Le parole degli altri
Vanna Ugolini

Vanna Ugolini

Sabato, 27 Febbraio 2016 09:55

La certezza che stiamo sempre iniziando

L'Assostampa che scende in campo a favore di uno dei candidati per le elezioni Inpgi. Lo fa inviando una lettera a tutti i colleghi e utilizzando, (per problemi organizzativi, pare) l'indirizzario dell'Ordine che risulta come mittente.

Il comunicato che resta sul sito dell'Assostampa e viene poi girato, con le indicazioni di voto, anche su quello dell'Ordine – a quanto si è appreso a insaputa del presidente - dal 19 febbraio fino a ieri, 26 febbraio 2016, cioè resta visibile durante tutte le giornate di voto telematico.

Due riflessioni, in questo pasticcio elettorale in cui, mio malgrado, mi sono trovata coinvolta:
spero che per quanto riguarda vicende ben più drammatiche della mia candidatura Inpgi, che stanno coinvolgendo decine e decine di colleghi umbri, si lavori con meno sciatteria e presunzione;

credo che un magistrato non faticherebbe a ravvisare gli estremi della turbativa elettorale, ma quello che mi interessa sottolineare è che quando entra in scena una persona fuori dagli schieramenti, che ci mette la faccia e fa una campagna elettorale trasparente, con tanto di programma e di disponibilità agli incontri, si levano (forse prevedibilmente) gli scudi ma si inceppano anche meccanismi forse troppo consolidati.

Oggi e domani sono gli ultimi due giorni per votare nel seggio di Perugia.

L'affluenza al voto telematico è stata bassa. E' comprensibile la sfiducia e il distacco, soprattutto da parte dei più giovani. E' anche, però, un momento cruciale per i destini del nostro Istituto: non è un caso che le liste d'opposizione, come quella in cui mi sono candidata come indipendente, abbiano rinnovato quasi interamente i candidati.

Il mio invito è quello di andare a votare nelle due giornate che restano.

Non troverete i candidati suddivisi per liste ma solo un elenco di nomi. Se volete votare per la lista di opposizione all'attuale maggioranza che ha governato l'Inpgi – Piazza pulita all'Inpgi - potete votare

Inpgi1
Vanna Ugolini

Inpgi 2
4 - Maria Giovanna FAIELLA (collaboratrice Salute Corriere della Sera – Roma)
17 - Simona FOSSATI (freelance - Milano)
22 - Silvia OGNIBENE (collaboratrice Reuters e RCS – Firenze)

Collegio sindacale Inpgi 2
10 - Vittorio PASTERIS (Direttore Quotidiano Piemontese, vicepresidente LSDI)

Pensionati
1 - Massimo A. ALBERIZZI (Corriere della Sera - Lombardia)
5 - Luciano BORGHESAN (La Stampa - Piemonte) indipendente
16 - Andrea GARIBALDI (Corriere della Sera - Lazio)
17 - Stefania GIACOMINI (RAI - Lazio) Giornalisti Italiani Uniti, vicepresidente Unione Nazionale Giornalisti Pensionati
21 - Giancarlo MINICUCCI (ex direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia, ex vicedirettore del Messaggero - Puglia)
27 - Valentino PESCI (ex direttore Nuova Ferrara e ex vicedirettore FINEGIL Veneto - Veneto)
34 - Laura VERLICCHI (Il Giornale - Lombardia)
Collegio sindacale Inpgi aattivi e pensionati
4 - Maurizio CERINO (Il Mattino di Napoli)
10 - Pierluigi FRANZ (ex Corriere della Sera, ex Stampa)

Troverete sul sito www.senzabavaglio.info il programma e una sintesi della mia biografia.

Troverete qui il report della Corte dei Conti sul bilancio del nostro istituto:
http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2015/delibera_70_2015.pdf

Troverete qui il mio curriculum http://www.margotproject.org/wp/wp-content/uploads/2014/01/Vanna-Ugolini-CV.pdf

E qui le puntate precedenti che hanno riguardato la mia candidatura

http://dentidileone.it/le-mie-parole/item/203-candidatura-inpgi-la-mia-lettera-di-presentazione.html

http://dentidileone.it/le-mie-parole/item/205-candidatura-inpgi-state-sereni.html

http://dentidileone.it/le-mie-parole/item/206-candidatura-inpgi-barcollo-ma-non-mollo.html

Saluti a tutti e a tutte

Buon voto

Vanna Ugolini
3408653261

Martedì, 23 Febbraio 2016 09:33

Candidatura Inpgi, barcollo ma non mollo

Gentili colleghe, cari colleghi
in questi giorni avete ricevuto da Assostampa delle istruzioni per il voto Inpgi così precise e dettagliate che c'era indicato anche il candidato per cui sarebbe stato meglio votare. Non ero io.


L'Assostampa ha omesso di scrivere, però , che, in questa tornata elettorale, sono scesi in campo colleghi e colleghe che, come me, non fanno riferimento nè a partiti nè a cordate e che sono semplicemente preoccupati per la condizione in cui versa il nostro istituto di previdenza.

Inoltre l'Assostampa non ha specificato che io sono indipendente per l'ormai famosa lista di estremisti e sognatori – Piazza Pulita per l'Inpgi – che sta all'opposizione rispetto alla gestione di Camporese e che l'altro candidato, invece, anche lui indipendente, è sostenuto dalla lista dell'attuale maggioranza.

Valutate voi il comportamento di Assostampa e poi votate per chi vi pare.

Un saluto

Vanna Ugolini

Martedì, 16 Febbraio 2016 01:02

Candidatura Inpgi, state sereni

Gentili colleghe, cari colleghi

Ringrazio coloro che in questi giorni mi hanno messo in guardia dalle conseguenze spiacevoli che potrei affrontare con la mia candidatura come indipendente nella lista Piazza Pulita all'Inpgi per le prossime elezioni Inpgi e li voglio rassicurare.

Mi è stato detto che non ho alcuna possibilità di essere eletta, in quanto non ho concordato con nessuno la mia candidatura.

Mi candido perché credo potrei essere in grado di svolgere al meglio il mio ruolo.

Considero comunque il fatto di essere stata coinvolta e di aver deciso di mettermi in gioco già un risultato che mi dà soddisfazione.

Inoltre mi è stato spiegato che la lista Piazza Pulita all'Inpgi è composta da "estremisti" e "sognatori", (non sarebbe stato peggio se fossero corrotti?) persone quindi incapaci di gestire alcunché e che io sono stata ingenua ad accettare.

Bene, sono entrata in lista perché sono molto preoccupata per le condizioni in cui versa il nostro istituto di previdenza.

