Le mie parole
Vanna Ugolini

Vanna Ugolini

Lunedì, 20 Maggio 2013 08:21

Femminicidio, l'origine della parola

Fino a poco tempo fa non conoscevo l'origine della parola femminicidio. Mi sembra interessante condividerla.

 

"Il termine Femmicidio (femicide) è stato diffuso per la prima volta da Diana Russell che, nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing, attraverso l’utilizzo di questa nuova categoria criminologica, molto tempo prima di avere a disposizione le indagini statistiche che ci confermano ancora oggi questo dato, “nomina” la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna». “Il concetto di femmicidio si estende aldila' della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.”

La teoria di Diana Russell diviene universalmente nota ed utilizzata da numerose scienziate per analizzare le varie forme di femmicidio (delitto d’onore, lesbicidio, ecc.).

(Fonte: http://femminicidio.blogspot.it/ )

Spiega l'avvocato Barbara Spinelli in un articolo sul sito www.corriere.it, per il blog la 27esima ora: "Non stiamo parlando soltanto degli omicidi di donne commessi da parte di partner o ex partner, stiamo parlando anche delle ragazze uccise dai padri perché rifiutano il matrimonio che viene loro imposto o il controllo ossessivo sulle loro vite, sulle loro scelte sessuali, e stiamo parlando pure delle donne uccise dall’Aids, contratto dai partner sieropositivi che per anni hanno intrattenuto con loro rapporti non protetti tacendo la propria sieropositività, delle prostitute contagiate di Aiids o ammazzate dai clienti, delle giovani uccise perché lesbiche…

Donne che sono uccise solo perchè sono donne e hanno voluto, dimostrato, di volere un percorso di vita autonomo".

Questo termine si rifà a episodi di violenza estremi, che sono avvenuti nel 1992 a Ciudad Juvarez, una città ai confini tra il Messico e l'America. In questa città con la complicità della polizia e delle istituzioni 4500 sparirono e un migliaio vennero struprate. Da allora un gruppo di uomini e donne coraggiose, studiosi, giornalisti, criminologi, cominciarono a sollevare il problema, a parlare di femminicidio. Una delle attiviste, Marcela Lagarde, riuscì ad essere eletta in Parlamento, fece una commission  d'inchiesta, raccolse dati e riuscì a far conoscere la dimensione del problema, a farlo diventare un problema politico, a far introdurre nel codice penale il reato di femminicidio. E' stata questa battaglia che ci ha consegnato nome, che, oggi, in Italia, è diventato abbastanza consosciuto.

Barbara Spinelli sull'argomento ha scritto un libro, "Femminicidio. Dalla denuncia al riconoscimento giuridico internazionale". Franco Angeli Editore

A volte succede, è raro, ma succede che le emozioni che pesano in fondo allo stomaco diventino in un attimo leggere nuvole sparpagliate.

"Ero al quarto mese di gravidanza, sono andata a denunciare mio marito per le botte, non mi hanno creduto". Succede che le sedie rimangano occupate fino a quando non si è spento l'eco dell'ultima parola e che sulle facce, le facce delle donne, si stampino nello stesso istante lacrime e sorrisi.

"Ho subito per tanti anni, ma non voglio farlo più, vivo per mia figlia, non voglio che lei pensi che ha una mamma debole". E' come trovare al primo colpo la combinazione sconosciuta della cassaforte dei ricordi, farli uscire storditi al sole dopo tanto buio. "Non torno più indietro. Non mi sento più in colpa. Nessuno mi deve mancare più di rispetto".

Non credevo, ma è successo, l'altro pomeriggio a Cave, vicino Roma. Al teatro comunale è stata presentata l'associazione Dimensione Donna, e c'erano tutti, dal sindaco alla preside, dal parroco alle associazioni, alle forze dell'ordine. C'erano tutti ad ascoltare i pensieri, i progetti, le storie, i racconti di cadute e risalite. Un fiocco bianco al petto, emozioni sulle montagne russe.

C'ero anch'io, con l'associazione Margot di cui faccio parte, e sono stata molto felice di essere lì. 

Queste sono state le mie parole.Appunti di pensieri. Grazie per le parole delle altre e degli altri.

 

Occuparsi di cronaca nera in questi ultimi anni, in regioni non pesantemente segnate dalla presenza della criminalità organizzata, perlomeno non nelle forme cruente delle faide e dei regolamenti di  conti fra bande rivali, ha voluto dire occuparmi, soprattutto di tre cose: droga, sfruttamento della prostituzione e femminicidi.

Forse per chi vive fuori l'Umbria può avere ancora quell'immagine di regione da cartoline, la verde Umbria, la regione del buon vivere e così via. Certamente questi aspetti sono  ancora presenti, ma l'Umbria, questa isola circondata dalle montagne anziché dal mare, è stata attraversata negli ultimi 15-20 anni da una serie di cambiamenti che ne hanno profondamente cambiato le dinamiche sociali e la qualità della vita, la cui portata non è stata compresa appieno dalle istituzioni e, quindi, non gestita con gli strumenti adeguati. Ancora oggi, naturalmente, queste dinamiche sono in corso e non vengono ancora comprese appieno.

Purtroppo l'Umbria è stata teatro anche di numerosi episodi di violenza contro le donne e di uccisioni di donne, di femminicidi.

Maria Geusa uccisa dall'orco.

E' l'aprile del 2004 e un bimba di due anni e 7 mesi arriva moribonda in ospedale, tra le braccia di uno sconosciuto, un amico di famiglia. Operata d'urgenza non ce la farà a sopravvivere. E' l'esempio estremo di violenza, un capolavoro dell'orrore e dell'indicibile, la violenza su una bambina, portata a termine con la complicità della madre.

Ecco, fare cronaca nera vuol dire anche confrontarsi con questo. Confrontarsi con il dolore per una bimba violata e uccisa, ma anche confrontarsi con il fatto che l'orrore può essere dentro di ciascuno di noi. L'uomo che violentò e uccise la bimba, l'amante della madre, è una persona normale. Non è il mostro, è uno di noi. Non possiamo trovare giustificazioni per cercare di metterci in salvo, per trovare conforto e pensare che a noi non succederà. L'assissino di Maria è stato dichiarato sano di mente e capace di intendere e di volere e colpevole, fino all'ultimo grado di giudizio, di omicidio e pedofilia. Colpevole anche la madre, per aver favorito gli incontri tra quest'uomo e la sua bimba.

La violenza, a volte, assume forme subdole: anche senza arrivare a questi estremi, che arrivano a toccare il fondo delle nostre coscienze, è dentro le nostre case, sono le persone più vicine a noi, le nostre madri, le nostre sorelle, che non se ne rendono conto o non vogliono farlo, che con i loro silenzi diventano complici del violento.

Purtroppo Maria non è stata l'unica vittima della violenza dell'uomo sui bambini, sui figli. Qualche mese fa “per amore” a Umbertide due bambini sono stati uccisi dal padre separato che non voleva farsene una ragione dell'indipendenza economica della moglie e della sua decisione di lasciarlo. Così ha tagliato la gola ai ragazzini, ha scritto “Ti amo” sul muro con raffinata perfidia. La vendetta perfetta nei confronti di una donna. Ieri quell’uomo si è ucciso in carcere.

Storie d'amore, storie di violenza

Nel 2007 le telecamere si accendono nuovamente sull'Umbria. Questa volta ad essere uccisa è Barbara Cicioni, una donna di poco più di trent'anni, incinta di 8 mesi. Non si riesce a salvare nemmeno la sua bimba, che si sarebbe dovuta chiamare Elena. Si grida alla banda di stranieri a un furto finito in tragedia, ma alla fine emerge che l'assassino è dentro le mura domestica, che ha uccidere Barbara e la sua bambina è stato il marito e futuro padre, quello che, davanti ai giornalisti, piangeva e mostrava la foto di Barbara nel giorno del matrimonio.

La storia di questa madre tenace, amorevole, sfortunata è emblematica, simbolica.

Barbara veniva picchiata dal marito praticamente da sempre, da quando erano ancora fidanzati. Ma Barbara lo ama.

Le storie di violenza partono sempre come storie d'amore, di passione.

Barbara era una donna autonoma, aveva un lavoro, gestiva una lavanderia ed era indipendente economicamente.La sua famiglia la spronava a lasciare il marito, una famiglia che era una sorta di clan che la isolava e proteggeva le violenze del marito. Nelle intercettazioni si sente il padre dell'assassino dire a uno degli altri figli “Le avrà dato un boccatone come faceva sempre”.

Barbara conviveva con la violenza, la subiva, subiva violenza psicologica  davanti ai figli e taceva. Anche questa è violenza. Si chiama violenza assistita: è quella che subisce chi sta a guardare il maltrattamento e spesso sono i figli.

Barbara Sperava che il marito cambiasse, sperava di riuscire a cambiarlo. Quante volte l’abbiamo pensato tutte? Forse ce l’abbiamo nel Dna questa sindrome della crocerossina.

Barbara, in un momento di disperazione più profonda era andata a denunciare la violenza e le era stato risposto dal carabiniere che prendeva la denuncia: “Signora, cosa ha fatto a suo marito per farsi picchiare?”. Così se n'era andata, senza firmare più quella denuncia.

Il 70 per cento delle donne vittime di violenza ha denunciato già almeno una volta le violenze subite.

Lui al processo racconterà la sua personale concezione di violenza: finchè si picchiava con la mano aperta e non con la mano chiusa, finchè non si faceva saltare un dente o non si mandava all'ospedale la moglie, non c'era violenza. Era la normalità.

