Le parole degli altri

Una voce fuori dal coro quella del presidente di ECPAT-Italia, Marco Scarpati, in seguito alla sentenza di primo grado a 7 anni e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi. I reati sono concussione per costrizione e prostituzione minorile nell'ambito del "processo Ruby". 

Un minore è una persona che non ha ancora compiuto 18 anni. Per le Convenzioni internazionali e per la legge italiana, un minore è un bambino. E come tale va sempre tutelato. Avere rapporti sessuali a pagamento con una minorenne è un reato. Sempre. Che la minorenne abbia 10 anni o che ne abbia sedici.
Lo è non per motivi moralistici (i minorenni che abbiano compiuto 14 anni possono dare un valido consenso a ogni tipo di rapporto sessuale) ma perché la dazione di danaro o di altra utilità rende merce il minore, lo rende debole di fronte a somme che possono inquinare la sua capacità di resistere e di dare un consenso.
Mercificare una minorenne, darle un prezzo e poi pagarlo, renderla partecipe di giochi erotici ai quali, proprio per la forza inquinante del consenso che è rappresentata dai soldi, non è detto sappia sottrarsi, è un reato ovunque nel mondo. In Italia lo è grazie ad ECPAT, che propose il primo progetto di legge, e al Parlamento che, più volte e con maggioranze assai diverse, ha sancito, dal 1998, che i minori vanno tutelati dallo sfruttamento sessuale.
Ieri, in un’aula di Tribunale, abbiamo sentito ribadire tale principio.

Assisteremo nei prossimi giorni a fiumi di parole sulla mancanza di vittime reali e sul fatto che la minorenne alla base del processo fosse già su una cattiva strada. I commenti fuori dall’aula erano spesso di cattivissimo gusto sulla minorenne.

I minori vanno sempre tutelati, anche quando non lo richiedono, anche quando si ha l’impressione che loro non vorrebbero alcuna tutela. Anche contro la loro volontà, se necessario. Vanno protetti anche quando non vogliono vestire gli abiti della vittima. Eppure lo sono: se cancelliamo dai nomi la storia che abbiamo vissuto in questi anni, stando alla sentenza, una minorenne, proveniente da una famiglia povera e di immigrati, è stata fatta oggetto di attenzioni illecite e mercificata. Il tutto mentre era lontana da chiunque potesse e dovesse proteggerla. Anzi: facendosi giuoco delle normative a sua protezione.

E poi: perché ospitare in casa propria una minorenne senza reindirizzarla alla sua famiglia o agli organi competenti alla sua protezione?
Ecco perché speriamo che la condanna di ieri serva da ammonimento a chiunque si appresta a vacanze durante le quali dimenticherà i diritti dell’infanzia, ovvero ai troppi che continuano a pensare che “certe ragazzine, certe cose se le sono proprio volute”. O che “in fin dei conti era quasi maggiorenne”.

La protezione dei minori dallo sfruttamento sessuale non è uno scherzo, e noi lo vediamo ovunque operiamo, ovunque dobbiamo combattere contro le battute, lo scherno o, peggio, contro la criminalità che da questa follia guadagna tanti soldi.
L’induzione alla prostituzione di una minorenne è un reato grave. Sempre.

Pubblicato in Le parole degli altri
Mercoledì, 19 Giugno 2013 23:58

Forse non lo sai ma pure questo è amore?

Ci sono notizie, vale a dire storie, che ti colpiscono più altre. Per il modo con cui si svolgono, il momento, la particolare coincidenza di elementi. Così mi era successo con la notiizia di un bambino partorito e abbandonato nel bagno di un fast food, alla fine dello scorso anno. Con queste parole avevo commentato la notizia sulla mia pagina facebook: "(...) L'altra immagine forte che rimane di queste ultime ore del 2012 è invece drammatica. E' quella di un'altra donna, la quale si libera del corpo del figlio in un bagno di un fast food, lì dove quasi sotto una regia da film dell'orrore si materializzano tutti i simboli dei non-valori. Un bimbo che nasce da una madre sola, tra urina, macchie di sangue, sporcizia. Pezzi di placenta ritrovati anche per strada, pezzi di femminilità, della sacralità della vita buttati tra i cartocci dei panini. Un presepe tragico, sporco. Eppure anche questo accade nel nostro mondo, nei nostri anni così patinati, tecnologici, liftati, che sembrano quasi esimerci dal dolore e dalle conseguenze del declino che prende la vita. Anche di questo dovremmo prenderci cura, come di quel bambino che appena nato ha già affrontato la morte e, per fortuna ce l'ha fatta. Perchè, come scrive Garcia Marquez, è la vita e non la morte a non avere confini".