Mi ha offerto di entrare in lista il collega Massimo Alberizzi, storico inviato del Corriere della Sera, un signore che potrebbe godersi la pensione e che, invece, sta girando l'Italia per mettere i colleghi in guardia dai rischi che sta correndo il nostro istituto di previdenza.

In lista per i pensionati c'è Giancarlo Minicucci, che è stato mio capo agli Interni al Messaggero, uno che ha passato più tempo della sua vita dentro al giornale che fuori e che ha contribuito a insegnarmi il lavoro.

Tanto per fare un altro nome, in lista c'è anche Andrea Garibaldi, inviato e cdr per il Messaggero, capo delle cronache romane e CdR per il Corriere della Sera.

E' da un po' che non frequento questi due colleghi ma, avendoli conosciuti come dei professionisti seri prima, ora che entrambi veleggiano intorno ai 60 anni, fatico a immaginarmeli come estremisti.

A meno che questa parola non stia a indicare che quelli di Piazza Pulita all'Inpgi sono "estremisti di trasparenza", "sognatori di legalità", ruoli in cui vedo meglio i miei compagni di questo breve viaggio che si concluderà con le prossime elezioni Inpgi.

In questa lista, candidata per l'INPGI 2, c'è anche Simona Fossati, che da anni lotta per dare ai freelance e ai precari maggiori dignità e compensi che non siano da fame come quelli attuali.

Per questo vi chiedo di guardare a queste elezioni con occhi diversi, senza preconcetti, di andare a votare per chi ritenete il candidato più opportuno e di scegliere con consapevolezza.

Per quanto mi riguarda, per chi non mi conosce, questo è il mio curriculum al 2014: http://www.margotproject.org/wp/?page_id=19

Infine chi volesse poi incontrare gli '"estremisti" Massimo Alberizzi e Simona Fossati di persona, me lo faccia sapere: saranno in Umbria a disposizione dei colleghi il 18 febbraio.
Grazie a tutti per la pazienza
Vanna

Domenica, 07 Febbraio 2016 17:51

Elezioni Inpgi, il programma di Senza Bavaglio

l Programma

L'INPGI è il presente e il futuro di migliaia di giornalisti italiani, ma la sua sopravvivenza è messa a dura prova: lo squilibrio tra prestazioni e contributi supera i 100 milioni di euro. E' quindi evidente che chi ha gestito in questi anni l'istituto - e chi lo ha sostenuto – ha fallito l'obiettivo e non può essere rieletto: ci candidiamo con l'impegno di fare tutto il possibile per salvare l'INPGI, con un'assoluta trasparenza e condivisione delle decisioni che saranno prese.

1. Sicurezza. Si torni a vigilare e far rispettare le regole: il precariato va combattuto, il lavoro nero va fatto emergere, le ristrutturazioni aziendali mascherate da crisi, spesso con la complicità del sindacato, denunciate. Non è accettabile che l'INPGI sussidi aziende - 16 milioni nel 2014 solo per i contratti di solidarietà- che premiano poi manager e direttori per aver distrutto i posti di lavoro dei giornalisti.
2. Ex fissa. Ci impegneremo affinche' INPGI provi a ridurre i tempi dei pagamenti ( attalmente su 12,13,14 anni) ai colleghi aventi diritto pieno all'ex fissa e affinché FNSI e FIEG in sede di trattativa contrattuale si adoperino per rivedere l'intera normativa, anche alla luce della nuova strategia processuale di INPGI che si avvia a chiamare in giudizio i singoli editori.

3. Gli sprechi. Vanno ridotte le faraoniche spese di gestione dell'Istituto, dallo stipendio del presidente fino al numero delle commissioni consiliari. È indispensabile intervenire per riportare la situazione sotto controllo, riducendo i compensi dei dirigenti, abolendo quelli degli amministratori - basta un gettone simbolico e il rimborso delle spese - e ottimizzando i costi del personale dipendente. Stop anche alla pioggia di contributi che l'INPGI regala a FNSI e sindacati territoriali. Compito dell'Istituto è garantire le pensioni: il sindacato deve essere autonomo economicamente.

4. La riforma. Il vertice uscente ha approvato una drastica riforma dell'ente, che non è già in vigore solo per lo stop del governo. Infatti i dubbi sulla sua legittimità sono tutt'altro che risolti, tanto più che, senza un allargamento della base contributiva, i sacrifici rischiano di non bastare. Siamo ancora in tempo: blocchiamo tutto presso i ministeri vigilanti e riesaminiamo a fondo l'intera manovra, proponendo un serio studio attuariale su 50 anni. Il vero obiettivo dev'essere rilanciare l'occupazione: riportiamo all'INPGI anche chi oggi versa i contributi all'INPS ma lavora da giornalista, nel mondo dell'informazione tv e online, degli uffici stampa, delle agenzie di comunicazione e pubbliche relazioni.

5. Il patrimonio. Sempre per far cassa, si prepara la cessione di buona parte del patrimonio immobiliare, ultimo atto di una gestione tutt'altro che trasparente, non a caso conclusa con la richiesta di rinvio a giudizio del presidente Camporese per truffa e corruzione. Ma è davvero l'unica strada percorribile? Noi crediamo di no: vogliamo fermare la svendita di un bene che appartiene a tutti i giornalisti italiani e far luce sull'intero sistema di investimenti mobiliari e immobiliari.

6. INPGI 2. Vogliamo diritti concreti per gli iscritti. Intensificare l'attività di vigilanza e controllo per individuare tutte le professionalità giornalistiche (finti autonomi, addetti stampa, programmisti/registi Rai) utilizzate in modo improprio dalle aziende editoriali e non, al fine di regolarizzare la loro posizione. Un vero welfare (per esempio: ammortizzatori sociali, polizze assicurative, un fondo di solidarietà per chi necessita di sostegno). Una pensione dignitosa (e non un'elemosina come ora) che abbia come base uno "zoccolo" per tutti, cui si aggiunge la quota maturata dal singolo, e aumentare la percentuale di rivalutazione (possibile secondo il Consiglio di Stato).Servono trasparenza, etica e migliore comunicazione

7. E' ora di voltare pagina: il nostro impegno è il futuro dell'INPGI.

Gentili colleghe, cari colleghi
Questa mail per comunicarvi che ho deciso di candidarmi alle prossime elezioni per l'Inpgi come indipendente nella lista di Senza Bavaglio per l'Umbria, categoria attivi Inpgi1

L'occasione mi è stata offerta da Massimo Alberizzi, collega del Corriere della Sera, inviato in zone di guerra, in particolare in Africa, dove ora risiede spesso.

