Le parole degli altri
 Una proposta di legge che incrocia l'esigenza di salvaguardia e recupero dei numerosi terreni e immobili agricoli, sia pubblici che privati, che attualmente non sono utilizzati, con l'esigenza  di offrire opportunità lavorative e imprenditoriali al grande numero di giovani agricoltori che incontrano difficoltà spesso insormontabili nell'avviare la propria attività: è stata presentata stamani, a Palazzo Cesaroni, in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte il proponente Oliviero Dottorini, capogruppo regionale dell'Italia dei Valori, ed i partner che la stanno promuovendo su buona parte del territorio nazionale (già presentata in Liguria, Lazio, Puglia e Sardegna), ovvero l'Associazione italiana agricoltura biologica, la Cia e il Partito Sinistra ecologia e libertà, che nell'Assemblea legislativa dell'Umbria non ha rappresentanti ma ha trovato l'appoggio del consigliere Dottorini. <Con tale proposta – ha spiegato Dottorini - si intende consentire di rendere produttivi beni immobili agricoli o a vocazione agricola, attualmente inutilizzati, assegnandoli a giovani agricoltori a condizioni agevolate.
Priorità nell'assegnazione viene riconosciuta ad attività che rivestono una particolare valenza dal punto di vista ambientale e sociale. Nel particolare si tratta di agricoltori al di sotto dei 40 anni che intendano praticare prioritariamente sistemi di produzione agricola biologica, vendere prodotti agricoli di qualità direttamente ai consumatori finali o ai gruppi di acquisto solidale, praticare l'agricoltura sociale o costituire fattorie didattiche. Un piccolo atto simbolico – ha detto – per riportare la politica con i piedi per terra e dare risposte concrete a tanti giovani agricoltori che non hanno accesso alla terra, pur essendovi tanti terreni incolti sul territorio regionale, dopo che intere generazioni sono state saltate ed è venuto a mancare il ricambio generazionale>.
 
Entro 180 giorni dalla sua approvazione, la legge prevede che la Giunta predisponga un inventario di tutti i beni immobili agricoli o a vocazione agricola inutilizzati presenti sul territorio regionale, che sarà allegato al Programma di politica patrimoniale della Regione. Quest'ultima, con propri atti, cede in locazione ai giovani agricoltori una quota non inferiore al 50 per cento dei propri beni inseriti nell'inventario. La locazione avverrà con canoni d'affitto simbolici per i terreni marginali e poco redditizi, canone simbolico che comunque varrà per tutti i terreni per i primi 5 anni, dopo di che verrà fissato in base alla stipula di contratti agrari, quindi a canoni inferiori a quelli di mercato. Entro 6 mesi anche i Comuni provvedono a censire i propri beni immobili agricoli, pubblicandoli nell'Albo pretorio.
Sono previsti aiuti economici per i giovani agricoltori che si insediano su terre pubbliche senza aumenti della spesa pubblica regionale ma con quota del Fondo speciale per la valorizzazione del patrimonio immobiliare. Inoltre, tramite la finanziaria Gepafin, si intende agevolare l'accesso al credito dei giovani agricoltori, indispensabile anche per aderire ai programmi regionali vigenti nel Piano di sviluppo rurale.
La legge interessa anche i terreni privati abbandonati o incolti, prevedendo che entro 3 mesi dall'entrata in vigore, la Giunta provveda al rinnovo o alla costituzione delle Commissioni provinciali incaricate di individuare tali terreni. Nei dodici mesi successivi la Giunta dovrà individuare le aree agricole private suscettibili di nuova utilizzazione e i criteri per l'assegnazione e l'utilizzazione. Tale procedura è consentita dalla legge 440 del 1978, pur essendo stata poco attuata.
 
Alla presentazione della proposta di legge sono intervenuti Vincenzo Vizioli dell'Aiab, Fabio Barcaioli di Sel e Claudio Santi dell'associazione “Umbria migliore”, di cui Dottorini è presidente, e che si propone in un ruolo di raccordo dei giovani agricoltori che intenderanno accedere alle possibilità offerte dalla stessa. Sono stati sottolineati i dati che spiegano l'esigenza di invertire un trend assai preoccupante dell'agricoltura italiana: solo il 3,9 per cento dei conduttori agricoli ha meno di 40 anni e risultiamo essere lo stato europeo con il più basso ricambio generazionale, insieme al Portogallo.
 
Il più alto ostacolo all'insediamento di giovani nell'agricoltura è l'elevato costo di acquisto e affitto dei terreni. In Umbria le aziende agricole sono diminuite dal 1982 al 2010 di 22mila 500 unità, delle quali più di due terzi, 15mila 542, sono state chiuse nel decennio 2000-2010. Il calo della superficie agricola utilizzata è più accentuato della media nazionale, raggiungendo il 10,8 per cento. I giovani imprenditori sotto i 35 anni sono appena il 4,42 per cento del totale (dati aggiornati al 2010).
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Mille cinquecento tonnellate di soia, mais e grano tenero ucraino falsamente certificate come 'bio', ma in realtà ad alto contenuto ogm e 16 tonnellate di soia provenienti dall'India contaminate con pesticidi. Sono queste le orribili cifre della frode alimentare, scoperta dalla Guardia di Finanza di Pesaro e dall'Ispettorato Repressione Frodi (Icqrf) del Ministero delle Politiche Agricole di Roma. Ad essere coinvolte sono diverse regioni d'Italia, tra cui Marche, Emilia Romagna, Sardegna, Molise e Abruzzo. Nell’operazione, chiamata 'Green war' sono state indagate 23 persone e una decina di società, tra cui quelle moldave ed ucraine che curavano l'approvvigionamento delle granaglie, e gli enti di certificazione ed analisi dei prodotti con sede a Fano e Sassari, di cui ancora devono essere accertati ruolo e responsabilità.

