Le parole degli altri
Lunedì, 22 Aprile 2013 23:38

I cittadini che fanno parlare le pietre

C' è una piccola storia, un retroscena all'articolo pubblicato ieri sul quotidiano La Nazione, edizione di Perugia.

L'articolo racconta di una serie di adesivi attaccati sulle pietre dei muri antichi lungo alcune strade del centro di Perugia, a segnalare la presenza di siringhe o spaccio. Di qui il titolo con il riferimento alle pietre parlanti. Gli adesivi sono stati inventati e distribuiti da un gruppo di cittadini, che si riunisce virtualmente su facebook, nel gruppo "Perugia non è la capitale della droga" e si incontra anche "fisicamente" per portare a termine operazioni di riappropriazione del centro storico e di Perugia. Una iniziativa è stata, appunto, quella degli adesivi, ma l'ultima impresa del gruppo è stata quella di allestire, grazie alla donazione di un cittadino che è voluto rimanere anonimo, un'area giochi per bambini al parco della Cupa, prima noto, soprattutto, per essere luogo di consumo di droga. Più di un tossicodipendente è stato trovato morto per overdose sulle panchine di quell'area verde. Da un paio di settimane, invece, quel parco, grazie al presidio cittadino si sta rianimando. 

Il retroscena riguarda un episodio accaduto pochi giorni prima ad un ragazzo di una media del centro storico di Perugia che, tornando da scuola, aveva notato qualcosa sporgere da un buco del muro dell'arco dei Gigli, in pieno centro. Per curiosità aveva preso in mano quell'oggetto che sporgeva dalla fessura del muro, rendendosi conto, però, che era una dose di droga. Il ragazzo aveva rimesso l'ovulo a posto, ma era tornato a casa turbato e anche impaurito dal fatto che lo spacciatore lo avesse visto maneggiare con la droga e lo volesse in qualche modo punire. 

Per quanto il ragazzo non avesse corso rischi reali, non è "piacevole" per nessuno trovarsi con della droga in mano semplicemente appoggiandosi a un muro all'uscita da scuola. Per dare una risposta alla richiesta di sicurezza e di impegno che veniva dal ragazzo, la famiglia ha fatto due cose: ha avvertito la polizia e ha consegnato gli adesivi che indicano le zone delle spaccio al ragazzo, in modo che potesse segnalare i luoghi pericolosi lungo il tragitto che da casa porta a scuola. Sono nate così le pietre parlanti, è nato così un percorso antidroga che mette in allerta i cittadini e aiuta i poliziotti di quartiere che percorrono la città a piedi. Quegli adesivi sono segnali precisi che dicono: i cittadini ci sono e quando si riprendono la città arrivano anche a far parlare le pietre. 

Pubblicato in Le mie parole

In occasione della nascita a Perugia dell’Associazione “Sviluppo, Welfare ed Innovazione per l’Umbria” verrà presentato il 23 aprile, alle 17, in Provincia a Perugia il libro: “L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia” Intermedia Edizioni

 

La premessa sarà di Aviano Rossi, che presenterà l’Associazione e parlerà della scelta di dedicare l’evento alla presentazione del libro

 

Interverranno:
Gianni Vagnetti, poliziotto e fotografo
Massimo Pici, segretario provinciale Siulp
Vanna Ugolini, giornalista

 

"L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia" è un libro fotografico, collettivo e condiviso, una sorta di progetto con cui ci si interroga su come si vorrebbe che fosse la Perugia di domani. Contiene le foto scattate da Gianni Vagnetti, poliziotto e fotografo (editing di Antonello Turchetti), che raccontano, appunto, dell'altra Perugia. Una Perugia fatta di sguardi, di convivenze mancate, di vite nascoste, di sbarre e periferie. Una Perugia, però, anche multietnica, una città in cui l'antico e il contemporaneo convivono, non senza conflitti, ma, anche con grandi potenzialità. Il libro è stato voluto dal Siulp (sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) e il progetto è stato coordinato da Vanna Ugolini, giornalista. E' anche un esempio di cronaca partecipata: i testi sono stati scritti da una trentina di persone a cui sono state inviate le foto e a cui è stato chiesto di immaginare come vorrebbero che quei luoghi cambiassero. Tanti punti di vista su una città che cambia, ma anche tante idee su come si vorrebbe cheavvenisse il cambiamento. Il libro prosegue idealmente sul sito www.dentidileone.it nel quale si può continuare a mandare le proprie idee e i propri progetti su Perugia.

Pubblicato in Le parole degli altri

Sinossi del libro

 

In questo libro per la prima volta, a quindici anni dall’operazione antidroga che portò alla luce i meccanismi dello spaccio a Perugia, parlano i pusher, manovali della criminalità, persone senza nome e identità. Raccontano di migrazioni e disperazione, di cocaina e regolamenti di conti a coltellate. Di vite in ostaggio. Parlano anche di noi, gli Zbun, i clienti, così solerti a puntare il dito contro il lento scivolare di Perugia nel degrado e altrettanto pronti a cercare lo sballo nella droga. E svelano tutti i meccanismi dello spaccio, spiegando come il capoluogo umbro sia diventato una tappa importante nel traffico di sostanze stupefacenti e la città in cui le overdose fanno strage di uomini e donne più che in qualsiasi altra parte d’Italia. Sono voci di soggetti che fino a questo momento non erano mai diventati interlocutori , ma oggi il dibattito cittadino non può più prescindere dalle loro parole: sanno di commettere reati, ma non ci stanno ad addossarsi l’intera colpa del degrado.

 

Il libro descrive il lavoro delle forze dell’ordine, i loro sacrifici, le frustrazioni e i successi, la guerra quotidiana per arginare il radicamento della criminalità in Umbria, con strumenti non sempre adeguati. Disegna le mappe del grande crimine che passa anche attraverso Perugia, indica come sia facile, per ciascuno di noi, diventare complici più o meno consapevoli dei meccanismi criminali.

 

Il libro parla anche di Perugia, città antica e bellissima, attraversata dagli effetti di cambiamenti epocali, come le grandi migrazioni, ferita dal dramma delle morti per droga, ma a volte anche divisa nelle sue componenti sociali e istituzionali e non sempre capace di dare risposte a livello sociale e di prevenzione efficaci .

 

Parla dei ragazzi di Perugia, di come siano più a rischio di altri nel venire a contatto con le sostanze stupefacenti e delle tendenze di consumo che qui si orientano sempre di più verso le droghe pesanti e le poliassunzioni, cioè le assunzioni di mix di sostanze stupefacenti con effetti spesso devastanti. E si conclude con una considerazione: <La repressione non può essere l’unica trincea contro lo spaccio e il traffico di droga. Sarebbe importante che si aprisse una grande stagione di impegno che veda coinvolte, in un lavoro di rete, tutte le forze sane della città, che si avviasse una seria riflessione sulle politiche sociali e urbanistiche, che si aprisse la strada di un lavoro serio e continuativo con il sistema informativo locale, le scuole, gli educatori, e anche con i genitori che, spesso, si ritrovano impreparati e scoprono di avere un figlio tossicodipendente quando ormai il percorso della dipendenza è avanzato>.

 

Intervista a Vanna Ugolini, autrice del libro “Nel nome della cocaina. La droga di Perugia raccontata dagli spacciatori”. Intermedia edizioni

 

Come è nata l’idea del libro?

Il libro è l’ideale proseguimento del video-documentario “Zbun.Cliente”, che, a sua volta, è nato da un’idea della segreteria provinciale del Siulp, un sindacato di polizia. Si voleva creare uno strumento fruibile che desse una visione più completa dello spaccio a Perugia, ma, anche di quello che c’è dietro le quinte di questo fenomeno che da troppi anni sta contribuendo al degrado di una città come Perugia. Il progetto è stato affidato a me e l’idea che fa da perno al documentario è quella di far parlare, per la prima volta, i pusher, gli spacciatori di strada e far raccontare la loro verità su questo problema. Il libro è l’ideale proseguimento del video documentario. Contiene, infatti, le interviste integrali dei pusher e approfondisce l’argomento, con materiale d’archivio, dati, analisi.

 

Che quadro di Perugia viene fuori?

 

Viene fuori l’immagine di una città che, ormai, fa parte delle rotte del grande traffico di sostanze stupefacenti, profondamente ferita dal dramma delle morti per overdose: il capitolo che riguarda i morti per droga è stato continuamente aggiornato fino a poche ore prima della chiusura del libro. A dicembre 2011 c’è stata una vera e propria strage, con 8 vittime. I dati non ci sono ancora ma è molto probabile che, anche quest’anno, Perugia detenga il record dei morti per overdose rispetto alla popolazione residente a livello nazionale. Viene fuori anche l’immagine di una città divisa, che, ancora, non è riuscita a dare una risposta efficace in termini di prevenzione e di ricucitura del tessuto sociale.

 

Il libro spiega il perché di tanti morti per overdose proprio qui?

 

Emergono con certezza almeno due cause: la prima è che il mercato dello spaccio è molto liquido, non c’è una struttura organizzata vera e propria ma una rete instabile di spacciatori. Nelle ultime perquisizione la polizia non ha trovato nemmeno più i bilancini di precisione che servono per tagliare la droga. Questo comporta che anche la droga che arriva sul mercato abbia un grado di purezza sempre diverso, facilitando, così la possibilità di andare in overdose. Inoltre il Sert ha segnalato ormai da tempo il fenomeno delle poliassunzioni: cioè si usano sempre più spesso mix di droghe diverse fra loro o in combinazione con alcolici e psicofarmaci. Anche questo contribuisce a facilitare le overdose. Una presenza massiccia e ramificata di spacciatori che ha fatto del centro storico di Perugia una sorta di supermercato a cielo aperto rende molto facile l’acquisto, la massiccia concorrenza fa sì che i prezzi siano più bassi che da altre parte e che gli spacciatori, sempre alla ricerca di nuovi clienti, offrano “prodotti” diversi e nuovi.