Con Massimo abbiamo valutato che fosse il momento per me di candidarmi: non ho mai fatto riferimento a nessuno schieramento politico, il mio lavoro e la poca o tanta credibilità (questo lo deciderete voi) che mi sono guadagnata in questi venti anni di professione svolta in Umbria che si sommano ai sette svolti in altre regioni, è verificabile e sotto gli occhi di tutti così come il mio impegno verso il sociale.

La situazione in cui versano i conti della nostra previdenza è molto difficile: ci sono sicuramente cause strutturali (gli stipendi si sono via via abbassati ed è esploso il precariato) ma le indagini in corso sull'attuale presidente dell'Inpgi Andrea Camporese e l'allarme lanciato dalla stessa Corte dei Conti mettono in evidenza come ci siano anche ben altre cause: una gestione perlomeno non oculata sia del patrimonio mobiliare sia di quello immobiliare.

Per troppo tempo abbiamo delegato ad altri, senza stare troppo a guardare (e, in questo, forse, siamo venuti meno anche ai principi che dovrebbero informare il nostro lavoro) e, ora, ci troviamo di fronte a situazione veramente difficile e grave.

Il percorso giudiziario del presidente Andrea Camporese è ancora in corso e, quindi, aspettiamo di vedere quale sarà la sentenza dei giudici. Va però sottolineato che il presidente Camporese non ha chiarito ufficialmente nulla, come aveva promesso e non si è né licenziato né sospeso dalla carica. Anzi, ha cercato di rallentare i tempi del processo chiedendo la ricusazione del giudice. Un comportamento che fa pensare più alla ricerca della prescrizione che di un chiarimento.

Le condizioni in cui versano i colleghi precari sono drammatiche: è questo un nodo che va affrontato come priorità.

La situazione del nostro patrimonio immobiliare è difficile: molte delle nostre case sono sfitte, e in stato di degrado perché non c'è una gestione non dico oculata ma nemmeno abbozzata: gli affitti sono altissimi, fuori da ogni regola di mercato, come testimoniano le più importanti agenzie immobiliari di Roma e Milano da noi interpellate. Solo i colleghi che hanno stipendi alti si possono permettere una casa in affitto, e questo, ovviamente, è in aperta contraddizione con lo spirito con cui sono state comprate. Non solo: c'è il rischio reale che per far fronte ai problemi economici dell'ente diventi ufficiale quella che, per ora, è solo una voce : vendere, (in realtà, in questo momento, svendere) il patrimonio per far fronte alle necessità, bruciando così quello che dovrebbe andare a costituire una garanzia per i giovani colleghi.

La gestione del patrimonio mobiliare, come detto, è oggetto d'indagine da parte della magistratura mentre la riforma dell'Istituto è stata in prima istanza bocciata dal governo e, ora, in seconda battuta, ne è stato approvato solo un punto, quello relativo alle aliquote contributive mentre resta il nodo dell'età pensionabile e delle ridefinizione dei requisiti di accesso.

Questi sono solo alcuni dei punti chiave che rendono la situazione attuale del nostro istituto di previdenza assolutamente critica e complessa.

Inoltre la situazione in cui si sta svolgendo questa campagna elettorale, fuori dall'Umbria, (ma è certamente un segnale del clima attuale), è tesissima: in Veneto si discute la proposta di fare seggi nelle redazioni, cosa che renderebbe controllabile il voto; nelle grandi regioni, in particolare il Lazio, proliferano liste e listarelle con l'unico intento di disperdere voti. Anche i cambi di casacca, ora che il presidente Camporese è stato rinviato a giudizio, sono all'ordine del giorno.

I programmi tra le varie liste che sono scese in campo sono molto simili. Quello che conta, in questa tornata elettorale, sono le persone, la loro integrità, competenza, voglia di imparare e mettersi in gioco oltre che al servizio dei colleghi.

Il mio primo appello è quello, comunque, di votare: la media dei votanti nelle ultime elezioni è stata intorno al 10 per cento.

Quindi fate richiesta in tempo per ottenere password e codici per il voto

In secondo luogo vi chiedo di votare me e il programma della lista che rappresento, di cui troverete il link qui sotto e che mi impegno a realizzare.

Resto a disposizione per qualsiasi chiarimento e richiesta

Cordialmente

Vanna Ugolini

Perugia 07.02.2016

http://www.senzabavaglio.info/index.php?option=com_content&view=article&id=939:piazza-pulita-allinpgi-via-tutti-i-responsabili-del-disastro&catid=81:inpgi-2016

http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2015/delibera_70_2015.pdf

 

Sabato, 29 Agosto 2015 08:09

Le storie di Margot/2 Cattiva ragazza

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

Mi chiamo Sara e sono una cattiva ragazza. Non lo sono sempre stata, no. Ma non ho avuto tanto tempo per imparare a essere diversa. Forse è stata colpa mia, forse avrei dovuto capire che il mondo era anche fatto di altre cose, però non ce l'ho fatta.

Mio fratello è stato il mio primo uomo.

E non è giusto. Avevo solo sei anni.

Non ho ricordi di mio padre da bambina, perché ha passato troppo tempo in carcere.

Da casa mi hanno portato via che avevo 9 anni. Era un posto troppo pericoloso per me, dicevano le assistenti sociali. Dicevano anche che mi avrebbero lasciato lì per pochi mesi, c'era mia nonna che aspettava fuori. Mi hanno dimenticata per nove anni. E quando sono uscita ormai non c'era più tempo per imparare a fare la costruzione di un amore.

E dire che mi sarebbe bastato poco, un amore piccolo, anche banale. Qualunque.

Invece.

Invece la mia casa è stata la strada.

Sono una cattiva ragazza, l'ho già detto. Sono stata una ladra, una rapinatrice, sono stata picchiata e ho picchiato. Non ho avuto compassione di vecchi e gente buona. Se mi servivano soldi rubavo a tutti.

I miei compagni sono stati gli uomini che mi hanno messo le mani addosso. Il matrimonio una corona di spine.

Lo sapevo eppure l'ho fatto. Lo faccio ancora, adesso, ogni giorno. Dico sì al male, sì al dolore, sì all'autodistruzione.

Non che non ci sia stato nessuno che mi abbia allungato una mano. Non che io, qualche volta, quella mano non l'abbia tenuta fra le mie. Ma non ci credo più. Non ho più tempo né voglia e quella mano, dopo un po' la butto via, la vorrei spezzare, la odio. Perché non sono capace di costruire nessun amore. So dove trovare una pistola per una rapina, so dove si compra la droga e come dare un pugno che stordisce. So che sapore ha il sangue che esce dal naso rotto. Ma non so come si costruisce un amore. Anche questo l'ho già detto. Mi rimangono poche parole, ormai. E odio chi, invece, è stato così amato da voler darmene un po' di quell'amore. Odio chi vuole darmi una possibilità perché io non sono capace di prenderla e vorrei che tutti fossero come me. Che tutti stessero male come me. Forse così mi sentirei meno sola.

