Le parole degli altri
Sabato, 29 Agosto 2015 08:09

Le storie di Margot/2 Cattiva ragazza

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

Mi chiamo Sara e sono una cattiva ragazza. Non lo sono sempre stata, no. Ma non ho avuto tanto tempo per imparare a essere diversa. Forse è stata colpa mia, forse avrei dovuto capire che il mondo era anche fatto di altre cose, però non ce l'ho fatta.

Mio fratello è stato il mio primo uomo.

E non è giusto. Avevo solo sei anni.

Non ho ricordi di mio padre da bambina, perché ha passato troppo tempo in carcere.

Da casa mi hanno portato via che avevo 9 anni. Era un posto troppo pericoloso per me, dicevano le assistenti sociali. Dicevano anche che mi avrebbero lasciato lì per pochi mesi, c'era mia nonna che aspettava fuori. Mi hanno dimenticata per nove anni. E quando sono uscita ormai non c'era più tempo per imparare a fare la costruzione di un amore.

E dire che mi sarebbe bastato poco, un amore piccolo, anche banale. Qualunque.

Invece.

Invece la mia casa è stata la strada.

Sono una cattiva ragazza, l'ho già detto. Sono stata una ladra, una rapinatrice, sono stata picchiata e ho picchiato. Non ho avuto compassione di vecchi e gente buona. Se mi servivano soldi rubavo a tutti.

I miei compagni sono stati gli uomini che mi hanno messo le mani addosso. Il matrimonio una corona di spine.

Lo sapevo eppure l'ho fatto. Lo faccio ancora, adesso, ogni giorno. Dico sì al male, sì al dolore, sì all'autodistruzione.

Non che non ci sia stato nessuno che mi abbia allungato una mano. Non che io, qualche volta, quella mano non l'abbia tenuta fra le mie. Ma non ci credo più. Non ho più tempo né voglia e quella mano, dopo un po' la butto via, la vorrei spezzare, la odio. Perché non sono capace di costruire nessun amore. So dove trovare una pistola per una rapina, so dove si compra la droga e come dare un pugno che stordisce. So che sapore ha il sangue che esce dal naso rotto. Ma non so come si costruisce un amore. Anche questo l'ho già detto. Mi rimangono poche parole, ormai. E odio chi, invece, è stato così amato da voler darmene un po' di quell'amore. Odio chi vuole darmi una possibilità perché io non sono capace di prenderla e vorrei che tutti fossero come me. Che tutti stessero male come me. Forse così mi sentirei meno sola.

Mi chiamo Sara, sono una cattiva ragazza e voi ancora non immaginate quanto. Ho partorito mio figlio per strada, in mezzo all'immondizia. A sei mesi è morto per colpa mia. Aggiungete anche lui alla conta dei morti per overdose a Perugia. Sono stata capace di dare a lui meno possibilità di quelle che ho avuto io. Sono una cattiva ragazza e sono stata una cattiva madre.

La seconda volta ci ho provato a essere migliore. Sono entrata con il pancione in comunità e quando ho partorito mio figlio era sano. Sono stata lì due anni ma nemmeno lì ho imparato come si costruisce un amore. Ho capito che da sola non sarei mai stata una buona mamma e quel bambino l'ho diviso con un'altra famiglia. Affido si chiama, ma ora lo chiamerei inganno. Perché io sono sempre una cattiva ragazza, mio fratello il mio primo uomo quando ero bambina, mio padre un'ombra dietro le sbarre e mio marito una corona di spine. E se vi sembra un orrore sentire narrare queste cose, pensate a chi le sente sotto la pelle.

Avrei voluto che qualcuno mi insegnasse a fare la mamma.

Invece eccomi lì, seduta a un tavolo e il mio bambino dall'altra parte. Volta dopo volta il cordone ombelicale diventa un filo di seta. Volta dopo volta le parole ghiacciano tra un capo e l'altro del tavolo e nessuno mi aiuta. Nessuno aiuta le cattive ragazze. Nessuno capisce lo sforzo che faccio per sedermi lì, per non spaccare tutto, comprarla quella pistola che so dove trovare e farla finita. Le assistenti sociali fissano appuntamenti, non parlano con quelle che seguono mio figlio perché dicono che ci sono delle regole. Cercano di infilare il mio cuore dentro la cartellina con il mio nome, non capiscono che lì dentro non ci sta.

Io vorrei inchiodarle alla scrivania e vomitare loro in faccia tutta la mia rabbia, il mio dolore che sta diventando follia. Sto male.

