Le parole degli altri
Sabato, 29 Agosto 2015 08:09

Le storie di Margot/2 Cattiva ragazza

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

Mi chiamo Sara e sono una cattiva ragazza. Non lo sono sempre stata, no. Ma non ho avuto tanto tempo per imparare a essere diversa. Forse è stata colpa mia, forse avrei dovuto capire che il mondo era anche fatto di altre cose, però non ce l'ho fatta.

Mio fratello è stato il mio primo uomo.

E non è giusto. Avevo solo sei anni.

Non ho ricordi di mio padre da bambina, perché ha passato troppo tempo in carcere.

Da casa mi hanno portato via che avevo 9 anni. Era un posto troppo pericoloso per me, dicevano le assistenti sociali. Dicevano anche che mi avrebbero lasciato lì per pochi mesi, c'era mia nonna che aspettava fuori. Mi hanno dimenticata per nove anni. E quando sono uscita ormai non c'era più tempo per imparare a fare la costruzione di un amore.

E dire che mi sarebbe bastato poco, un amore piccolo, anche banale. Qualunque.

Invece.

Invece la mia casa è stata la strada.

Sono una cattiva ragazza, l'ho già detto. Sono stata una ladra, una rapinatrice, sono stata picchiata e ho picchiato. Non ho avuto compassione di vecchi e gente buona. Se mi servivano soldi rubavo a tutti.

I miei compagni sono stati gli uomini che mi hanno messo le mani addosso. Il matrimonio una corona di spine.

Lo sapevo eppure l'ho fatto. Lo faccio ancora, adesso, ogni giorno. Dico sì al male, sì al dolore, sì all'autodistruzione.

Non che non ci sia stato nessuno che mi abbia allungato una mano. Non che io, qualche volta, quella mano non l'abbia tenuta fra le mie. Ma non ci credo più. Non ho più tempo né voglia e quella mano, dopo un po' la butto via, la vorrei spezzare, la odio. Perché non sono capace di costruire nessun amore. So dove trovare una pistola per una rapina, so dove si compra la droga e come dare un pugno che stordisce. So che sapore ha il sangue che esce dal naso rotto. Ma non so come si costruisce un amore. Anche questo l'ho già detto. Mi rimangono poche parole, ormai. E odio chi, invece, è stato così amato da voler darmene un po' di quell'amore. Odio chi vuole darmi una possibilità perché io non sono capace di prenderla e vorrei che tutti fossero come me. Che tutti stessero male come me. Forse così mi sentirei meno sola.

Mi chiamo Sara, sono una cattiva ragazza e voi ancora non immaginate quanto. Ho partorito mio figlio per strada, in mezzo all'immondizia. A sei mesi è morto per colpa mia. Aggiungete anche lui alla conta dei morti per overdose a Perugia. Sono stata capace di dare a lui meno possibilità di quelle che ho avuto io. Sono una cattiva ragazza e sono stata una cattiva madre.

La seconda volta ci ho provato a essere migliore. Sono entrata con il pancione in comunità e quando ho partorito mio figlio era sano. Sono stata lì due anni ma nemmeno lì ho imparato come si costruisce un amore. Ho capito che da sola non sarei mai stata una buona mamma e quel bambino l'ho diviso con un'altra famiglia. Affido si chiama, ma ora lo chiamerei inganno. Perché io sono sempre una cattiva ragazza, mio fratello il mio primo uomo quando ero bambina, mio padre un'ombra dietro le sbarre e mio marito una corona di spine. E se vi sembra un orrore sentire narrare queste cose, pensate a chi le sente sotto la pelle.

Avrei voluto che qualcuno mi insegnasse a fare la mamma.

Invece eccomi lì, seduta a un tavolo e il mio bambino dall'altra parte. Volta dopo volta il cordone ombelicale diventa un filo di seta. Volta dopo volta le parole ghiacciano tra un capo e l'altro del tavolo e nessuno mi aiuta. Nessuno aiuta le cattive ragazze. Nessuno capisce lo sforzo che faccio per sedermi lì, per non spaccare tutto, comprarla quella pistola che so dove trovare e farla finita. Le assistenti sociali fissano appuntamenti, non parlano con quelle che seguono mio figlio perché dicono che ci sono delle regole. Cercano di infilare il mio cuore dentro la cartellina con il mio nome, non capiscono che lì dentro non ci sta.

Io vorrei inchiodarle alla scrivania e vomitare loro in faccia tutta la mia rabbia, il mio dolore che sta diventando follia. Sto male.

Non l'ho fatto. Quella rabbia me la sono mangiata e ho mollato tutto. Ho detto addio a mio figlio, ho tagliato le mani che potevano aiutarmi e sono tornata dentro al mio mondo. Quello della violenza di mio fratello, dell'ombra di mio padre e della corona di spine. Ora il mio amante mi picchia ma mi dà la droga. Per stare in un altro mondo, perché in questo io sono solo una cattiva ragazza che non sa costruire un amore.

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Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

L'unico momento in cui mi sembra di sentire il respiro del sollievo è quando sfumano i sogni. E' quel crepuscolo dove ancora non ti rendi conto chi sei, del luogo in cui sei, del tempo in cui sei. E' lì, in quel confine di polvere, che tu sei viva. E sorridi, e mi sembra di poterti toccare.

Lo ricerco quel momento, ogni notte. Perchè il resto del giorno è solo un rosario di dolore.

margotproject telefonoAnna, non ci sei più. Non c'è più il tuo viso. Non c'è più il tuo cuore, polverizzati dai colpi della pistola di quello che diceva di amarti. E io ti cerco inutilmente. Ti vedo negli occhi di tua sorella, nelle foto, negli oggetti, nei paesaggi dei viaggi che hai fatto e che ora rifaccio. Ma non ci sei più. E mi tormento. Ogni giorno rivedo al contrario il film della tua vita, fotogramma dopo fotogramma – come ricordo tutto, adesso! anche quello che mi sembrava banale, come ricordo tutto, adesso, anche quello che mi sembra conficcato sotto la pelle - e mi chiedo dove ho sbagliato, cosa avrei potuto dirti, perchè, perchè non ti ho preso e non ti ho portato via. Con me.

Mi sento in colpa Anna. Mi sento in colpa anche se quel grilletto non l'ho tirato io. Anche se non sono stata io a tirarti per i capelli, la prima volta, quando hai fatto tardi alla cena con i colleghi e lui ti aspettava fuori. Rabbioso e furioso.

Mi sento in colpa perchè tu l'hai giustificato. Mi hai detto: "Mamma, mi vuole bene. Non mi ha mai fatto niente, forse era solo stanco e preoccupato per me".

Ti avrei dovuto mettere in guardia, bambina. Ti avrei dovuto dire subito "Bambina mia, non farti mai mancare di rispetto. Bambina mia la violenza non c'entra niente con l'amore. Lascialo". Ti avrei dovuto dire di lasciare le chiavi infilate nella serratura quando ti chiudevi in casa. Ti avrei dovuto prendere e portare via. Da me. Invece, ora, bambina mia te lo posso dire solo davanti al vento.

Ma tu mi rassicuravi, Anna. Mi dicevi che andava tutto bene, che eri in grado di cavartela da sola. Ed in effetti, Anna, tu eri più forte di me. Perchè l'hai sopportato, è vero. Hai sopportato che lui si trovasse sempre nei posti dove eri tu. E poi hai scoperto che aveva collegato il tuo ipod e il tuo cellulare al suo computer così che, quando ricevevi o inviavi un messaggio, lo leggeva anche lui.

Hai sopportato che alzasse la voce e le mani su di te. Che ti controllasse e ti tenesse lontano dalle tue amiche. Lontano da me. Poi, a un certo punto, però, hai detto basta.

L'hai lasciato. Ed è stato l'inferno.

Entrava in casa tua quando tu non c'eri. E' arrivato a smontarti la lavatrice, pezzo per pezzo, e a rimontare i pezzi in modo che non funzionasse. Tu hai avuto paura, hai chiesto aiuto al padrone di casa, gli hai chiesto che ti cambiasse le chiavi della porta blindata. "Costa troppo", ti ha risposto. Non ti credeva.

Era questo il punto. Non ti credevano. Non ci hanno mai creduto, Anna.

Non hanno creduto a me, quando chiedevo aiuto alle forze dell'ordine perchè tuo padre mi picchiava. "C'è sangue signora?" mi ha chiesto una volta un agente quando ho telefonato. "No, non c'è sangue" risposi incredula. "Allora non possiamo intervenire. Faccia la brava con suo marito". Io non ero cattiva, però. Lo giuro. Cercavo di piacergli. Alzavo muri fra me e il mondo per non vedere che c'era altro, che si poteva vivere in maniera diversa. Sopportavo perchè credevo di farlo per te e tua sorella.