Mi chiamo Sara, sono una cattiva ragazza e voi ancora non immaginate quanto. Ho partorito mio figlio per strada, in mezzo all'immondizia. A sei mesi è morto per colpa mia. Aggiungete anche lui alla conta dei morti per overdose a Perugia. Sono stata capace di dare a lui meno possibilità di quelle che ho avuto io. Sono una cattiva ragazza e sono stata una cattiva madre.

La seconda volta ci ho provato a essere migliore. Sono entrata con il pancione in comunità e quando ho partorito mio figlio era sano. Sono stata lì due anni ma nemmeno lì ho imparato come si costruisce un amore. Ho capito che da sola non sarei mai stata una buona mamma e quel bambino l'ho diviso con un'altra famiglia. Affido si chiama, ma ora lo chiamerei inganno. Perché io sono sempre una cattiva ragazza, mio fratello il mio primo uomo quando ero bambina, mio padre un'ombra dietro le sbarre e mio marito una corona di spine. E se vi sembra un orrore sentire narrare queste cose, pensate a chi le sente sotto la pelle.

Avrei voluto che qualcuno mi insegnasse a fare la mamma.

Invece eccomi lì, seduta a un tavolo e il mio bambino dall'altra parte. Volta dopo volta il cordone ombelicale diventa un filo di seta. Volta dopo volta le parole ghiacciano tra un capo e l'altro del tavolo e nessuno mi aiuta. Nessuno aiuta le cattive ragazze. Nessuno capisce lo sforzo che faccio per sedermi lì, per non spaccare tutto, comprarla quella pistola che so dove trovare e farla finita. Le assistenti sociali fissano appuntamenti, non parlano con quelle che seguono mio figlio perché dicono che ci sono delle regole. Cercano di infilare il mio cuore dentro la cartellina con il mio nome, non capiscono che lì dentro non ci sta.

Io vorrei inchiodarle alla scrivania e vomitare loro in faccia tutta la mia rabbia, il mio dolore che sta diventando follia. Sto male.

Non l'ho fatto. Quella rabbia me la sono mangiata e ho mollato tutto. Ho detto addio a mio figlio, ho tagliato le mani che potevano aiutarmi e sono tornata dentro al mio mondo. Quello della violenza di mio fratello, dell'ombra di mio padre e della corona di spine. Ora il mio amante mi picchia ma mi dà la droga. Per stare in un altro mondo, perché in questo io sono solo una cattiva ragazza che non sa costruire un amore.

Margot è una associazione, una rete di professionisti che si occupa di violenza di genere e della tutela dei diritti civili. In due anni di lavoro volontario sono tante le donne e gli uomini che si sono rivolte e rivolti all'associazione. Alcune di queste esperienze, sono diventate delle storie. Potete conoscere l'attività di Margot sul sito www.margotproject.org e leggere anche qui alcune delle storie che ho raccolto io. 

L'unico momento in cui mi sembra di sentire il respiro del sollievo è quando sfumano i sogni. E' quel crepuscolo dove ancora non ti rendi conto chi sei, del luogo in cui sei, del tempo in cui sei. E' lì, in quel confine di polvere, che tu sei viva. E sorridi, e mi sembra di poterti toccare.

Lo ricerco quel momento, ogni notte. Perchè il resto del giorno è solo un rosario di dolore.

margotproject telefonoAnna, non ci sei più. Non c'è più il tuo viso. Non c'è più il tuo cuore, polverizzati dai colpi della pistola di quello che diceva di amarti. E io ti cerco inutilmente. Ti vedo negli occhi di tua sorella, nelle foto, negli oggetti, nei paesaggi dei viaggi che hai fatto e che ora rifaccio. Ma non ci sei più. E mi tormento. Ogni giorno rivedo al contrario il film della tua vita, fotogramma dopo fotogramma – come ricordo tutto, adesso! anche quello che mi sembrava banale, come ricordo tutto, adesso, anche quello che mi sembra conficcato sotto la pelle - e mi chiedo dove ho sbagliato, cosa avrei potuto dirti, perchè, perchè non ti ho preso e non ti ho portato via. Con me.

Mi sento in colpa Anna. Mi sento in colpa anche se quel grilletto non l'ho tirato io. Anche se non sono stata io a tirarti per i capelli, la prima volta, quando hai fatto tardi alla cena con i colleghi e lui ti aspettava fuori. Rabbioso e furioso.

Mi sento in colpa perchè tu l'hai giustificato. Mi hai detto: "Mamma, mi vuole bene. Non mi ha mai fatto niente, forse era solo stanco e preoccupato per me".

Ti avrei dovuto mettere in guardia, bambina. Ti avrei dovuto dire subito "Bambina mia, non farti mai mancare di rispetto. Bambina mia la violenza non c'entra niente con l'amore. Lascialo". Ti avrei dovuto dire di lasciare le chiavi infilate nella serratura quando ti chiudevi in casa. Ti avrei dovuto prendere e portare via. Da me. Invece, ora, bambina mia te lo posso dire solo davanti al vento.

Ma tu mi rassicuravi, Anna. Mi dicevi che andava tutto bene, che eri in grado di cavartela da sola. Ed in effetti, Anna, tu eri più forte di me. Perchè l'hai sopportato, è vero. Hai sopportato che lui si trovasse sempre nei posti dove eri tu. E poi hai scoperto che aveva collegato il tuo ipod e il tuo cellulare al suo computer così che, quando ricevevi o inviavi un messaggio, lo leggeva anche lui.

Hai sopportato che alzasse la voce e le mani su di te. Che ti controllasse e ti tenesse lontano dalle tue amiche. Lontano da me. Poi, a un certo punto, però, hai detto basta.

L'hai lasciato. Ed è stato l'inferno.

Entrava in casa tua quando tu non c'eri. E' arrivato a smontarti la lavatrice, pezzo per pezzo, e a rimontare i pezzi in modo che non funzionasse. Tu hai avuto paura, hai chiesto aiuto al padrone di casa, gli hai chiesto che ti cambiasse le chiavi della porta blindata. "Costa troppo", ti ha risposto. Non ti credeva.

Era questo il punto. Non ti credevano. Non ci hanno mai creduto, Anna.

Non hanno creduto a me, quando chiedevo aiuto alle forze dell'ordine perchè tuo padre mi picchiava. "C'è sangue signora?" mi ha chiesto una volta un agente quando ho telefonato. "No, non c'è sangue" risposi incredula. "Allora non possiamo intervenire. Faccia la brava con suo marito". Io non ero cattiva, però. Lo giuro. Cercavo di piacergli. Alzavo muri fra me e il mondo per non vedere che c'era altro, che si poteva vivere in maniera diversa. Sopportavo perchè credevo di farlo per te e tua sorella.