Non l'ho fatto. Quella rabbia me la sono mangiata e ho mollato tutto. Ho detto addio a mio figlio, ho tagliato le mani che potevano aiutarmi e sono tornata dentro al mio mondo. Quello della violenza di mio fratello, dell'ombra di mio padre e della corona di spine. Ora il mio amante mi picchia ma mi dà la droga. Per stare in un altro mondo, perché in questo io sono solo una cattiva ragazza che non sa costruire un amore.

Pubblicato in Fotoracconti

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

L'unico momento in cui mi sembra di sentire il respiro del sollievo è quando sfumano i sogni. E' quel crepuscolo dove ancora non ti rendi conto chi sei, del luogo in cui sei, del tempo in cui sei. E' lì, in quel confine di polvere, che tu sei viva. E sorridi, e mi sembra di poterti toccare.

Lo ricerco quel momento, ogni notte. Perchè il resto del giorno è solo un rosario di dolore.

margotproject telefonoAnna, non ci sei più. Non c'è più il tuo viso. Non c'è più il tuo cuore, polverizzati dai colpi della pistola di quello che diceva di amarti. E io ti cerco inutilmente. Ti vedo negli occhi di tua sorella, nelle foto, negli oggetti, nei paesaggi dei viaggi che hai fatto e che ora rifaccio. Ma non ci sei più. E mi tormento. Ogni giorno rivedo al contrario il film della tua vita, fotogramma dopo fotogramma – come ricordo tutto, adesso! anche quello che mi sembrava banale, come ricordo tutto, adesso, anche quello che mi sembra conficcato sotto la pelle - e mi chiedo dove ho sbagliato, cosa avrei potuto dirti, perchè, perchè non ti ho preso e non ti ho portato via. Con me.

Mi sento in colpa Anna. Mi sento in colpa anche se quel grilletto non l'ho tirato io. Anche se non sono stata io a tirarti per i capelli, la prima volta, quando hai fatto tardi alla cena con i colleghi e lui ti aspettava fuori. Rabbioso e furioso.

Mi sento in colpa perchè tu l'hai giustificato. Mi hai detto: "Mamma, mi vuole bene. Non mi ha mai fatto niente, forse era solo stanco e preoccupato per me".

Ti avrei dovuto mettere in guardia, bambina. Ti avrei dovuto dire subito "Bambina mia, non farti mai mancare di rispetto. Bambina mia la violenza non c'entra niente con l'amore. Lascialo". Ti avrei dovuto dire di lasciare le chiavi infilate nella serratura quando ti chiudevi in casa. Ti avrei dovuto prendere e portare via. Da me. Invece, ora, bambina mia te lo posso dire solo davanti al vento.

Ma tu mi rassicuravi, Anna. Mi dicevi che andava tutto bene, che eri in grado di cavartela da sola. Ed in effetti, Anna, tu eri più forte di me. Perchè l'hai sopportato, è vero. Hai sopportato che lui si trovasse sempre nei posti dove eri tu. E poi hai scoperto che aveva collegato il tuo ipod e il tuo cellulare al suo computer così che, quando ricevevi o inviavi un messaggio, lo leggeva anche lui.

Hai sopportato che alzasse la voce e le mani su di te. Che ti controllasse e ti tenesse lontano dalle tue amiche. Lontano da me. Poi, a un certo punto, però, hai detto basta.

L'hai lasciato. Ed è stato l'inferno.

Entrava in casa tua quando tu non c'eri. E' arrivato a smontarti la lavatrice, pezzo per pezzo, e a rimontare i pezzi in modo che non funzionasse. Tu hai avuto paura, hai chiesto aiuto al padrone di casa, gli hai chiesto che ti cambiasse le chiavi della porta blindata. "Costa troppo", ti ha risposto. Non ti credeva.

Era questo il punto. Non ti credevano. Non ci hanno mai creduto, Anna.

Non hanno creduto a me, quando chiedevo aiuto alle forze dell'ordine perchè tuo padre mi picchiava. "C'è sangue signora?" mi ha chiesto una volta un agente quando ho telefonato. "No, non c'è sangue" risposi incredula. "Allora non possiamo intervenire. Faccia la brava con suo marito". Io non ero cattiva, però. Lo giuro. Cercavo di piacergli. Alzavo muri fra me e il mondo per non vedere che c'era altro, che si poteva vivere in maniera diversa. Sopportavo perchè credevo di farlo per te e tua sorella.

"Non hanno creduto a te, mamma. Non crederanno a me", dicevi.