"Non hanno creduto a te, mamma. Non crederanno a me", dicevi.

Poi il sangue c'è stato. Una, due, dieci volte. Quante... non ricordo nemmeno. Ricordo solo che avevo tua sorella piccolina in braccio coperta di sangue. Del mio sangue, per gli schiaffi che stavo prendendo. E lì, finalmente, ho capito. Quell'immagine di tua sorella insanguinata mi ha fatto dire basta. Quella volta era il mio sangue, la volta successiva sarebbe potuto essere il suo.

Ho detto basta. Ma era tardi. Non per me. Era tardi per te.

Tu, coraggiosissima bambina mia, che a tre anni ti mettevi fra me e tuo padre per difendermi.

Lo so, bambina. Non si può raccontare la tua storia se non si racconta la mia. E' per questo che mi sento in colpa. Perchè io lo so. L'ho sempre saputo, ma non volevo ascoltarmi.

Però, bambina, cosa avrei potuto fare?

A 19 anni mi sono ritrovata sposata e sono andata a vivere in una città che non era la mia, lontana dalla mia famiglia. A 20 sei arrivata tu. E poi le torture.

Le sue.

Se tornano dal lavoro con 10 minuti di ritardo era un problema. "Mi vuole troppo bene", mi dicevo. Poi erano botte. Mi picchiava nei posti in cui non si vedeva.

"Mi vuole troppo bene", mi ripetevo. Non ci credevo più. Ma non sapevo cosa fare. Ero isolata, non avevo amicizie. Mi sembrava un delitto denunciare il padre di mia figlia. E' andata avanti così per 11 anni. C'erano giorni terribili e altri che chiamavo "giorni buoni". Perchè in quei giorni mi insultava solamente e io mi rinfrancavo: "Oggi è un giorno buono. Non mi ha picchiata. Forse smette".

Non ha smesso fino a quando non mi ha mandato all'ospedale. Il sangue c'era. Tanto. Finalmente mi hanno creduto. Era troppo tardi, però. Troppo tardi per te.

L'ho capito quella notte. Forse l'ho sempre saputo, anche se non avrei mai immaginato che tu te ne andassi prima di me. Perchè tu mi rassicuravi. Eri forte, Anna. Mi hai sempre protetto.

Ti giuro, bambina mia, vorrei essere al tuo posto.

Vorrei che finisse questo dolore.

Ma lo sai che non posso.

C'è tua sorella. Antonella cresce bene. La vedo serena, nonostante tutto. Solo io capisco quanta sofferenza abbia dentro ancora da elaborare. Non riesce a pronunciare bene la lettera A in alcune parole. Anna, Antonella, Ada, il mio nome, Antonio il nome di tuo padre. A.

C'è un uomo nuovo accanto a me che mi fatto capire che la violenza non ha niente a che vedere con l'amore. Ci sono i bambini a cui insegno. Devo andare avanti.

Tante cose le ho capite. Non capirò, invece, mai l'odio di tuo padre verso di me. E, di conseguenza, verso di noi. Fino all'ultimo mi ha guardato con occhi di odio. " Ci sarebbe dovuto essere un altro al posto di Anna, disse il giorno dei funerali. E la gente lo rincuorava perchè pensava che si riferisse a lui. Io lo so, però, che si riferiva a me. Ma non l'ho detto. Non mi avrebbero creduto.

Altre cose le ho capite, invece.

Questi uomini violenti, tuo padre, quel ragazzo che t'ha ammazzato, non sono matti. No, Anna. Sono normali. Solo che non vogliono perdere. Non vogliono perdere il loro potere su di noi.

Un'altra cosa che ho capito è che la violenza subita ti segna a lungo, forse per sempre. Ancora oggi provo un brivido lungo la schiena se mi accorgo di aver usato la pentola sbagliata, di non aver cambiato l'asciugamano sporco. Eppure sono libera da più di 10 anni.

E l'ultima cosa che ho capito è che tu sei morta perchè non hai riconosciuto il pericolo. Perchè con il pericolo tu ci hai convissuto così a lungo che è diventato abituale, usuale. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Per noi quel pane era la violenza.

Non ho mai voluto parlare con nessun giornalista, ma adesso è il tempo di farlo. Voglio dire a tutte le donne, a tutte le persone che possono farci qualcosa, agli uomini che vogliono essere dei padri e dei compagni amorevoli che i bambini e le bambine non devono crescere in un ambiente violento. Per tanti motivi ma, soprattutto, perchè non riconoscono più la violenza come un pericolo.

Le nostre bambine non devono pensare che la violenza sia la normalità. Devono crescere libere e avere il diritto a progettare la loro felicità.

(testo raccolto ed elaborato da Vanna Ugolini)

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Una voce fuori dal coro quella del presidente di ECPAT-Italia, Marco Scarpati, in seguito alla sentenza di primo grado a 7 anni e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi. I reati sono concussione per costrizione e prostituzione minorile nell'ambito del "processo Ruby". 

Un minore è una persona che non ha ancora compiuto 18 anni. Per le Convenzioni internazionali e per la legge italiana, un minore è un bambino. E come tale va sempre tutelato. Avere rapporti sessuali a pagamento con una minorenne è un reato. Sempre. Che la minorenne abbia 10 anni o che ne abbia sedici.
Lo è non per motivi moralistici (i minorenni che abbiano compiuto 14 anni possono dare un valido consenso a ogni tipo di rapporto sessuale) ma perché la dazione di danaro o di altra utilità rende merce il minore, lo rende debole di fronte a somme che possono inquinare la sua capacità di resistere e di dare un consenso.
Mercificare una minorenne, darle un prezzo e poi pagarlo, renderla partecipe di giochi erotici ai quali, proprio per la forza inquinante del consenso che è rappresentata dai soldi, non è detto sappia sottrarsi, è un reato ovunque nel mondo. In Italia lo è grazie ad ECPAT, che propose il primo progetto di legge, e al Parlamento che, più volte e con maggioranze assai diverse, ha sancito, dal 1998, che i minori vanno tutelati dallo sfruttamento sessuale.
Ieri, in un’aula di Tribunale, abbiamo sentito ribadire tale principio.

Assisteremo nei prossimi giorni a fiumi di parole sulla mancanza di vittime reali e sul fatto che la minorenne alla base del processo fosse già su una cattiva strada. I commenti fuori dall’aula erano spesso di cattivissimo gusto sulla minorenne.

I minori vanno sempre tutelati, anche quando non lo richiedono, anche quando si ha l’impressione che loro non vorrebbero alcuna tutela. Anche contro la loro volontà, se necessario. Vanno protetti anche quando non vogliono vestire gli abiti della vittima. Eppure lo sono: se cancelliamo dai nomi la storia che abbiamo vissuto in questi anni, stando alla sentenza, una minorenne, proveniente da una famiglia povera e di immigrati, è stata fatta oggetto di attenzioni illecite e mercificata. Il tutto mentre era lontana da chiunque potesse e dovesse proteggerla. Anzi: facendosi giuoco delle normative a sua protezione.

E poi: perché ospitare in casa propria una minorenne senza reindirizzarla alla sua famiglia o agli organi competenti alla sua protezione?
Ecco perché speriamo che la condanna di ieri serva da ammonimento a chiunque si appresta a vacanze durante le quali dimenticherà i diritti dell’infanzia, ovvero ai troppi che continuano a pensare che “certe ragazzine, certe cose se le sono proprio volute”. O che “in fin dei conti era quasi maggiorenne”.

La protezione dei minori dallo sfruttamento sessuale non è uno scherzo, e noi lo vediamo ovunque operiamo, ovunque dobbiamo combattere contro le battute, lo scherno o, peggio, contro la criminalità che da questa follia guadagna tanti soldi.
L’induzione alla prostituzione di una minorenne è un reato grave. Sempre.

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Pubblichiamo il resoconto dell'iniziativa del Siulp Umbria insieme all'associazione Margot, per attuare una serie di iniziative che diano risposte concrete per arginare il fenomeno della violenza alle donne

 

"Novantatre poliziotti delle questure di Perugia e di Terni hanno aderito, il giorno 25 u.s. al corso di formazione , che si è tenuto alla questura di Perugia, per acquisire strumenti e conoscenze che li rendano maggiormente in grado di affrontare le richieste d'aiuto da parte di donne vittime di violenza.

 

Un primo concreto passo, voluto dalla  Questura insieme all'associazione No Profit Margot,  una rete di esperti impegnati nella lotta contro la violenza di genere e ogni altra forma di discriminazione, nella direzione di mettere in atto una serie di interventi e di buone prassi da parte di tutte le parti sociali, per affrontare il problema della violenza alla donne che drammaticamente colpisce anche l'Umbria. 