Perchè Barbara non si ribella? Perchè non prende i suoi figli e non torna dalla madre, che più volte l'aveva invitata ad andarsene dal marito. Perchè, lei dice, non vuole far soffrire i figli.Solo per questo? Io credo che probabilmente Barbara non avesse la consapevolezza del suo valore, non pensasse di potercela fare da sola, non avesse la percezione della sua forza. Forse Barbara non si amava abbastanza, non credeva di meritarsi un uomo migliore. Forse è caduta nell’inganno dei sentimenti, in quella tela che le donne sanno tessere d’istinto, di relazioni da tenere insieme, ad ogni costo, a occhi chiusi. A testa bassa, a volte, purtroppo.

Gli ostacoli più difficili da superare sono quelli che non vediamo. Perché non sono davanti a noi, sono dentro di noi. Diventano limiti, confini che ci restringono l’orizzonte della vita e, finchè non riusciamo a renderli riconoscibili, a “vederli” non ci rendiamo conto che possiamo superarli. Rimangono un peso che portiamo dentro, senza renderci conto che è quello che ci affatica. Spesso le donne che accettano la violenza non hanno stima di se stesse, non si amano abbastanza perché nessuno glielo ha insegnato. Danno per scontato di non avere valore.

A volte mi chiedo se le cose sarebbero andate diversamente, nel rapporto fra i sessi, se sia donne sia uomini avessero la stessa forza fisica. Credo di no, credo che forse qualcosa sarebbe cambiato per gli uomini, che, magari, si sarebbero guardati dall'ingaggiare un match dall'esito indefinito, ma per le donne credo che il limite più grande sia la mancanza di consapevolezza del proprio valore.

Certo, non è facile uscire da questi percorsi dove la violenza si traveste da amore, il carnefice da vittima e il rapporto di coppia oscilla tra gli estremi della passione esclusiva e dell’umiliazione profonda: non è facile soprattutto se si è sole e si è isolate. E anche il mondo di fuori non sembra è pronto a farsi carico, a prendersi cura delle nostre ferite.

Pensate che fino a pochissimo tempo fa il coniuge che uccideva la moglie ne riceveva la pensione di reversibilità. Questa legge è stata abolita su proposta di una senatrice dell'Italia dei Valori che incontrò la madre la cui figlia era stata uccisa dal marito.

E, vi racconto, in maniera cinica, la storia di Michela. Michela era una ragazza sfortunata, le era morta la madre, non andava d'accordo col padre, viveva con la nonna. Non le era nemmeno andata bene con il fidanzato, che non accettava di essere stato abbandonato. La perseguitava, l'aspettava sotto casa, al lavoro per chiederle di tornare con lui. E' l'antivigilia di Natale di qualche anno fa. Michela è al lavoro, lui le telefona, le chiede di scendere un attimo. Lei prende l'ascensore e tiene in mano un piccolo panettone. Lui, invece, si presenta all'appuntamento con una pistola. Quando si aprono le porte dell'ascensore, gliela scarica addosso. Bene, al processo lui racconterà questa versione: “Volevo suicidarmi, Michela per impedirmelo, ha girato la pistola e si è uccisa”. Perchè è normale che uno per suicidarsi, dopo aver perseguitato per mesi la ragazzi abbia l'intenzione di sparare un intero caricatore. Comunque un giudice gli ha creduto, almeno in parte, dato l'assassino se l'è cavata con 11 anni di carcere.

Più o meno il tempo che ci vuole per una separazione e un divorzio non consensuali....

Purtroppo  i meccanismi e i tempo della giustizia a volte non sono assolutamente adeguati alla situazione in cui si ritrovano le vittime di violenza.

Nei primi nove mesi del 2012 a Terni sono andati a sentenza 9 processi che riguardavano violenze alle donne. Bene, di questi processi, cominciati molto tempo prima, solo due si sono conclusi con la condanna dell'imputato per il reato per il quale era stato denunciato. Solo un marito violento è finito in  carcere. Negli altri casi le donne avevano ritrattato, avevano ammorbidito le loro accuse, erano, a volte, tornate a vivere con il proprio carnefice, perchè non avevano possibilità di sostenersi economicamente – un’ altra forma di violenta diffusissima – perchè avevano paura di perdere i figli. Una delle donne che aveva denunciato era scomparsa. I tempi della giustizia non sono compatibili con i tempi della vita e la voglia di ricominciare di chi ha subito violenza. Anche perché le donne non possono decidere solo per se stesse e mettono davanti l'amore per i figli.

E a questo proposito voglio ricordare la morte di Ovidio Stamulis, un ragazzo di 17 anni che viveva con la madre e il patrigno e ne subiva continuamente le violenze. Ovidio, che capiva la debolezza della madre che era soggiogata dal compagno e aveva paura di perderlo in quanto dipendeva da lui,  ebbe il coraggio di denunciare il patrigno e chiese di essere ospitato in una casa famiglia. Il giorno in cui tornò a casa con la sentenza che prevedeva che il ragazzo sarebbe potuto andare a vivere in comunità il patrigno lo uccise a colpi di mattarello. E' inspiegabile come nessuno fosse intervenuto in maniera decisiva fino a quel momento e come Ovidio, in un momento così conflittuale, non godesse di un minimo di protezione.

 Tutte queste storie e tante altre che vi avrei potuto raccontare, hanno una cosa in comune: sono morti che si sarebbero potute evitare,. Maria andava a scuola con le guance arrossate. E' vero, era arrivata da poco, ma che fosse una bambina poco seguita era chiaro: ancora non parlava. Barbara, Ovidio, la madre dei due figli uccisi e quei poveri bambini, Michela.

E le donne che hanno abbassato la testa mentre aspettavano una sentenza che arrivava mai ci hanno provato a lanciare segnali d'aiuto, senza che ci fosse qualcuno capace di coglierne il senso di profondo bisogno e di disperazione che c'era nelle loro parole.

C'è qualcosa che non va in tutto questo.

Queste donne hanno bisogno che i loro silenzi vengano ascolti, di essere guardate.

E mi chiedo – voglio affrontare un tema difficile, ma che mi sta a cuore – mi chiedo quale letargia della coscienza, quale strabismo dell'anima ci abbia preso, quando guardiamo i corpi delle ragazze in vendita lungo le strade e passiamo oltre, sigillando i destini di quelle vite dentro la frase, “tanto quello è il più antico mestiere del mondo”.

Certo, oggi, è difficile capire e far capire: c'è questo indistinto rumore di fondo in cui si cerca di mettere tutto sullo stesso piano, le ragazze che si vendono per fare carriera, uomini e donne che liberamente decidono di guadagnare col proprio corpo, anzi questi modelli sono quasi indicati come quelli vincenti, da imitare. Non è di questo che voglio parlare, questo fa parte della sfera della nostra etica, della nostra morale. Quello di cui voglio parlare è che, nella nostra più totale indifferenza, anzi, con la nostra complicità, ogni permettiamo che per le strade delle nostre città, nell'appartamento vicino al nostro permettiamo che si perfezioni il reato di tratta, sequestro di persona, sfruttamento della prostituzione. Che donne che vivono nelle parti più povere del mondo vengono prese, spesso rapite, spesso quando sono ancora bambine, perchè i clienti, i nostri mariti, compagni, figli, fratelli, fidanzati, la possano avere la loro veloce, trasgressiva soddisfazione sessuale.

I tribunali italiani, per la prima volta, credo, nella storia d'Italia emettono condanne, in nome del popolo italiano per reati come tratta di esseri umani, sequestro di persona ai fini di sfruttamento, che svelano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il mestiere più antico del mondo è, in realtà, la più antica violenza dell'uomo sulla donna. Non è questo il lavoro che la nostra Costituzione pone come fondamento della nostra società. Il più antico mestiere del mondo della donna è un altro,  è l'ostetrica.

Della condizione femminile in Italia se n’è occupato anche l’Onu.

Il 25 giugno 2012 vengono presentato  all'Onu di Ginevra i dati sugli omicidi e sulla violenza sulle donne in Italia. Per quel che riguarda gli omicidi si tratta del primo Rapporto tematico sul femminicidio ed è il frutto del lavoro realizzato per dieci giorni in Italia da Rashida Manjoo, inviata dell'Onu.

(informazioni tratte dal sito www.pangeaonlus.org e altri articoli sulla presentazione del rapporto)

Il suo discorso non fa sconti sulla situazione nel nostro Paese. 'Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne. Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo.” Violenza, insomma, come forma di comportamento abituale e quella in casa è la forma più ampia che affligge le donne nel Paese e riflette un crescente numero di vittime di femmicidio da parte di partner, mariti, ex fidanzati. Avverte Manjoo: “Purtroppo, la maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in una contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine; dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza; e persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione”. Il suo rapporto infatti sottolinea 'la responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza' e, 'analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femmicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato'.

Conclude l'inviata dell'Onu: “Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza, questi risultati non hanno però portato ad una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.”

La cosa interessante è che l'Onu indica anche quali strade sarebbe necessario percorrere per fare concretamente qualcosa:

l'Onu plaude alla legge antistalking, ai passi avanti fatti con la quote rosa nei consigli di amministrazione, la discussione sulle quote rose nell'ambito dei meccanismi elettorali

Ma ci sono anche delle indicazioni precise per quanto riguarda le buone prassi da mettere in atto:

Le richieste vanno in molte direzioni:

Riguardano interventi culturali che cambino l'immagine della donna nei mezzi di comunicazione, raccolte di dati e informazioni che riguardino la differenza di genere per poter avere un quadro completo non solo dei tipi e della quantità di violenza, ma anche delle disparità nei vari ambiti sociali, lavorativi, dell’istruzione, dei percorsi di accesso al lavoro. Inoltre indica una serie di modifiche legislative da attuare in materia di divorzio, affidamento dei figli, immigrazione per tutelare quelle donne che sono ancora più vulnerabili in quanto vittime di più forme di violenza.

E poi, l'importanza di potersi difendere adeguatamente, in tribunale, con buoni avvocati, quindi la necessità del patrocinio legale per chi non può permettersi di pagare la sua difesa.

E, naturalmente, l'efficacia dei centri antiviolenza, il sostegno finanziario, la preparazione degli operatori che seguono le donne vittime di violenza.