Nelle settimane successive la madre fu arrestata e ieri è stata condannata a quattro anni. La giustizia ha messo il sigillo su questa storia, ma mi piacerebbe molto parlare con questa donna e capire. Senza giustificare il gesto che ha fatto, capire cosa c'era dietro, cosa ha incontrato nella sua vita per arrivare a buttare il proprio figlio in un bagno. Mi sono chiesta, in queste settimane, tante volte se anche dietro questo gesto orribile non ci fosse, in realtà, l'unico possibile gesto d'amore che questa donna - probabilmente uno dei tanti corpi in vendita sulle nostre strade - poteva fare nei confronti del proprio figlio: metterlo al mondo e lasciarlo in un posto pieno di gente, in cui, qualcuno, come è stato, l'avrebbe ritrovato. L'amore ai tempi della tratta e dello sfruttamento internazionale della prostituzione. Forse. 

Pubblicato in Le mie parole

westUna relazione scritta nel 2004, per il progetto West, buone pratiche contro il traffico e la tratta di esseri umani. Attualissima, purtroppo, anche oggi.

 

Etica della comunicazione e prostituzione

Comunicare il sociale

 

 

 

La mia esperienza professionale si è svolta quasi interamente in redazioni di provincia che io ritengo siano un osservatorio privilegiato per capire il fenomeno della prostituzione, in quanto, nelle piccole città la prostituzione non si può nascondere come in quelle grandi, non si può mettere ai margini e la gente incontra e si scontra con questo fenomeno molto più di frequente e sotto le più diverse forme.

La mia convinzione, che si basa sulla mia esperienza, è che, ancora oggi, non si siano colti appieno i cambiamenti che caratterizzano la prostituzione e che questo sia un problema grandemente sottovalutato ad ogni livello istituzionale, dal Parlamento alle amministrazioni locali. Se questo comportamento, da un lato è comprensibile per una serie di motivi che cercherò di spiegare, dall’altro rappresenta un ritardo che deve essere assolutamente colmato se non ci vogliamo trovare davanti ad un fenomeno che diventa incontrollabile dal punto di vista della criminalità e del controllo del territorio; se non vogliamo perdere quelle condizioni di vivibilità e di coesione sociale che fanno della provincia o, almeno, di una certa provincia, un luogo in cui rimane alto il livello di qualità della vita.

Ma anche se non vogliamo essere solo spettatori e, in parte complici, di cambiamenti epocali segnati da violenza e da discriminazione nei confronti dei soggetti più deboli.

 

 

 

 

Comunicare in un’epoca di cambiamenti

 

Scrivere, fare comunicazione in questo contesto, non è semplice perché, per capire e far capire veramente cosa c’è sotto la superficie di questi mutamenti, bisogna fare un lavoro continuo di ricerca e, soprattutto inventarsi delle categorie nuove, dei paradigmi nuovi per decodificare e poi comunicare i cambiamenti.

 

Non è facile, perché siamo dentro trasformazioni che, probabilmente,  non siamo ancora in grado di capire e quantificare e, soprattutto, non siamo in grado di prevedere che svolgimento avranno.

Per fare un esempio, in questo momento, mentre noi parliamo, sono al lavoro centinaia di migliaia di ricercatori in tutto il mondo. Se li sommassimo, scopriremmo che ci sono più cervelli che stanno studiando in un solo momento, oggi, di tutti quelli che ci sono stati dalla preistoria fino all’epoca industriale. E con che mezzi a disposizione.

Soprattutto, siamo entrati in una nuova era, un’epoca in cui la mappatura del Dna ha aperto una strada che sta spegnendo l’era del fuoco, quel fuoco che il mito attribuisce acceso da Prometeo e che ha segnato tutte le civiltà esistite fino ad ora, per aprire le porte all’era delle biotecnologie.

Questi cambiamenti, questa rivoluzione, naturalmente, non rimangono confinati solo in ambiti scientifici. Scrive l’economista americano Jeremy Rifkin che <in poco più di una generazione il nostro concetto di vita e il significato dell’esistenza saranno radicalmente modificati. Le vecchie e collaudate ipotesi sulla natura, compresa la natura umana saranno completamente ripensate. Molte delle più arcaiche abitudini riguardanti la sessualità, la riproduzione, la nascita, la paternità e la maternità potrebbero essere parzialmente abbandonate. Saranno ridefinite anche le idee di uguaglianza e democrazia al pari di nozioni come “libero arbitrio” e “progresso”. Probabilmente cambieranno anche il nostro senso di società e la coscienza di noi stessi, come già successe agli albori del Rinascimento, nell’Europa medievale di più di settecento anni fa>.