I

l seminario è stato tenuto dalla prof.ssa  Giannini  Anna Maria , Direttore dell’Osservatorio sulla legalità e la sicurezza e ordinaria di psicologia  all'Università La Sapienza di Roma, dalla Dott.ssa Francesca Baralla  psicologa dell’Univesità La Sapienza ed dal Dott. Angelo Biondo della Direzione Centrale di Polizia Criminale, è stato strutturato con una serie di interventi che hanno riguardato le dinamiche psicologiche che favoriscono la violenza in  famiglia e  l’approccio degli operatori delle Forze dell’Ordine con persone che hanno  subito violenza.

 

Nel pomeriggio l'evento, organizzato dal Siulp Umbria e dall'associazione Margot ,si è aperto alla cittadinanza, trasferendosi alla sala Goldoniana dell'Università per Stranieri con un convegno a cui hanno partecipato il rettore prof. Giovanni Paciullo il Questore di Perugia Dott. D’angelo Nicolò la Prof.ssa Anna Maria Giannini ed il Dott. Angelo Biondo.

 

Il tema della violenza alle donne è stato declinato in ogni suo aspetto. Comunicazione e consapevolezza le parole d’ordine per combattere e sconfiggere il fenomeno. Durante tutti gli interventi è stata evidenziata la necessità di mettere in atto una serie di interventi di prevenzione che vanno da corsi che aiutino le donne ad acquisire la consapevolezza del proprio valore e a dare loro la forza di denunciare episodi di violenza di cui possono essere vittime, alla rialfabetizzazione dei giovani e giovanissimi in un'ottica di genere.

 

Per quanto riguarda, invece, le modalità con cui affrontare l'emergenza del fenomeno della violenza alle donne, le tante richieste di aiuto e far emergere un sommerso che sicuramente esiste, il convegno si è concluso con la richiesta di costituire una filiera virtuosa che coinvolga istituzioni, associazioni, parti sociali interessate a lavorare insieme per dare risposte efficaci alle donne che fanno richiesta. Della filiera dovrebbero far parte le forze dell'ordine, che vanno formate per dare risposte più efficaci alle richieste d'aiuto delle donne in difficoltà, il Pronto soccorso, con la costituzione di un Codice rosa, una sorta di codice riservato alle donne che arrivano al Pronto soccorso con lesioni, il cui trattamento va fatto da personale specializzato in grado di capire quale sia la reale origine del danno fisico riportato dalla donna, il reparto di Ostetricia e Ginecologia, i medici di base, la stessa magistratura, per la costituzione di un pool di magistrati specializzati in indagini che riguardino maltrattamenti e violenze in famiglia. 

 

Il Siulp e l'associazione  Margot si impegneranno per collaborare con tutte le istituzioni, associazioni e parti sociali che vorranno lavorare in questa direzione

Pubblicato in Le parole degli altri

 “Bozza dell'intervento al convegno "Codice rosa: vincere la paura". Perugia, sala Goldoniana università per Stranieri, 25 giugno 2013, ore 16

 

"(…) sentivo che ci staccavamo e subito usciva fuori il mio nervosismo latente. Qualsiasi occasione era buona per riprenderla, per offenderla. A rivedermi adesso, dall’esterno, a pensare agli ultimi tempi passati con questa persona, mi rendo conto che lei poteva avere paura di me. …(…)

 

"il conflitto cresce, è una escalation, è come salire una scala, un gradino alla volta e arrivi lassù e, quando arrivi lassù o ti fermi o fai quel salto lì, quel salto comporta che fai del male a un’altra persona, a tuo figlio, a te e a tutti gli affetti che ti girano intorno, dopodichè rimettere assieme tutti i pezzi della vita diventa veramente difficile….(…)”

 

“Ho capito che la violenza mina anche la tua persona, oltre a rovinare il rapporto con gli altri. Non è facile fare questo passaggio, perché una donna è disposta a chiedere aiuto alle strutture, un uomo è molto più cieco in queste cose. Un uomo deve cadere nel mare per imparare a nuotare, un uomo deve arrivare a toccare il fondo e io sono dovuto arrivare a questo per mettermi in discussione. L’uomo, quando ha conquistato un rapporto si siede, la donna è sempre in evoluzione, la donna va avanti e l’uomo resta fermo. E quando si è troppo distanti l’uomo non riesce più a raggiungerla, si sente inferiore, usa la parte dove è superiore, la forza fisica, la violenza. L’uomo è convinto che sia una forza, ma in questo caso diventa una debolezza, perché è la dimostrazione che non riesce a reggere il confronto con la donna.”

 

“Ho capito che la percezione della violenza è diversa da uomo a donna. Un gesto che , magari, per me non era significativo in termini di violenza, per la mia compagna era molto, molto significativo”.

 

“ L’uomo, quando diventa aggressivo nei confronti della propria donna, della propria compagna, ha dentro di sé paura, ha una grande paura. Io avevo paura di rimanere solo, mi rendevo conto che il rapporto con la mia compagna andava male e non sono stato in grado di gestire la situazione diversamente. In quei momenti non hai la capacità di comprendere, sei come disarmato, non sei in grado di gestire la situazione ed è così che nascono le violenze. E’ come se si spegnesse la luce”.

 

Parole di uomini per spiegare la violenza alle donne. Parole, tratte dal libro “Se questi sono gli uomini” di Riccardo Iacona, da cui non possiamo prescindere se vogliamo veramente capire le ragioni che hanno scatenato in questi anni una vera e propria carneficina nei confronti del genere femminile.

Perché la violenza alle donne non è (solo) un problema di sicurezza, non è (solo) un problema di polizia, di repressione, ma soprattutto un problema legato ai cambiamenti delle relazioni di coppia che va gestito e supportato. Se non partiamo da questo, se non ci rendiamo conto di questo non potremo mai mettere in atto una serie di interventi efficaci che diano veramente dei risultati soprattutto prima che questi fatti avvengano.

 

L’Umbria, come sono solita dire, non si è fatta mancare nulla in tema di femminicidi e le nostre strade sono ancora insanguinate dagli ultimi due fatti orribili che sono accaduti nei giorni scorsi.

 

Ma c’è stato un episodio tragico che, secondo me, è la spia, il segnale, l’allarme rosso, di quanto in questa regione bisogna veramente cominciare a fare presto, a mettere in atto una serie coordinata di servizi e di inziative, ma, soprattutto, una rivoluzione culturale in questo senso. Mi riferisco all’omicidio di Alessandro Polizzi per opera, almeno stando a quanto ha stabilito la polizia fino ad ora, del padre di un suo rivale.

Se allarghiamo il campo, se vediamo cosa c'è intorno a questo ragazzo-guerriero ucciso e alla sua fidanzata, riusciamo a distinguere una generazione che i mass media in Umbria non avevano mai intercettato. Un generazione di giovani del tutto simile alle compagnie che si formano fra ragazzi nelle periferie delle metropoli, che gravitano intorno a certe palestre, cultori del corpo e dell'onore, che non esitano a risolvere certe questioni con i fatti piuttosto che con le parole.

L'ex fidanzato di Julia, Valerio, nelle ore in cui lei e il nuovo compagno subivano l'assalto di un killer, era in ospedale, col naso spaccato e pieno di lividi, per un pestaggio subito pochi giorni prima. Un pestaggio a cui avevano partecipato tre ragazzi e, secondo la denuncia, come mandanti, proprio Alessandro e Julia, che, stando a quanto ricostruito dalla polizia, erano presenti mentre gli altri tre ragazzi picchiavano. .

 

Che cosa fa pensare questo episodio, cosa fanno pensare questi comportamenti? A ragazzi, capaci di compiere grandi gesti, come Alessandro che difende e salva Julia, ma a cui mancano le parole, che faticano a declinare, ad esempio, l'amore in dolcezza, nostalgia, libertà, oppure la rabbia in dolore, attesa, confronto, chiarificazione, ma che incanalano, questa rabbia, come un micidiale esplosivo, nel corpo, fino a che questo non esplode in manifestazioni violente. Una generazione nascosta tra le pieghe di una città di provincia, di cui tutti dobbiamo ascoltare l’urlo di dolore e di rabbia.

 

 

Credo, come ho detto, che non dobbiamo prescindere da questi elementi per mettere in atto una serie di interventi significativi che incidano veramente su questi comportamenti.

 

Un altro elemento che voglio aggiungere per completare questo quadro l’ho raccolto pochi giorni fa a un altro convegno che si è tenuto a Perugia sul tema “Uomini violenti: prevenzione e recupero”.