Purtroppo mancano troppi anelli a questa catena.

Per questo è necessario costruire, in ogni comunità, una filiera rosa, una filiera virtuosa che metta insieme tutti, istituzioni, forze dell’ordine, scuole, parrocchie, associazioni, perché una donna che chiede aiuto trovi protezione: si può partire dal codice rosa al Pronto soccorso, uno spazio riservato alle donne che arrivano al pronto soccorso, con personale formato che sia in grado di capire cosa c’è veramente dietro la richiesta d’aiuto di una donna. E poi forze dell'ordine in grado di accogliere le denunce, formazione di personale per i centri antiviolenza, rialfabetizzazione dei ragazzi e delle ragazze nelle scuole con progetti che li mettano di fronte alle questione di genere.

Queste cose non sono così’' lontane dalla portata delle iniziative che si possono mettere in campo anche a livello locale, attraverso una collaborazione fra istituzioni, forze dell'ordine, sistema sanitario associazioni e vanno a costuire solo la base, una piccola barriera contro la violenza, in questo paese dove, comunque, sono le vittime a dover scappare a dover stravolgere la propria vita mentre i carnefici troppo spesso sono liberi.

Voglio però  voglio chiudere con una nota positiva: le donne sono forti, hanno mille risorse, ci sono donne che rinascono dopo aver subito violenze di cui è difficile sopportare anche solo il racconto. Perchè, man mano, acquistano la consapevolezza del loro valore.

 C’è un vero greco per indicare il “vedere” che a me piace molto. Il vero è “zeaomai” vuol dire “guardare” ma nell’accezione di “guardare con stupore”. Ha la stessa radice della parola greca “teatro”, il luogo che si guarda con stupore e della parole “divinità”.  Io credo che la cosa più ci condiziona e ci impedisce di affermare le nostre potenzialità sia la paura di essere felici. Felici di vivere con pienezza la vita, ad esempio. Siamo forse educate ad avere paura della felicità. Invece dobbiamo imparare e a guardare con stupore alle nostre capacità e a tutto quello che, ogni giorno, siamo in grado di fare,  a non avere paura di essere visionarie e inventarci un modo di diverso di convivere in questo mondo con l’altro sesso e, soprattutto, a non temere i nostri sogni spericolati.Dobbiamo essere consapevoli che ciascuno di noi ha diritto a essere felice e a deragliare dai binari della propria vita, ad andare fuori strada per trovarne un'altra, di strada, in cui inventarsi un proprio, personale percorso di ricerca di felicità.

Che sollievo sentir parlare Rossano Ercolini, il maestro elementare di Capannori (Lucca, Toscana, Italy!) arrivato sul tetto del mondo, vincitore del Goldman Environmental Prize, 2013, un italiano scelto per il suo impegno a favore dell'ambiente, tra i candidati di tutta Europa. Sì, perchè il premio viene dato a sei persone ogni anno, sei "super green", uno per ogni regione continentale. La Fondazione Goldman ha voluto premiare Rossano Ercolini, poiché “quando sentì parlare dei progetti di edificazione dell’inceneritore nel suo Comune, ritenne di avere la responsabilità, come educatore, di proteggere il benessere degli studenti e di informare la comunità in merito ai rischi dell’inceneritore e alle soluzioni per la gestione sostenibile dei rifiuti domestici del paese”, come si legge nella motivazione del premio. "Rossano Ercolini è stato premiato per l’Europa per il suo impegno nel promuovere il progetto Rifiuti Zero. È questo un grande riconoscimento a tutto quel vasto tessuto di associazioni, comitati, movimenti e comuni che negli ultimi quindici anni ha diffuso capillarmente, in Italia e in Europa, la teoria e la pratica di Rifiuti Zero. Il prestigioso riconoscimento ricevuto da Ercolini renderà più forti le battaglie contro gli inceneritori e per Zero Waste in Italia e in Europa”, ha commentato dagli Stati Uniti Patrizia Lo Sciuto, coordinatrice di Zero Waste Italy.

Allora non tutti gli ambientalisti sono spariti, non tutti sono finiti fagocitati da improbabili alleanze, sepolti sotto le scartoffie di qualche assessorato di seconda fila, stremati dall'ennesima protesta contro ecomostri, cementificazioni selvagge, centrali nucleari. Rossano Nicolini è entusiasta, "adesso con questo premio chi ci ferma più?", ricorda i suoi inizi nel movimento del "Sole che ride", i Verdi che alla fine degli anni '80 scesero in politica, seguendo l'onda lunga del movimento anti nuclearista, nato dopo il disastro di Chernobyl, ma soprattutto progetta quello che farà nei prossimi giorni. 

 

Intanto, però, come ha fatto l'America a scoprirla? 

 

San Francisco e Capannori sono le due eccellenze nel movimento Rifiuti Zero: i contatti con l'America sono tanti e frequenti, abbiamo voce in capitolo nel movimento. Le buone pratiche e l'esperienza di Capannori (ha il record di differenziata, circa 82 per cento, ma non solo) sono un luogo ben visibile per chi si occupa di questi temi. Poi, probabilmente, ha colpito anche il fatto che sono un maestro elementare, una persona normale che, però, può fare la differenza. Inoltre, con l'esperienza di Capannori, siamo riusciti a trasformare una storia locale in un network nazionale. Per chi segue la questione dei rifiuti, noi siamo conosciuti fin dal 1994, quando ci battemmo contro la costruzione di un inceneritore in provincia di Lucca e vincemmo. Da lì ci cominciammo a muovere, facemmo diverse battaglie e man mano ci siamo fatti conoscere.

 

Quindi lei ha cominciato con il movimento del "Sole che ride", a fine anni '80.

 

Sì. Siamo stati anche gli unici verdi in Italia, a essere buttati fuori dal movimento. Fu Luigi Manconi a farlo, nel 1997, formalmente, perchè eravamo contro gli inceneritori. Noi ci presentammo lo stesso alle elezioni con la lista "Ambiente e futuro" e lo slogan "Non bruciamoci il futuro". Eravamo e siamo per dare messaggi positivi. Ci si può divertire a battersi per il pianeta. E' una opportunità.

 

A Capannori avete il record della raccolta differenziata e del riciclo. Riuscite a recuperare circa l'80 per cento dei rifiuti. Ma non vi limitate a questo. Studiate cosa c'è nel 20 per cento che non si recupera. Così cercate soluzioni per il riciclo anche di quello. E vi confrontate con le aziende che producono oggetti non riciclabili perchè cambino il loro modello di produzione. Ma è sicuro che si può stare senza inceneritori?

 

Certamente. La risposta ce la danno l'Olanda o la Danimarca, che hanno grossi impianti di incenerimento e comprano rifiuti a prezzi bassissimi pur di farli funzionare. Sì è arrivati al paradosso, in quei casi, per cui bisogna produrre rifiuti perchè gli inceneritori siano economicamente convenienti.

A San Francisco si recupera l'80 per cento dei rifiuti, a Capannori l'82 per cento. Quello che rimane, si stabilizza, si studia e poi si può ancora recuperare: ci sono nuovi macchinari che lo permettono. Il caso più eclatante è stato lo studio che ha fatto il nostro centro di ricerca, per separare il caffè dal suo contenitore, in accordo con le aziende produttrici di cialde. Ma ci sono tante altre buone pratiche che abbiamo messo in atto. Ad esempio noi ora siamo in contatto con una piccola azienda di Occhiobello, in provincia di Rovigo, che lavora, cioè lo scarto di pulper. Prima nella piana di Lucca volevano fare l'inceneritore, ora sono in grado di fare manufatti in plastica con materiali riciclati.

A Marzabotto c'è un industriale, Claudio Tedeschi, che ha acquistato una parte di area industriale e monta 500 lavatrici al giorno recuperando i pezzi dalle lavatrici.  Stiamo lavorando contro lo spreco alimentare. Quello che è riciclabile e compostabile non va in discarica.

Gli inceneritori, invece, sono contro le buone pratiche.

 

Finalmente economia ed ecologia non sono più uno slogan, vanno nella stessa direzione?

 

Certamente. L'Ocse prevede che in 25 anni ci serviranno il 75 per cento di materie prime in più. I rifiuti diventeranno sempre più importanti e la filosofia di Rifiuti Zero si "incastra" perfettamente in questo volano economico. In America l'industria del riciclo è quella che dà più posti di lavoro.

 

Cosa ne pensa che movimento della Decrescita felice, che punta molto sul riciclo, recupero, autoproduzione, teorie in parte condivise anche dal manifesto economico del Movimento Cinque Stelle  di Beppe Grillo?

 

Concordo in parte con le teorie di questo movimento, per la parte che riguarda il recupero e il riutilizzo. Noi siamo, però, per la creazione di posti di lavoro, di un progresso di crescita sostenibile, ma comunque di crescita. 

 

Il movimento del Sole che ride aveva un'etica, principi, una filofia di base che sostenevano le azioni "verdi". Pensiamo a Gregory Bateson e all'ecologia della mente, a Alexander Langer, pacifista e costruttore di ponti fra culture diverse o a Gianfranco Amendola, con il suo libro "Nel nome del popolo inquinato". L'ambientalismo degli anni 2000 sembra essere più dominato dalla tecnologia e che il resto si sia perso.

 

"Rifiuti Zero" non parla di rifiuti, parla di comunità. Noi partiamo dal sacco nero per arrivare alla democrazia. Una democrazia delle comunità che poggia i piedi sul territorio. Uno dei pilastri della sostenibilità ambientale è proprio quello sociale. Rifiuti zero è una nuova idea di democrazia che parte dal basso. Anche lo stesso Beppe Grillo riconosce di essere debitore del patrimonio di conoscenze di Rifiuti Zero e del movimento ambientalista. Il nostro è il rilancio di un progetto ecologista che prevede prodotti a chiloemtri zero, spreco zero e così via. Certo, bisogna andare avanti. C'è bisogno di una istituzione che declini le battaglie territoriali in senso più lato e di collegare i saperi informali a quelli formali.