 

Le nuove migrazioni

 

Accanto a questi cambiamenti, stiamo assistendo anche un’altra rivoluzione epocale, più immediata e che affrontiamo quotidianamente, e di cui, indirettamente e parzialmente, ci rendiamo conto  ogni giorno, mentre camminiamo, mentre ci guardiamo intorno, nelle nostre città, che è quella della ripresa delle grandi migrazioni, in seguito ai cambiamenti socio-politici che sono avvenuti nel mondo.

Queste migrazioni, però, hanno caratteristiche diverse, rispetto a quelle di cui anche noi italiani siamo stati protagonisti nel secolo che si è concluso.

Intanto, oggi, al contrario del secolo scorso, ci sono molte donne che migrano, che lasciano la propria casa e, spesso, anche dei figli molto piccoli, per spostarsi a cercare quel lavoro e quel benessere che nei loro paesi manca. I migranti, poi, partono senza la speranza di andare a conquistare un territorio ancora parzialmente inesplorato, ma sanno già che dovranno trovare spazio in una società ristretta, collaudata, rigida e, spesso, molto poco accogliente.

 

Le nuove schiavitù

 

Un paradigma, un modo di comunicare le cose da un punto di vista nuovo vuol dire anche capire e far capire questo nuovo contesto. Molti dei migranti, poi, soprattutto le donne, ma anche i bambini, partono già dopo aver subito violenze di ogni genere, sia fisiche sia psicologiche, in condizioni tali che, dopo decenni che non succedeva, i magistrati, anche nelle nostre città, hanno ricominciato ad applicare il reato di riduzione in schiavitù. Molti di questi migranti, dunque, sono  donne schiave. E’ incredibile che questo possa succedere nella nostra epoca, è incredibile che questo possa accadere nelle strade delle nostre belle città ma è così.

E’ tanto incredibile che la gente stenta a crederci.

Ma in che modo potremmo chiamare, altrimenti, una persona che parte da casa propria, spesso venduta dalla famiglia, e che arriva dopo viaggi terribili, fatti a piedi, su camion, gommoni, carrette del mare, rischiando di morire, (come poi spesso succede), vive sotto minaccia sia fisica sia psicologica e non ha più nemmeno un nome?

Riuscite a immaginare se vostra figlia, una giovane madre, una vostra sorella una mattina se ne andasse per trovare lavoro e, invece, scomparisse, diventasse un fantasma senza identità, che vive dall’altra parte del mondo, senza documenti, senza conoscere la lingua, subendo continuamente violenza?

Io credo che sia difficile anche immaginarla una cosa del genere, credo sia difficile solo immaginarlo un dolore del genere e voglio pensare che una parte dell’indifferenza che spesso riscontro nella gente quando si scrive o si parla di prostituzione, dipenda anche da questo. Non riteniamo possibile che questo possa succedere. Non ci possiamo credere perché sono cose che non appartengono alla nostra vita e pensiamo che non esistano in altre parti del mondo.

Io sono solita paragonare lo sgomento che dà guardare da vicino questo fenomeno, farsi carico, per empatia, del dolore che tanti sconvolgimenti provocano, alla sensazione di disorientamento di quando assistiamo ad eventi naturali catastrofici. Ci sentiamo impotenti, impauriti e, se possiamo, cerchiamo di evitare di pensarci, di cambiare canale, si sintonizzarci su qualcosa che riusciamo meglio a comprendere e a gestire.

Ma è anche vero che non crediamo anche, perché, a volte, è più comodo pensare così.

 

Comunicare il cambiamento: dal più antico mestiere del mondo alla moderna schiavitù

 

 Per questo, riportiamo il problema della prostituzione alle categorie che conosciamo fino ad ora, che sono, più o meno, quelle che si riferiscono “più antico mestiere del mondo”.

Per questo la richiesta che veniva fatta anche ai giornali era quella di risolvere il tema della prostituzione in termini di problema di decoro e di viabilità. In questo caso comunicare, fare informazione, è significato dare voce sì a queste proteste, ma smascherare  la   superficialità e, tutto sommato, anche l’ipocrisia che c’era dietro questo modo di pensare. Comunicare è stato un lavoro di approfondimento da un lato e di allargamento dall’altro. Approfondimento dei problemi che certi quartieri in particolare dovevano affrontare e allargamento del fenomeno prostituzione. Articolo dopo articolo, notizia dopo notizia si è cercato di parlare di prostituzione da diverse angolature, dando ogni volta qualche particolare in più, fornendo informazioni sempre più allargate sul fenomeno e su tutti gli aspetti connessi a questo. Per cui abbiamo parlato di clienti, di interessi economici che girano intorno a questo fenomeno. Abbiamo cominciato a parlare di racket, di sfruttamento.