"Non hanno creduto a te, mamma. Non crederanno a me", dicevi.

Poi il sangue c'è stato. Una, due, dieci volte. Quante... non ricordo nemmeno. Ricordo solo che avevo tua sorella piccolina in braccio coperta di sangue. Del mio sangue, per gli schiaffi che stavo prendendo. E lì, finalmente, ho capito. Quell'immagine di tua sorella insanguinata mi ha fatto dire basta. Quella volta era il mio sangue, la volta successiva sarebbe potuto essere il suo.

Ho detto basta. Ma era tardi. Non per me. Era tardi per te.

Tu, coraggiosissima bambina mia, che a tre anni ti mettevi fra me e tuo padre per difendermi.

Lo so, bambina. Non si può raccontare la tua storia se non si racconta la mia. E' per questo che mi sento in colpa. Perchè io lo so. L'ho sempre saputo, ma non volevo ascoltarmi.

Però, bambina, cosa avrei potuto fare?

A 19 anni mi sono ritrovata sposata e sono andata a vivere in una città che non era la mia, lontana dalla mia famiglia. A 20 sei arrivata tu. E poi le torture.

Le sue.

Se tornano dal lavoro con 10 minuti di ritardo era un problema. "Mi vuole troppo bene", mi dicevo. Poi erano botte. Mi picchiava nei posti in cui non si vedeva.

"Mi vuole troppo bene", mi ripetevo. Non ci credevo più. Ma non sapevo cosa fare. Ero isolata, non avevo amicizie. Mi sembrava un delitto denunciare il padre di mia figlia. E' andata avanti così per 11 anni. C'erano giorni terribili e altri che chiamavo "giorni buoni". Perchè in quei giorni mi insultava solamente e io mi rinfrancavo: "Oggi è un giorno buono. Non mi ha picchiata. Forse smette".

Non ha smesso fino a quando non mi ha mandato all'ospedale. Il sangue c'era. Tanto. Finalmente mi hanno creduto. Era troppo tardi, però. Troppo tardi per te.

L'ho capito quella notte. Forse l'ho sempre saputo, anche se non avrei mai immaginato che tu te ne andassi prima di me. Perchè tu mi rassicuravi. Eri forte, Anna. Mi hai sempre protetto.

Ti giuro, bambina mia, vorrei essere al tuo posto.

Vorrei che finisse questo dolore.

Ma lo sai che non posso.

C'è tua sorella. Antonella cresce bene. La vedo serena, nonostante tutto. Solo io capisco quanta sofferenza abbia dentro ancora da elaborare. Non riesce a pronunciare bene la lettera A in alcune parole. Anna, Antonella, Ada, il mio nome, Antonio il nome di tuo padre. A.

C'è un uomo nuovo accanto a me che mi fatto capire che la violenza non ha niente a che vedere con l'amore. Ci sono i bambini a cui insegno. Devo andare avanti.

Tante cose le ho capite. Non capirò, invece, mai l'odio di tuo padre verso di me. E, di conseguenza, verso di noi. Fino all'ultimo mi ha guardato con occhi di odio. " Ci sarebbe dovuto essere un altro al posto di Anna, disse il giorno dei funerali. E la gente lo rincuorava perchè pensava che si riferisse a lui. Io lo so, però, che si riferiva a me. Ma non l'ho detto. Non mi avrebbero creduto.

Altre cose le ho capite, invece.

Questi uomini violenti, tuo padre, quel ragazzo che t'ha ammazzato, non sono matti. No, Anna. Sono normali. Solo che non vogliono perdere. Non vogliono perdere il loro potere su di noi.

Un'altra cosa che ho capito è che la violenza subita ti segna a lungo, forse per sempre. Ancora oggi provo un brivido lungo la schiena se mi accorgo di aver usato la pentola sbagliata, di non aver cambiato l'asciugamano sporco. Eppure sono libera da più di 10 anni.

E l'ultima cosa che ho capito è che tu sei morta perchè non hai riconosciuto il pericolo. Perchè con il pericolo tu ci hai convissuto così a lungo che è diventato abituale, usuale. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Per noi quel pane era la violenza.

Non ho mai voluto parlare con nessun giornalista, ma adesso è il tempo di farlo. Voglio dire a tutte le donne, a tutte le persone che possono farci qualcosa, agli uomini che vogliono essere dei padri e dei compagni amorevoli che i bambini e le bambine non devono crescere in un ambiente violento. Per tanti motivi ma, soprattutto, perchè non riconoscono più la violenza come un pericolo.

Le nostre bambine non devono pensare che la violenza sia la normalità. Devono crescere libere e avere il diritto a progettare la loro felicità.

(testo raccolto ed elaborato da Vanna Ugolini)

6.Carabinieri.