 

Quindi, dopo il premio internazionale, si va avanti. Certo, non avrete la vita facile. Matteo Renzi, che ha buone chance di diventare leader del Pd, dichiara che gli inceneritori vanno fatti e non creano problemi di salute.

 

Firenze sarà la nostra Stalingrado. Ce la faremo.

 

Beh, dopo Firenze, anche l'Umbria è un osso duro da cambiare. Il partito degli inceneritori è fortissimo, anche i sindacati sono a favore, nonostante la raccolta differenziata necessiti di un maggior numero di lavoratori. Pensi che, addirittura, a Perugia, la carta viene raccolta nei sacchetti di plastica e se la metti in quelli di carta non te la raccolgono. E questo nonostante ci sia la Novamont, con sede a Foligno, dove l'ad Catia Bastioli si è inventata la plastica biodegradabile...

 

Questo succede in tutte quelle realtà dove le municipalizzate si sono trasformate in società per azioni. E' nei capoluoghi dove si concentra lo scontro politico. Noi in Umbria siamo entrati a nord e a sud, a Umbertide e Narni. Andremo avanti. Li accerchiamo.

 

In bocca al lupo, dunque a Rossano Ercolini, maestro elementare che, nella sua classe, insegna la matematica facendo calcolare ai bambini quanti alberi hanno salvato e quanta anidride carbonica hanno fatto risparmiare al pianeta con la raccolta della carta e, soprattutto, cerca di far scoprire quanta meraviglia c'è sul pianeta. Ovunque, in un tramonto, ma anche nel sacco nero della spazzatura. Basta saperlo guardare. Da bravo ambientalista, ricevuto addirittura dal presidente Obama, conosciamo già la sua risposta. Viva il lupo. Viva il lupo, Mr Ercolini. 

 

 

 

L'evento Jane Goodall in Umbria, (Terni primo giugno, Perugia 2 giugno prossimi), la presenza in Italia della grande scienziata di fama internazionale, non è nato per caso. Dietro c'è altra passione e altra curiosità, quella di Francesca Rossi, violinista perugina, insegnante di musica che fortemente ha voluto questo avvenimento e per mesi ha lavorato creando contatti, arricchendone i contenuti e lavorando con centinaia di bambini perchè l'incontro con Jane diventi un vero e proprio evento per tutti quelli che la incontreranno.

Jane Goodall sarà in Umbria il primo e due giugno, incontrerà i bambini e i ragazzi di Terni e Perugia, presenterà il suo spettacolo al teatro Morlacchi e ascolterà un coro di 800 bambini che canteranno per lei i brani del cd "Vermi, galline e scimpanzè" (Egea small) con testi e musiche originali che raccontano la vita della scienziata inglese. 

 

Francesca Rossi, come hai conosciuto Jane Goodall?

 

L'anno scorso Gabriele (Mirabassi, clarinettista, musicista jazz conosciuto a livello internazionale e marito ndr) è stato chiamato in Germania per suonare durante un incontro pubblico di Jane Goodall insieme al chitarrista Wolfgang Netzer con il quale avevano già realizzato la colonna sonora di un fim documentario (Jane's Journey) dedicato alla sua vita. Tornò da quell'esperienza folgorato dal suo carisma, dalla sua persona nella sua totalità: forza, ironia, consapevolezza. Io, da brava italiana ignorante, non la conoscevo. Sapevo della storia di Diane Fossey che morì per mano di bracconieri mentre studiava i suoi gorilla di montagna, ma di Jane Goodall non sapevo niente. Perchè, mi sono domandata, solo perchè non era morta? Cominciai a documentarmi: leggere libri, cercare biografie sempre più approfondite, guardarla su you tube ha occupato il mio tempo per l'intero mese di giugno dell'anno scorso e poi mi sono detta: tutti la devono conoscere!
Lavoro da tanti anni con grandi quantità di bambini: elaboro progetti di didattica musicali e li realizzo con tante scuole materne ed elementari. Parlo con bambini in continuazione di tante cose e allora ho pensato che questo sarebbe stato l'argomento di questo anno scolastico. Con la complicità di grandissimi amici e bravissimi artisti ho cominciato ad elaborare il progetto: Mirko Revoyera si sarebbe occupato di scrivere il testo della storia (vera!) di Jane Goodall, Filippo Fanò avrebbe musicato le canzoni di cui io avrei scritto i testi e Stella Basile avrebbe illustrato il nostro progetto. E' stato magnifico poter condividere l'entusiasmo con loro.

 

Che cosa può rappresentare Jane Goodall per i bambini e i giovani italiani, oggi?

 

Jane Goodall rappresenta una testimonianza di grandissimo livello per tutti noi, e raccontarla ai bambini è stato emozionante.

Bimba curiosa, entusiasta, testarda e perseverante, Jane ha sempre improntato la sua vita alla ricerca e scoperta della natura e dei suoi abitanti, la sua famiglia umile la sostiene perchè crede in lei e il suo amore per gli animali la porta a realizzare i suoi sogni: dopo aver lavorato in un pub per pagarsi un viaggio in nave per l'Africa e essersi dichiarata disponibile ed entusiasta al lavoro duro (e gratuito) presso gli scavi di un sito archeologico sotto il sole africano, Jane viene notata e le viene affidato il primo grande incarico, l'osservazione degli scimpanzè. Da lì e per trent'anni Jane crea la più grande realtà intorno allo studio dell'etologia e dell'antropologia dell'ultimo secolo. E dopo, non è finita, passa gli ultimi trent'anni della sua vita sugli aerei a raccogliere fondi per scopi umanitari, ambientalistici ed ecologici.
Questa è una storia che dà una speranza reale, chissà se ancora i sogni, se perseguiti con amore e perseveranza, possono portare a dei grandi risultati.
 
Come hai lavorato con i bambini sulla vita di Jane Goodall?
 
La storia di Jane Goodall è stata raccontata a circa 1.000 bambini e ragazzi delle scuole d'infanzia e primarie del territorio. In un progetto di Educazione Musicale è entrata la bella storia di Jane Goodall e i bambini l'hanno ascoltata, cantata e suonata come se si trattasse di Alice nel paese delle Meraviglie e la meraviglia più grande è stato scoprire che quella bimba era vera, che ora è una nonnina che racconta la sua storia (come tutte le nonnine).

Da qui nasce l'idea di conoscerla e farla conoscere.

 

Come sei riuscita a organizzare l'evento?

 

Questa non è un'impresa facile. Jane Goodall passa la sua esistenza di signora ottantenne viaggiando 300 giorni l'anno per raccogliere fondi a sostegno degli scopi che il Jane Goodall Istitute sostiene. Chi vuole Jane Goodall si deve fare carico dei suoi progetti.

Missione, se possibile, ancora più affascinante, perchè si tratta di reperire una somma minima di €. 10.000,00 da inviare a sostegno del Jane Goodall Institute Italia che si occupa del mantenimento di un orfanotrofio in Tanzania.
A questo punto ho contattato Irene, il mio entusiasmo non bastava più avevo bisogno di qualcuno che conoscesse il mondo scientifico con il quale condividere il progetto. Irene Biagini lavora da tantissimo nel campo della divulgazione scientifica. Con la sua associazione Psiquadro ha sempre organizzato manifestazioni belle, coinvolgenti e di alto spessore scientifico.
Con lei siamo andate a caccia di fondi e a parlare con i politici locali.
Una bella risposta c'è stata data proprio dal Sindaco Boccali e dall'Assessore Ferranti che hanno immediatamente colto il messaggio positivo che cercavamo di dare a Perugia, alle sue famiglie, ai suoi bambini invitando Jane Goodall e hanno deliberato la somma minima per averla qui.

 

L'avvenura è cominciata. I ragazzi di Terni la incontreranno il primo giugno, quelli di Perugia, il 2. Per tutti l'ultimo appuntamento con Jane in Italia è il 2 giugno, alle 21, al teatro Morlacchi, dove, in scena, racconterà la sua vita e le sue emozioni in sintonia con le meraviglie del pianeta. 

 

Per informazioni www.jane-goodall-inumbria.it www.dentidileone.it 

La diciottenne Salwah Mekrsh non può camminare. Sua madre e sua sorella spingono la sedia a rotelle di Salwah per le strade di Kilis, una città della Turchia, vicino al confine con la Siria. Le tre donne si fermano all’ombra di un albero di limone, in un piccolo cortile. Mentre Salwah aspetta che inizi la sua seduta di supporto psicologico con Medici Senza Frontiere, parlano di come le loro vite siano cambiate.

"Prima della guerra, avevamo tutto", afferma Salwah, "ma da quando è cominciata, abbiamo sofferto troppo”.

Nel marzo 2011, poco prima dello scoppio dei disordini in Siria, Salwah subisce delle pressioni per sposarsi. Aveva 15 anni. Ben presto rimane incinta e, proprio quando le proteste si trasformano in una guerra civile, nasce sua figlia. In seguito a una tentata aggressione da parte del marito, il matrimonio di Salwah si sfascia, ma lui se ne va, portando con sé la bambina. “Ha preso mia figlia e non mi permette di vederla”, spiega Salwah. “Non ho modo di mettermi in contatto con loro. Non vedo mia figlia da un anno.”

Salwah torna a vivere con la sua famiglia nella città di Aleppo, la capitale industriale ed economica della Siria. Il 25 novembre 2012, stava rientrando a casa con un vicino. Una delle strade che portano a casa sua era chiusa, così decidono di prenderne un’altra. Mentre attraversano una piazza, un cecchino le spara, colpendola alla schiena.