Insomma, il lavoro è stato quello di creare il quadro entro il quale si sviluppa la prostituzione.

A Perugia, il fenomeno della prostituzione ha dimensioni molto grandi. Capire il perché di questo non è semplice. E’ vero che a Perugia c’è benessere e, quindi, c’è gente che può spendere soldi. E’ vero che la posizione geografica dell’Umbria favorisce gli arrivi, che c’è una università per stranieri. Ma è anche vero che, forse, in Umbria la presenza delle prostitute è così diffusa (una notte, uscendo con la Volante, ne contai io personalmente 350. Adesso la prostituzione su strada si è un po’ ridotta ma è aumentata quella in appartamento. Comunque in certi momenti la presenza di prostitute è arrivata ad essere attorno al migliaio, in pratica c’erano più prostitute che medici di base) anche perché c’ è un tessuto urbanistico che ne favorisce la presenza. Perché c’è una periferia cresciuta disordinatamente, con tantissimi appartamenti sfitti. E che, fra l’altro, non sono relegati a decine e decine di chilometri di distanza dal centro della città o dai luoghi di “lavoro, ma, anzi , quest’ultimo è raggiungibile con molta facilità. Introdurre anche questi elementi è importante per conoscere i confini del fenomeno.

Certo a Perugia contro il racket della prostituzione si è lavorato molto e c’è stato anche il tentativo, durato poco ma di qualche efficacia, di forzare la legge Merlin e considerare i clienti cone persone che favorivano il racket, in quanto prendevano e accompagnavano sul luogo di lavoro la prostituta. C’è stato poi il Comune che si è costituito parte civile contro gli sfruttatori e questo è una strada di grande civiltà e un segnale forte che è stato molto apprezzato.

E’ chiaro, comunque, che questo fenomeno crea insicurezza nell’immediato e anche problemi di criminalità nel lungo periodo. Dalle indagini, fino a questo momento, è emerso che i soldi guadagnati con la prostituzione, in parte vengono reinvestiti in droga e armi, poi in immobili nei paesi d’origine. Ma potrebbe anche succedere che le prossime generazioni decidano di investire qui e, quindi, di riciclare il denaro comprandosi pezzi di città. Sono tutti elementi che vanno introdotti nella comunicazione, pur essendo consapevoli che non va sottovalutato il problema del signore che non riesce ad arrivare a casa per il traffico che di notte impedisce, di fatto, la viabilità nelle strade.

 

 

Il denaro puzza

 

Una volta, parlai a lungo con una persona che era stata arrestata per favoreggiamento della prostituzione, perché affittava le case ai protettori o a clandestini. Parlare con lui mi fece molta impressione perché lui per tutta l’intervista non cercò altro di convincermi che tutte le donne erano consenzienti, che guadagnavano moltissimo e che mai avrebbero fatto un altro lavoro perché non avrebbero mai rinunciato a tanto denaro. Poi, durante la conversazione, si comprò una pizza e qualcosa da bere e pagò la consumazione con monete da dieci centesimi perché i clandestini che facevano i lavavetri e dormivano da lui gli pagavano l’affitto in monetine. E, mentre pagava, lui mi spiegava che tutta questa gente guadagnava moltissimo. Lui era convinto che quasi che fossero dei privilegiati perché non pagavano le tasse. E, in un certo senso, si considerava un loro benefattore, perché forniva loro un tetto.

Bene, comunicare il sociale vuol dire anche avere il coraggio di dire che non è vero che il denaro non puzza. C’è de denaro che puzza, eccome, che ha l’odore della violenza e della paura e che non va accettato. E nessuno deve essere complice.

Non chiudere gli occhi davanti a tanta violenza e a tanto dolore significa anche non creare delle sacche in cui certa gente trovi spazio per alimentare e guadagnarci da tanta violenza e da tanto dolore. Significa, ad esempio, non concedere cambiamenti di destinazione d’uso a locali senza finestre, non fare diventare i garage dei mini appartamenti, dei locali in cui solo gente disperata e senza nome può accettare di abitare.

Comunicare su questo argomento può voler dire, quindi, anche andare controcorrente. E far sentire tutti le voci che sono fuori dal coro. Perché se la prostituzione è, in parte, un fenomeno accettato, a meno che non sia troppo visibile e non dia troppo fastidio, è anche, perché c’è una ricaduta economica sul territorio. C’è gente che, indirettamente, ci guadagna: dagli albergatori, agli affittacamere, ai taxisti che portano le ragazze dalla frontiera nelle varie città a cui sono destinate.