 

Vorrei riportare tre concetti dell'intervento di uno psicoterapeuta Giacomo Grifoni, che lavora con gli uomini maltrattanti, che decidono di entrare in terapia

 

Il primo è che la violenza alle donne è un fenomeno che spiazza, che lascia indifesi, perché è trasversale, ne sono protagonisti uomini e donne di ogni ceto sociale, livello culturale. I

 

l secondo punto è che essere uomini violenti, per quanto possa essere un comportamento che ha le radici in un passato difficile, è comunque una scelta. Si sceglie di essere violenti. E per questo si può scegliere di smettere di esserlo.

 

Il terzo punto è che, ha sostenuto questo psicoterapeuta nel suo intervento,  molti uomini, circa il 20-30 per cento, prima di diventare violenti si sono affacciati ai servizi sociali per altri problemi: ad esempio sono stati utenti del Sert, oppure del servizio alcolisti anonimi o sono stati in psicoterapia. Si sono rivolti ai servizi per altri problemi, ma, in qualche modo, hanno provato a chiedere aiuto. Dobbiamo quindi chiederci quanto i nostri servizi siano attrezzati non solo per dare risposte a determinati problemi, ma anche quanto riescano a "captare" i reali problemi delle persone che si rivolgono ai servizi.

 

Credo che nell’affrontare il problema della violenza alle donne non possiamo prescindere nemmeno da questo. Perché è vero che le donne devono acquisire la consapevolezza del proprio valore, come già è stato detto negli interventi che mi hanno preceduto, devono trovare la forza di denunciare e di rompere un legame malato e violente con il proprio compagno, ma, dall’altra parte, devono esserci delle istituzioni e dei servizi in grado di dare delle risposte efficienti ed efficaci, altrimenti la donna resterà comunque sola e, magari, sarà costretta, come purtroppo spesso accade a passare dal calvario di una vita di umiliazioni a un altro calvario: quello di un percorso giudiziario lungo e difficile, della solitudine in cui ricostruire la propria vita.

 

Che cosa fare, a livello nazionale, per invertire la tendenza di questo drammatico fenomeno, ce lo ha già detto l’Onu, in una relazione presentata il 25 giugno del 2012, che ha messo in evidenza le luci e le ombre di quanto l’Italia stia facendo e non facendo su questa tema.

Molto si può fare anche a livello di comunità locale.

 

Per questo è necessario mettere in atto una serie di iniziative a diversi livelli, che siano efficaci nell’immediatezza di un evento acuto, di una emergenza, ma che anche che lavorino in direzioni di azioni di prevenzione.

 

Dell’importanza che i servizi siano capaci di captare le richieste di aiuto di uomini e donne abbiamo già detto.

 

Un altro punto importante potrebbe essere una sorta di rialfabetizzazione dei giovani  proprio su questo tema, con il loro coinvolgimento diretto. Non basta lasciare alla buona volontà di qualche preside che apre la scuola a interventi contro la violenza di genere: le scuole vanno coinvolte in maniera continuativa, arrivando a creare una nuova generazione di cittadini consapevoli e informati su questi temi che interessano direttamente la loro vita. Su questo progetto bisogna crederci, deve diventare un percorso con i ragazzi che si svolge negli anni, in cui i giovani vengono cooptati e integrati all'interno di una progettualità di ampio respiro.

 

E' importante avere la consapevolezza che è necessario fornire strumenti moderni e il più completi possibili ai ragazzi e alle ragazze per poter interpretare la complessità della società in cui vivono e in cui diventeranno adulti.

 

Quando una donna è vittima violenza siamo tutti sconfitti, non solo la donna che subisce violenza e a volte purtroppo perde la vita. Siamo sconfitti noi, come genitori che non abbiamo aiutato i nostri figli in una crescita consapevole, è sconfitto l’uomo, che ha perso la possibilità di avere un rapporto di coppia equilibrato, affettivo, pieno.

 

Dopodichè rimettere insieme tutti i pezzi di una vita è veramente difficile, diceva uno degli uomini intervistati da Iacona.

 

E certamente non possiamo prescindere dal fatto che è necessario far fronte in maniera costruttiva e coordinata alle emergenze.

 

E' necessario costruire, in ogni comunità, una filiera rosa, una filiera virtuosa che metta insieme tutti, istituzioni, forze dell’ordine, medici di base, scuole, parrocchie, associazioni, perché una donna che chiede aiuto trovi protezione.

 

Si può partire dal codice rosa al Pronto soccorso, uno spazio riservato alle donne che arrivano al pronto soccorso, con personale formato che sia in grado di capire cosa c’è veramente dietro la richiesta d’aiuto di una donna, se quel livido all’occhio se l’è fatto cadendo dalle scale oppure se dietro c’è qualcos’altro.

 

E poi ci vogliono forze dell'ordine in grado di accogliere le denunce: le donne che dopo anni di violenze subite trovano il coraggio di andare a denunciare non possono più trovarsi di fronte forze dell’ordine che non sono in grado di distinguere tra una lite in famiglia e la violenza continuata in cui vivono troppo spesso le donne, non possono sentirsi più dire “Signora, cosa ha fatto a suo marito per farsi ridurre così”. Non si può lasciare al caso, non può essere una questione di fortuna andare a denunciare e trovare qualcuno in grado di capire la gravità della situazione: questo è un diritto e deve essere garantito. Sette donne su dieci uccise per mano dell’uomo avevano denunciato, sette donne su dieci si sarebbero potute salvare. Rimandarle a casa senza prendere nel modo adeguato la denuncia e senza mettere in atto meccanismi di protezione significa contribuire a mettere a rischio la vita di quella donna. Questo bisogna che sia chiaro a tutti.

 

Poi ci vuole un posto dove queste donne possano trovare ospitalità. L’Umbria, penultima regione in Italia, si sta adeguando in questi giorni a creare una serie di strutture, una rete di case di protezione e di centri antiviolenza.

Io spero che questo progetto vada in porto e sia efficiente, spero che ci sia il coraggio di farlo funzionare al meglio, di riuscire a creare di posti in cui le donne possano essere accolte e protette, di colmare questo ritardo gravissimo, in una regione segnata così tragicamente e profondamente da lutti per violenze in famiglia. Bisogna bruciare i tempi.

 

Non è più il tempo di fare statistiche su quante donne hanno fatto accesso ai centri, su quante richieste d’aiuto ci sono state. E’ il tempo di fare statistiche su quante donne sono state salvate, su quante donne sono riuscite a ricominciare a vivere con pienezza la propria vita.

 

Nemmeno la magistratura può essere lasciata fuori da questa filiera virtuosa: Nei primi nove mesi del 2012 a Terni sono andati a sentenza 9 processi che riguardavano violenze alle donne. Bene, di questi processi, cominciati molto tempo prima, solo due si sono conclusi con la condanna dell'imputato per il reato per il quale era stato denunciato. Solo un marito violento è finito in  carcere. Negli altri casi le donne avevano ritrattato, avevano ammorbidito le loro accuse, erano, a volte, tornate a vivere con il proprio carnefice, perchè non avevano possibilità di sostenersi economicamente – un’ altra forma di violenta diffusissima – perchè avevano paura di perdere i figli. Una delle donne che aveva denunciato era scomparsa. I tempi della giustizia non sono compatibili con i tempi della vita e la voglia di ricominciare di queste donne.

 

Una donna che decide di interrompere il calvario con un uomo violento, lo ripeto, non ne può cominciare un altro, con un percorso giudiziario insostenibile.

 

E ricordiamoci degli uomini, del loro bisogno di riconoscere la violenza, di dare un nome alla violenza per poterla capire e per poter scegliere di non essere più uomini violenti.

 

Queste cose non sono così lontane dalla portata delle iniziative che si possono mettere in campo anche a livello locale, attraverso una collaborazione fra istituzioni, forze dell'ordine, sistema sanitario associazioni e vanno a costruire solo la base, una piccola barriera contro la violenza, in questo paese dove, comunque, sono ancora le vittime a dover scappare a dover stravolgere la propria vita mentre i carnefici troppo spesso sono liberi.

Pubblicato in Le mie parole
Mercoledì, 19 Giugno 2013 23:58

Forse non lo sai ma pure questo è amore?