È ricoverata d’urgenza nell'ospedale di Aleppo dove le vengono rimossi i proiettili dal corpo, ma le sue condizioni sono critiche. La sua famiglia tenta di mandarla in Turchia per le cure mediche, ma le viene impedito di attraversare la frontiera, allora la portano in un ospedale della zona gestito da MSF di cui avevano sentito parlare.

L’équipe medica di MSF ne organizza il trasferimento all’ospedale di Kilis, oltre il confine turco-siriano. Quando finalmente le è permesso di entrare in Turchia, Salwah viene ricoverata dapprima nell’ospedale di Kilis e poi in una struttura della capitale provinciale, Gaziantep. Trascorre 12 giorni nel reparto di terapia intensiva.

"Ora mi sento meglio, ma non posso camminare", racconta Salwah. La ragazza può contare sul sostegno di Lina, una delle promotrici locali della salute di MSF. "Lina mi ha parlato di un membro della sua famiglia con un problema simile, non legato alla guerra. Lei gli ha dato sostegno psicologico e ora sta bene. Sapere questo, mi ha fatto sentire meglio".

Lo psicologo è pronto e la seduta può iniziare. La madre e la sorella di Salwah la aspettano fuori, fumando sedute sotto l’albero di limone. Quando il sole calerà, ritorneranno nella casa che hanno affittato a Kilis, dove non sentono il fragore dei bombardamenti della Siria e non provano la paura di morire. Nonostante questo, tutta la famiglia vorrebbe tornare a casa. Dove sarete la prossima volta che ci incontreremo? "Ad Aleppo, inshallah", risponde la mamma di Salwah.

"E’ necessario riportare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sul tema dei diritti dei bambini. Crisi economica e instabilità politica non possono essere considerati alibi per mettere in secondo piano un tema centrale come quello della protezione dei minori dallo sfruttamento e l’abuso sessuale. Con questo appello Ecpat, rete internazionale di organizzazioni, presente in oltre 70 paesi, impegnata nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali, interviene nella V Giornata nazionale contro la pedofilia. Un appello corale al nuovo governo appena insediato affinché riporti tra le priorità dell’agenda politica la difesa dell’infanzia, minacciata da fenomeni come sexting e grooming, turismo sessuale e pedopornografia.

 

La difesa dell’infanzia in primo piano. I diritti dei bambini priorità del’agenda politica del nuovo governo. E’ questo l’appello che Ecpat Italia rivolge in questa giornata alle istituzioni nazionali, sottolineando come siano sicuramente incoraggianti le parole del nuova ministra per le Pari Opportunità, Josef Idem. La ministra ha infatti ribadito come da subito saranno riattivate tutte le attività e i lavori di organismi come “Comitato Interministeriale di coordinamento per la lotta alla pedofilia (C.I.C.Lo.Pe) e quelle dell’”Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile”, ricordando che “gli abusi sessuali a danno di minori, talvolta anche giovanissime vite, costituiscono una delle forme peggiori di violenza che la nostra società possa conoscere e che, purtroppo, rimane fra le meno denunciate”. I tempi sono quindi maturi per un richiamo alla responsabilità politica in materia di diritti dell’’infanzia.

 

I pericoli della rete. Al richiamo istituzionale Ecpat Italia accompagna l’allerta per la sicurezza on line dei minori e un appello per i turisti italiani che andranno in Brasile per i Mondiali di calcio 2014. In particolare Ecpat Italia sottolinea la preoccupazione per l’atteggiamento sempre più spregiudicato con il quale i minori si trovano ad usare i nuovi media, vissuti come strumenti per farsi conoscere, sfruttando la propria e l’altrui immagine per un momento di notorietà. In merito la coordinatrice dei programmi di Ecpat, Yasmin Abo Loha, impegnata in questi mesi in attività di formazione all’interno di alcuni istituti scolastici rilancia la campagna “Navigare in rete senza pericoli”, una serie di consigli utili per rendere i nuovi mezzi di comunicazione “luoghi” sempre più sicuri. Adescamenti on line, invio di messaggi a sfondo sessuale (sexiting), pornografia che ritrae minori sono oggi il pane quotidiano per chi lavora a fianco dei bambini. I numerosi casi di cronaca di questi mesi ne sono un esempio. In merito la nuova legge 172/2012 “figlia” della Convenzione di Lanzarote introdotta nel mese di ottobre, fan ben sperare grazie all’introduzione di nuovi reati, come l’adescamento on line di minori e pene più severe.

 

Ecpat Italia, nella V giornata nazionale contro la pedofilia, riporta l’attenzione anche sul tema del turismo sessuale a danno di minori in vista dei Mondiali di calcio di Brasile 2014. Sensibilizzare l’opinione pubblica in merito con un campagna internazionale è l’obiettivo che l’organizzazione si è posta per prossimi mesi. Il messaggio dovrà essere forte e chiaro: l’evento sportivo non dovrà trasformarsi in porta di ingresso per coloro che sono alla ricerca di sesso con minori. Sul tema ECPAT esprime anche soddisfazione per la risoluzione del Consiglio d’Europa sul turismo sessuale, del 23 aprile scorso. Un documento che ha ribadito quanto detto in questi anni dalla rete internazionale: la gran parte di coloro che commette questo tipo di reato è occasionale e non pedofilo, e che se negli ultimi anni si è registrato un aumento di questo fenomeno lo si deve al ruolo chiave giocato dalle nuove tecnologie".

 

ECPAT è una rete internazionale di organizzazioni, presente in oltre 70 paesi, impegnata nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali: turismo sessuale a danno di minori; prostituzione minorile; tratta e traffico di minori a fini di sfruttamento sessuale; pedopornografia.

ECPAT-Italia è nata nel 1994 per combattere il turismo sessuale e far approvare la legge 269/98, che punisce gli italiani che commettono abusi sessuali su minori anche all'estero.

In giornate come queste, dove tre donne sono state uccise senza un motivo, è difficile trovare le parole giuste per riflettere. Pubblico un mio intervento che preparai occasione della presentazione del libro "Le Italiane", di Telefono Rosa sulle donne che hanno fatto la storia.

 

"E’ importante parlare di donne che hanno fatto la storia e, forse, chi lo ha fatto, per parlarne ha dovuto cercare anche un po’ faticosamente negli archivi piuttosto che sui libri di storia. E’ importante leggere questo libro perché  viviamo in un periodo storico nel quale si tende a dimenticare quanto lunga sia stata la schiavitù femminile, quanto dura e difficile sia stata la via dell’emancipazione,  quanto essa sia costata a tante e tante donne, note e ignote. Ma anche quanto le donne hanno fatto per rendere questo mondo un posto migliore dove vivere.

E oggi ci stiamo rendendo conto, o, almeno dobbiamo farlo, che anche qui, nel postmoderno Occidente, dove la parità quantomeno formale è stata quasi raggiunta, la conquista dei diritti non è irreversibile.  Il rapporto tra generi, come ogni aspetto della cultura, è esposto a cambiamenti che non necessariamente seguono la via del progresso. Oggi molti riconoscimenti, molte conquiste fatte dalle donne sono messi in discussione e una mentalità che sembrava finalmente e definitivamente superata sembra riemergere dal passato. Quindi mai come oggi sono importanti testimonianze come queste raccontate nelle “Italiane”

 

Pensiamo solo a quanto è accaduto pochi mesi fa in America. Il mondo ha riconosciuto che, con la riforma sanitaria veniva fatta la prima grande rivoluzione sociale che i democratici cercavano di fare da mezzo secolo. Come ha fatto Obama a far passare la riforma? Agli antiabortisti ha offerto una garanzia speciale. Proprio mentre la Camera era riunita per le votazioni,  Obama ha firmato un ordine esecutivo" che rafforza il divieto di usare i fondi federali per rimborsare le spese delle interruzioni di gravidanza. La prima grande rivoluzione sociale americana si è giocata sul corpo delle donne.

Pensiamo a un altro episodio, anche questo avvenuto pochi mesi fa:  Roman Polansky, geniale regista cinematografico, accusato di aver violentato nel 1977, nella casa di Jack Nicholson, una bambina di 13 anni viene arrestato in Svizzera dove va a ritirare un premio. Bene, il mondo s’indigna non per il fatto che dal 1977 a oggi questo signore girava libero per il mondo nonostante avesse stuprato una minorenne. No, sentite che reazioni provocò l’arresto: Il ministro della Cultura francese, Fredric Mitterrand: "Sono stupefatto - ha dichiarato - di apprendere la cattura di un cittadino francese, che è anche un regista di fama internazionale". Mitterrand ha proseguito dicendo di aver sottoposto il caso al presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, "che segue la vicenda con grande attenzione. E che si augura una soluzione rapida della vicenda".
Dure protesta anche dall'Associazione elvetica degli scrittori e dei registi, che ha parlato di uno "scandalo legale che pregiudicherà la reputazione della Svizzera nel mondo". Non una parola per la bambina, diventata donna, stuprata. Aldilà del fatto che questa signora abbia poi detto che l’ha perdonato e non vuole più sentire parlare di questa storia, che messaggio viene da questa vicenda? Che il corpo violato di quella bambina, il suo dolore, hanno meno valore della creatività di un artista stupratore.

Non ricordo che nessuno si sia indignato per queste prese di posizione. Anche i mezzi di comunicazione, che si dividono politicamente, fanno invece fronte comune troppo spesso sulle questioni delle donne, banalizzando e offrendo una visione a senso unico della condizione femminile. Pensiamo al caso di Ruby, la ragazza minorenne nei cui confronti sarebbe intervenuto il presidente del consiglio. Tutti i mezzi di comunicazione ne hanno esaltato la bellezza e le dichiarazioni. L’hanno seguita mentre in discoteca faceva la cubista e veniva ricoperta d’insulti. Hanno pubblicato il suo cachet. Nessuno ha mai avuto niente da duri sugli uomini adulti che la circondavano né su quella che la andavano a vedere in discoteca. Nessuno ha pensato che Ruby potesse essere stata una minore trafficata che forse, se fosse stata presa dalla rete dei servizi sociali anziché finire in altri giri, oggi sarebbe a scuola a studiare anziché a fare la cubista.