 

Il libro spiega perché Perugia è diventata una tappa così importante nella mappa del traffico di droga?

 

Il libro è una sorta di viaggio nel mondo dello spaccio e ogni tappa di questo viaggio porta elementi che possono spiegare perché tutto questo accada proprio a Perugia. Ci sono forse due elementi hanno aperto la strada ai problemi che ancora oggi rimangono irrisolti: una benessere diffuso e la mancanza di una criminalità locale che facesse da barriera all’ingresso alle nuove mafie. A questo si può aggiungere la presenza di 30mila studenti universitari. Un altro elemento che caratterizza la situazione di Perugia è l’alto numero di persone irregolari presenti che forse qui, più che altrove, sono riuscite a mimetizzarsi tra i tanti stranieri che scelgono l’Umbria per studiare o per turismo. L’Umbria, poi, è una regione governata da sempre dalla sinistra e fino a qualche tempo fa la cultura delle sicurezza era un concetto che apparteneva più alla destra. Forse, in questo senso, c’è stata anche una sottovalutazione del fenomeno. Nel libro ipotizzo anche il fatto che il tessuto urbanistico particolare abbia potuto favorire l’inserimento degli spacciatori. Da un lato un centro storico fatto di vicoli e viuzze e frequentato per lo più da studenti e turisti, dall’altro una certa parte di periferia con quartieri-dormitorio. In parte, poi, sono gli stessi spacciatori ad indicare le cause: raccontano di cifre altissime pagate per l’affitto di case fatiscenti, ad esempio. Purtroppo questo fenomeno è stato sempre sottovalutato a Perugia: per molti anni è stato tollerato che venissero affittate in nero le case agli studenti . Ma quando si apre una falla nel muro di legalità, rischia di allargarsi sempre di più e di diventare un percorso consolidato per altra illegalità. Ci sono poi tutta una serie di aspetti sociali che ho raccolto da ricerche fatte recentemente dall’Agenzia Umbria ricerche e altri spunti di riflessione in termini di politiche di prevenzione di sicurezza. E non va trascurato nemmeno l’indotto economico che lo spaccio di droga procura.

 

Dal punto di vista della repressione è stato fatto abbastanza per arginare questo fenomeno?

 

I numeri degli arresti e delle operazioni portate a termine dalle forze dell’ordine sono importanti. Basti pensare che negli ultimi anni sono stati arrestati per reati connessi allo spaccio o al traffico di droga più di 600 persone dalle forze dell’ordine. E’ vero che il ministero non ha mai considerato realmente l’emergenza Perugia e che, spesso, le forze dell’ordine sono costrette a fare la guerra allo spaccio con armi spuntate.

 

Lei in precedenza ha scritto un altro libro, “Tania e le altre. Storia di una schiava bambina” che parla della tratta di essere viventi e sfruttamento della prostituzione. C’è qualche punto in contatto fra i due libri?

 

Sì, certamente. Gli investigatori ipotizzano che proprio il denaro che gli albanesi hanno guadagnato con lo sfruttamento della prostituzione sia stato poi investito in droga.

 

La mafia italiana in che rapporti sta con la criminalità straniera che sembra abbia in mano lo spaccio e il traffico della droga a Perugia?

 

Come cronista non posso che parlare in base alle indagini fatte fino a oggi. Quello della mafia, in Umbria, sembra essere più un assedio al tessuto economico che al mercato della droga. Certo, una parte degli spacciatori si rifornisce direttamente nel napoletano, quindi compra da famiglie mafiose italiane e qualche tentativo di creazione di basi in Umbria da parte di malavitosi legati a famiglie mafiose c’è stato. Ma ormai da quindici-vent’anni la parte più consistente del mercato dello spaccio, sempre stando alle indagini messe a segno, è in mano ad albanesi e nigeriani, che, a loro volta, si servono dei pusher magrebini per lo spaccio su strada. Dopo un periodo, a metà degli anni ’90, in cui c’era una sorta di guerra fra bande per la spartizione del mercato, da tempo le due etnie si sono divise equamente il mercato tra chi spaccia cocaina e chi spaccia eroina. Una sorta di patto criminale confermato anche dalle parole dei pusher oltre che dai risultati investigativi.

 

Come è riuscita a contattare i pusher che ha intervistato e cosa è emerso di particolare?

 

Le persone che ho sentito sono tutti i giorni sotto gli occhi di tutti. Ho usato qualche precauzione per non trovarmi in difficoltà ma non è stato difficile contattarli. Dalle loro parole è emerso che in Italia, in queste condizioni e con queste leggi la condizione di clandestino è per sempre. Dall’Italia non se ne va, ma non viene nemmeno regolarizzato. Un clandestino è utile alle aziende che lo sfruttano con il lavoro nero e alla criminalità che lo arruola. E anche ai partiti che ne possono fare un vessillo da sbandierare nelle battaglie per l’integrazione o, al contrario, in quelle per la sicurezza nella città. C’è tanta ipocrisia intorno a questo problema che, invece, andrebbe affrontato con lucidità e rispetto della condizione difficile da cui queste persone provengono.

 

Nel libro si parla anche dei clienti.

 

Certo, anche per quanto riguarda questo argomento emerge molta ipocrisia: quelli che di giorno sono in prima fila a protestare contro il degrado di Perugia, l’inefficienza delle forze dell’ordine o delle istituzioni la sera vanno ad acquistare la droga dagli spacciatori o fanno affari con loro. Dalle parole dei pusher emerge anche un dato di fatto: una diffusione massiccia del consumo di sostanze stupefacenti che viene considerata, come raccontano gli stessi pusher, una condizione di normalità per moltissime persone di tutte le classi sociali e di tutte le età. E’ da questo che dovrebbe partire una riflessione seria sul problema.

 

Gennaio 2012. Tutto il materiale contenuto nel sito può essere utilizzato citando la fonte.

Pubblicato in Le mie parole
Giovedì, 07 Marzo 2013 10:42

L'altra Perugia, come la immagini?

lightCi sono tante storie scritte che raccontano Perugia. Quelle che descrivono la città da cartolina e quelle che parlano di arte, musica e cultura. Le storie che raccontano del bellissimo centro storico e degli scorci di paesaggi che hanno ispirato pittori e artisti di ogni genere. E poi c'è una storia scritta negli ultimi anni, una storia che parla di criminalità e morte, di spaccio nel centro e di una periferia fatta di sbarre e di spazi anonimi. Ma ci sono anche tante altre storie ancora da scrivere, appena abbozzate negli sguardi delle persone che arrivano da altre parti del  mondo e, ancora, storie tutte da immaginare: quelle sulla Perugia che sarà.

Dopo il video documentario Zbun, in cui i pusher raccontano la loro verità, dopo il libro "Nel nome della cocaina. La droga di Perugia raccontata dagli spacciatori", ora è arrivato in libreria "L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia". Un libro fotografico che racconta della Perugia meno consueta, di spaccio, ma anche di spazi e di tanti destini che si incrociano nello scenario di una città antica e bellissima che si deve preparare al futuro. Un futuro che la sta già attraversando. Il libro, voluto dal Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) di Perugia, contiene le foto di Gianni Vagnetti, con l'editing di Antonello Turchetti, che sono la narrazione per immagini di questo cambiamento in corso, delle storie che si stanno scrivendo adesso.

E' anche, però, un libro collettivo, a cui hanno partecipato cittadini di ogni età, professione accomunati dal fatto di aver seguito il progetto partito con "Zbun" e di amare Perugia. Ne è venuto un libro condiviso, che ha fermato idee e progetti su come i coautori vorrebbero la Perugia del futuro. 

Vorremmo che il progetto del libro fosse solo un punto di partenza e che il confronto sulla Perugia del futuro che vorremmo vivere continuasse qui. Dateci una mano. Raccontateci la storia della Perugia che vorreste, raccontateci altre storie su questa città, sui luoghi che amate, su come sono e come, invece, come li vorreste vedere. Raccontiamo, insieme, la Perugia che vogliamo vivere...

Uno. La città e l'esperienza umana

 

Cosa rappresenta il luogo nell’esperienza umana?

 

E il “locus amoenus virorum feminarumque animum recreat”, il luogo ameno che ritempra lo spirito di uomini e donne, luogo comune letterario ed idealizzato dove la natura si contrappone all’artificio della città e dei suoi spazi ed edifici?

 

Ma la città è il luogo dell’aggregazione, dove l’individuo partecipa all’azione di una comunità ed alla costruzione dei luoghi che la rappresentano.

È allora l’assenza dello spirito della comunità che costruisce la polis, al tempo stesso, icona e causa del degrado del luogo urbano.

E nel vuoto di valori collettivi il singolo, che non può più tornare verso la natura come luogo ideale ormai perduto, abbandona lo spazio pubblico per rifugiarsi in quello privato.

 

Lo spazio urbano pubblico, non solo quello degradato delle periferie, privato di una comunità di cittadini che si riconosce in esso, lo frequenta e, in ultima istanza, lo vive diviene vuoto.

 

Ma il vuoto nell’esperienza umana non esiste, e ciò che è vuoto per l’assenza di una comunità vivente di cittadini viene colmato da una comunità diversa e minoritaria che, semplicemente, se ne appropria e lo usa per i suoi scopi.

 

Per recuperare l’identità del luogo occorre allora ricostruire, o costruire se vogliamo, l’identità etica e culturale della comunità che vive in quel luogo, in modo che questa se ne possa riappropriare.

 

E questa riappropriazione cancellerà ogni possibile uso improprio o abuso.

 

Altrimenti il luogo urbano resterà per sempre perduto per l’esperienza umana.

 

Francesco Masciarelli, architetto

 

Due. La sicurezza bene comune

 

 

Intervista a Sergio Sottani, magistrato, perugino, ora Procuratore capo presso la Procura della Repubblica di Forlì

 

Quali sono state le cause principali che hanno portato a far diventare Perugia un nodo importanti nel traffico di sostanze stupefacenti?