Ci sono notizie, vale a dire storie, che ti colpiscono più altre. Per il modo con cui si svolgono, il momento, la particolare coincidenza di elementi. Così mi era successo con la notiizia di un bambino partorito e abbandonato nel bagno di un fast food, alla fine dello scorso anno. Con queste parole avevo commentato la notizia sulla mia pagina facebook: "(...) L'altra immagine forte che rimane di queste ultime ore del 2012 è invece drammatica. E' quella di un'altra donna, la quale si libera del corpo del figlio in un bagno di un fast food, lì dove quasi sotto una regia da film dell'orrore si materializzano tutti i simboli dei non-valori. Un bimbo che nasce da una madre sola, tra urina, macchie di sangue, sporcizia. Pezzi di placenta ritrovati anche per strada, pezzi di femminilità, della sacralità della vita buttati tra i cartocci dei panini. Un presepe tragico, sporco. Eppure anche questo accade nel nostro mondo, nei nostri anni così patinati, tecnologici, liftati, che sembrano quasi esimerci dal dolore e dalle conseguenze del declino che prende la vita. Anche di questo dovremmo prenderci cura, come di quel bambino che appena nato ha già affrontato la morte e, per fortuna ce l'ha fatta. Perchè, come scrive Garcia Marquez, è la vita e non la morte a non avere confini".

Nelle settimane successive la madre fu arrestata e ieri è stata condannata a quattro anni. La giustizia ha messo il sigillo su questa storia, ma mi piacerebbe molto parlare con questa donna e capire. Senza giustificare il gesto che ha fatto, capire cosa c'era dietro, cosa ha incontrato nella sua vita per arrivare a buttare il proprio figlio in un bagno. Mi sono chiesta, in queste settimane, tante volte se anche dietro questo gesto orribile non ci fosse, in realtà, l'unico possibile gesto d'amore che questa donna - probabilmente uno dei tanti corpi in vendita sulle nostre strade - poteva fare nei confronti del proprio figlio: metterlo al mondo e lasciarlo in un posto pieno di gente, in cui, qualcuno, come è stato, l'avrebbe ritrovato. L'amore ai tempi della tratta e dello sfruttamento internazionale della prostituzione. Forse. 

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Intervento tenutosi al convegno "Uomini violenti: prevenzione e recupero. Trasformare il potere. Fermare la violenza domestica intervenendo sugli uomini autori di violenza". Perugia, 31.05.2013. A cura di Centro per le Pari opportunità Umbria, Camera minorile di Perugia. 

Quanto segue è l'estratto dell'intervento dello psicologo Giacomo Grifoni, socio fondatore Cam, autore del libro "Non esiste una giustificazione", non rivisto dall'autore.

 

...."Il maltrattamento delle donne ad opera degli uomini non è sempre una malattia ma piuttosti un problema di genere. E' un problema che ci spiazza perchè non si riesce a classificare: gli uomini che maltrattano le donne non appartartengono a determinate categorie sociali, non sono persone che vivono in condizioni disagiate. Gli uomini maltrattanti appartengono ad ogni categoria sociale, trasversalmente, dall'analfabeta al professionista, senza distinzione. Tutti, dunque, possiamo essere maltrattanti.

 

Tutti noi, forse, abbiamo subito delle forme di violenza, ma la violenza degli uomini nei confronti delle donne ha due caratteristiche: è fatta con continuità, è una questione di potere: il potere che l'uomo esercita sulla donna.

 

Ci sono diverse concause che portano l'uomo a diventare maltrattante, dioversi fattori di rischio. Lavorando con gli uomini maltrattanti ci rendiamo conto che i vecchi modelli di trattamento devono essere rivisti. Ad esempio molti uomini, circa il 20-30 per cento, prima di diventare violenti si sono affacciati ai servizi sociali per altri problemi: ad esempio sono stati utenti del Sert, oppure del servizio alcolisti anonimi o sono stati in psicoterapia. Si sono rivolti ai servizi per altri problemi, ma, in qualche modo, hanno provato a chiedere aiuto. Dobbiamo quindi chiederci quanto i nostri servizi siano attrezzati non solo per dare risposte a determinati problemi, ma anche quanto riescano a "captare" i reali problemi delle persone che si rivolgono ai servizi.

 

Il maltrattamento, infatti, non è un raptus, ma è una scelta.

 

Per quanto condizionato da mille fattori di rischio, ambientali, relazionali, psicologici, il maltrattamento si sceglie e, per questo, si può anche scegliere di fermare la violenza. Quello che diciamo agli uomini maltrattanti che si rivolgono al nostro centro è "Crediamo nella tua possibilità di poter smettere di essere violento". E tutti gli studi della comunità internazionale ci danno ragione.

 

........

 

Ci sono, come abbiamo detto, degli elementi che molti degli uomini che diventano violenti, hanno in comune. Ad esempio, molti di loro vivevano in famiglie in cui non si capiva quello che accadeva. I genitori avevano comportamenti imprevedibili, non razionali. Oppure uno dei genitori era violento nei confronti del bambino. Ad esempio uno degli uomini che abbiamo in cura al centro ci raccontava che la madre lo picchiava mentre dormiva perchè imparasse a non picchiare.  Un comportamento molto violento, imprevedibile, irrazionale. 

L'Organizzazione mondiale della sanità ci dice che spesso gli uomini violenti non hanno maturato una serie di abililità di vita necessarie per avere relazioni equilibrate con gli altri. 

Ma, alla fine, essere un uomo violento è una scelta. Quando noi, in terapia, ascoltiamo gli uomini che parlano, cerchiamo di farli concetrare proprio su questo: la violenza è una scelta. Loro cercano di portare in terapia tutta una serie di episodi che potrebbero portare a giustificare il loro comportamento, come appunto, le violenze subite dai familiari o le ingiustizie subite sul luogo di lavoro o nelle relazioni sentimentali. Noi cerchiamo, invece, di farli concetrare proprio sui loro comportamenti. A volte passiamo l'intera ora della terapia a ricostruire pochi minuti di un episodio che ha fatto scatenare la violenza, ricostruiamo con loro come era la stanza in cui è scoppiata la violenza, come era messo il piatto in tavola e così via, per farli concentrare sulle loro azioni, sui meccanismi che hanno fatto scattare la violenza, per rilevarla puntualmente, step by step.

 

Andiamo a nominare la violenza.

 

Gli uomini all'inizio la minimizzano, la negano, poi, pian piano, ne diventano consapevoli. Uno dei motivi più frequenti per cui un uomo decide di seguire un percorso di terapia per smettere di essere violento, è quando ci sono dei figli. Più che chiedersi "Che marito voglio essere?", la molla che fa scattare la consapevolezza di avere bisogno d'aiuto, è "Che padre voglio essere?". da questa domanda può partire un percorso che porta ad acquisire nuove consapevolezze all'uomo maltrattante.

 

......

 

Chiudo il mio intervento ricordando quello che un uomo che abbiamo in cura mi ha detto rivolgendosi a me dopo una seduta: "Abbiamo bisogno di voi". Ha detto "abbiamo" quasi questa richiesta fosse rivolta non solo a se stesso, ma a tutti gli uomini, al genere."

 

Abbiamo bisogno di voi, di capire, riflettere su come costruire un modo nuovo, diverso, di relazionarci.

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A volte succede, è raro, ma succede che le emozioni che pesano in fondo allo stomaco diventino in un attimo leggere nuvole sparpagliate.

"Ero al quarto mese di gravidanza, sono andata a denunciare mio marito per le botte, non mi hanno creduto". Succede che le sedie rimangano occupate fino a quando non si è spento l'eco dell'ultima parola e che sulle facce, le facce delle donne, si stampino nello stesso istante lacrime e sorrisi.

"Ho subito per tanti anni, ma non voglio farlo più, vivo per mia figlia, non voglio che lei pensi che ha una mamma debole". E' come trovare al primo colpo la combinazione sconosciuta della cassaforte dei ricordi, farli uscire storditi al sole dopo tanto buio. "Non torno più indietro. Non mi sento più in colpa. Nessuno mi deve mancare più di rispetto".

Non credevo, ma è successo, l'altro pomeriggio a Cave, vicino Roma. Al teatro comunale è stata presentata l'associazione Dimensione Donna, e c'erano tutti, dal sindaco alla preside, dal parroco alle associazioni, alle forze dell'ordine. C'erano tutti ad ascoltare i pensieri, i progetti, le storie, i racconti di cadute e risalite. Un fiocco bianco al petto, emozioni sulle montagne russe.

C'ero anch'io, con l'associazione Margot di cui faccio parte, e sono stata molto felice di essere lì. 

Queste sono state le mie parole.Appunti di pensieri. Grazie per le parole delle altre e degli altri.

 

Occuparsi di cronaca nera in questi ultimi anni, in regioni non pesantemente segnate dalla presenza della criminalità organizzata, perlomeno non nelle forme cruente delle faide e dei regolamenti di  conti fra bande rivali, ha voluto dire occuparmi, soprattutto di tre cose: droga, sfruttamento della prostituzione e femminicidi.