Se era stato tutto sommato facile modificare la casa in base alle nuove esigenze dettate dalla malattia di mio padre, sicuramente è stato più complicato riorganizzare un intero quartiere. Ma non impossibile. Tutto è partito dall'analisi dei percorsi che mio padre riusciva a memorizzare a due anni dalla scoperta dell'Alzheimer. I percorsi erano: da casa alla scuola elementare dei bambini. Da casa al fornaio. Da casa al barbiere. Da casa alla piscina. Da casa al supermercato. Al di fuori di questi tragitti il quartiere diventava una giungla, un labirinto senza uscite, una rotta in un mare nero senza stelle né bussola.
Il percorso più facile era quello da casa a scuola perché si ripeteva ogni giorno. Era semplice, quasi tutto in zona pedonale con un solo attraversamento ma sulle strisce e vicino a una rotonda dove le auto erano comunque costrette a rallentare. Rischio: basso. Controindicazioni: l'orario. Mio padre stava cominciando a perdere il senso del tempo e quindi andava a scuola in qualunque orario. Anche due ore prima che suonasse la campanella. La scuola, però aveva un portico che lo proteggeva comunque in caso di pioggia e le bidelle che lo vedevano fuori molto prima ogni tanto uscivano a fare due chiacchiere con lui. Lo stesso facevano i genitori che arrivavano presto e che avevo avvertito della malattia di mio padre. I bambini erano contenti che ci fosse il nonno fuori da scuola perché, essendo ancora in buone condizioni di salute, si caricava gli zaini e loro potevano correre felici davanti a lui.
Secondo percorso: da casa al barbiere. Per farlo uscire e trovare qualcosa che lo impegnasse mandavo mio padre a giorni alterni a farsi la barba. Il barbiere si faceva carico di farmi uno squillo quando mio padre usciva dal negozio affinchè potessi calcolare il tempo di rientro a casa. Se tardava io o la badante lo andavamo a cercare.
Terzo percorso: da casa al supermercato. Difficile. C'era da attraversare una strada seppure in zona a traffico limitato ma, soprattutto, diventava difficile orientarsi dentro al supermercato, anche se era molto piccolo. Ben presto il mondo di mio padre di restrinse e perse questa autonomia.
Il percorso verso la piscina era il più lungo e complesso, c'erano dei tratti fatti sulle scale mobili, salite e discese. Anche questo divenne ben presto impossibile da fare da solo, ma il nonno diventava comunque una formidabile e inconsapevole guardia del corpo. Erano i bambini ad accompagnare lui lungo il tragitto ma chi guardava da fuori vedeva un signore anziano ma in buona forma fisica che accompagnava due bambini. Anche questo andava alla voce "regali del nonno".
L'ultimo tragitto memorizzato era quello da casa al fornaio. Anche questo avveniva tutti i giorni e aveva come vedetta la dipendente di un bar vicino al forno che, se vedeva mio padre passarle davanti al negozio disorientato mi faceva uno squillo e come complice la fornaia che sapeva bene che pane dargli e che sarei passata poi io nel caso lui non avesse preso con sé i soldi. Per i primi due anni andammo avanti con questa geografia, un mondo ristretto ma che permetteva a mio padre di avere una sua personalissima autonomia. Infatti non sapeva in che città fosse né in che stagione, quindi non aveva alcuna capacità di capire come vestirsi, non riconosceva le persone anche perché si era trasferito da me da poco e non aveva memorizzato né volti né nomi delle persone nuove. Ciononostante riusciva anche a dare indicazioni agli inconsapevoli turisti che a volte si rivolgevano a lui.
Non mi facevo molte illusioni. Il mondo per lui si sarebbe ben ristretto alla casa o alle passeggiate in compagnia. Mi sentivo però di prendermi la responsabilità di mantenere questa sua autonomia fino a quando fosse stato possibile. Il primo problema venne quando furono i vigili urbani a chiamare a casa perché avevano trovato mio padre disorientato e confuso in pieno centro, a poche decine di metri da casa. Cosa era accaduto? Che le giornate si erano accorciate ed era diventato buio molto presto. Di solito lui usciva sempre di giorno. Essersi ritrovato nello stesso percorso ma al tramonto, con la luce che scendeva in fretta l'aveva disorientato fino a farlo piangere. Naturalmente nella tasca di tutte le giacche, dei pantaloni e nel portafoglio c'era un bigliettino con il mio numero di telefono da chiamare per ogni emergenza.
Che il tempo dell'autonomia stesse per scadere emerse da un altro episodio. Una mattina mio padre tornò a casa con il pane, ma non era il solito filone. Quando feci per tagliarlo mi resi conto che il pane era internamente congelato. Quindi, probabilmente, pane del giorno prima rifilato come fresco. Controllai dentro al sacchetto e mi resi conto che mio padre non era andato dal solito fornaio ma da quello che stava nella via precedente. Il suo mondo si era accorciato di una traversa e il fornaio gli aveva rifilato del pane congelato e solo lo scontrino con il peso, non quello fiscale. Mi salì la rabbia al cervello. Non sopportavo che il commerciante avesse approfittato di una persona anziana e malata, avesse trovato subito l'occasione di rifilargli una fregatura. Volevo andare ad affrontarlo, farci una litigata, ma pensai che mio padre si meritava di più. Infilai il pane in una borsa termica, di quelle in cui si conservano i cibi d'estate, presi lo scontrino e mi fiondai dai Nas, i carabinieri che si occupano anche della qualità degli alimenti in vendita.
In realtà temevo non mi prendessero sul serio, invece fu lo stesso comandante a prendere la mia denuncia. Sequestrarono il filone di pane ancora congelato all'interno, aggiungendo la testimonianza dei presenti che il pane presentava ancora segni di congelamento al momento della denuncia e misero agli atti lo scontrino non fiscale che era stato consegnato a mio padre al posto di quello fiscale.
Qualche giorno dopo, passando davanti al negozio, ebbi un attimo di sgomento. La saracinesca era chiusa e c'era attaccato il cartello "Chiuso per lutto". Mi chiesi se avessi esagerato, se la mia denuncia fosse stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso nella vita travagliata e faticosa di un povero commerciante colpito dalla crisi che non aveva retto e aveva deciso di farla finita. Il cuore mi batteva forte. Fortunatamente niente di tutto questo: i Nas avevano disposto la chiusura del negozio per tre giorni, oltre a infliggerli una sostanziosa multa. Giustizia era fatta. Giù le mani dagli anziani. Giù le mani da mio babbo.

Non fu certo un ordine dettato chiaramente. Piuttosto frasi, commenti fra ufficiali della Marina Militare, durante una missione di pace, nel 2002, fuori dal Mediterraneo, mentre guardavano l'olio dei motori della nave che sgocciolava e continuava a scivolare giù, nella parte più bassa dei locali. "Ce ne libereremo nottetempo". Oppure "Dovremo risolvere il problema quanto prima".

David Grassi, 30 anni, tenente di vascello, nativo di Oristano, residente a Livorno, e altri suoi colleghi, però, sapevano bene cosa quelle frasi volessero dire. E quando quelle parole furono rivolte a loro, capirono che significavano una sola cosa: rovesciare in mare una grande quantità di scarichi inquinanti senza che questi avessero subìto un processo di depurazione. Non arrivarono a quell'appuntamento, a quell'ordine implicito, impreparati. Sapendo che quel momento non era lontano, avevano fotografato la stiva, l'olio accumulato, l'impianto di depurazione che non funzionava e, quindi, non poteva filtrare quei combustibili che si accumulavano in fondo alla stiva. Era una situazione difficile, ma il giovane ufficiale David Grassi, con i suoi colleghi, non esitarono: dissero no, dissero che quell'olio non sarebbe finito in mare, loro non l'avrebbero fatto e non avrebbero permesso che nemmeno qualcun altro lo facesse, perchè avevano documentato tutto con delle foto. L'olio non fu sversato, ma da quel momento la vita dell'ufficiale Grassi cambiò.

Era stati messo davanti a un bivio e aveva scelto il sentiero che più andava in salita. Fu punito, insieme ai colleghi, con 15 giorni di rigore per non aver obbedito a un ordine. Ma la punizione non finì lì. Quel gesto, compiuto secondo coscienza, ma anche nello spirito della legge, gli costò la carriera. La storia di David Grassi è bellissima e durissima allo stesso tempo. Toglietevi di mente le soap a lieto fine, Davide contro Golia, la giustizia che trionfa. C’è anche questo, in effetto, c’è poesia, amore, coscienza, filosofia e rispetto. Da quando questa storia è cominciata, però, a quando è finita, sono passati 12 anni, anni di vita segnati da questa vicenda. Quindi non aspettatevi una storia di vincitori e vinti: in questo storia c’è un uomo, c’è il mare, c’è la legge e chi decide di interpretarla in maniera formale o sostanziale. C’è l’istituzione, a volte accogliente a volte matrigna.

