa, senza arrivare alla morte, vedono l’Umbria salva. Eppure sembra che tutto questo non sia bastato, che non abbiamo ancora imparato che ogni volta bisogna indignarsi, lavorare contro i luoghi comuni, fornire strumenti di tutela di cui ancora c’è grandissima mancanza anche qui.

Dicembre 2012

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