 

Premesso che il fenomeno della sicurezza ha una portata non solo nazionale ma internazionale, ragionando nel piccolo di Perugia individuo tre cause:

 

Intanto, le scelte di politica urbanistica, che hanno privilegiato la ristrutturazione selvaggia del centro storico, con la creazione di un numero spropositato di unità abitative, spesso di piccole dimensioni, ed hanno ignorato l'esistenza del commercio artigianale, presente in ampie aree del centro storico (non solo Corso Vannucci, ma anche Porta Sant'Angelo) con trasferimento nei quartieri periferici residenziali, di gran parte della popolazione autoctona. La creazione di insediamenti popolosi come, ad esempio, Montegrillo, che oltre a mal giustificarsi, in quanto l'espansione demografica, pur evidente, non giustificava tali realizzazioni, ha alterato la tradizionale struttura stellare della città di Perugia. Senza considerare, poi, alcuni interventi di archeologia industriale (vedi zona Fontivegge) che hanno reso arida e fredda una zona che era il cuore pulsante, industriale, della città; 

 

In secondo luogo, un’altra causa si può individuare nel crollo del capitale imprenditoriale e nella "valorizzazione" della rendita finanziaria, proveniente dal possesso di immobili, soprattutto nell'area centrale. Entrambi i due fenomeni hanno, di fatto, spopolato il centro storico della popolazione perugina, con un forte insediamento della presenza studentesca e straniera in genere: questo ha portato alla distruzione del tessuto storico che, inevitabilmente in una città di provincia funge da collante e da controllo sociale;

 

Va considerata, poi, la mancanza di criminalità indigena, per cui la criminalità si è potuta facilmente accaparrare tutti i settori più lucrosi, segnatamente il controllo della prostituzione ed il traffico di sostanze stupefacenti

 

Cosa si può fare per cambiare direzione?

 

Inevitabilmente la prima risposta è di tipo culturale, ma i tempi sono lunghi. Mi riferisco ad un recupero della dimensione sociale della vita quotidiana, ormai talmente disgregata che in molti condomìni, anche piccoli del centro storico, i condomini non si conoscono tra loro. Quindi un recupero della vita sociale.

 

L’intervento più immediato non può che essere preventivo e repressivo, mediante un controllo capillare del territorio ed in specie del centro storico. Sul punto, l’ottica non può che essere quella della “sicurezza partecipata”, con un coinvolgimento in prima persona dei cittadini, i quali per loro conto devono trovare una pronta attenzione delle forze di polizia alle loro segnalazioni, che abbiano per oggetto situazioni di allarme, sulle quali le forze dell’ordine devono dimostrarsi professionalmente attrezzate per adottare immediatamente una valutazione del rischio concreto, oggetto di segnalazione.

 

 

Tre. Se i luoghi diventano non-luoghi

 

In alcune foto ci sono scorci dei nostri parchi pubblici. Poco frequentati, spesso mal frequentati. Un parco, un luogo pubblico, non lo immagini certo come un luogo pericoloso. Eppure molti dei nostri parchi lo sono, non sono luoghi in cui vi si può passeggiare con sicurezza. Non è questa la funzione socio-culturale per la quale è stato creato un parco. In un parco dovresti poter camminare a piedi nudi. Bisogna far sì che questi luoghi vengano riconquistati e ripresidiati da onesti e liberi cittadini, dai nostri figli.

 

Tommaso Morettini

Amministratore del gruppo facebook Perugia non è la capitale della droga

 

Quattro. Perugia dipende da noi 

 

Perugia è la mia città, sono cresciuta qui e ne vado fiera.

Tante persone non sanno neanche dove si trova Perugia: è conosciuta soprattutto per il delitto Meredith, per l’università per Stranieri e per gli spacciatori che la abitano. Io, però, questa città la amo, perché qui ci vivo bene, perché è una città bellissima, e non scappo, per paura, ma l’aiuto a crescere: in fondo, molto dipende da noi.

 

Arianna

Scuola media San Paolo

 

 

 Cinque. Perugia, così bella, così indifesa

 

 

Ci sono nata, a Perugia. Mi ha visto crescere, io l’ho vista trasformarsi.

Mi dicono che sono troppo giovane per giudicare, valutare, confrontare il prima e l’adesso, ma sono convinta che è la gente ad essere cambiata, e la città con lei.

Abbiamo smesso di vivere la città, di vivere in città, di apprezzarla, di portarci i bambini, di venirci a fare una passeggiata semplicemente per vedere come sta. Continuiamo a pretendere, efficienza, servizi, sicurezza, senza

dare nulla in cambio.

E la città non ce la fa, si sente abbandonata, si è lasciata andare. È quello che ci troviamo davanti oggi, inevitabilmente: una Perugia indifesa e sconsolata.

Se vogliamo riprendercela, dobbiamo ricominciare, banalmente, dalla consapevolezza,

dall’interesse, dall’impegno, dalla partecipazione.
 
Alice Bernardelli - Studentessa universitaria

 

Sei. Un cambiamento da conoscere e guidare

 

Siamo nel mezzo di un grande cambiamento per quanto riguarda la comunicazione,
forse il più grande tra tutti quelli che si sono verificati nel corso della storia. Per milioni di anni abbiamo comunicato guardandoci negli occhi, ora, sempre di più con l’utilizzo delle nuove tecnologie e dei nuovi strumenti che queste offrono, stiamo comunicando attraverso un’intermediazione, a distanza.
Cosa questo porterà è presto per dirlo, ma possiamo pensare che saremo sempre più isolati, solitari.

 

Nei giorni scorsi ho partecipato a un convegno sulle smart city, le città accoglienti, intelligenti. Durante quel convegno si è parlato molto di tecnologie da utilizzare per fare diventare una città accogliente, fruibile. Bisogna, però, capire bene cosa intendiamo, di quale significato vogliamo riempire quelle parole. Farò un esempio, per farmi capire: io non credo che una città sia più accogliente se alla fermata dell’autobus c’è un display che ci dice tra quanto arriverà un autobus. Certo, quel dispositivo è bene che ci sia, ma ci rende la vita più semplice, non rende la città più accogliente.


Quello che manca veramente sono i luoghi d’incontro: bisogna consentire alla gente di incontrarsi in dei luoghi adatti – portatori di valori – per creare coesione sociale.

 

Se noi pensiamo di risolvere il problema dello spaccio solo dando la caccia agli spacciatori che popolano il centro, quegli stessi spacciatori li ritroveremo in periferia. Dobbiamo invece lavorare tutti, ciascuno con le sue competenze, per contribuire a togliere quel malessere, quel disagio che porta le persone a drogarsi. Il problema dello spaccio è enorme, va contrastato a livello internazionale, ma con i giusti sistemi. Ad esempio, in Afghanistan hanno bruciato le piantagioni di papaveri, ma ai contadini non dato alternative: l’anno successivo i contadini hanno ripiantato il papavero.

 

Noi dobbiamo dare le alternative. Noi tutti dobbiamo ricostruire un sistema “umano” non abbandonarci all’invasione dell’etica dell’economia, ma guardare più a fondo alla morale che ci indica l’etica della cura, della cura che valorizza il “patrimonioumano” e “ambientale”, patrimonio declassato di fronte ai valori della dirompente economia sovente speculativa

 

Prof. Maria Antonia Modolo - Medaglia d’oro alla cultura della Presidenza della Repubblica

 

Sette. Gli spazi parlano di noi

 

Segregare gli spazi e circoscrivere gli incontri solo alla cerchia del noto è l’esito di una dinamica di insicurezza. Ma a sua volta moltiplica l’insicurezza. Recinzioni, check-point, barriere, paura, disarticolano la città, la spezzettano
e la rendono fragile. Gli spazi trascurati, quelli off limits, dove nessuno mette più piede, parlano di noi, della nostra incertezza, della nostra difficoltà a pensarci con-viventi nello spazio urbano.
Crescono allora ai margini della città i Non- Luoghi, spazi senza relazioni significative, senza contatto col paesaggio, in un eterno presente fatto di merci e consumi, e le persone diventano spettatrici e consumatrici, compiaciute dell’incontro con una immagine di sé uguale a quella ordinata dall’intrusione
dei media. L’altro è assente.
E ancora. Ai margini dei Non-Luoghi crescono i SuperLuoghi, che sono l’elevazione a potenza, l’intensificazione del Non-Luogo. Spazi artificiali di incontro sociale, luoghi di intrattenimento dove si va e si resta a lungo, con
la famiglia, i coetanei. Nodi portanti del tessuto urbano, ma decentrati, isole nel vuoto. Dove l’umano diventa frammento e si svuota.
E invece.
Sogno una città fatta di Luoghi, dove riconosco identità dinamiche e molteplici nell’incontro e nel confronto con gli altri, luoghi fatti di storie, segni, tracce e trasformazioni, ibridazioni e fedeltà all’originale.
Una città da amare, di un amore attivo, fatto di presenza e di partecipazione, una città che contiene emozioni, stati d’animo, vibrazioni sottili della memoria.
Una città di cui prendersi cura, ciascuno e tutti, una città viva, che si possa ancora trasformare, uno spazio di appartenenza e di legami.
Una città che onori la sua bellezza austera ed elegante, bellezza di pietre e di cieli, di angoli segreti e di piazze aperte sul mondo, di vento e di percorsi mai uguali. Non la bellezza posticcia delle decorazioni, ma quella della cura attenta dei luoghi e delle persone.
Una bellezza capace di scovare e rivelare l’anima profonda della mia città, quella che contiene la misura umana dei passi e delle voci, quella che diventa nostalgia quando ci si allontana, quella che ritrovo e riconosco, con un
respiro più grande, dopo un’ assenza.
Un sogno di città, una città da vivere e da sognare.