Forse per chi vive fuori l'Umbria può avere ancora quell'immagine di regione da cartoline, la verde Umbria, la regione del buon vivere e così via. Certamente questi aspetti sono  ancora presenti, ma l'Umbria, questa isola circondata dalle montagne anziché dal mare, è stata attraversata negli ultimi 15-20 anni da una serie di cambiamenti che ne hanno profondamente cambiato le dinamiche sociali e la qualità della vita, la cui portata non è stata compresa appieno dalle istituzioni e, quindi, non gestita con gli strumenti adeguati. Ancora oggi, naturalmente, queste dinamiche sono in corso e non vengono ancora comprese appieno.

Purtroppo l'Umbria è stata teatro anche di numerosi episodi di violenza contro le donne e di uccisioni di donne, di femminicidi.

Maria Geusa uccisa dall'orco.

E' l'aprile del 2004 e un bimba di due anni e 7 mesi arriva moribonda in ospedale, tra le braccia di uno sconosciuto, un amico di famiglia. Operata d'urgenza non ce la farà a sopravvivere. E' l'esempio estremo di violenza, un capolavoro dell'orrore e dell'indicibile, la violenza su una bambina, portata a termine con la complicità della madre.

Ecco, fare cronaca nera vuol dire anche confrontarsi con questo. Confrontarsi con il dolore per una bimba violata e uccisa, ma anche confrontarsi con il fatto che l'orrore può essere dentro di ciascuno di noi. L'uomo che violentò e uccise la bimba, l'amante della madre, è una persona normale. Non è il mostro, è uno di noi. Non possiamo trovare giustificazioni per cercare di metterci in salvo, per trovare conforto e pensare che a noi non succederà. L'assissino di Maria è stato dichiarato sano di mente e capace di intendere e di volere e colpevole, fino all'ultimo grado di giudizio, di omicidio e pedofilia. Colpevole anche la madre, per aver favorito gli incontri tra quest'uomo e la sua bimba.

La violenza, a volte, assume forme subdole: anche senza arrivare a questi estremi, che arrivano a toccare il fondo delle nostre coscienze, è dentro le nostre case, sono le persone più vicine a noi, le nostre madri, le nostre sorelle, che non se ne rendono conto o non vogliono farlo, che con i loro silenzi diventano complici del violento.

Purtroppo Maria non è stata l'unica vittima della violenza dell'uomo sui bambini, sui figli. Qualche mese fa “per amore” a Umbertide due bambini sono stati uccisi dal padre separato che non voleva farsene una ragione dell'indipendenza economica della moglie e della sua decisione di lasciarlo. Così ha tagliato la gola ai ragazzini, ha scritto “Ti amo” sul muro con raffinata perfidia. La vendetta perfetta nei confronti di una donna. Ieri quell’uomo si è ucciso in carcere.

Storie d'amore, storie di violenza

Nel 2007 le telecamere si accendono nuovamente sull'Umbria. Questa volta ad essere uccisa è Barbara Cicioni, una donna di poco più di trent'anni, incinta di 8 mesi. Non si riesce a salvare nemmeno la sua bimba, che si sarebbe dovuta chiamare Elena. Si grida alla banda di stranieri a un furto finito in tragedia, ma alla fine emerge che l'assassino è dentro le mura domestica, che ha uccidere Barbara e la sua bambina è stato il marito e futuro padre, quello che, davanti ai giornalisti, piangeva e mostrava la foto di Barbara nel giorno del matrimonio.

La storia di questa madre tenace, amorevole, sfortunata è emblematica, simbolica.

Barbara veniva picchiata dal marito praticamente da sempre, da quando erano ancora fidanzati. Ma Barbara lo ama.

Le storie di violenza partono sempre come storie d'amore, di passione.

Barbara era una donna autonoma, aveva un lavoro, gestiva una lavanderia ed era indipendente economicamente.La sua famiglia la spronava a lasciare il marito, una famiglia che era una sorta di clan che la isolava e proteggeva le violenze del marito. Nelle intercettazioni si sente il padre dell'assassino dire a uno degli altri figli “Le avrà dato un boccatone come faceva sempre”.

Barbara conviveva con la violenza, la subiva, subiva violenza psicologica  davanti ai figli e taceva. Anche questa è violenza. Si chiama violenza assistita: è quella che subisce chi sta a guardare il maltrattamento e spesso sono i figli.

Barbara Sperava che il marito cambiasse, sperava di riuscire a cambiarlo. Quante volte l’abbiamo pensato tutte? Forse ce l’abbiamo nel Dna questa sindrome della crocerossina.

Barbara, in un momento di disperazione più profonda era andata a denunciare la violenza e le era stato risposto dal carabiniere che prendeva la denuncia: “Signora, cosa ha fatto a suo marito per farsi picchiare?”. Così se n'era andata, senza firmare più quella denuncia.

Il 70 per cento delle donne vittime di violenza ha denunciato già almeno una volta le violenze subite.

Lui al processo racconterà la sua personale concezione di violenza: finchè si picchiava con la mano aperta e non con la mano chiusa, finchè non si faceva saltare un dente o non si mandava all'ospedale la moglie, non c'era violenza. Era la normalità.

Perchè Barbara non si ribella? Perchè non prende i suoi figli e non torna dalla madre, che più volte l'aveva invitata ad andarsene dal marito. Perchè, lei dice, non vuole far soffrire i figli.Solo per questo? Io credo che probabilmente Barbara non avesse la consapevolezza del suo valore, non pensasse di potercela fare da sola, non avesse la percezione della sua forza. Forse Barbara non si amava abbastanza, non credeva di meritarsi un uomo migliore. Forse è caduta nell’inganno dei sentimenti, in quella tela che le donne sanno tessere d’istinto, di relazioni da tenere insieme, ad ogni costo, a occhi chiusi. A testa bassa, a volte, purtroppo.

Gli ostacoli più difficili da superare sono quelli che non vediamo. Perché non sono davanti a noi, sono dentro di noi. Diventano limiti, confini che ci restringono l’orizzonte della vita e, finchè non riusciamo a renderli riconoscibili, a “vederli” non ci rendiamo conto che possiamo superarli. Rimangono un peso che portiamo dentro, senza renderci conto che è quello che ci affatica. Spesso le donne che accettano la violenza non hanno stima di se stesse, non si amano abbastanza perché nessuno glielo ha insegnato. Danno per scontato di non avere valore.

A volte mi chiedo se le cose sarebbero andate diversamente, nel rapporto fra i sessi, se sia donne sia uomini avessero la stessa forza fisica. Credo di no, credo che forse qualcosa sarebbe cambiato per gli uomini, che, magari, si sarebbero guardati dall'ingaggiare un match dall'esito indefinito, ma per le donne credo che il limite più grande sia la mancanza di consapevolezza del proprio valore.

Certo, non è facile uscire da questi percorsi dove la violenza si traveste da amore, il carnefice da vittima e il rapporto di coppia oscilla tra gli estremi della passione esclusiva e dell’umiliazione profonda: non è facile soprattutto se si è sole e si è isolate. E anche il mondo di fuori non sembra è pronto a farsi carico, a prendersi cura delle nostre ferite.

Pensate che fino a pochissimo tempo fa il coniuge che uccideva la moglie ne riceveva la pensione di reversibilità. Questa legge è stata abolita su proposta di una senatrice dell'Italia dei Valori che incontrò la madre la cui figlia era stata uccisa dal marito.

E, vi racconto, in maniera cinica, la storia di Michela. Michela era una ragazza sfortunata, le era morta la madre, non andava d'accordo col padre, viveva con la nonna. Non le era nemmeno andata bene con il fidanzato, che non accettava di essere stato abbandonato. La perseguitava, l'aspettava sotto casa, al lavoro per chiederle di tornare con lui. E' l'antivigilia di Natale di qualche anno fa. Michela è al lavoro, lui le telefona, le chiede di scendere un attimo. Lei prende l'ascensore e tiene in mano un piccolo panettone. Lui, invece, si presenta all'appuntamento con una pistola. Quando si aprono le porte dell'ascensore, gliela scarica addosso. Bene, al processo lui racconterà questa versione: “Volevo suicidarmi, Michela per impedirmelo, ha girato la pistola e si è uccisa”. Perchè è normale che uno per suicidarsi, dopo aver perseguitato per mesi la ragazzi abbia l'intenzione di sparare un intero caricatore. Comunque un giudice gli ha creduto, almeno in parte, dato l'assassino se l'è cavata con 11 anni di carcere.

Più o meno il tempo che ci vuole per una separazione e un divorzio non consensuali....

Purtroppo  i meccanismi e i tempo della giustizia a volte non sono assolutamente adeguati alla situazione in cui si ritrovano le vittime di violenza.