E’ una storia che parla di coscienza e di destino (interiore). E anche di cieli stellati. Allora torniamo al 2002 e a quello che successo dopo. Anno dopo anno le sue note comportamentali, quelle in cui i superiori annotano il modo cui il sottoposto porta a termine i suoi compiti e qual è la sua attitudine caratteriale, peggioravano. Se prima era stato giudicato “franco e sincero, di provata lealtà e rettitudine”, dopo quell'episodio fu valutato “ambiguo, poco leale, accomodante”. Il suo carattere, da “rispettoso, amichevole, comprensivo” passò ad “ambiguo, presuntuoso, altezzoso”. E' andata avanti così, per 12 anni. La giustizia cominciava il suo percorso lento e fangoso: l'ufficiale, infatti, aveva fatto ricorso al Tar per far ritenere nulla la punizione e per annullare la documentazione caratteriale che demoliva la sua personalità. Nel frattempo David Grassi, restava con la coscienza a posto, ma la carriera rovinata (e quindi anche danni dal punto di vista economico), ma, soprattutto, con il deserto intorno.

"E' venuta fuori la mia fragilità, in questi anni - racconta e suona strano, in un primo momento, sentir pronunciare quella parola a un militare che, ancora molto giovane, ha trovato il coraggio di dire di no -. Mi sono sentito isolato, sia sul lavoro, sia in famiglia. Nessuno mi ha sostenuto e io ho dovuto vestire l'abito che ormai mi avevano cucito addosso. Mi dicevano 'Tu che da parte stai?' E io rispondevo che stavo dalla parte della legge". Non solo: nello stesso tempo si allontavano anche le opportunità a cui teneva di più, prima di tutto la possibilità di insegnare all'Accademia. Ogni volta che quel traguardo sembrava raggiunto, mani invisibili lo spostavano più avanti. Anche il procedimento giudiziario andava avanti con alti e bassi: "Nel 2006 sembrava fosse decaduto tutto, perchè ero passato di grado, ma io riaprii la causa". Al contrario dei suoi colleghi "disobbedienti", che vennero puniti, ma non fecero ricorso, l'ufficiale Grassi voleva, invece, un riconoscimento dal ministero.

La decisione del Tar è arrivata a dicembre 2013 e la sentenza è stata depositata poche settimane dopo: Il Tar ha stabilito che quella consegna fu ingiusta e l'ha annullata, come ha annullato tutte le note comportamentali che lo dipingevano come una testa calda, una persona poco affidabile e sleale. Parole che, in questi anni, l'hanno caricato di amarezza, "anche se l'amore per la Marina rimane intatto", tiene subito a precisare. E' stato un giornalista a comunicarla la sentenza che lo riabilita, ma quel giorno non ha provato sollievo. Più probabilmente gli sono crollate tutte le schegge di sofferenza da cui a fatica aveva cercato di difendersi in attesa di capire se ci fosse stato un riconoscimento della correttezza del suo gesto. "Non c'è ancora sollievo - dice Grassi - è solo la prima sentenza, la Marina può fare altri passi, ci possono essere ancora cambiamenti".

In realtà potrebbero esserci anche cambiamenti in positivo. La Marina potrebbe valutare di prendere una strada diversa: attrezzare meglio le navi con compattatori per non disperdere i rifiuti che si producono a bordo, completare le bonifiche nel caso di presenza di amianto: adottare, come si dice oggi, buone prassi a tutela dell'ambiente. Per ora, però, nei confronti di Grassi che, nel frattempo, in seguito aun incidente stradale, si è congedato, l'istituzione ha scelto la strada del silenzio. E i superiori che l'hanno punito che fine hanno fatto? "Non mi interessa. Non lo so e non mi interessa. Io non ho fatto ricorso contro di loro, ma contro il ministero. Volevo che il ministero riconoscenza la correttezza del mio lavoro e del mio gesto. Oppure che mi dicessero che avevo fatto la cosa sbagliata e che ero una persona sbagliata. Se hanno una coscienza, forse mi chiameranno. Se la Marina vuole capire se hanno fatto bene o meno il loro lavoro, li chiamerà: io tutto quello che avevo da dire l'ho detto nel 2002". Suo figlio può essere orgoglioso di lei. "A mio figlio non avevo detto niente, il fatto è successo che non era ancora nato. Gliel'hanno detto i suoi amici, che l'avevano letto sul giornale, certo è stato contento. Ma.." Ma? "A volte penso che questo fatto possa essere per lui una eredità troppo pesante. Io ho sofferto molto, ho passato anni di solitudine e questa storia ha inciso anche sulla mia vita familiare.

Agire secondo coscienza, spesso, è un comportamento troppo oneroso. Si paga troppo. Non vorrei che mio figlio si trovasse davanti a una scelta del genere. Quando vogliamo bene a qualcuno non gli auguriamo certo una vita piena di ostacoli per poi trovare la forza di superarli. Gli auguriamo di avere una vita felice, di riuscire a realizzare i suoi talenti. Non vorrei che lui soffrisse così tanto". Lo so che è una domanda banale, ma quindi non lo rifarebbe? "Lo rifarei, perchè sono fatto così, ma le persone non dovrebbero trovarsi davanti a queste situazioni. Ero giovane ed ero davanti ad una scelta che non mi dava alternative. O dicevo 'sì' o dicevo 'no'. Ho fatto la scelta giusta? Ho agito secondo coscienza. Ma, forse, quando ci troviamo di fronte ad una scelta dovremmo inserire tra gli elementi di valutazione anche il rispetto della nostra dignità. Il rispetto per noi. Quello che ho fatto era giusto. Ma pensi, ad esempio, ogni giorno quanti inquinanti sversa la Cina nell’aria, nell’acqua. In fondo, se avessi detto di sì, non avrei certo provocato un disastro enorme. E, forse, avrei sofferto meno, avrei perso meno".