 

Rosella De Leonibus - Psicologa

 

Otto. Nel rispetto delle regole

 

La domanda, per un genitore, concerne i diritti e i doveri dei propri figli di poter coltivare la dimensione sociale del quotidiano una dimensione sociale in cui prevalgono categorie diverse da nemici, alleati, clienti, schiavi. Una
dimensione sociale in cui la libertà è fortemente legata alla partecipazione sociale di chi non vuole che dalla paura discenda il razzismo e che l’immigrazione sia confusa con la criminalità ma che non vuole neppure nessun tipo
di complicità con questa realtà sia questa l’omertà, l’acquisto di sostanze, l’affitto degli alloggi o la creazione di ghetti.

 

 

Paolo Polinori - Comitato genitori scuola media Bernardino Di Betto

 

 

Nove. Margini

 

 

Non le persone, volti ormai consueti, e nemmeno la bellezza del centro storico.
Quello che mi ha colpito sono state le foto che raccontano la periferia di Perugia.
Una periferia fatta di cancelli e di sbarre, che dovrebbero difendere il privato, senza riuscirci.
Una periferia fatta di angoli sporchi, abbandonati, dove sono i cassonetti dell’immondizia gli unici, inutili e simbolici presidi.
Una periferia fatta di cemento, dove il verde non esiste, è solo uno scampolo d’aiuola al margine di una foto, rinsecchita e sporca.
E dove non ci sono luoghi in cui si può socializzare, condividere momenti di vita, ma solo corridoi e sottopassi in cui nascondersi.
La strada del cambiamento è una sola: investire su quei luoghi pubblici perchè diventino luoghi per la vita sociale, spazi di gioco, di sport, d’incontro e non sulle barriere.
La vera difesa, il vero antidoto a una città ferita dalle morti per spaccio e la vera risposta culturale alla domanda di sicurezza può andare solo in questa direzione.

 

Mariano Sartore - Docente di Urbanistica Università di Perugia

 

Dieci. L'altra faccia di noi stessi

 

Perché ti senti italiano?
Bella domanda. La risposta più semplice, è perché ci sono nato. Perché è
qui la mia famiglia. Probabilmente mi potrei sentire italiano perché io parlo
questa lingua, perché lo è il mio nome e il mio cognome. Il punto è, che io
posso essere italiano sul passaporto, ma il problema è se lo sono nel cuore.
Perché allora il cuore rifiuta questa appartenenza?
Difficile rispondere se non si è vissuti in un altro paese. Difficile comprendere
se non si è vista un’altra realtà. Una realtà dove ciò che è giusto lo è per
una soddisfazione personale e ciò che è sbagliato non si fa, senza nessuna
minaccia. È vietato e basta. Ciò che è giusto si deve fare, ciò che è sbagliato
non è ammesso. Un senso del dovere e del rispetto, per cose e persone.
Ed è proprio questo che manca all’Italia e che la condanna ad un’esistenza di
continua sottomissione rispetto agli altri stati europei. La giusta mentalità, il giusto
stile di vita. Pochissime persone credono in questi principi e sfortunatamente
non sono abbastanza per cambiare qualcosa. Perché alla fine è molto più
facile essere trascinati dalla massa che prendere in mano le redini del gioco. 

“Mi basta il sei, perché tanto alla fine a che serve la scuola? Vado a lavorare”
“E che ti frega!! Tanto mica è il tuo quel computer. È roba pubblica, “di tutti”.
“Ma quello è un pazzo a lasciare la bicicletta non incatenata al palo!”
Ecco per cosa siamo famosi nel mondo. Non tanto per cosa facciamo ma
per come facciamo quella cosa. Il famoso metodo “all’italiana”. “Lo faccio
tanto per fare”, è questo lo stile con cui veniamo riconosciuti nel mondo e visti
gli scarsi risultati che otteniamo, sprofondiamo nell’illegalità (imbrogli, furti,
inganni) per ottenere il miglior risultato. Meno fatica, più guadagno.
Ma tutto questo ci sembra normale. Niente può cambiare quello che facciamo
ogni giorno perché, questo è il posto dove viviamo e non ci sono altre
realtà.
Non c’è nessuna realtà che prevede che chi si impegna venga premiato.
Non c’è nessuna realtà che prevede che un cittadino si fidi dell’altro.
È una utopia pensare di lasciare il casco appoggiato sopra il proprio motorino
e solamente “immaginare” di ritrovarcelo.
Diciamocelo: è da “coglioni”. È un’utopia pensare che il tuo compagno di
classe o di corso non è lì pronto a fregarti al primo passo falso. A raccoglierti
i soldi che ti sono caduti dal portafogli.
Certo, è tutta un’utopia. Perché l’unica realtà che esiste è quella italiana.
E visto che esiste un’unica realtà, esiste solo un modo di fare le cose.
Ed è proprio questa non-voglia di cambiare e fare tutto senza nessuno stimolo
che si scontra con il mio modo di essere e mi fa pensare di non essere
totalmente italiano. Ma ponetevi una domanda: siete davvero fieri del vostro
Paese?

 

Francesco Ostili - Itis A.Volta - Perugia - tratto da un tema fatto a scuola

 

Undici. Da che parte sta la sofferenza

 

Io li vedo.
Io talvolta li sfioro quando li attraverso in certe vie strette di questa mia (così
la chiamavo una volta) città. Non ci conosciamo ma spesso credo di riconoscerli
dai loro sguardi sospettosi quando mi avvicino, da certi gesti furtivi, da
un improvviso allontanarsi.
Una volta non c’erano.
Perchè sono venuti? Perchè fin dall’inizio non li abbiamo interrogati sui loro
bisogni? Perchè adesso li guardiamo ostilmente? Perchè li consideriamo un
pericolo? Noi vediamo in loro il male, ma sono il Male? E se è così perchè
non li abbiamo fermati? Eravamo distratti? Pensavamo che da soli i nostri figli
avrebbero avuto la forza per resistere alla curiosità, alla tentazione e poi alla
schiavitù? Quando un tempo passeggiavo a qualunque ora, in qualunque rione
mi trovassi mi sentivo accompagnato dalle mura, dai palazzi, dalle case
e come protetto dai loro abitanti; adesso per quelle stesse strade o vie o vicoli
talora mi sento a disagio e mi accorgo che oramai ci passano solo turisti in
cerca di scorci da fotografare, coppie romantiche o cercatori di morte.
Essi non hanno volti fanno solo gesti che le foto documentano con fondali che
non hanno più nulla di umano.
pensiamo che la sofferenza e il dolore siano dalla nostra parte (e loro niente?).

 

Alberto Mori - cittadino perugino

 

Dodici. La nostra resistenza quotidiana

 

Le immagini di queste foto le abbiamo negli occhi ogni giorno. Forse in questo
periodo un po’ meno, ma non ci facciamo troppe illusioni, perchè sappiamo
che la presenza di spacciatori lungo via dei Priori e, più in generale,
in centro, va a ondate e il nostro impegno, di commercianti e residenti, di
cittadini che amano questa città e questi luoghi, deve essere costante. Ormai
noi controlliamo ogni giorno il territorio, ci rendiamo subito conto se qualcosa
non va, se ci sono cambi tra gli spacciatori, se c’è nervosismo. Ormai
sappiamo come scambiarci le informazioni senza dare troppo nell’occhio e
abbiamo anche un contatto costante con le forze dell’ordine. Possiamo dire
che, da qualche tempo, le nostre chiamate non cadono più nel vuoto, come
purtroppo, è accaduto, ma c’è una risposta, un intervento alle nostre richieste.
Grossi rischi, almeno fino a questo momento, non ne abbiamo corso, ma certo,
siamo stati spettatori di episodi di violenza a cui mai avremmo pensato di
assistere, solo qualche anno fa: una ragazzina ha assistito all’arresto di uno
spacciatore da parte di un poliziotto che lo teneva sotto tiro con una pistola
e ci sono voluti giorni prima che lei si tranquillizzasse e riprendesse a uscire
da sola. Certo, vorremmo che fossero in atto soluzioni più durature, definitive,
soprattutto per questo quartiere del centro: in queste strade passano i ragazzi
che frequentano tre scuole, ragazzi di ogni età, dalle elementari al liceo e
sono loro quelli veramente a rischio, sono loro che gli spacciatori fermano,
è a loro che regalano la prima dose per farli cominciare e crearsi in questo
modo i futuri clienti.

 

Maria Antonietta Taticchi - Ceramista - associazione dei commercianti di via dei
Priori

 

Tredici. Perugia, capitale multietnica

 

Guardando queste foto il primo pensiero è stato che non fossero state scattate
a Perugia.
Anzi, alcuni scorci mi ricordavano Cuba, anche perché alcune persone ritratte
nelle foto sembrano cubani.
Ho riflettuto su questa mia sensazione: voglio forse pensare che queste situazioni
equivoche non ci appartengano? Che siano lontane da noi?
No, non credo che sia per questo motivo, d’ altra parte basta percorrere il
“mio” bel Borgo o camminare per le vie principali del centro che scene come
queste sono all’ordine del giorno e anche se ci danno fastidio, quasi non ci
fanno più effetto.
Credo che sia proprio qui la risposta, ci siamo abituati a vedere queste scene
strane in mezzo a noi e solamente quando le vediamo isolate e zoomate,
allora pensiamo che non sia Perugia!
Un’altra sensazione che mi hanno dato questi scatti e’ stata quella di una
citta’ metropolitana...mi piacerebbe pensare a Perugia non come capitale
europea della droga ma come capitale europea multietnica!

 

Maria Pia Minuti - architetto

 

 

Quattordici. Da quale parte della foto stare?