Non va dimenticato, nonostante anche questo sia un argomento di cui si parla sempre meno e sempre più sotto traccia, che oggi, la parte ricca dell’Occidente è meta del traffico di donne e bambini che vengono portati qui dalle parti più povere dell’Europa e dell’Africa a soli fini di sfruttamento sessuale. E proprio qui, anche in questa città, i tribunali condannano, di nuovo, in nome del popolo italiano per riduzione in schiavitù, come forse non accadeva da un centinaio d’anni, Un fenomeno, peraltro, che in molte  parti del mondo è ancora una terribile realtà.

E’ per questo che è importante che vengano rimessi dei punti fermi e riproposte testimonianze di vite che sono state vissute diversamente, con pienezza, intelligenza e ideali.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al ritorno di una concezione di della virilità come conquista, acquisto e dominio con l’inevitabile altro lato della medaglia: la donna intesa come oggetto, come merce di scambio, nel migliore dei casi come premio o trofeo. Presa in considerazione,comunque, per soprattutto per il suo aspetto fisico.

E abbiamo dovuto constatare, io personalmente con un po’ di con sgomento, che, se la grande maggioranza delle donne vive questa concezione come un’inaccettabile offesa, altre sembrano invece accettarla e considerare il proprio corpo come un investimento, arrivando a volte a teorizzare questa accettazione come una scelta di libertà. Un meccanismo di cui si era ben accorta anche la de b. quando scriveva “In verità la donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano ma modellandosi secondo i loro sogni”. (sdb).

E già prima, a metà del 1700, Mary Wollstonecratf, che, fra l’altro, morì di parto, aveva scritto: <Oggi alle donne viene insegnato dalla più tenera età che la bellezza è il loro scettro, così che il loro spirito prende la forma del loro corpo e viene chiuso in quello scrigno dorato ed esse non fanno che abbellire la loro prigione>.

Pochi giorni fa sono stata a presentare un altro libro, sulla tratta delle donne e un ragazzo mi ha detto: <Lei dice che ci sono ancora oggi donne che preferiscono morire piuttosto che prostituirsi ma ci sono delle mie compagne di classe che lo fanno gratis, che si spogliano gratuitamente in webcam>. Nell’aprile scorso, durante il festival del giornalismo che si tiene a Perugia, Lorella Zanardo è venuta a presentare il suo documentario “il corpo delle donne”, in cui si chiede come siamo potute arrivare a perdere la nostra identità, la nostra espressività e anche la propria personale storia attraverso la manipolazione del corpo. Le ho chiesto cosa pensa delle ragazze che sognano di diventare veline e di sposare, magari, un calciatore. Lei mi ha risposto che con molte di queste aveva avuto occasione di parlare, durante le presentazioni del suo documentario e diceva: <Io mi sento di stare vicina a loro. Perché queste sono ragazze che sono state cresciute dalla televisione, ragazze che sono venute su molto sole. Se tu fai capire loro che ci possono essere altre strade, altre possibilità, altre prospettive nella vita loro ti guardano stupite e ti dicono “non ci avevo pensato”>.

Ancora, vorrei sottolineare l’importanza del libro dal punto di vista di quello che Lella Costa, nel suo spettacolo “Ragazze” definisce una questione di marketing. <Se gli uomini avessero le mestruazioni chiamerebbero quel periodo “le giornate delle cinque lune rosse” >, dice la Costa, noi, invece, stiamo lì, tutte abbattute che quasiin quei giorni ci vergognano. Questa battuta mi ha fatto riflettere su alcune situazioni che avevo notato nel corso del tempo. Siamo a metà degli anni ’90, Falcone e Borsellino sono stati uccisi da poco e Liliana Ferraro, magistrato che collaborò a lungo con Giovanni Falcone, e che dopo il suo omicidio prese l’incarico di direttore degli Affari penali, una donna coraggiosa e preparatissima che oggi è presidente della fondazione Giovanni e Francesca Falcone rispose alla domanda di un giornalista su cosa facesse nel tempo libero:” mi piace cucinare”, disse. Una frase che ricordo a me suonò come una sorta di rassicurazione: non ho solo le mani in pasta contro la criminalità, rassicuratevi, sono anche una donna che cucina.

 L’anno scorso hanno vinto il premio Nobel per la medicina due donne. Quando è stato loro chiesto di commentare cos’hanno provato, cosa stavano facendo quando è stato loro comunicato che avevano vinto, una ha detto “Stavo stendendo i panni”. Si chiamano Elizabeth H. Blackburn,e  Carol W. Greider , americane. Hanno commentato la vittoria del prmeio più prestigioso al mondo dicendo , beh, così, tra un bucato e l’altro, dal 1985 studio il modo in cui i cromosomi sono protetti dai telomeri e l'azione della telomerasi, che, in pratica riguarda il tema dell’allungamento della vita. Per favore passami le mollette.

Anche Doris Lessing, quando ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2007 con la motivazione: «Cantrice dell'esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa” ha raccontato di essere stata avvisata della vittoria mentre stava per andare a comprare il latte e ricordo una foto di questa anziana signora con un mazzo di fiori di campo in mano che le aveva regalato un vicino di casa seduta sui gradini davanti a casa sua. Non ho mai sentito dire niente di simile da nessun vincitore di premio Nobel di sesso maschile. Sicuramente, anche se quando è arrivata la telefonata qualcuno di loro stava facendo giardinaggio come minimo si è sicuramente inventato di essere, nel momento fatidico, in qualche convegno di importanza internazionale magari assieme alla segretaria trentenne.

Andando oltre alle battute, forse è vero che noi stesse non diamo abbastanza valore a quello che facciamo e a quello che siamo. Dice sempre Lella Costa nel suo spettacolo: “Quante aspirazioni, quanti sogni, quanti desideri abbiamo sacrificato in nome di quella che  chiamiamo sicurezza? . Certo è che una cosa che mi ha sempre dolorosamente stupito negli ultimi vent’anni durante i quali, per il lavoro che faccio, mi sono occupata di cronaca nera è stato quando mi sono trovata davanti al dolore di una donna uccisa o ai racconti di donne violentate, perseguitate. E spesso mi sono ritrovata a chiedermi: perché? Perché quella donna non se n’è andata? Perché lei che, magari, era più brava, più bella, più intelligente e, magari, anche economicamente indipendente, del suo compagno perché non l’ha lasciato? Perché ha accettato di essere maltrattata, di subire violenza psicologica, fisica, perché è rimasta con lui fino ad arrivare a farsi ammazzare?

Ho riflettuto a lungo ogni volta che mi sono trovata davanti al corpo di una donna uccisa. Ho cercato di capire cosa potessero avere in comune queste storie di persone oltre ad una tragica fine.

Io credo che le prigioni da cui è più difficile uscire siano quelle che abbiamo dentro, quelle che si costruiscono a nostra insaputa, quelle fatte di sguardi di disapprovazione, di divieti ingiustificati, di parole non dette, di mancate testimonianze di fiducia, affetto. Sono le prigioni più pericolose, perché non le vediamo, pensiamo facciano naturalmente parte della nostra vita e, invece, sono una zavorra che a volte non ci permette di spiccare il volo per tutta la vita. Queste donne, forse, avevano in comune una cosa: non si rendevano conto del loro valore.

(Le donne eredi di un doloroso passato, vogliono foggiarsi di un avvenire nuovo? )

Ancora. Molte delle pensatrici e dei pensatori che hanno riflettuto sulla condizione femminile hanno puntato il dito contro la mancanza d’istruzione: sarebbe stata proprio l’ignoranza, l’impossibilità di accedere alla cultura o la diffusione di una  istruzione a senso unico la causa maggiore della difficoltà, da parte della donna, a non relegarla, per tanti anni in un angolo della società.  E certo, nei secoli passati è stato proprio così. C’è un bellissimo libro che chiama “Le mariuccine” che racconta i trent’anni di vita di un collegio gestito da donne dell’alta borghesia milanese – siamo ai primi del 900 – che raccoglievano le ragazze orfane, abbandonate dalle famiglie o che si prostituivano. Era un’istituzione laica, dove si cercava di rendere consapevoli queste ragazze di avere un valore, una possibilità, una prospettiva. Pensate che questa associazione aveva una sorta di sede distaccata al pronto soccorso dell’ospedale e quando una ragazza veniva ricoverata per uno stupro o un maltrattamento, bene, veniva seguita da una di queste volontarie, portata in una sorta di stanza protetta dove la ragazza veniva curata anche dal punto di vista psicologico e poi le si insegnava a leggere. Cioè, la cura per queste ragazzae era dar loro maggior consapevolezza di se stesse e un libro. La Majino che è la direttrice della scuola non è comunque soddisfatta di quello che accade, dice che è troppo poco quello che si sta facendo, dice <stiamo mettendo della pappina su una piaga, perché il vero problema di queste donne è l’ignoranza e la povertà>.

 

Ma poi, mentre stavo pensavo a cosa dire oggi, mi dicevo, non è più così: oggi abbiamo accesso all’istruzione, studiamo, siamo anche più brave dei maschi. E’ vero che tanti passi avanti sono stati fatti. Ma, continuavo a chiedermi, allora, perché, perché continuiamo a far fatica ad affermarci, perché siamo sempre in minoranza, almeno in Italia, nei posti che contano? Nel momento in cui pensavo a queste cose avevo fra le mani un giornale che tratteggiava la biografia di Julian Assange, il fondatore di wikileaks. E mi dicevo: sarebbe stato bello – aldilà di tutti i retroscena che verranno fuori – che fosse stata una donna a fare questo gesto di libertà. D’altra parte libertà è femminile, stranamente è una parola che ci hanno lasciato, c’è anche una statua femminile, una delle poche con le gonne che è diventata un simbolo universalmente riconosciuto. Allora, perché anche Julian Assange è un uomo? 