  Proprio qualche giorno fa ho intervistato un magistrato che conduceva le indagini su un omicidio, una sorta di vendetta fra bande rivali di albanesi appunto per questioni di donne da fare prostituire. La sua analisi del problema era sostanzialmente questa: in questi anni le armi degli investigatori si sono sostanzialmente affilate, le condanne sono diventate più dure, c’è stata una maggiore presa di coscienza del problema. Secondo questo magistrato era invece la città che non era stata all’altezza dei cambiamenti che stavano avvenendo e citava un record negativo che riguardava Perugia: era una delle città in cui c’èra la maggiore percentuale di modifiche di destinazioni d’uso di abitazioni con sanatoria. Una legalità ai limiti dell’illegalità che, però, alla fine, sommata a tante altre (come gli affitti in nero, una periferia sempre più urbanizzata in maniera massiccia, etc), crea un tessuto favorevole allo sviluppo della prostituzione.

 

 

 

Il linguaggio, i tempi

Comunicare vuol dire anche trovare il linguaggio giusto per farlo, vuol dire fare un lavoro sui termini da usare per parlare in maniera diversa della prostituzione. Come chiamiamo queste donne costrette a vendersi sui marciapiedi? Meretrici, prostitute, lucciole o schiave, vittime? Come chiamiamo gli uomini che le costringono a vendersi? Papponi, protettori, o criminali, malavitosi che fanno parte del racket dello sfruttamento. Va fatto un lavoro anche sui termini che non è facile, perché trovare un equilibrio tra la necessità di far capire in un titolo alla gente quello di cui stiamo parlando, il rispetto per il dolore di queste persone, la gravità del fenomeno di cui stiamo parlando. Giovanni Maria Bellu, che ha scritto un libro su un naufragio dimenticato, 283 clandestini che morirono nelle acque davanti a Portopalo in Sicilia e che nessuno, per anni, ha voluto vedere, fino a quando lui non ha ripreso i resti della nave e dei cadaveri con una telecamera subacquea, ha fatto proprio un lavoro sul linguaggio per descrivere la tragica odissea di queste 283 persone, con una particolare attenzione a non cadere nella retorica e a rendere loro la dignità che tanti resoconti frettolosi definiscono in maniera scontata e, a volte, oltraggiosa. Un esempio per tutti: li chiama spessissimo usando la parola migranti, che rende bene la vastità del fenomeno, il loro spostarsi lento, a volte senza meta, più verso un destino che verso un luogo fisico.

 

 

Forse la cosa più semplice e più vera è chiamarle per quello che sono, donne violate, donne vendute che arrivano dall’altra parte di un mondo dove la povertà rende forse una scelta inevitabile il piegare la testa a tutto questo.

 

Ma il problema della comunicazione, del linguaggio, non riguarda solo il modo di esprimersi dei giornalisti. La parola comunicare deriva dal latino “cum + munus”, che vuol dire rendere partecipi gli altri del proprio patrimonio. Bene, non è facile per molti altri attori del sistema della comunicazione, per molte altre fonti, farsi capire. La comunicazione di molti altri enti pubblici e, in realtà, spesso inesistente o fatta male.

Intanto il linguaggio delle amministrazioni pubbliche è un linguaggio burocratico, che deve essere tradotto e decodificato e che non è mai diretto. Non è un linguaggio per l’esterno ma quasi sempre per gli addetti ai lavori, per l’interno. E su questo punto, invece bisognerebbe lavorare. Inoltre, anche quando si cerca di comunicare con l’esterno qualcosa lo si fa troppo spesso con tempi o modi che non sempre combaciano con quelli dei mezzi di comunicazione. Intendersi, dunque, non è sempre facile. Un discorso analogo si può fare con il linguaggio e, soprattutto, con i tempi del sistema giudiziario. Un’inchiesta dura mesi, anni,  ma, soprattutto, passa tantissimo, spesso troppo tempo prima di arrivare ad una sentenza definitiva. Tempo in cui si consumano vite, storie, tempo in cui le condizioni cambiano e, magari, quando si arriva al processo, le ragazze che devono testimoniare sono sparite, sono tornate al proprio paese o non si sa più dove sono.

E’ un problema rilevante, questo della comunicazione della cronaca giudiziaria perché la certezza della pena, la certezza che certi meccanismi funzionano è importante per dare fiducia alle ragazze che vogliono denunciare i propri sfruttatori.

E’ difficile spiegare loro che, magari, la persona che hanno denunciato è fuori per un cavillo burocratico. Fare comunicazione nel settore della cronaca giudiziaria vuole dire riuscire a mantenere sempre vivo il filo del processo, anche quando si perde tra le pagine dei fascicoli o negli scatoloni degli uffici. E non è facile. 