 

A volte quello che vedo non mi piace. A volte delle immagini mi fanno orrore
e penso che lo schifo che vedo non dovrebbe nemmeno esistere, quel senso
di nausea che sale dallo stomaco genera rabbia e rabbiose sono le parole
che salgono alle labbra, ma le parole di fuoco bruciano anche chi le pronuncia
e l’attimo dopo il pensiero è passato e mi ritrovo a pensare che quelle
foto siano lo specchio di un passato, della persona che sarei potuta essere,
di quello che sarei potuto diventare, degli amici che ci rivedo dentro, e la rabbia
si trasforma in rimorso, perché la colpa che sento diventa anche la mia
quando mi domando cosa sarebbe successo se avessi agito diversamente,
se non avessi avuto una guida salda. In fondo ogni giorno ci viene chiesto di
scegliere da che parte della foto stare.

 

Pasquale Rossi - regista

 

Quindici. "Anche oggi ne hai salvato un altro"

 

«Volante 1 da 61»
«Avanti 61. Siamo in via Angeloni».
«Volante 1 portatevi sotto i portici di fronte alla coop di Fontivegge. E’ stata
segnalata una persona distesa a terra. Probabilmente si tratta di un’overdose.
Il 118 è stato inviato».
«Ricevuto. Saremo sul posto fra 30 secondi, appena arriviamo ti faccio sapere
».
…«S. indossiamo i guanti e quando arriviamo controlliamo le sue condizioni.
Guardiamo se ha documenti, altre siringhe, altra sostanza e controlliamo sul
cellulare, il numero dello spacciatore».
«ok G».
…«61, siamo sul posto. E’ un ragazzo bianco, disteso sui gradini sotto i
portici dove i ragazzi aspettano l’autobus. E’ in overdose, sollecita l’ambulanza
».
«ok Volante 1».
«S. vieni qua, gli sta uscendo la bava dalla bocca e non respira più. Aiutami
a metterlo disteso a terra su un fianco e cerchiamo di aprirgli la bocca».
«ok».
«Bene ora respira».
«G., è arrivato il 118».
”Salve dottore. Lo abbiamo messo noi in quella posizione perché non respirava
più e gli fuoriusciva la bava dalla bocca».
«Avete fatto benissimo. Il ragazzo è in overdose. Preparate due fiale di Narcan
».
«Forza ragazzi allontanatevi, andate laggiù ad aspettare gli autobus, qui non
c’è nulla di bello da vedere».
«Ehi, scusa dove vai?! Non ti devi avvicinare».

…«lo conosco è un mio amico».
«Hai chiamato tu il 113?»
«No!»
«Anche tu ti sei fatta questa mattina?»
«No! Oh, ma perché mi fai tutte queste domande? Pensi che la roba gliel’abbia
data io?»
«Non so, gliel’hai data tu?! Comunque visto che vi vedo sempre insieme, che
tu mi hai detto che è un tuo amico e che anche tu fai uso, ti ho semplicemente
fatto delle domande che andavano fatte. Se mi devi dire qualche cosa che mi
permetta di rintracciare lo spacciatore dimmelo, altrimenti allontanati».
«Sì, sì va bene».
«Dottore, il ragazzo non reagisce».
«Fai altre fiale sia intramuscolo che endovena».
«Agente, il ragazzo si è ripreso».
«Grazie dottore, anche oggi ne hai salvato un altro».
«Ciao come ti chiami?»
«Ma chi cazzo sei, cosa vuoi? Lasciami stare»…
«Cerca di fare poco lo stronzo. Eri in overdose ed il dottore ti ha salvato».
«Mi avete fatto il Narcan! Fanculo! In ospedale non ci vado, non mi rompere
più e dammi una sigaretta».
«Non fumo».
«Sei una merda».
«Sicuramente sì. A che ora e con cosa sei arrivato a Perugia?»
«Questa mattina con il treno, ecco il biglietto».
«Dove hai comprato l’eroina, quanto l’hai pagata? Hai figli? Lavori?»
«Da un nero per strada, ma non lo conosco. L’ho pagata 50 euro. Ehi cosa
vuoi da me che mi fai tutte queste domande?»
«Stai calmo. Ora fatti controllare dal dottore e poi se vuoi te ne puoi andare
».
…«61 dalla Volante 1».
«Avanti Volante 1!»
«Il ragazzo, dopo il trattamento con il Narcan, si è ripreso, è cosciente e si
rifiuta di andare all’ospedale. E’ italiano ed è conosciuto. Ora si portava alla
stazione ad aspettare il treno per tornare a casa. Ha detto che l’eroina l’ha
comprata da un nero che non conosce, che ha incontrato per strada e l’ha
pagata 50 euro. Rimango ancora un po’ nella zona della stazione-piazza
del Bacio, mi faccio anche un giro appiedato visto che, sono appena le 14
e ci sono un sacco di ragazzi che stanno aspettando l’autobus per rientrare
a casa».
«Ok, Volante 1. Ore 13.30 è l’orario dell’intervento».

 

Gianni Vagnetti, poliziotto

 

 

Sedici. Caro sindaco ti scrivo cosa vorrei nella mia città

 


Vorrei meno spaccio e degli orari degli autobus compatibili con quelli della
scuola.

 

Vorrei che dove abito io, a San martino in Colle, ci fossero meno inquinamento
e meno rifiuti.

 

Vorrei i parchi più belli, più curati, senza gli escrementi degli animali, ma con
luoghi per noi ragazzi, per poterci incontrare. E, ancora, vorrei campi sportivi
più attrezzati e la creazione di aree di gioco.

 

Per me, che abito a Colombella, anche una biblioteca.

 

Per me, che abito in centro, vorrei che fosse riaperto il cinema Lilli.

 

Vorrei più sicurezza, caro sindaco, non vedere più quelle siringhe per terra
quando cammino per strada e nei parchi, essere più sicuro quando sono in
giro e anche più libero di muovermi: con piste ciclabili e un sistema di autobus
che mi permetta di vivere meglio la città.

 

Francesco, Thomas, Giorgia, Leonardo, Giovanni, Lorenzo, Aurora, Marta, Sofia,
Sara, Edoardo, Giorgia, Agnese, Davide, Giulio.
(Il testo è stato ricavato da un lavoro fatto in classe nell’ann nell’anno scolastico
2010/2011 dalla professoressa Mariangela Menghini, scuola media Bernardino
di Betto. I ragazzi avevano 12 anni).

 

 

Diciassette. La città dipende da noi.

 

Un uomo salta al collo di un altro? Lo sta abbracciando. I ragazzi che si
scambiano qualcosa? Discutono. Quelli che corrono fanno jogging. L’icona
dell’uomo metropolitano è esaltata dalla cornice a righe di cemento e tubi
metallici. L’occhio invia le immagini al cervello. La prima interpretazione in
automatico vede gesti di comunicazione e di affetto, l’estetica pura vince
sullo squallore. La città dipende da noi. E’ nostra. C’è ancora, in chi guarda,
familiarità con il bello e le relazioni umane. Uno sguardo consapevole e
vigile è dovere civico e non solo di chi lavora per la sicurezza ogni giorno.

 

Mariangela Menghini - Insegnante

 

 

 

Diciotto. Le città a misura dei ragazzi

 

“Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le
città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso
dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli
anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i
desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.”
(Italo Calvino, Le Città Invisibili, 1993, ristampa 12°, Oscar Mondadori, Arnaldo
Mondadori Editori, Milano. pp. 34-35)
I desideri di una città devono prendere forma dai sogni e le speranze dei
nostri ragazzi. Tanto più riusciamo a far si che i loro spazi le loro scuole siano
luoghi sereni d’integrazione e tanto più questi desideri plasmeranno le nostra
città migliorandole … tanto più questi spazi e queste scuole sono trasformati
in ghetti che segregano che differenziano tanto più le città saranno ghettizzate
schiave delle loro paure.

 

Paolo Polinori - Comitato genitori scuola media Bernardino di Betto

 

Diciannove. Far crescere cittadini onesti

 

Libera si impegna a formare cittadini onesti”; questo ha scritto un mio
studente parlando di volontariato giovanile e della sua esperienza in
Libera.
“Il fine ultimo dell’educazione è l’integrità fisica, intellettuale, affettiva
ed etica dell’uomo nella sua interezza”.
Edgar Faure (1908-1988), Rapporto Unesco del 1972
La scuola pubblica ha il compito di educare al pensiero ed alle emozioni in
un’epoca di grande incertezza e di evidente crisi della intelligenza emotiva.
È più che mai urgente, quindi, mettere a punto delle strategie culturali che
aiutino la Persona a prendere coscienza della sua identità unica e irripetibile
e del suo ruolo nella società.
Il progetto educativo di Libera, Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie,
fondata da Don Luigi Ciotti quasi vent’anni fa, attua da tempo queste strategie
assumendosi una grande responsabilità sociale.
Nel nostro paese c’è una emergenza: la mancanza di legalità. E questa
chiama molto spesso in causa la politica.
Credo che debba chiamare in causa anche quegli italiani che non vogliono
voltarsi dall’altra parte.
C’è la necessità di capire, di informarsi e di formarsi quindi.
Sono tanti gli italiani che lo fanno. Persone che mettono a disposizione il
proprio tempo e le proprie competenze, persone che attraverso il volontariato
partecipano ad esperienze di formazione permanente sui valori fondanti della
vita: libertà, giustizia, solidarietà.
Libera fa volontariato, quindi fa formazione permanente.
Il volontariato è entrato nelle scuole dell’Umbria grazie alla costituzione di
un Presidio degli insegnanti di Libera che lavorano insieme alla costruzione
di una pedagogia della legalità attraverso un patto tra generazioni di cui la
scuola e l’Università (intese come comunità e non certo come agenzie!) sono
un quotidiano esempio.
La strategia è data dalla condivisione di temi che toccano tanti aspetti della
contemporaneità dolorosa e complessa dell’Italia ma anche di Perugia e
dintorni: infiltrazioni mafiose in Umbria, tratta e schiavitù sessuale, ecomafie e
narcomafie, Unità d’Italia e mafie, Informazione e legalità e tanto altro.
Il metodo è dato dallo studio di questi fenomeni, dal loro approfondimento,
dalla libertà di produrre, con i linguaggi autonomi e creativi che solo i giovani
sanno usare in modo efficace, degli eventi significativi e collettivi che
restituiscono senso alla parola partecipazione.
Il Presidio insegnanti realizza perciò una pedagogia della collettività perché
LIBERA è un’associazione che dà la possibilità ai cittadini di intervenire laddove
la politica e le istituzioni spesso non sono più presenti. Lo fa perché
l’illegalità non diventi la normalità.
Se questo lavoro non lo fanno le persone riunite in una rete diffusa di associazioni,
chi altro può farlo?
I magistrati non vanno lasciati soli. Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone,
Paolo Borsellino, per citare solo i più importanti, sono stati lasciati soli.
La democrazia non va lasciata sola. La Costituzione, garante della nostra
storia democratica, viene attaccata e delegittimata.
Da dove si parte allora? Da una sorta di un neo umanesimo incentrato sulla
rinascita di alcune categorie: quelle della bellezza e del possibile. Quelle
della credibilità e della autenticità. Quelle della speranza – nuova possibile
epifania in questa crisi epocale – e della conoscenza.
Solo una comunità, non più indifferente e demotivata (come a volte sono i
nostri studenti), avvera la trasformazione dei territori e della vita delle persone
che li abitano.Costruiamo una comunità alternativa alle mafie.