Poi il sangue c'è stato. Una, due, dieci volte. Quante... non ricordo nemmeno. Ricordo solo che avevo tua sorella piccolina in braccio coperta di sangue. Del mio sangue, per gli schiaffi che stavo prendendo. E lì, finalmente, ho capito. Quell'immagine di tua sorella insanguinata mi ha fatto dire basta. Quella volta era il mio sangue, la volta successiva sarebbe potuto essere il suo.

Ho detto basta. Ma era tardi. Non per me. Era tardi per te.

Tu, coraggiosissima bambina mia, che a tre anni ti mettevi fra me e tuo padre per difendermi.

Lo so, bambina. Non si può raccontare la tua storia se non si racconta la mia. E' per questo che mi sento in colpa. Perchè io lo so. L'ho sempre saputo, ma non volevo ascoltarmi.

Però, bambina, cosa avrei potuto fare?

A 19 anni mi sono ritrovata sposata e sono andata a vivere in una città che non era la mia, lontana dalla mia famiglia. A 20 sei arrivata tu. E poi le torture.

Le sue.

Se tornano dal lavoro con 10 minuti di ritardo era un problema. "Mi vuole troppo bene", mi dicevo. Poi erano botte. Mi picchiava nei posti in cui non si vedeva.

"Mi vuole troppo bene", mi ripetevo. Non ci credevo più. Ma non sapevo cosa fare. Ero isolata, non avevo amicizie. Mi sembrava un delitto denunciare il padre di mia figlia. E' andata avanti così per 11 anni. C'erano giorni terribili e altri che chiamavo "giorni buoni". Perchè in quei giorni mi insultava solamente e io mi rinfrancavo: "Oggi è un giorno buono. Non mi ha picchiata. Forse smette".

Non ha smesso fino a quando non mi ha mandato all'ospedale. Il sangue c'era. Tanto. Finalmente mi hanno creduto. Era troppo tardi, però. Troppo tardi per te.

L'ho capito quella notte. Forse l'ho sempre saputo, anche se non avrei mai immaginato che tu te ne andassi prima di me. Perchè tu mi rassicuravi. Eri forte, Anna. Mi hai sempre protetto.

Ti giuro, bambina mia, vorrei essere al tuo posto.

Vorrei che finisse questo dolore.

Ma lo sai che non posso.

C'è tua sorella. Antonella cresce bene. La vedo serena, nonostante tutto. Solo io capisco quanta sofferenza abbia dentro ancora da elaborare. Non riesce a pronunciare bene la lettera A in alcune parole. Anna, Antonella, Ada, il mio nome, Antonio il nome di tuo padre. A.

C'è un uomo nuovo accanto a me che mi fatto capire che la violenza non ha niente a che vedere con l'amore. Ci sono i bambini a cui insegno. Devo andare avanti.

Tante cose le ho capite. Non capirò, invece, mai l'odio di tuo padre verso di me. E, di conseguenza, verso di noi. Fino all'ultimo mi ha guardato con occhi di odio. " Ci sarebbe dovuto essere un altro al posto di Anna, disse il giorno dei funerali. E la gente lo rincuorava perchè pensava che si riferisse a lui. Io lo so, però, che si riferiva a me. Ma non l'ho detto. Non mi avrebbero creduto.

Altre cose le ho capite, invece.

Questi uomini violenti, tuo padre, quel ragazzo che t'ha ammazzato, non sono matti. No, Anna. Sono normali. Solo che non vogliono perdere. Non vogliono perdere il loro potere su di noi.

Un'altra cosa che ho capito è che la violenza subita ti segna a lungo, forse per sempre. Ancora oggi provo un brivido lungo la schiena se mi accorgo di aver usato la pentola sbagliata, di non aver cambiato l'asciugamano sporco. Eppure sono libera da più di 10 anni.

E l'ultima cosa che ho capito è che tu sei morta perchè non hai riconosciuto il pericolo. Perchè con il pericolo tu ci hai convissuto così a lungo che è diventato abituale, usuale. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Per noi quel pane era la violenza.

Non ho mai voluto parlare con nessun giornalista, ma adesso è il tempo di farlo. Voglio dire a tutte le donne, a tutte le persone che possono farci qualcosa, agli uomini che vogliono essere dei padri e dei compagni amorevoli che i bambini e le bambine non devono crescere in un ambiente violento. Per tanti motivi ma, soprattutto, perchè non riconoscono più la violenza come un pericolo.

Le nostre bambine non devono pensare che la violenza sia la normalità. Devono crescere libere e avere il diritto a progettare la loro felicità.

(testo raccolto ed elaborato da Vanna Ugolini)

Pubblicato in Fotoracconti