 

 

 

Storie di vita

 

Dalla ricerca dei termini più appropriati al modo di raccontare: dai resoconti delle conferenze stampa ai racconti delle donne, alle storie di vita. Questo è un altro passo in avanti dell’etica della comunicazione in questo settore.

Esempi (Tania Bogus, l’operazione Girasole etc)

 

Raccontare le storie di vita vuol dire far capire che queste persone non sono dei fantasmi lontani da noi, che non provano sentimenti, che non soffrono perché, magari, hanno lasciato dei figli. Vuol dire raccontare la loro vita, i loro abiti, i loro sogni e le loro paure. Far sì che non ci siano più alibi, che non sia più possibile dire “non li vediamo, non sappiamo chi sono”

 

La notizia dentro la notizia

Sempre Bellu, nel suo libro cerca di spiegare come la notizia di questo naufragio fantasma non sia stata mai raccolta con il risalto che meritava dai giornali. <Esistono notizie che hanno la disgrazia di confondersi, di diluirsi nel tempo, di perdere, in questo modo, la propria forza. Diventano come malati terminali nell’ospedale da campo dell’informazione planetaria. Non vale la pena occuparsene, ci sono nuove urgenze. Così, a volte, gli archivi dei giornali non sono più i luoghi della memoria, ma i sepolcri di tragedie dimenticate. E, come si sa, è raro che qualcuno vada a deporre un fiore su una tomba senza nome>.

Io dico anche che esistono notizie che corrono lungo strade larghe e certe, lungo le autostrade dell’informazione, altre che, per arrivare alla gente devono percorrere sentieri tortuosi, strade bianche, senza avere alcuna alcuna facilitazione, alcuno sconto. Perché, magari, sono notizie che sembrano meno clamorose, meno scintillanti. Perché sono notizie che danno fastidio a molti, o anche a pochi, ma a quelli giusti, quelli che contano. Perché i giornalisti sono pigri o sono continuamente bombardati da nuovi avvenimenti e hanno sempre meno tempo di verificare le notizie. Dunque preferiscono battere strade conosciute piuttosto che intraprendere cammini sconosciuti, con il rischio di non avere il pezzo pronto e di dover riempire in fretta tutta una pagina bianca.

Ecco, dunque, un lavoro da fare nella comunicazione del sociale. Bisogna cercare la notizia dentro la notizia. Fare un lavoro d’analisi sul materiale raccolto e fare un patto con certe notizie che vuol dire fare un patto con certe storie di vita e, quindi, con persone che, forse, non incontrerai mai fisicamente ma alle quali vuoi rendere ugualmente un tributo: far conoscere la loro storia, non farla dimenticare.

Storie di vita, abbiamo detto.

Per un certo periodo ho pensato che fossero la strada maestra per raggiungere un obiettivo efficace nei lettori, per scuotere la gente, per far capire che c’era stato un cambiamento di passo e che, quindi, bisognava cambiare il modo di vedere le cose. Ma ora non credo più che questo basti.

Italo Calvino, nel suo ultimo libro, “Lezioni americane”, fa una specie di gioco della torre della letteratura e propone un elenco di cose da conservare, luoghi della letteratura da portare con noi nel secondo millennio, che è poi quello che stiamo vivendo ora.  Tra le cose che Calvino salverebbe c’è il concetto di visibilità. Ma quale tipo di visibilità Calvino vuol farci salvare. Non certo la visibilità delle immagini preconfezionate, quanto, scrive, <il passaggio dalla parola all’immaginazione visiva come via per raggiungere la conoscenza dei significati profondi>. <Oggi – scrive ancora Calvino in tempi in cui la televisione cominciava a offrire programmi più o meno dalle 5 del pomeriggio – siamo bombardati da una quantità tale di immagini da non sapere più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi, d’immagini, come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo>.

E Calvino non aveva ancora assistito alle immagini del crollo delle due Torri, a quelle delle teste mozzate in Iraq, al terrore di Beslan. Quello che mi sono chiesta, quando riflettevo su questi concetti, è stato, appunto, se la via di raccontare storie di vita sia ancora così efficace come poteva esserlo alcuni anni fa, quando cominciavamo a scrivere di queste migrazioni. Perché ormai l’orrore, il dolore, le storie di vita, insomma, sono tutti i giorni sotto i nostri occhi e sono talmente drammatiche, epocali, che, forse, potrebbe essere sempre più difficile trovare qualcuno disposto a sentirsi raccontare, a leggere, a mettersi a riflettere e a provare empatia di fronte al dramma di una donna violentata, di una donna che si vende. Non perché questo dolore, questa storia, abbia meno valore, ma perché rischia di perdersi, di mescolarsi al dolore quotidiano, alle immagini di  altro dolore.