 

Antonella Guerrini - docente del Presidio Scuola “G.Rechichi” di Libera

 

 

Venti. Città immaginata

 

Guardo queste foto e certo, viste così insieme mi sorprendono, mi impressionano.
Dettagli mai notati, una città che stento a riconoscere. Eppure è reale,
è la città in cui vivo, lavoro. In cui le mie figlie crescono.
Allora, penso a come vorrei che fosse questa città, a quale direzione vorrei
che prendesse, a come questi luoghi potrebbero diventare: come vorrei che
si trasformassero.
Il primo pensiero riguarda la necessità di una mobilità alternativa, che consenta
di vivere meglio tutta la città: piuttosto che progetti ridondanti e complessi
come la bici abbinata al minimetro’ i ragazzi ( e chiunque altro ) dovrebbero
essere messi in grado di percorrere almeno una pista ciclabile che circondi
Perugia. I grandi complessi universitari , medicina , ingegneria e centro, sono
isolati e con pochi collegamenti di mezzi pubblici. I ragazzi sono disincentivati:
c’è poca cura di quello che intorno, la mobilità alternativa è inesistente,
è difficile anche camminare perché manca persino il marciapiede dal minimetro
ad Ingegneria e, allo stesso modo, non c’e’ un marciapiede dal polo
Silvestrini all’università di Medicina a Madonna alta.
Poi mi piacerebbe che si credesse in dei progetti culturali. Il mio sogno è quello
di vedere trasformato il parco Santa Margherita in una cittadella scolastica,
così in mezzo a tanto verde, una cittadella che possa ospitare i bambini nel
loro percorso di crescita, dal nido alle superiori. I ragazzi più grandi potrebbero
utilizzare punti ristoro, mensa a fasce orarie e soprattutto la zona potrebbe
essere chiusa al traffico. Quel posto bellissimo, ma in grande degrado,
potrebbe diventare un centro di attrazione e convivenza per giovani di tutte
le eta’ e razze (c’e’l’Universita’ per Stranieri poco distante) in cui si studia e
ci si rilassa..
Se invece mi sposto, con l’immaginazione, dalla periferia al centro, penso al
Turreno, che è nel cuore della città, e lo vedo diventare una grande biblioteca
multietnica in cui convivono insieme diverse culture.
Maria Grazia Celani - Neuropsichiatra

 

 

Ventuno. Rap per Perugia

 

Il cuore dell’Italia ci è stato donato
ma adesso questo cuore si è ammalato
Prima questa era una città vissuta
ma adesso solo dalle sparatorie è animata
Una piccola città che va sempre in prima pagina
non è la bella città che un turista s’immagina
Una città da buttare e rifare
c’è molto da cambiare
iniziamo a lavorare
Rit : Non vogliamo affondare
non vogliamo farci trainare dal male
noi vogliamo solo cambiare
semplice, è l’unica cosa da fare
C’è qualcuno che parla perugino stretto
anch’io vorrei impararlo, è il mio sogno nel cassetto
buttando però la criminalità di questa città in un cassonetto
perchè solo per arrivare a casa
evitando tutti gli spacciatori
ci vorrebbe una navicella della Nasa
Appena arrivo qui vedo una città rovinata
e inizio a guardarla
e mentre faccio ciò penso a un modo per migliorarla
Rit
Numerose sono le coltivazioni di ortaggi
La rapina è il più diffuso al giorno d’oggi
Si coltiva nella zona di Ramazzano
e per averla le persone si ammazzano
E’ diffusa anche a Cenerente
perchè è richiesta da molta gente.
Rit

 

Giovanni - Scuola media Ugo Foscolo
(Il testo è stato scritto pochi giorni dopo gli omicidi di Ramazzano e Cenerente)

 

 

 

Ventidue. Imperturbabili

 

Il mercato della mia città
Dentro le mura esauste,
Ha smarrito l’antica voce.
I mercanti d’anime,
Scivolando sulle membra,
Di madri rese sterili,
Tagliano l’aria fredda,
Sulle loro pupille.
Le spezie cosparse,
Sulle mani aperte.
Non spettri dispettosi
Vestiti come leggenda narrava,
Qui la vita smarrisce i colori,
Facendosi inverno.
Si piega il germoglio.
Vi è gente in contrada
Distratta,
Che parla, ride e ingrassa,
Sorda,
Scavalcando i mercanti,
Attraversa lo scempio,
Tirando dritto,
Senza occhi.
Noi,
Imperturbabili.
Chi compra,
Elargisce,
Non baratta,
Sputando la vita,
In faccia a bari,
Fattisi Caronte.
Conquistandosi il viaggio,
Infinito,
Pur pagando obolo.
Ogni giorno,
La città muore,
Non importa,
Che i mercanti d’anime,
Abbiano attraversato il mare,
Costruendo garitte,
Sui nostri vecchi cuori.
La porta etrusca

È intatta,
Non c’è testa d’ariete.
Vi è gente in contrada,
Distratta,
Che ha aperto il varco,
Ai mercanti di spezie.
Noi,
Imperturbabili.

 

P.S. - Residente del centro storico

 

 

 

Ventitre. Lontani dai luoghi comuni

 

 

Quando si vedono queste immagini per la prima volta si pensa direttamente
alla cronaca quotidiana diventata realtà, alle forme del narcotraffico che
si distribuisce in diversi livelli e si struttura in molteplici percezioni. Quando
però ci si ferma, si riesce a guardare queste foto, si riesce ad incontrarle.
La riflessione che vorrei condividere parte da qui. Da questo breve viaggio
attraverso queste fotografie, che mi permette di sottolineare la necessità di
tematizzare il fenomeno da più punti di vista, dal micro al macro, senza
enfatizzare, senza negare, ma cercando di leggere la realtà qui presentata.
C’è un legame tra l’immagine e l’immaginario di cui dobbiamo tener conto.
Ogni foto è esperienza di relazione, una particolare relazione sociale che
può assumere diverse forme e creare nuovi immaginari. La fotografia non è
la rappresentazione di chi viene fotografato ma di chi ha in mano l’obiettivo.
In un modo o nell’altro, lo sguardo riflette il ruolo, le prospettive, le attenzioni
di chi guarda. Chi incontra le foto, e chi le legge, entra in questa relazione
dall’esterno, come un terzo spettatore. Da spettatrice esterna, in una città
che inizio a conoscere, queste immagini mi ricollocano nella dimensione
dell’immaginario, nel momento in cui la riflessione si sposta sulla costruzione
sociale di un’alterità, quella migrante, che viene ridefinita nella cornice del
narcotraffico. La presenza, il radicamento del fenomeno nella città di Perugia,
devono poter essere analizzati da più prospettive, più punti di vista, dagli
aspetti giudiziari, investigativi, culturali, sanitari. Diversi attori insieme ed in
continuo scambio per l’elaborazione di attività e pratiche funzionali alla diminuzione
ed annullamento delle cause che portano all’utilizzo, allo spaccio
e al radicamento del traffico di sostanze stupefacenti. Ma le immagini ci
riportano nell’immaginario, ed al grande pericolo di costruire una rappresentazione
del migrante legata a quella del “pusher”. Perugia, culla di una
cultura di accoglienza e di intercultura deve mettere in campo le sue migliori
energie per evitare questo grande pericolo, perché la creazione di stereotipi
e pregiudizi passa anche da qui. Passa da queste immagini, che mettono in
scena problematiche ma soprattutto persone. Donne e uomini attori diversi di
una stessa tragica trama teatrale.

 

Sabrina Garofalo - Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie

 

Ventiquattro. Perugia, lavori in corso.

 

A questo punto sarebbe più che logico aspettarsi delle conclusioni su quanto
espresso nelle pagine precedenti, ma non è così.
L’idea del lavoro in corso rappresenta la volontà di non fermarsi, di non
giungere a facili conclusioni o resoconti, ma di andare avanti progettando e
costruendo tutti insieme una nuova Perugia.
Il lavoro in corso è la speranza rappresentata da tutti i coautori che hanno
partecipato a questo progetto-aperto che la città possa risolvere le proprie
problematiche con l’ausilio e l’intervento di tutte le parti sociali: istituzioni,
commercianti, studenti, professionisti, magistrati, forze dell’ordine, residenti,
società civile.
La segreteria provinciale di Perugia del S.I.U.L.P. (Sindacato Italiano Unitario
Lavoratori di Polizia) si fa promotrice di una nuova proposta di risoluzione dei
problemi della città, che si fonda sull’unione delle idee e dei progetti di tutti
coloro vorranno partecipare con il loro contributo, affinchè Perugia torni a
essere ricordata come una capitale della cultura e dell’integrazione. Il lavoro
in corso è quindi un’idea, un progetto e soprattutto una speranza per una
nuova Perugia.
Alessio Sdringola - Segreteria Provinciale di Perugia del S.I.U.L.P.