 E’ vero che studiamo, è vero che siamo brave ma qualcuno ha spostato in avanti la linea del traguardo. Da un lato abbiamo ancora poco accesso agli studi scientifici – Assange e i suoi collaboratori sono tutti dei tecnici informatici di altissimo livello –che sono quelli che danno accesso alle professioni che oggi contano socialmente e che rendono economicamente di più,  e la società tende a sottostimare il valore degli studi che, invece, abbiamo più propensione a fare, anche se hanno un’importanza di uguale portata, come la filosofia o la letteratura. Abbiamo più propensione, badate bene, a queste materie cosiddette umanistiche non perché sia innato in noi che non possiamo fare studi scientifici ma per una tendenza culturale. Dice sempre la De Bevaour Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina. (s.d.b)

 

Ci siamo ritrovate dentro un mondo costruito dagli uomini, che hanno pensato a tutto – a come fare soldi, a come progredire, a come divertirsi – secondo le loro regole. Ma che, fra l’altro, non hanno tenuto conto, non hanno tenuto la spazio per una cosa:la maternità. E spesso ci siamo adeguate alle loro regole, anche per una questione di sopravvivenza. 

 

 Eppure, sfogliando le pagine di questo libro si vede anche come molte di queste donne siano state in grado di inventarsi un mondo proprio, abbiano avuto regole di comportamento rivoluzionarie, non si siano fatte condizionare. C’è un vero greco per indicare il “vedere” che a me piace molto. Il vero è “zeaomai” vuol dire “guardare” ma nell’accezione di “guardare con stupore”. Ha la stessa radice della parola greca “teatro”, il luogo che si guarda con stupore e della parole “divinità”.  Io credo che la cosa più ci condiziona e ci impedisce di affermare le nostre potenzialità sia la paura di essere felici. Felici di vivere con pienezza la vita, ad esempio. Siamo forse educate ad avere paura della felicità. Invece dobbiamo imparare e a guardare con stupore alle nostre capacità e a tutto quello che, ogni giorno, siamo in grado di fare,  a non avere paura di essere visionarie e inventarci un modo di diverso di convivere in questo mondo con l’altro sesso e, soprattutto, a non temere i nostri sogni spericolati."

Perugia, dicembre 2011.

 

 

 

Jane Goodall, scienziata di fama internazionale, in Umbria il primo e 2 giugno 2013
 
Al teatro Morlacchi di Perugia, il 2 giugno alle 21,  presenterà il suo spettacolo "L'avventura di Jane" 
insieme ai musicisti Gabriele Mirabassi e Wolfang Netzer
 
Jane Goodall incontrerà anche i ragazzi delle scuole di Terni e di Perugia che le tributeranno un omaggio:
un cd che racconta la sua vita cantato dal vivo da un coro di 800 ragazzi
 
L’evento è promosso da Jane Goodall Institute - Italia (Onlus) , Egea SmallPsiquadro – Perugia Science Fest in collaborazione e con il sostegno di Comune di Perugia, Comune di Terni, Arpa Umbria e Università degli Studi di Perugia.
 

Sarà un incontro che conterrà tanti incontri quello con Jane Goodall che arriverà a Terni e Perugia tra meno di un mese, il primo e il 2 giugno. Sarà un incontro con una scienziata ed etologa le cui ricerche hanno contribuito a fare alla scienza grandi passi in avanti negli studi sui primati e sui loro rapporti con l'uomo. Sarà l'incontro con una donna che un giorno, dopo aver lavorato e vissuto per oltre 25 anni nella riserva di Gombe in Tanzania sollevandosi in volo sopra l'Africa, la terra dove ha passato gran parte della sua vita e ha svolto le sue ricerche più importanti, si è resa conto di quanto fosse fragile il pianeta.E ha capito che, se veramente si voleva fare qualcosa per gli animali e l'Africa, bisognava partire dagli uomini, dal dare loro strumenti per vivere in equilibrio con la natura.

 

E' così che Jane decide così di dedicare la sua notorietà e la sua esperienza a scopi umanitari e di difesa della natura ed ora viaggia circa 300 giorni l'anno in tutto il mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi ambientali. Infine, sarà l'incontro con una bambina che sognava di vivere in mezzo alla natura e che è riuscita a realizzare il suo sogno.

Per questo la sua presenza in Umbria lascerà sicuramente un segno nelle persone che la conosceranno e che si spera capiscono l'importanza di conoscere questa superstar dell'ambientalismo che sale sul palcoscenico facendo il verso delle scimmie e che coinvolge tutte le persone che le stanno intorno con la sua passione e la forza con cui Jane sostiene che il mondo si può modificare, che si possono invertire le rotte, e che non sarà necessario  aspettare a lungo. Non a caso il suo ultimo libro si chiama "Cambiare il mondo in una notte".

 

La presenza della Goodall in Umbria è stata fortemente voluta da Francesca Rossi, musicista di Egea Small che ha coinvolto Irene Biagini, di Psiquadro, una associazione che si occupa della divulgazione scientifica ai bambini e ai ragazzi. Due donne che hanno unito le loro competenze in nome dei bambini e dei ragazzi e perchè l'incontro con la Goodall fosse un'occasione per conoscerne la vita, condividerne le emozioni, entrare in sintonia con lei e con il suo delicato e complesso mondo. 

Tutto il programma dettagliato degli incontro che Jane Goodall farà in Umbria sono elencati nel sito http://www.jane-goodall-inumbria.it/.

 

Il metodo che sta alla base della due giorni umbra è quello di far avvicinare bambini e ragazzi con una serie di incontri, al mondo di Jane. Per questo ci saranno visite ai musei  e incontri divulgativi. In queste ore, poi, 800 ragazzi delle scuole elementari di Perugia stanno imparando i testi di un cd preparato appositamente per l'evento, in cui viene raccontata la vita di Jane, con testi e musiche originali. L'unica produzione italiana di questo genere. La scienziata si vedrà quindi circondata da un maxi coro di bambini e porterà in giro per il mondo anche un piccolo pezzetto di un'Umbria che le ha fatto un regalo così speciale.

 

A conclusione della sua permanenza in Umbria Jane Goodall salirà sul palcoscenico del teatro Morlacchi per portare il scena il suo spettacolo "L'avventura di Jane". Uno spettacolo che la vedrà protagonista, accompagnata da Gabriele Mirabassi al clarinetto e Wolfang Netzer alla chitarra e in cui racconterà se stessa unendo la forza delle parole alla poesia della musica e alla suggestione delle immagini.

 

 

Risponde in una giornata in cui dice di essere di umore nero e anche un po' annoiato. Ne vengono fuori risposte vere, mai banali, che (mi) fanno riflettere. Devis Bonanni oggi ha 29 anni e da circa 6 anni ha deciso di lasciare una vita agiata e tappezzata di sicurezze per fare il contadino e il montanaro. Soprattutto per mettersi a cercare un modo di vivere che lo facesse sentire in sintonia con se stesso e con gli altri. E ci ricorda che esiste non solo il progresso scientifico, ma anche quello spirituale. Queste sono le sue parole. 
 
Cosa ti ha spinto a lasciare la tua vita di ragazzo normale, con un percorso di studi, un lavoro, una famiglia benestante e a iniziare quasi una traversata in solitario verso un modello di vita completamente diverso, in cui vige una sorta di capovolgimento dei valori sociali più comunemente riconosciuti?


Probabilmente la pancia piena. Chi non ha vorrebbe avere. Io potevo avere tutto quel che la middle class garantisce - anche qualcosa di più.
Quello che non avrei potuto mai avere da questa condizione era l'avventura, la passione, la scoperta. Cent'anni fa Levi Strauss girava tra i primitivi del Mato Grosso rischiando la pellaccia e litigando con i buoi che portavano l'attrezzatura dell'antropologo. Io mi sono accontentato di molto meno: qualche nottata al freddo, il mestiere del contadino da imparare, viaggi in bicicletta. Cose così.
 

Se ho capito bene, la tua scelta di vivere in montagna non è un ritorno al passato ma il tentativo di un modo di vivere oggi, nella contemporaneità, in maniera diversa. Dopo questi anni sei ancora felice della tua scelta?


Si, più che felice sono sereno e ogni giorno non manco di trovare riscontri e meraviglie nella passione che mi lega alla mia condizione di montanaro e contadino. Il grande fardello è invece la responsabilità di non vivere una vita automatica, di valutare giorno dopo giorno le proprie scelte e convincimenti, e le proprie incoerenze.

Questa è una società che sicuramente ci condiziona, non solo nelle scelte economiche, ma, probabilmente, arriva anche a condizionarci in quello che desideriamo, nei sogni, nei progetti di vita. Cercare di vivere in sintonia con noi stessi, di capire quello che desideriamo, che siamo, è sicuramente un modo per riappropriarci della nostra umanità. Questa, però, è anche una società che ha fatto grandi progressi e scoperte nel campo della tecnologia, delle scienze, della medicina. Ci sono state scoperte fantastiche, dagli antibiotici, al Dna, al bosone di Higgs. E tutto questo grazie a un sistema di produzione che,  ha permesso di fare investimenti nella ricerca. Inoltre questo sistema, pur con grandi disuguaglianze su scala planetaria, garantisce un livello di istruzione e di tutela sanitaria, ad esempio, come mai nella storia dell'uomo. Non credi che se , per ipotesi, tutti adottassimo il tuo sistema di vita, tutti i diritti e le garanzie che oggi ci sembrano acquisiti (ma non lo sono), verrebbero minati?