 

Allora, che sforzo deve fare la comunicazione, oggi, quale altro passo muovere per non venire meno al suo dovere di far capire quello che realmente sta succedendo?

Forse bisogna uscire dall’incalzare dell’emotività, un’emotività che poi rischia di scaricarsi, di perdere efficacia e capire cosa sta succedendo. Capire perché è vero che tante di queste ragazze arrivano nella parte ricca dell’Europa senza conoscere il loro destino o conoscendolo solo parzialmente. Ma è anche vero che alcune dicono <Meglio prostitute che così povere come eravamo nel nostro paese>. Capire cosa succede in tutta Europa, come reagiscono gli altri di fronte a         questo fenomeno. Capire che responsabilità ha la politica economica di questa parte di mondo in cui viviamo nei confronti di quella che si ritrova povera e che costringe intere generazioni ad andarsene per sperare di trovare delle possibilità di vivere meglio.

Bisogna parlare alla gente, dare loro degli strumenti di conoscenza e di valutazione, a cui fare riferimento quando tira il terremoto e sembra che tutto ci stia crollando intorno  – e questo credo sia la forza del progetto West – per aiutarla a conoscere il problema nelle reali dimensioni e per far capire loro anche tutto il restante quadro di cui ogni città, ogni quartiere non è che un piccola pennellata.

 

 

Tempi storici, tempi sociali, tempi psicologici

 

Con quest’ultimo argomento propongo delle “riflessioni futuriste” sull’argomento. Sono solo dei messaggi in bottiglia, dei pensieri che non sono supportati da mia conoscenze o da un’esperienza personale ma che ritengo possono essere utili per una discussione. Molti anni fa lessi un libro che si intitolava “Tempi storici, tempi biologici” e che in sostanza sosteneva questo: i tempi della storia non hanno niente a che vedere con quelli della natura. Noi usiamo e sfruttiamo la natura senza conoscere le leggi che la regolano, senza rispettarne i tempi di riproduzione e così via e provochiamo così dei danni immensi, inneschiamo dei processi di cui non conosciamo gli effetti né quando si verificheranno. Di una sola cosa possiamo essere sicuri e cioè che, comunque, questo modo di comportarci degli effetti ne provocherà certamente.

Io credo che una riflessione analoga la si possa fare anche per quanto riguarda i cambiamenti sociali che stiamo vivendo. A livello generale sta succedendo tutto molto in fretta, migrazioni, equilibri di potere, guerre, molto più in fretta di quanto interi paesi, economie, sistemi sociali possano adattarvisi in maniera equilibrata.

Ma i cambiamenti stanno succedendo in fretta, troppo fretta, anche per quanto riguarda la capacità di adattamento e di elaborazione del dolore, del cambiamento, di una persona.

E spesso, come detto, avvengono portando dolore, a discapito dei soggetti più deboli. Allora nascono altre domande. Ad esempio come può recuperare una dimensione interiore equilibrata una donna venduta dalla famiglia, stuprata, buttata sul marciapiede? Come può riuscire a elaborare tutto questo dolore, tutte queste violenze, inserirsi in un paese che non è il suo ed è un paese in cui non è certo facile vivere? Qualche tempo fa parlavo con un’assistente sociale che mi raccontava di come stava cambiando il suo lavoro, di come gli interventi nelle famiglie erano sempre più diversificati. Accanto a famiglie italiane sempre più complesse cominciavano a sorgere i problemi anche nelle famiglie degli stranieri che, una volta ricongiunte in Italia, erano sì riunite, ma non certo in una condizione di benessere. E anche il ricongiungimento dei figli non sempre  avviene senza traumi e senza difficoltà. Anche la comunicazione dovrà farsi carico di raccontare questi cambiamenti.