“Questa frode alimentare ha messo in luce le ormai note debolezze del settore, su cui è necessario intervenire al più presto: la scarsa efficacia degli Organismi di Controllo sul fronte delle importazioni e la mancata vigilanza alle frontiere da parte dell’Unione Europea sui prodotti importati da Paesi extra Ue, riconosciuti in equivalenza con le regole europee – ha dichiarato Vincenzo Vizioli, presidente di Aiab (associazione italiana per l'agricoltura biologica) Umbria –.  Problematiche che devono spingerci sempre più a sviluppare filiere nazionali interamente bio per supportare i nostri agricoltori e garantire ai cittadini prodotti biologici sicuri, passando per l’esclusione dal sistema di quegli Organismi di Controllo che tali garanzie non sono in grado di dare.

Stimolare l’acquisto di prodotti biologici a filiera corta è una priorità per Aiab che in Umbria trova un interessante riscontro grazie ai Godo (Gruppi Organizzati Domanda Offerta): in 7 città della regione, ogni settimana centinaia di famiglie acquistano direttamente dai produttori bio, senza intermediazioni commerciali. Inoltre, da diversi anni con la Primavera Bio le aziende agricole aprono le porte ai cittadini organizzando iniziative per farsi conoscere e dare informazioni sul metodo di produzione e le caratteristiche del cibo che quotidianamente mettiamo in tavola. Perché la conoscenza diretta delle aziende è garanzia di qualità organolettica e salubrità delle produzioni".

"Alla luce di quanto è emerso con questa frode alimentare – ha aggiunto il presidente Vizioli – è ormai sempre più evidente la necessità di una riforma del sistema di controllo, di una maggiore vigilanza da parte del Ministero e un impegno parte dell’Unione Europea nel sorvegliare, efficacemente, le frontiere extra-Ue. Nel caso vengano evidenziate ditte e persone già coinvolte in altre frodi non deve essere più data loro la possibilità di operare in questo settore. Diventa assoluta priorità del nostro Paese, nell’ambito dei negoziati Pac, garantire risorse e strumenti per realizzare filiere cerealicole nazionali biologiche e promuovere un piano nazionale per la produzione di proteine vegetali, come la soia, a supporto di filiere OGM free, con indicazione prioritaria, volta al settore biologico nel quadro di un’emancipazione progressiva dal ricorso a mangimi proteici di importazione”.

L’attenzione sulla frode alimentare del falso bio diminuisce, ma rimangono i problemi legati alla mancanza di controllo delle frontiere e alla larghezza delle maglie entro le quali si infilano i malfattori.

“Non basta registrare all’interno di un programma informatico i prodotti provenienti da Paesi terzi per dichiararli sicuri. La burocrazia, seppur tecnologica, non può sopperire all’attuale mancanza di controllo alle frontiere”.

Se non si interviene seriamente sulla debolezza del sistema dell’equivalenza per i Paesi Ue ed extra UE, ovvero tra regolamento europeo e disciplinari riconosciuti – gestiti da chi dovrebbe applicare la norma – e non si vigila con serietà sulle importazioni (vero business del bio) il problema non si risolverà.    

“L’unica tracciabilità possibile e sicura è quella legata alla filiera corta italiana, basata sulla capacità agronomica dei tecnici e degli agricoltori. Un percorso che, a livello nazionale, è necessario attivare a partire dalle colture proteaginose, di cui l’Italia, come l'Europa, non è assolutamente autosufficiente. E’ su questo che Aiab basa la sua proposta per dare una soluzione seria e duratura agli scandali che, periodicamente, minano la credibilità del settore”.

“Bisogna essere seri e dare valore alla conoscenza e al lavoro degli agricoltori – aggiunge Caterina Santori, vice-presidente di Aiab Federale -. Si investa sulla strutturazione di un piano per la produzione di proteine vegetali bio, come abbiamo proposto già da anni e rilanciato recentemente al Consiglio nazionale della Green economy e alla consultazione su innovazione in agricoltura, realizzata da Inea per conto Mipaaf. Costruire una filiera proteica bio italiana è possibile e porterebbe un grande giovamento all'agricoltura italiana, sia in termini agronomici che economici. In tale piano la soia deve avere un posto di riguardo, visto che l'Italia è il Paese europeo con maggiore produzione e con le rese più alte al mondo (3,46 t/ha), seppure nell’ambito dell’agricoltura convenzionale. Questo attesta come e quanto il nostro Paese, soprattutto le regioni del Nord-Est, siano vocate alla coltivazione della soia, requisito fondamentale per la produzione in biologico. E' chiaro che finché si rincorrono i prezzi bassi si cadrà sempre nelle importazioni a bassa garanzia e non si consentirà la strutturazione del settore. Di questo bisogna tener conto anche nella programmazione dei prossimi Psr ed, in generale, nella necessaria reimpostazione delle politiche agricole nazionale e regionali”.

In Italia, ma anche in Umbria, il biologico è fermo negli ettari investiti e nel numero di operatori da diversi anni, nonostante il mercato sia in grande crescita: questo dato testimonia gli enormi errori compiuti dalla Pac e come le Regioni abbiano creduto poco nell'unico settore in grado di dare sbocchi all'agricoltura della regione.

Aiab Umbria chiede all'assessore "una migliore e più efficace azione di vigilanza a livello regionale e l'attenzione allo sviluppo del Bio nel prossimo Piano di Sviluppo Rurale".

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