Ti rispondo con una domanda: c'è mai stata una rivoluzione per tutti e di tutti? I cambiamenti sono sempre stati graduali e non a gradino, l'umanità si è sempre aggiustata un poco alla volta. La mia esperienza è personale, al massimo può essere un indicatore di trend ma non è fatta per fare statistica, per essere adottata ora qui e ora ma per stimolare la riflessione.
Non sono contro la scienza. Piuttosto provo a ricordare che esiste un progresso civile e - soprattutto - spirituale. A cosa vale fare balzi da gigante in campo tecnico se ciò non è accompagnato da uno sviluppo del nostro essere uomini pensanti?

 
 La tua scelta, ho letto, è stata condivisa da una ragazza, con cui hai una relazione. Se o quando avrai un figlio credi sia giusto imporgli un modello di vita così diverso rispetto a quello che avrebbero gli altri bambini che lui frequenterebbe?


La pubblicità ha come vittima prescelta il bambino. E' un grosso problema. Conto sul fatto che quando diventerò padre non avere la tivvù in casa e portarsi pane e marmellata per la ricreazione sarà di gran moda. Scommettiamo?

Non pensi che il tuo modello di vita, se ti rimette in equilibrio con te stesso e la tua interiorità, limiti, però, una parte della tua crescita? I soldi non servono solo per comprare oggetti, ma anche per viaggiare, per una migliore istruzione, per la conoscenza.


Pensare in termini di soldi è la deformazione che ci è stata imposta dalla macchina economica. Io suggerisco di pensare in termini di risorse. Ti faccio un esempio al contrario: ogni primavera ospito venti persone a gruppi di tre. Si lavora nei campi, si mangia assieme, ci si scambiano esperienze e conoscenze: chi viene in treno spende qualche decina di euro in biglietti, io faccio una spesa di venti euro che - assieme alle cose autoprodotte - basta per cinque o sei giorni ad un gruppo di quattro persone. C'è un boiler a legna per l'acqua calda e la stufa per cucinare. Non sono forse queste esperienze di arricchimento culturale, gioia e viaggio? Con i soldi di una notte in hotel viviamo qualcosa che uno Sheraton non potrà mai offrirti: umanità. Allora cito Thoreau: "a tutti non serve tanto qualcosa con cui fare, piuttosto qualcosa da fare". Poi i soldi servono ma devono rappresentare solo un mezzo e non un fine. I soldi non esistono in quanto tali, esistono nel momento in cui mettono in relazione le persone. E che relazione fare con questo strumento è una nostra scelta.

 
Raccontami la tua giornata.


Ovviamente dipende dalla stagione. Anche qui l'umanità si è allontanata dalla natura del proprio corpo. Oggi (domenica 28 aprile ndr) mi sono alzato alle sei e mezza e sono andato nei campi. Ma d'inverno non mi alzo mai prima che faccia giorno. Si lavora quanto è necessario, si fanno le cose che servono. Vuoi sapere le ore? Anche dieci in un giorno per non contare poi che per farmi una doccia non basta che giri una manovella ma devo accendere un fuoco. Ma conta così tanto quando lavoro e tempo libero, passione e necessità sono un tutt'uno?

 
Cosa vedi nel tuo futuro?


Mi piacerebbe togliermi di dosso questa smania tutta occidentale di ragionare per obiettivi e cose da fare. Mi piacerebbe imparare a rimanere fermo in casa quando fuori piove senza per forza possedere una giacca in goretex per andare in bicicletta nonostante tutto.

 
A cosa non hai rinunciato e a cosa non rinunceresti mai?


Forse il vino. E' dura pensare di star sobri tutta la vita. Ogni tanto c'è bisogno della sconsiderata gaiezza dell'alcol. Comunque mi sto attrezzando: ho appena piantato sedici barbatelle di vite trentina fatte apposta per il nostro clima. Se tutto fa bene tra tre anni faccio la prima bottiglia - sarà imbevibile ma sarà mia!

 
Ho visto il tuo intervento in una trasmissione televisiva in cui indichi la strada del ritorno alla terra come una possibile risposta alla disoccupazione, una sorta di ammortizzatore sociale. Credi che sarebbero importanti delle leggi che favorissero questo ritorno alla terra per i giovani?


La terra dovrebbe essere solo e soltanto di chi la lavora. Se avessi qualche potere espropierei tutti i terreni incolti e li darei in mano a giovani di buona volontà. Poi farei una legge per trasformare le grandi aziende agricole in cooperative: è una vergogna che una cosa che Dio ha donato agli uomini diventi mezzo per creare disparità e sfruttamento del lavoro altrui.

 
C'è posto per l'impegno sociale nella tua vita?


Francamente al momento no. Sono ancora molto individualista.

  
Come vedi la politica oggi dal tuo osservatorio speciale?


La politica non esiste. L'unica politica che esiste è la nostra condotta. Il resto sono scuse buone perché ci vien facile dare la colpa agli altri. Abbiamo i governanti che ci meritiamo.Ma ci è concesso un potere enorme nell'era del mercato globale: il nostro consumo. Diminuiamolo, reindirizziamolo, autoproduciamoci ciò che ci è possibile, rinunciamo ogni tanto a consumare. Questo farebbe veramente paura, altro che qualche protesta di piazza.

Denis Bonanni ha scritto un libro sulle motivazioni della sua scelta, Pecora nera, edito da Marsilio.

Dopo aver letto e riletto le sue risposte penso che, in realtà, quelle domande le ho fatte prima di tutto a me stessa. Quello che cerchiamo negli altri, molto spesso, è quello che non riusciamo a trovare dentro di noi.

 

Due anni fa, quando vennero nominate le vincitrici del Nobel per la pace, Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Karman, molti italiani si interrogarono su chi fossero. Eppure nei loro paesi, la Liberia e lo Yemen stavano conducendo da anni battaglie in nome della pace, dell'uguaglianza, dell'equità. In quel periodo noi italiani, invece, conoscevamo ogni dettaglio della vita pubblica e privata di igieniste dentali e cubiste varie. Di donne capi di Stato o che rischiavano la vita per la loro battaglia contro le discriminazione, invece, nulla. Pochi giorni fa è stato annunciato l'arrivo di Jane Goodall in Umbria. La notizia sulla presenza, per due giorni in Italia della scienziata che ha dedicato la sua vita alla ricerca sugli scimpanzè, che tanti passi in avanti ha fatto fare alla scienza, allargando, poi il suo impegno alla sostenibilità del pianeta, è stata salutata dalla stampa con qualche trafiletto. E' finito in un trafiletto del magazine del Corriere anche Rossano Nicolini, maestro elementare toscano, tra i vincitori del prestigioso riconoscimento ambientale Goldman 2013. Il riconoscimento viene dato a chi si è distinto per le sue battaglie a difesa dell'ambiente e ne vengono assegnati solo sei ogni anno, uno per regione continentale. Per il momento se ne sono occupate solo le cronache locali dei giornali e siti specializzati. Se pensiamo che queste siano informazioni troppo di nicchia, guardiamo al movimento di Grillo, esploso quasi "a insaputa" della stampa e della stessa politica. Emblematica fu la foto che scattarono i grillini da una vetrata dell'albergo dove si erano riuniti, a tutti i giornalisti e fotografi che si assiepavano fuori per tentare di avere notizie e di scattare foto. 

 

A queste riflessioni ne unisco un'altra, che si riferisce a una notizia di ieri: una ricerca ha messo in luce come quello del giornalista sia il peggior lavoro del mondo, peggio, addirittura, del boscaiolo o del militare che va in guerra e rischia la vita. Lo ha sostenuto il sito americano Careercast.com e la ricerca è stata  pubblicata con ampio rilievo dal Wall Street journal. Sforzo fisico, ambiente di lavoro, reddito, stress, prospettive di assunzione erano i parametri considerati per stilare la classifica. Tutti coloro che lavorano in una redazione sanno quanto sia cambiato il lavoro del giornalista in questi anni, quanto il carico delle ore di lavoro e le responsabilità siano aumentate, a fronte di stipendi sempre più bassi e dell'aumento del precariato. Tutti sanno anche quale crisi attraversano i giornali di carta, con un calo delle vendite, complessivamente, sul mercato, di circa il 40 per cento rispetto a una ventina di anni fa. Molti meno riflettono sul fatto che tutto il movimento di informazione che gira gratuitamente su siti internet, tablet, telefonini, social network e così via è, nella stragrande maggioranza prodotto e messo in circolazione dalle stesse persone che confezionano i giornali. Con la differenza che i giornali vengono venduti, il resto dell'informazione gira gratuitamente. Comprereste voi un maglione nuovo, domani a 10 euro, se lo stesso maglione ve lo danno gratis, oggi? Tutti sanno che una parte della crisi che l'informazione sta attraversando è in questo paradosso e che trovare risposte efficaci ed economicamente sostenibili non è facile. Tutti sanni che fare informazione di qualità costa, - tempo, preparazione, studio, necessità di verificare l'attendibilità delle fonti - senza nulla togliere al fatto che, grazie alla tecnologia, molte più persone possono interagire, arrivare a conoscere e produrre informazione. 

Così può accadere che anche oggi, nonostante le possibilità ormai infinite dei mezzi di comunicazione, (di cui sta parlando in queste ore a Perugia, durante le giornate del festival internazionale del giornalismo, #Ijf13, che si chiuderà domenica), continuino a rimanere fuori dal circuito delle informazioni notizie, come quelle citate all'inizio, che, invece, hanno un impatto quotidiano sulla vita delle persone e la cambiano. E che questa forbice, tra quello che passa sui media e la vita reale, (e sulle conseguenze di questo mi rimetto alle tante riflessioni che si stanno facendo proprio in questi giorni) si allarghi anzichè stringersi, nonostante l'impatto della tecnologia, proprio per il peggioramento delle condizioni lavorative di chi fa per professione il mestiere del giornalista. Il lavoro dei tanti blogger, dei social network, delle frotte di giovani giornalisti, bravi e preparati, che stanno aprendo le strade di altri modi di fare informazione, a partire dal data journalism, riuscirà a colmare questo gap? E' un capitolo aperto che sta scrivendo, per ora con fatica, in questi anni. 

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