Le parole degli altri

Non fu certo un ordine dettato chiaramente. Piuttosto frasi, commenti fra ufficiali della Marina Militare, durante una missione di pace, nel 2002, fuori dal Mediterraneo, mentre guardavano l'olio dei motori della nave che sgocciolava e continuava a scivolare giù, nella parte più bassa dei locali. "Ce ne libereremo nottetempo". Oppure "Dovremo risolvere il problema quanto prima".

David Grassi, 30 anni, tenente di vascello, nativo di Oristano, residente a Livorno, e altri suoi colleghi, però, sapevano bene cosa quelle frasi volessero dire. E quando quelle parole furono rivolte a loro, capirono che significavano una sola cosa: rovesciare in mare una grande quantità di scarichi inquinanti senza che questi avessero subìto un processo di depurazione. Non arrivarono a quell'appuntamento, a quell'ordine implicito, impreparati. Sapendo che quel momento non era lontano, avevano fotografato la stiva, l'olio accumulato, l'impianto di depurazione che non funzionava e, quindi, non poteva filtrare quei combustibili che si accumulavano in fondo alla stiva. Era una situazione difficile, ma il giovane ufficiale David Grassi, con i suoi colleghi, non esitarono: dissero no, dissero che quell'olio non sarebbe finito in mare, loro non l'avrebbero fatto e non avrebbero permesso che nemmeno qualcun altro lo facesse, perchè avevano documentato tutto con delle foto. L'olio non fu sversato, ma da quel momento la vita dell'ufficiale Grassi cambiò.

Era stati messo davanti a un bivio e aveva scelto il sentiero che più andava in salita. Fu punito, insieme ai colleghi, con 15 giorni di rigore per non aver obbedito a un ordine. Ma la punizione non finì lì. Quel gesto, compiuto secondo coscienza, ma anche nello spirito della legge, gli costò la carriera. La storia di David Grassi è bellissima e durissima allo stesso tempo. Toglietevi di mente le soap a lieto fine, Davide contro Golia, la giustizia che trionfa. C’è anche questo, in effetto, c’è poesia, amore, coscienza, filosofia e rispetto. Da quando questa storia è cominciata, però, a quando è finita, sono passati 12 anni, anni di vita segnati da questa vicenda. Quindi non aspettatevi una storia di vincitori e vinti: in questo storia c’è un uomo, c’è il mare, c’è la legge e chi decide di interpretarla in maniera formale o sostanziale. C’è l’istituzione, a volte accogliente a volte matrigna.

E’ una storia che parla di coscienza e di destino (interiore). E anche di cieli stellati. Allora torniamo al 2002 e a quello che successo dopo. Anno dopo anno le sue note comportamentali, quelle in cui i superiori annotano il modo cui il sottoposto porta a termine i suoi compiti e qual è la sua attitudine caratteriale, peggioravano. Se prima era stato giudicato “franco e sincero, di provata lealtà e rettitudine”, dopo quell'episodio fu valutato “ambiguo, poco leale, accomodante”. Il suo carattere, da “rispettoso, amichevole, comprensivo” passò ad “ambiguo, presuntuoso, altezzoso”. E' andata avanti così, per 12 anni. La giustizia cominciava il suo percorso lento e fangoso: l'ufficiale, infatti, aveva fatto ricorso al Tar per far ritenere nulla la punizione e per annullare la documentazione caratteriale che demoliva la sua personalità. Nel frattempo David Grassi, restava con la coscienza a posto, ma la carriera rovinata (e quindi anche danni dal punto di vista economico), ma, soprattutto, con il deserto intorno.

"E' venuta fuori la mia fragilità, in questi anni - racconta e suona strano, in un primo momento, sentir pronunciare quella parola a un militare che, ancora molto giovane, ha trovato il coraggio di dire di no -. Mi sono sentito isolato, sia sul lavoro, sia in famiglia. Nessuno mi ha sostenuto e io ho dovuto vestire l'abito che ormai mi avevano cucito addosso. Mi dicevano 'Tu che da parte stai?' E io rispondevo che stavo dalla parte della legge". Non solo: nello stesso tempo si allontavano anche le opportunità a cui teneva di più, prima di tutto la possibilità di insegnare all'Accademia. Ogni volta che quel traguardo sembrava raggiunto, mani invisibili lo spostavano più avanti. Anche il procedimento giudiziario andava avanti con alti e bassi: "Nel 2006 sembrava fosse decaduto tutto, perchè ero passato di grado, ma io riaprii la causa". Al contrario dei suoi colleghi "disobbedienti", che vennero puniti, ma non fecero ricorso, l'ufficiale Grassi voleva, invece, un riconoscimento dal ministero.