 

 

 

SI RINGRAZIA

 

Alice Bernardelli,
Marco Carloni,
Maria Grazia Celani,
Rosella De Leonibus,
Sabrina Garofalo,
Antonella Guerrini,
Luca Lancise,
Francesco Masciarelli,
Mariangela Menighini,
Maria Pia Minuti,
Maria Antonia Modolo,
Tommaso Morettini,
Alberto Mori,
Francesco Ostili,
Massimo Pici,
Paolo Polinori,
Pasquale Rossi,
Mariano Sartore,
Alessio Sdringola,
S.I.U.L.P.,
Sergio Sottani,
Maria Antonietta Taticchi,
Antonello Turchetti,
Vanna Ugolini,
Gianni Vagnetti,
Agnese,
Arianna,
Aurora,
Davide,
Edoardo,
Francesco,
Giorgia,
Giorgia,
Giovanni,
Giovanni,
Giulio,
Leonardo,
Lorenzo,
Marta,
Sara,
Sofia,
Thomas.

 

 

Pubblicato in Fotoracconti
Sabato, 16 Febbraio 2013 16:18

Criminalità, perchè Perugia?

Se si vuole trovare un inizio, nemmeno tanto simbolico, una data che rappresenti l’anno zero, quando la criminalità straniera ha dato un segnale chiaro di come aveva serie intenzioni di mettere radici in Umbria e, in particolare a Perugia, allora quell’anno è il 1996: è l’anno in cui cominciano le più importanti operazioni di polizia, i segnali che il tessuto criminale dell’Umbria, prima rappresentato da malavita locale, stava cambiando trama.  E’, soprattutto, il primo segnale tangibile che i cambiamenti sociali ed economici hanno una ricaduta precisa e concreta nella vita delle nostre città, provocano modificazioni anche nel nostro quotidiano, a volte impercettibili, ma continue oppure deflagrano lungo lo scorrere delle nostre vite anche con effetti devastanti. A cambiare è, inizialmente il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione. E tutto avviene in un tempo relativamente breve. Secondo le indagini della polizia è tra il 1996 e il 1997 che spariscono dalla strada le mercenarie abituali e le strade cominciano a riempirsi di ragazze in vendita che provengono da paesi stranieri: una sorta di passaggio da uno sfruttamento della prostituzione a livello artigianale a uno su larga scala. Non cambia, però, solo la quantità dei corpi in vendita, ne cambia anche la provenienza, il reclutamento, la gestione. Personalmente provo molta amarezza quando sento ancora oggi definire la prostituzione come il più antico mestiere del mondo: ritengo che sia l’ostetrica il più antico mestiere del mondo e, al contrario, la prostituzione la più antica violenza dell’uomo sulla donna. Se questo è comunque un mio modo personale di vedere le cose, è un dato ormai storico, sancito anche dal tribunale di Perugia, che ha emesso sentenze di condanna <in nome del popolo italiano> per sfruttamento della prostituzione e riduzione in schiavitù, che lungo le strade di Perugia, negli appartamenti della periferia, c’era qualcosa che stava cambiando: quelle ragazze straniere, sempre più giovani e private di ogni diritto erano vittime di una nuova forma di schiavitù. Portate in Umbria dai paesi poveri dell’Europa e dell’Africa, soprattutto dalla Nigeria, con l’inganno e la violenza, private dei documenti, del nome, di quasi ogni libertà personale, trasformate in corpi in vendita, quelle ragazze, spesso minorenni, diventano semplicemente una merce, macchine per fare soldi per i loro sfruttatori. Più d’una ne è morta, anche in Umbria, nell’indifferenza generale, (e forse non è un caso che i nomi dei loro assassini non siano ancora conosciuti) mentre i loro sfruttatori hanno fatta cassa vendendo i corpi delle donne e hanno poi re-investito quel denaro sicuramente in droga e, probabilmente, anche in armi e nell’incrementare il circuito della compravendita di corpi.
Non è un caso che fossero esponenti della criminalità albanese e nigeriana i padroni delle ragazze e che oggi troviamo ancora loro ad avere il ruolo predominante nel livello intermedio della criminalità dedita al traffico di droga, quello di grossisti, di coloro cioè che portano a Perugia da uno a due chili di droga per viaggio.

 

Corpi in vendita per fare cassa

 

La prima operazione simbolo e segnale allo stesso tempo di questi cambiamenti si chiama ”Parigi”, perchè le indagini si svolgono quasi interamente dentro un bar che porta questo nome alla periferia di Perugia. E’ il 1996, quando cominciano le indagini, che finiscono pochi mesi dopo, i primi mesi del 1997. La polizia scopre che un gruppo di giovani albanesi che passava i pomeriggi a giocare a biliardino in quel bar, in realtà costituiva la prima organizzazione criminale dedita allo sfruttamento della prostituzione che aveva messo radici in Umbria ed era in grado di far arrivare in regione decine di ragazze. Aveva a disposizione appartamenti in cui far dormire e «lavorare» le donne, automobili, armi. Quei giovanissimi albanesi disponevano di contatti diretti con le organizzazioni criminali che si muovevano in Albania tanto che, sulle stesse tratte lungo le quali riuscivano a far arrivare in Italia le ragazze, potevano anche muovere droga e armi. Non solo: i soldi guadagnati con lo sfruttamento delle donne in parte servivano per far continuare il giro, per permettere agli uomini di fare una bella vita, ma arrivavano anche in Albania, a rafforzare le organizzazioni criminali che si occupavano di tratta degli essere umani, potenziando, ad esempio, la flotta dei gommoni con cui ogni notte, all’epoca, i traghettatori facevano sbarcare in Puglia donne e clandestini. Donne, scoprirà la polizia durante le indagini, disposte a suicidarsi piuttosto che rimanere nelle mani di quegli aguzzini dalla faccia di bravi ragazzi. Alla fine dell’indagine 15 persone furono arrestate, 28 furono gli ordini di custodia cautelare, 33 i capi di imputazione contestati. In meno di un anno si arrivò alla sentenza di primo grado. Le pene furono, tutto sommato, basse. La legge, all’epoca, era più severa con i trafficanti di droga che con quelli di persone. Le condanne variarono dai 2 ai 5 anni, ma, e questo fu elemento importante, nessuno fu assolto. Così il velo sull’inferno della tratta delle donne e del loro sfruttamento sessuale a Perugia fu squarciato. Ben pochi, però, capirono o vollero capire, cosa realmente questo significasse anche per Perugia. Gli anni che seguirono furono, comunque, anni di impegno nella lotta contro lo sfruttamento della prostituzione. Forze di polizia, associazioni di volontariato cattoliche, servizi sociali lavorarono insieme, a lungo e la stampa seguì dettagliatamente l’evoluzione di quanto stava accadendo. Si cercò anche di fare un lavoro di corretta informazione soprattutto nei quartieri dove la presenza di donne in vendita era maggiore. Si raggiunse l’apice con l’adesione, da parte del Comune, del progetto West, che aveva come capofila la Regione Emilia Romagna, e che faceva un’analisi del fenomeno del traffico e della tratta di esseri umani a livello europeo, sollecitando anche una serie di buone pratiche che le amministrazioni avrebbero potuto mettere in essere. Anche il Comune di Perugia vi partecipò, con una serie di iniziative importanti, tra cui la decisione di costituirsi parte civile contro gli sfruttatori, creando, così, anche una rete di tutela per le vittime che andavano poi a testimoniare in aula contro gli sfruttatori. Ma poi l’impegno andò via via scemando e oggi di quel progetto e di quella rete di collaborazione è rimasto ben poco, lasciato soprattutto alla buona volontà dei singoli. Se vogliamo, ancora una volta, leggere l’andamento del fenomeno dai segnali, eccone un altro: i negozianti del centro non esposero in vetrina gli allestimenti preparati per pubblicizzare un convegno contro la tratta, che avrebbe dovuto coinvolgere la città, mentre qualche giorno dopo, tutte le vetrine portavano le insegne dell’imminente festival di Umbriajazz.

Come in poco tempo erano sparite dalle strade le donne italiane così altrettanto velocemente, più o meno a metà degli anni ’90 sparirono dalle strade gli spacciatori italiani e il mercato dello spaccio a Perugia prese i contorni di una faccenda molto redditizia e in mano alla criminalità straniera. E’ il 4 maggio del 1997 e i carabinieri concludono l’operazione simbolo che svela cosa sta succedendo realmente lungo le strade di Perugia. E’ la prima operazione nella quale gli spacciatori sono accusati di associazione a delinquere – cosa che implica una sorta di organizzazione fra loro e una gerarchia – ed è anche un’operazione a grande impatto mediatico: gli spacciatori, infatti, sono stati seguiti, fotografati ripresi. Sono gli stessi perugini ad aprire le loro case ai carabinieri perché possano fare controlli e fotografie. Le indagini durarono quattro mesi, sei persone furono arrestate: erano in grado di vendere fino a 300 dosi di euro al giorno. Altre due indagini analoghe si chiusero nel giro di poche settimane, portate a termine con le stesse tecniche, a Ponte San Giovanni e in piazza del Bacio. Tutte le persone finite in manette erano persone senza identità, clandestini che cominciavano a confondersi con la popolazione.  In quelle settimane si pensò di aver decapitato il gruppo più importante di spacciatori della zona e di aver, forse, risolto il problema dello spaccio in centro. Ma non fu così: ben presto il centro si popolò nuovamente di spacciatori: un meccanismo che si consoliderà nel tempo.