Pubblicato in Le mie parole
Lunedì, 18 Marzo 2013 09:35

Franca Abumen, una morte di scarto

Una morte circondata dal silenzio generale ( dei media e della società civile), una “morte di scarto”: una ragazza nigeriana, vittima del racket della prostituzione, uccisa in un bosco nella campagne umbre. Ancora una volta la vittima è  una donna, straniera, inserita nel circuito della prostituzione, in una terra, l’Umbria, definita dalla Pm Antonella Duchini “meta finale di destinazione della tratta degli esseri umani”. La riflessione, scritta dalla giornalista Vanna Ugolini

E’ così, nel silenzio indifferente, che muore una ragazza di 27 anni. Forse perchè è nera, perchè viene da lontano, perchè era un corpo in vendita, finito con la faccia nel fango e il collo stretto da un laccio nero, che l’ha strangolata fino a toglierle l’ultimo filo d’aria.  Si chiamava Franca Abuman, sorrideva dal suo profilo facebook, in cui spiegava che la cosa che le piaceva di più era farsi degli amici. Si faceva fotografare vicino alle auto dei clienti,  in posa, come se fosse la foto di una vacanza, invece era il luogo dove si vendeva in Umbria, ai confini con il Lazio: una piazzola all’ombra di un cartellone pubblicitario, ai margini di un boschetto dove poi si appartava con gli uomini che la compravano.

L’hanno trovata strangolata e scomposta, terra mossa intorno a lei, perchè probabilmente più di una persona l’ha presa, tenuta ferma e uccisa, in mezzo a rifiuti, fango e sporcizia.  Aveva anche una residenza a Terni, ma a quell’indirizzo non c’era mai andata. In realtà viveva fra Roma e Viterbo e proprio una sua amica l’ha cercata più volte e, alla fine, ha chiamato i carabinieri e un ‘amico’, un uomo di Narni che l’andava a prendere alla stazione di Orte e la portava alla piazzola, località Stifone, già dentro i confini dell’Umbria. In cambio la promessa che non avrebbe avuto bisogno di pagarla. E’ stato lui a indirizzare i carabinieri su quello spiazzo all’ombra del cartellone, dove era rimasta la cenere ormai fredda di un fuoco usato per scaldarsi. Pochi metri più in là c’era lei, già morta da parecchie ore.

 

Un copione già visto altre quattro volte in Umbria in una quindicina d’anni. Franca Aghaboi, nigeriana: colpita in testa con un sasso da un’altra donna e uccisa perchè “colpevole” di aver occupato una piazzola che non le  spettava a Perugia; Natalia Seremet conosciuta come Tania Bogus, 18 anni appena, assassinata a martellate dal suo sfruttatore e da un complice perchè non voleva prostituirsi e sarebbe stata un “cattivo esempio” per le altre, in Valtopina; Ana Maria Temneanu, 20 anni e un figlio di 5 in Romania, strangolata nel suo appartamento a Perugia; Beatriz Rodriguez, 43 anni, ammazzata con un corpo affilato al fianco e poi investita da un’auto, nella piazzola dove lei si vendeva a Perugia.

 

Ora Franca Abumen, 27 anni, nigeriana, forse l’unica morte scivolata via così senza che si sentisse una voce, senza che la sua morte andasse, perlomeno, a finire nella tragica contabilità dei femminicidi. Una morte di scarto. A Terni è stato staccato da pochi giorni lo striscione appeso a palazzo Spada contro i femminicidi, chiuse le manifestazioni contro la violenza alle donne, di cui si parla per qualche giorno intorno al 25 novembre. Pochi giorni fa i carabinieri sono dovuti intervenire in forze, con i vigili urbani e il corpo forestale per una vicenda di cani adottati da un gruppo animalista tedesco e portati in Germania. I militari hanno dovuto denunciare due persone che avrebbero preferito farsi investire dal camion che portava via cinque cani piuttosto che farli partire.

Una vicenda da chiarire, senz’altro, come sicuramente va riconosciuto merito a chi tutela i diritti dei più deboli. Per quella ragazza, nessuna voce, quasi che fosse un destino, il suo, voluto, cercato, inevitabile. Quasi che non ci appartenesse in nessun modo. L’Umbria non è terra immune alla violenza sulle donne: oltre alle cinque vittime del racket dello sfruttamento della prostituzione, tante donne sono state uccise, negli ultimi anni, per mano di mariti, compagni, vicini di casa. Donne di ogni età e di ogni ceto. Anche una bambina, vittima di pedofilia, Maria Geusa e una donna che ne aspettava un’altra, all’ottavo mese di gravidanza, Barbara Cicioni. E poi, poche settimane fa, due bambini uccisi dal padre separato e la scritta “ti amo” sul muro, raffinata ferocia contro una donna che si era separata, un altro ragazzo finito a mattarellate dal patrigno e marito padrone. E nemmeno le statistiche che parlano di violenza dentro le mura di casa, senza arrivare alla morte, vedono l’Umbria salva. Eppure sembra che tutto questo non sia bastato, che non abbiamo ancora imparato che ogni volta bisogna indignarsi, lavorare contro i luoghi comuni, fornire strumenti di tutela di cui ancora c’è grandissima mancanza anche qui.

Dicembre 2012

Pubblicato in Le mie parole