Nei primi nove mesi del 2012 a Terni sono andati a sentenza 9 processi che riguardavano violenze alle donne. Bene, di questi processi, cominciati molto tempo prima, solo due si sono conclusi con la condanna dell'imputato per il reato per il quale era stato denunciato. Solo un marito violento è finito in  carcere. Negli altri casi le donne avevano ritrattato, avevano ammorbidito le loro accuse, erano, a volte, tornate a vivere con il proprio carnefice, perchè non avevano possibilità di sostenersi economicamente – un’ altra forma di violenta diffusissima – perchè avevano paura di perdere i figli. Una delle donne che aveva denunciato era scomparsa. I tempi della giustizia non sono compatibili con i tempi della vita e la voglia di ricominciare di chi ha subito violenza. Anche perché le donne non possono decidere solo per se stesse e mettono davanti l'amore per i figli.

E a questo proposito voglio ricordare la morte di Ovidio Stamulis, un ragazzo di 17 anni che viveva con la madre e il patrigno e ne subiva continuamente le violenze. Ovidio, che capiva la debolezza della madre che era soggiogata dal compagno e aveva paura di perderlo in quanto dipendeva da lui,  ebbe il coraggio di denunciare il patrigno e chiese di essere ospitato in una casa famiglia. Il giorno in cui tornò a casa con la sentenza che prevedeva che il ragazzo sarebbe potuto andare a vivere in comunità il patrigno lo uccise a colpi di mattarello. E' inspiegabile come nessuno fosse intervenuto in maniera decisiva fino a quel momento e come Ovidio, in un momento così conflittuale, non godesse di un minimo di protezione.

 Tutte queste storie e tante altre che vi avrei potuto raccontare, hanno una cosa in comune: sono morti che si sarebbero potute evitare,. Maria andava a scuola con le guance arrossate. E' vero, era arrivata da poco, ma che fosse una bambina poco seguita era chiaro: ancora non parlava. Barbara, Ovidio, la madre dei due figli uccisi e quei poveri bambini, Michela.

E le donne che hanno abbassato la testa mentre aspettavano una sentenza che arrivava mai ci hanno provato a lanciare segnali d'aiuto, senza che ci fosse qualcuno capace di coglierne il senso di profondo bisogno e di disperazione che c'era nelle loro parole.

C'è qualcosa che non va in tutto questo.

Queste donne hanno bisogno che i loro silenzi vengano ascolti, di essere guardate.

E mi chiedo – voglio affrontare un tema difficile, ma che mi sta a cuore – mi chiedo quale letargia della coscienza, quale strabismo dell'anima ci abbia preso, quando guardiamo i corpi delle ragazze in vendita lungo le strade e passiamo oltre, sigillando i destini di quelle vite dentro la frase, “tanto quello è il più antico mestiere del mondo”.

Certo, oggi, è difficile capire e far capire: c'è questo indistinto rumore di fondo in cui si cerca di mettere tutto sullo stesso piano, le ragazze che si vendono per fare carriera, uomini e donne che liberamente decidono di guadagnare col proprio corpo, anzi questi modelli sono quasi indicati come quelli vincenti, da imitare. Non è di questo che voglio parlare, questo fa parte della sfera della nostra etica, della nostra morale. Quello di cui voglio parlare è che, nella nostra più totale indifferenza, anzi, con la nostra complicità, ogni permettiamo che per le strade delle nostre città, nell'appartamento vicino al nostro permettiamo che si perfezioni il reato di tratta, sequestro di persona, sfruttamento della prostituzione. Che donne che vivono nelle parti più povere del mondo vengono prese, spesso rapite, spesso quando sono ancora bambine, perchè i clienti, i nostri mariti, compagni, figli, fratelli, fidanzati, la possano avere la loro veloce, trasgressiva soddisfazione sessuale.

I tribunali italiani, per la prima volta, credo, nella storia d'Italia emettono condanne, in nome del popolo italiano per reati come tratta di esseri umani, sequestro di persona ai fini di sfruttamento, che svelano, se ancora ce ne fosse bisogno, che il mestiere più antico del mondo è, in realtà, la più antica violenza dell'uomo sulla donna. Non è questo il lavoro che la nostra Costituzione pone come fondamento della nostra società. Il più antico mestiere del mondo della donna è un altro,  è l'ostetrica.

Della condizione femminile in Italia se n’è occupato anche l’Onu.

Il 25 giugno 2012 vengono presentato  all'Onu di Ginevra i dati sugli omicidi e sulla violenza sulle donne in Italia. Per quel che riguarda gli omicidi si tratta del primo Rapporto tematico sul femminicidio ed è il frutto del lavoro realizzato per dieci giorni in Italia da Rashida Manjoo, inviata dell'Onu.

(informazioni tratte dal sito www.pangeaonlus.org e altri articoli sulla presentazione del rapporto)

Il suo discorso non fa sconti sulla situazione nel nostro Paese. 'Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne. Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo.” Violenza, insomma, come forma di comportamento abituale e quella in casa è la forma più ampia che affligge le donne nel Paese e riflette un crescente numero di vittime di femmicidio da parte di partner, mariti, ex fidanzati. Avverte Manjoo: “Purtroppo, la maggioranza delle manifestazioni di violenza non sono denunciate perché vivono in una contesto culturale maschilista dove la violenza in casa non è sempre percepita come un crimine; dove le vittime sono economicamente dipendenti dai responsabili della violenza; e persiste la percezione che le risposte fornite dallo Stato non sono appropriate e di protezione”. Il suo rapporto infatti sottolinea 'la responsabilità dello Stato nella risposta data al contrasto della violenza' e, 'analizza l’impunità e l’aspetto della violenza istituzionale in merito agli omicidi di donne (femmicidio) causati da azioni o omissioni dello Stato'.

Conclude l'inviata dell'Onu: “Femmicidio e femminicidio sono crimini di Stato tollerati dalle pubbliche istituzioni per incapacità di prevenire, proteggere e tutelare la vita delle donne, che vivono diverse forme di discriminazioni e di violenza durante la loro vita. In Italia, sono stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza, questi risultati non hanno però portato ad una diminuzione di femicidi o sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.”

La cosa interessante è che l'Onu indica anche quali strade sarebbe necessario percorrere per fare concretamente qualcosa:

l'Onu plaude alla legge antistalking, ai passi avanti fatti con la quote rosa nei consigli di amministrazione, la discussione sulle quote rose nell'ambito dei meccanismi elettorali

Ma ci sono anche delle indicazioni precise per quanto riguarda le buone prassi da mettere in atto:

Le richieste vanno in molte direzioni:

Riguardano interventi culturali che cambino l'immagine della donna nei mezzi di comunicazione, raccolte di dati e informazioni che riguardino la differenza di genere per poter avere un quadro completo non solo dei tipi e della quantità di violenza, ma anche delle disparità nei vari ambiti sociali, lavorativi, dell’istruzione, dei percorsi di accesso al lavoro. Inoltre indica una serie di modifiche legislative da attuare in materia di divorzio, affidamento dei figli, immigrazione per tutelare quelle donne che sono ancora più vulnerabili in quanto vittime di più forme di violenza.

E poi, l'importanza di potersi difendere adeguatamente, in tribunale, con buoni avvocati, quindi la necessità del patrocinio legale per chi non può permettersi di pagare la sua difesa.

E, naturalmente, l'efficacia dei centri antiviolenza, il sostegno finanziario, la preparazione degli operatori che seguono le donne vittime di violenza.

Purtroppo mancano troppi anelli a questa catena.

Per questo è necessario costruire, in ogni comunità, una filiera rosa, una filiera virtuosa che metta insieme tutti, istituzioni, forze dell’ordine, scuole, parrocchie, associazioni, perché una donna che chiede aiuto trovi protezione: si può partire dal codice rosa al Pronto soccorso, uno spazio riservato alle donne che arrivano al pronto soccorso, con personale formato che sia in grado di capire cosa c’è veramente dietro la richiesta d’aiuto di una donna. E poi forze dell'ordine in grado di accogliere le denunce, formazione di personale per i centri antiviolenza, rialfabetizzazione dei ragazzi e delle ragazze nelle scuole con progetti che li mettano di fronte alle questione di genere.

Queste cose non sono così’' lontane dalla portata delle iniziative che si possono mettere in campo anche a livello locale, attraverso una collaborazione fra istituzioni, forze dell'ordine, sistema sanitario associazioni e vanno a costuire solo la base, una piccola barriera contro la violenza, in questo paese dove, comunque, sono le vittime a dover scappare a dover stravolgere la propria vita mentre i carnefici troppo spesso sono liberi.