La storia di questi anni insegna come anche Perugia sia stata lo scenario antico e bellissimo per tanti cambiamenti che hanno attraversato l’Europa, nonostante l’ostinazione di molti a volerla considerare, con incredibile miopia, anche di fronte a segnali sempre più evidenti, un’isola felice. E ci spiega come sia inevitabile farci travolgere, in parte, dal vento forte delle tendenze internazionali (come, ad esempio, le grandi migrazioni o il fallimento delle politiche internazionali repressive contro il traffico di droga), ma come anche le politiche culturali, urbanistiche, sociali e i comportamenti dei singoli possano costituire o meno una barriera per evitare le conseguenze peggiori delle ricadute di questi cambiamenti sul territorio.

L’insediamento della criminalità in un territorio non avviene mai per caso e, soprattutto, lascia sempre tracce leggibili. A Perugia – e sono stati gli stessi clandestini a raccontarlo nel video documentario Zbun e nel libro “Nel nome della cocaina. La droga di Perugia raccontata dagli spacciatori”, Intermedia Edizioni – il progressivo insediamento della criminalità nel territorio, (che non aveva barriere all’ingresso, in quanto non c’era in Umbria un tessuto criminale importante) è stato facilitato, fra le altre cose, dalla possibilità di trovare qui una sistemazione, in particolare una casa. C’è stato un progressivo scivolamento verso il basso del livello di legalità, per cui si è accettato che si affittassero in nero le case prima agli studenti. Poi è diventato più redditizio affittarlo alle ragazze in vendita e ai clandestini, complice anche una politica urbanistica che ha fatto sì che il centro storico perdesse residenti e attrattiva e ha favorito un’urbanizzazione di qualità medio-bassa in periferia con un enorme consumo di suolo. Se a questo si aggiunge la chiusura di Perugia, al centro dell’Italia, ma anche difficile da raggiungere (Terni, ad esempio, ha una sua malavita stanziale, ma è colpita anche da fenomeni di pendolarismo criminale, bande di rapinatori che arrivano da Roma, portano a segno un colpo, magari grazie alla presenza di un basista e se ne vanno), la particolarità del suo centro storico, la caratteristica del fenomeno criminale (per quanto riguarda lo spaccio al minuto siamo davanti a pusher che vendono piccoli dosi di droga, quindi, anche se arrestati, hanno pene basse, ma è la somma di queste piccole compravendite che è enorme), forze dell’ordine sguarnite ormai da anni, una sottovalutazione del problema da parte della politica di ogni grado (partendo dal ministero dell’Interno a scendere), il quadro si può dire abbastanza completo.

 

Le chiavi di casa in mano alla criminalità.

 

Se vogliamo trovare uno slogan per sintetizzare questo fenomeno possiamo dire che abbiamo consegnato le chiavi di casa a spacciatori e criminali, che ci hanno messo poco tempo a passare dai fondi al salotto buono. Alla fine degli anni ’90 si registrarono una serie di omicidi violenti, regolamenti di conti fatti a coltellate e non solo: dall’omicidio di via del Macello, a un altro a Olmo, a coltellate . E’ l’8 marzo del 2000 e, dopo una serie di accoltellamenti anche molto gravi l’allora questore di Perugia Nicola Cavaliere dichiarava:  <E’ un periodo di assestamento della criminalità e le bande , per farsi spazio fra loro, non esitano a combattersi con coltelli e pistole. Ci sono omicidi, a terra rimangono soprattutto albanesi, che si sfidano con una violenza inaudita, ma anche nigeriani>.  Ci metterà poco tempo, la criminalità a farlo: nigeriani e albanesi capiranno ben presto che alzare il polverone con risse e violenza non era poi così conveniente. E – non si sa se in maniera concordata o per naturale assestamento – si divisero il mercato dello spaccio, tipologia di sostanze da spacciare e canali di approvvigionamento. In fondo, anzichè uccidersi per ottenere spazi di mercato, bastava ampliare quel mercato e poi dividerselo. E così è stato. Da anni, ormai, non si vedono albanesi o nigeriani sulla piazza. Ad uccidersi lungo i vicoli e nelle piazze sono i pusher magrebini, ora quasi esclusivamente tunisini: si uccidono per una scheda telefonica, per un numero che circola fra molti clienti, per un debito, per una partita di droga. Albanesi e nigeriani, invece, – e anche qui lo hanno spiegato le indagini più sofisticate, quelle di intelligence che seguono gli spostamenti dei grossisti che vanno a rifornirsi nel nord Europa o nel napoletano – stanno adesso dietro le quinte e si arricchiscono con rischi minori. Fino a quando qualcuno non sgarra e, allora, è necessario arrivare pistola in pugno a vendicarsi. Poco importa se questo accade nel cuore della città, nel centro storico che è anche l’identità di una comunità, mettendo a rischio la vita della gente, come è accaduto l’8 maggio del 2012.

Anche questo episodio, nella sua tragicità, non è accaduto per caso, ma è stato segnale del progressivo radicamento della criminalità straniera sul territorio e anche di un altro fatto: gli stessi spacciatori, ormai sono nella stragrande maggioranza anche consumatori di droga. Quindi rischiano di diventare inaffidabili, come lo erano gli spacciatori italiani, a metà degli anni ’90, e per questo espulsi dal mercato per far posto ai magrebini. Ora questo ulteriore cambiamento porterà a modifiche nel settore dello spaccio al minuto? Inoltre viene sempre più applicato il principio della diversificazione dell’offerta: la criminalità non si dedica più solo allo spaccio, allo sfruttamento di donne, ma comincia anche anche a controllare il territorio, porta a segno rapine anche feroci, ad esempio, come quelle che si sono verificate a Ramazzano e a Cenerente, dove ci sono indagini in corso che si stanno orientando sulla criminalità straniera.

 

C’è la mafia dietro tutto questo?

La domanda viene spesso rivolta ed è certamente di valore. La risposta non è altrettanto facile, anche perché i segnali, in questo caso, non sono facili da leggere. Molte indagini hanno messo in evidenza come l’Umbria sia terra di riciclaggio di denaro attraverso l’acquisto di beni immobili, sia un cosi detto “covo freddo”, una sorta di retrovia per malavitosi e criminali che vogliono sfuggire, almeno per un certo periodo, al fuoco di fila della prima linea. L’Umbria è stata terra di confino e ha carceri di massima sicurezza in cui scontano la pena mafiosi di prim’ordine. L’assedio al tessuto economico legale è chiaro – e basta pensare all’operazione Apogeo che ha svelato come imprenditori in odore di mafia si sostituivano ad un imprenditore in difficoltà economiche – e anche a quello illegale: proprio in questi giorni si sta celebrando il processo alla banda degli ex pentiti, criminali che si erano conosciuti in carcere e che cercavano di costituire qui una sorta di cellula mafiosa che gestiva droga e sfruttamento della prostituzione soprattutto nel giro del night e che non esitò a far fuori un componente della banda perché ritento inaffidabile anche grazie alla collaborazione di un imprenditore locale che era in difficoltà economiche. Dunque, segnali ci sono. Mancano però riscontri oggettivi che la mafia abbia messo le mani direttamente nel settore della spaccio di droga. Ogni anno le forze dell’ordine arrestano 5-600 persone per reati connessi allo spaccio e al traffico e, nella stragrande maggioranza queste persone sono stranieri. Inoltre la struttura del mercato dello spaccio che è emersa dalle indagini degli ultimi 15 anni indica che il livello della manovalanza, dello spaccio su strada è in mano ai magrebini mentre il livello superiore ad albanesi e nigeriani.

Dalle indagini fatte fino a questo momento (ma potremmo essere ben presto smentiti) non sono emerse connessioni dirette con la mafia che sembra preferire, per la gestione diretta, regioni più ricche, come la Lombardia, oltre a quelle di provenienza su cui c’è un esteso controllo del territorio. Un’altra controprova, se vogliamo, alle risultanze di magistrati e investigatori, viene data dall’elevatissimo numero di overdosi mortali (e anche non mortali) rispetto alla popolazione residente: questo dramma si spiega, da un lato,  con il fatto che sul mercato ci sono droghe di ogni tipo, anche molto pesanti e che i pusher cambiano continuamente quindi portano in piazze sostanze con un livello di purezza molto diverso, anche molto alto, che provoca più facilmente le overdose. Se il territorio fosse sottoposto a un controllo capillare da parte della mafia, paradossalmente, ci sarebbe anche un controllo della sostanza stupefacente immessa sul mercato.

Scenari futuri. In queste settimane, dopo gli ultimi, violenti episodi che hanno ferito la città,  ci si interroga su come fare per frenare il radicamento della criminalità. Ci vogliono sicuramente indagini diverse per fermare criminalità su strada, completamente clandestina rispetto ai trafficanti, contro i quali vanno messe in campo strategie di intelligence più raffinate e coordinate con polizie anche di altri Stati. Guardando in controluce quello che comunque sta succedendo ora, possiamo dire che ci sono dei segnali da tenere in considerazione. Intanto, si stanno rivolgendo al Sert i ragazzi migranti di seconda generazione, che, quindi, hanno cominciato a usare sostanze. Se non si mettono in campo serie politiche di integrazione, il loro ingresso nelle file della criminalità rischia di diventare una realtà amara e pericolosa per tutti.

Oggi il contrasto è incentrato soprattutto nel rimpatrio dei clandestini, quindi nel loro inserimento nei Cie, altro strumento su cui sta dibattendo in questi giorni. La cronaca ci insegna, però, che la criminalità è molto brava nel cambiare velocemente strategie. Dunque, pensiamo anche a questo scenario: se si riuscissero ad allontanare gli spacciatori clandestini e a far sì che Perugia diventasse una piazza scomoda per loro cosa accadrebbe? Il consumo di sostanze stupefacenti è, comunque, in netto aumento: chi prenderebbe il loro posto? Chi sfrutterebbe le potenzialità oggi più redditizie che mai di un mercato che negli anni è cresciuto talmente tanto da attirare consumatori anche da altre regioni?

Scritto per Lettereriformiste.org il 5 giugno 2012

Pubblicato in Le mie parole