La decisione del Tar è arrivata a dicembre 2013 e la sentenza è stata depositata poche settimane dopo: Il Tar ha stabilito che quella consegna fu ingiusta e l'ha annullata, come ha annullato tutte le note comportamentali che lo dipingevano come una testa calda, una persona poco affidabile e sleale. Parole che, in questi anni, l'hanno caricato di amarezza, "anche se l'amore per la Marina rimane intatto", tiene subito a precisare. E' stato un giornalista a comunicarla la sentenza che lo riabilita, ma quel giorno non ha provato sollievo. Più probabilmente gli sono crollate tutte le schegge di sofferenza da cui a fatica aveva cercato di difendersi in attesa di capire se ci fosse stato un riconoscimento della correttezza del suo gesto. "Non c'è ancora sollievo - dice Grassi - è solo la prima sentenza, la Marina può fare altri passi, ci possono essere ancora cambiamenti".

In realtà potrebbero esserci anche cambiamenti in positivo. La Marina potrebbe valutare di prendere una strada diversa: attrezzare meglio le navi con compattatori per non disperdere i rifiuti che si producono a bordo, completare le bonifiche nel caso di presenza di amianto: adottare, come si dice oggi, buone prassi a tutela dell'ambiente. Per ora, però, nei confronti di Grassi che, nel frattempo, in seguito aun incidente stradale, si è congedato, l'istituzione ha scelto la strada del silenzio. E i superiori che l'hanno punito che fine hanno fatto? "Non mi interessa. Non lo so e non mi interessa. Io non ho fatto ricorso contro di loro, ma contro il ministero. Volevo che il ministero riconoscenza la correttezza del mio lavoro e del mio gesto. Oppure che mi dicessero che avevo fatto la cosa sbagliata e che ero una persona sbagliata. Se hanno una coscienza, forse mi chiameranno. Se la Marina vuole capire se hanno fatto bene o meno il loro lavoro, li chiamerà: io tutto quello che avevo da dire l'ho detto nel 2002". Suo figlio può essere orgoglioso di lei. "A mio figlio non avevo detto niente, il fatto è successo che non era ancora nato. Gliel'hanno detto i suoi amici, che l'avevano letto sul giornale, certo è stato contento. Ma.." Ma? "A volte penso che questo fatto possa essere per lui una eredità troppo pesante. Io ho sofferto molto, ho passato anni di solitudine e questa storia ha inciso anche sulla mia vita familiare.

Agire secondo coscienza, spesso, è un comportamento troppo oneroso. Si paga troppo. Non vorrei che mio figlio si trovasse davanti a una scelta del genere. Quando vogliamo bene a qualcuno non gli auguriamo certo una vita piena di ostacoli per poi trovare la forza di superarli. Gli auguriamo di avere una vita felice, di riuscire a realizzare i suoi talenti. Non vorrei che lui soffrisse così tanto". Lo so che è una domanda banale, ma quindi non lo rifarebbe? "Lo rifarei, perchè sono fatto così, ma le persone non dovrebbero trovarsi davanti a queste situazioni. Ero giovane ed ero davanti ad una scelta che non mi dava alternative. O dicevo 'sì' o dicevo 'no'. Ho fatto la scelta giusta? Ho agito secondo coscienza. Ma, forse, quando ci troviamo di fronte ad una scelta dovremmo inserire tra gli elementi di valutazione anche il rispetto della nostra dignità. Il rispetto per noi. Quello che ho fatto era giusto. Ma pensi, ad esempio, ogni giorno quanti inquinanti sversa la Cina nell’aria, nell’acqua. In fondo, se avessi detto di sì, non avrei certo provocato un disastro enorme. E, forse, avrei sofferto meno, avrei perso meno".

Succede che rimango senza parole, voglio cercare una domanda, dire qualcosa di intelligente, consolarlo oppure semplicemente andare avanti nell'intervista. Invece le sue di parole sono riuscite a trovare quello spazio che si trova sempre tra i margini delle nostre convinzioni, quella fessura che mina il muro di spiegazioni che ci siamo dati per giustificare delle scelte che ci costano fatica, che abbiamo fatto per principio, per orgoglio. Mi sento destabilizzata, dove son finite le convinzioni delle mie di scelte? Mi attacco alla domanda più facile “Beh, ma se non l’avesse fatto, come si sarebbe sentito?” Ma non funziona, per chè a David Grassi il gioco dei se e dei ma non piace “Non sono capace di fare questi ragionamenti sull’assurdo”

Ma, alla fine, è difficile essere diversi da quello che siamo. I greci lo chiamavano “Daimon”. Il demone che è dentro di noi.. (Sento che va meglio, la prima a sentirsi meno peggio, mi sembra, sono io) “Sì, il daimon. E’ vero, il nostro destino interiore. E’ difficile sfuggirgli. O, come diceva Kant, la coscienza che è in noi, il cielo stellato sopra di noi”. E poi ci sono le domande che fa il Piccolo principe. Bisogna dargli le risposte vere. Così saluto David Grassi: lui deve andare ad allenare dei ragazzi, io a pensare alle sue parole. E lo ringrazio. Per quello che ha fatto. Per come è. Perché l’ha condiviso (anche) con me. E perché stasera avrò una bella storia da raccontare ai miei ragazzi.

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