Voglio però  voglio chiudere con una nota positiva: le donne sono forti, hanno mille risorse, ci sono donne che rinascono dopo aver subito violenze di cui è difficile sopportare anche solo il racconto. Perchè, man mano, acquistano la consapevolezza del loro valore.

 C’è un vero greco per indicare il “vedere” che a me piace molto. Il vero è “zeaomai” vuol dire “guardare” ma nell’accezione di “guardare con stupore”. Ha la stessa radice della parola greca “teatro”, il luogo che si guarda con stupore e della parole “divinità”.  Io credo che la cosa più ci condiziona e ci impedisce di affermare le nostre potenzialità sia la paura di essere felici. Felici di vivere con pienezza la vita, ad esempio. Siamo forse educate ad avere paura della felicità. Invece dobbiamo imparare e a guardare con stupore alle nostre capacità e a tutto quello che, ogni giorno, siamo in grado di fare,  a non avere paura di essere visionarie e inventarci un modo di diverso di convivere in questo mondo con l’altro sesso e, soprattutto, a non temere i nostri sogni spericolati.Dobbiamo essere consapevoli che ciascuno di noi ha diritto a essere felice e a deragliare dai binari della propria vita, ad andare fuori strada per trovarne un'altra, di strada, in cui inventarsi un proprio, personale percorso di ricerca di felicità.

Pubblicato in Le mie parole

La diciottenne Salwah Mekrsh non può camminare. Sua madre e sua sorella spingono la sedia a rotelle di Salwah per le strade di Kilis, una città della Turchia, vicino al confine con la Siria. Le tre donne si fermano all’ombra di un albero di limone, in un piccolo cortile. Mentre Salwah aspetta che inizi la sua seduta di supporto psicologico con Medici Senza Frontiere, parlano di come le loro vite siano cambiate.

"Prima della guerra, avevamo tutto", afferma Salwah, "ma da quando è cominciata, abbiamo sofferto troppo”.

Nel marzo 2011, poco prima dello scoppio dei disordini in Siria, Salwah subisce delle pressioni per sposarsi. Aveva 15 anni. Ben presto rimane incinta e, proprio quando le proteste si trasformano in una guerra civile, nasce sua figlia. In seguito a una tentata aggressione da parte del marito, il matrimonio di Salwah si sfascia, ma lui se ne va, portando con sé la bambina. “Ha preso mia figlia e non mi permette di vederla”, spiega Salwah. “Non ho modo di mettermi in contatto con loro. Non vedo mia figlia da un anno.”

Salwah torna a vivere con la sua famiglia nella città di Aleppo, la capitale industriale ed economica della Siria. Il 25 novembre 2012, stava rientrando a casa con un vicino. Una delle strade che portano a casa sua era chiusa, così decidono di prenderne un’altra. Mentre attraversano una piazza, un cecchino le spara, colpendola alla schiena.

È ricoverata d’urgenza nell'ospedale di Aleppo dove le vengono rimossi i proiettili dal corpo, ma le sue condizioni sono critiche. La sua famiglia tenta di mandarla in Turchia per le cure mediche, ma le viene impedito di attraversare la frontiera, allora la portano in un ospedale della zona gestito da MSF di cui avevano sentito parlare.

L’équipe medica di MSF ne organizza il trasferimento all’ospedale di Kilis, oltre il confine turco-siriano. Quando finalmente le è permesso di entrare in Turchia, Salwah viene ricoverata dapprima nell’ospedale di Kilis e poi in una struttura della capitale provinciale, Gaziantep. Trascorre 12 giorni nel reparto di terapia intensiva.

"Ora mi sento meglio, ma non posso camminare", racconta Salwah. La ragazza può contare sul sostegno di Lina, una delle promotrici locali della salute di MSF. "Lina mi ha parlato di un membro della sua famiglia con un problema simile, non legato alla guerra. Lei gli ha dato sostegno psicologico e ora sta bene. Sapere questo, mi ha fatto sentire meglio".

Lo psicologo è pronto e la seduta può iniziare. La madre e la sorella di Salwah la aspettano fuori, fumando sedute sotto l’albero di limone. Quando il sole calerà, ritorneranno nella casa che hanno affittato a Kilis, dove non sentono il fragore dei bombardamenti della Siria e non provano la paura di morire. Nonostante questo, tutta la famiglia vorrebbe tornare a casa. Dove sarete la prossima volta che ci incontreremo? "Ad Aleppo, inshallah", risponde la mamma di Salwah.

Pubblicato in Le parole degli altri

"E’ necessario riportare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sul tema dei diritti dei bambini. Crisi economica e instabilità politica non possono essere considerati alibi per mettere in secondo piano un tema centrale come quello della protezione dei minori dallo sfruttamento e l’abuso sessuale. Con questo appello Ecpat, rete internazionale di organizzazioni, presente in oltre 70 paesi, impegnata nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali, interviene nella V Giornata nazionale contro la pedofilia. Un appello corale al nuovo governo appena insediato affinché riporti tra le priorità dell’agenda politica la difesa dell’infanzia, minacciata da fenomeni come sexting e grooming, turismo sessuale e pedopornografia.

 

La difesa dell’infanzia in primo piano. I diritti dei bambini priorità del’agenda politica del nuovo governo. E’ questo l’appello che Ecpat Italia rivolge in questa giornata alle istituzioni nazionali, sottolineando come siano sicuramente incoraggianti le parole del nuova ministra per le Pari Opportunità, Josef Idem. La ministra ha infatti ribadito come da subito saranno riattivate tutte le attività e i lavori di organismi come “Comitato Interministeriale di coordinamento per la lotta alla pedofilia (C.I.C.Lo.Pe) e quelle dell’”Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile”, ricordando che “gli abusi sessuali a danno di minori, talvolta anche giovanissime vite, costituiscono una delle forme peggiori di violenza che la nostra società possa conoscere e che, purtroppo, rimane fra le meno denunciate”. I tempi sono quindi maturi per un richiamo alla responsabilità politica in materia di diritti dell’’infanzia.

 

I pericoli della rete. Al richiamo istituzionale Ecpat Italia accompagna l’allerta per la sicurezza on line dei minori e un appello per i turisti italiani che andranno in Brasile per i Mondiali di calcio 2014. In particolare Ecpat Italia sottolinea la preoccupazione per l’atteggiamento sempre più spregiudicato con il quale i minori si trovano ad usare i nuovi media, vissuti come strumenti per farsi conoscere, sfruttando la propria e l’altrui immagine per un momento di notorietà. In merito la coordinatrice dei programmi di Ecpat, Yasmin Abo Loha, impegnata in questi mesi in attività di formazione all’interno di alcuni istituti scolastici rilancia la campagna “Navigare in rete senza pericoli”, una serie di consigli utili per rendere i nuovi mezzi di comunicazione “luoghi” sempre più sicuri. Adescamenti on line, invio di messaggi a sfondo sessuale (sexiting), pornografia che ritrae minori sono oggi il pane quotidiano per chi lavora a fianco dei bambini. I numerosi casi di cronaca di questi mesi ne sono un esempio. In merito la nuova legge 172/2012 “figlia” della Convenzione di Lanzarote introdotta nel mese di ottobre, fan ben sperare grazie all’introduzione di nuovi reati, come l’adescamento on line di minori e pene più severe.

 

Ecpat Italia, nella V giornata nazionale contro la pedofilia, riporta l’attenzione anche sul tema del turismo sessuale a danno di minori in vista dei Mondiali di calcio di Brasile 2014. Sensibilizzare l’opinione pubblica in merito con un campagna internazionale è l’obiettivo che l’organizzazione si è posta per prossimi mesi. Il messaggio dovrà essere forte e chiaro: l’evento sportivo non dovrà trasformarsi in porta di ingresso per coloro che sono alla ricerca di sesso con minori. Sul tema ECPAT esprime anche soddisfazione per la risoluzione del Consiglio d’Europa sul turismo sessuale, del 23 aprile scorso. Un documento che ha ribadito quanto detto in questi anni dalla rete internazionale: la gran parte di coloro che commette questo tipo di reato è occasionale e non pedofilo, e che se negli ultimi anni si è registrato un aumento di questo fenomeno lo si deve al ruolo chiave giocato dalle nuove tecnologie".

 

ECPAT è una rete internazionale di organizzazioni, presente in oltre 70 paesi, impegnata nella lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini a fini commerciali: turismo sessuale a danno di minori; prostituzione minorile; tratta e traffico di minori a fini di sfruttamento sessuale; pedopornografia.

ECPAT-Italia è nata nel 1994 per combattere il turismo sessuale e far approvare la legge 269/98, che punisce gli italiani che commettono abusi sessuali su minori anche all'estero.

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