Succede che rimango senza parole, voglio cercare una domanda, dire qualcosa di intelligente, consolarlo oppure semplicemente andare avanti nell'intervista. Invece le sue di parole sono riuscite a trovare quello spazio che si trova sempre tra i margini delle nostre convinzioni, quella fessura che mina il muro di spiegazioni che ci siamo dati per giustificare delle scelte che ci costano fatica, che abbiamo fatto per principio, per orgoglio. Mi sento destabilizzata, dove son finite le convinzioni delle mie di scelte? Mi attacco alla domanda più facile “Beh, ma se non l’avesse fatto, come si sarebbe sentito?” Ma non funziona, per chè a David Grassi il gioco dei se e dei ma non piace “Non sono capace di fare questi ragionamenti sull’assurdo”

Ma, alla fine, è difficile essere diversi da quello che siamo. I greci lo chiamavano “Daimon”. Il demone che è dentro di noi.. (Sento che va meglio, la prima a sentirsi meno peggio, mi sembra, sono io) “Sì, il daimon. E’ vero, il nostro destino interiore. E’ difficile sfuggirgli. O, come diceva Kant, la coscienza che è in noi, il cielo stellato sopra di noi”. E poi ci sono le domande che fa il Piccolo principe. Bisogna dargli le risposte vere. Così saluto David Grassi: lui deve andare ad allenare dei ragazzi, io a pensare alle sue parole. E lo ringrazio. Per quello che ha fatto. Per come è. Perché l’ha condiviso (anche) con me. E perché stasera avrò una bella storia da raccontare ai miei ragazzi.

 

Keep calm.I bambini l''hanno capito immediatamente. "Il nonno è malato e viene a vivere con noi. Ha una malattia particolare, che gli prende la testa e non si vede. Pensate a una persona che si è rotta una gamba e ce l'ha ingessata. Dareste dei calci a quella gamba ingessata? Certamente no. Così trattare male il nonno perchè ha dei comportamenti strani, perdere la pazienza con lui se fa delle cose fuori luogo, prenderlo in giro perchè fa degli errori o non è capace di fare una cosa che sembra semplice, sarebbe come prendere a calci la gamba rotta di una persona. Abbiate pazienza e continuate a volergli bene come prima".Non c''è stato bisogno di ripeterlo. I bambini - e, incredibilmente anche le gatte di casa, una delle quali si fa accarezzare solo da lui e, quando una volta è uscita, è stata sorda a tutti i nostri richiami per ritrovarla e ha risposto solo alla voce di mio padre - si sono adeguati, con naturalezza a questa nuova condizione. Sono protettivi, affettuosi, gli sono vicini nei momenti di rabbia, quando ancora riusciva a camminare a lungo lo portavano a passeggio o dal barbiere. Tutt'ora lo coinvolgono nei loro giochi, lo facevano ballare, quando ancora si muoveva con agilità e, una volta che ha cominciato a rimpicciolire, a essere consumato dalla malattia e dall'età ed è diventato basso, come il nipote più piccolo, qualche volta l'hanno anche vestito con le sue felpe a righe, le Nike ai piedi, i suoi berretti da rapper, trasformandolo in uno strepitoso nonno rock, la cui foto, insieme agli amici dei miei figli, è un selfie cliccatissimo su facebook. Hanno anche trovato il protagonista di un cartone animato che sembra gli somigli. I bambini l'hanno capito immediatamente come dovevano comportarsi. Io, che glielo avevo insegnato, che credevo di essere pronta, adulta e matura, invece no. Non mi volevo arrendere. I primi mesi dopo il suo trasferimento da noi, quando ancora la malattia non era così ossessiva e lasciava qualche tregua, quando ancora lo sguardo era vivo e la parola fluente, non mi volevo rassegnare. Mi illudevo che lui fosse un'eccezione, che l'amore, la vita familiare potessero essere uno scudo, un antidoto, che lui, che era stato così sano e aveva avuto una vita serena, trovasse dentro di sè le risorse per reagire. Controllavo i suoi movimenti, sperando che non facesse cose strane, seguivo con ansia e speranza il filo dei suoi discorsi, lo ascoltavo in silenzio, pregando che i suoi pensieri non si ingabugliassero, che trovassero il percorso giusto, arrivassero a destinazione senza perdersi. E qualche volta mi illudevo e la speranza cancellava le macchie bianche della Tac. Ma per poco. Perchè, in una banale conversazione a tavola, coerente e lucida, improvvisamente spuntavano domande come questa: "E la Francesca? Da quant''è che non la vediamo?"
"La Francesca chi?"
 "La Francesca, l'amica della mamma".
"Babbo, non la vediamo da vent'anni, da quando è morta la mamma".   
"Perchè, la mamma è morta?"  
"Sì babbo, la mamma è morta. Da vent''anni".  
"Ma cosa mi dici! Ma è morta la mia mamma o la tua mamma?"
 E allora la rabbia mi assaliva - ma come, hai passato 50 anni della tua vita con tua moglie, mia mamma, e non te la ricordi? - provavo a ricostruire, a dirgli chi era, chi ero io, chi erano quei bambini a tavola, chi era quella donna che sorrideva con lui nella foto in bianco e nero. Spiegavo e rispiegavo, volevo che mi ripetesse, perchè lui sembrava normale, non sembrava malato, sembrava solo un anziano irriconoscente, che non voleva sforzarsi di ricordare la donna con cui aveva condiviso una vita. "La mamma, ti ricordi come si chiamava la mamma?" insistevo. Ma con l'unico risultato di confonderlo ancora di più, di intorcinare i suo pensieri, di farlo vergognare, arrabbiare a sua volta e farmi scaricare addosso una lunga sequela di parole oscene, bestemmie che mai avevo sentito dire da lui, auspici che mi cogliessero malattie gravi e mortali.  Per un po' è andata avanti così. Ed è stato il periodo più difficile. Cercavo di spiegargli che Fabio Fazio, che vedeva in televisione, non era un suo vecchio collega di lavoro, come poteva esserlo, non vedeva quanto era più giovane? Che la barba si fa con la schiuma da barba, appunto, e non col dentifricio, che quando si va al bagno si chiude la porta, che le pasticche per la lavastoglie non sono zollette di zucchero, che i cibi che sono nel congelatore sono crudi e non vanno addentati ancora gelati, che quell'uomo che si aggirava per casa e che aveva minacciato col coltello per il pane, non era un ladro, ma il mio compagno.  
Naturalmente fu tutto inutile. Io mi sfinivo nella mia frustrazione, lui si confondeva ancora di più, mi malediceva, appena giravo le spalle mi faceva le corna e mi augurava, parlando in dialetto stretto, che solo io capivo, che mi venisse un cancro o un accidente. A me, che sono la persona che più ha amato nella sua vita.  A insegnare la strada giusta sono stati i bambini.Erano così divertiti da quella sequela di parolacce in un dialetto che nessuno riusciva a capire, dato noi abitiamo in un'altra regione, che ne fecero un codice segreto, ne adottarono la sonorità e ne realizzarono anche degli slogan che poi, più tardi, sono finiti anche su facebook e sui desktop dei telefonini: Keep calm and cut vegna un azident (che ti venga un accidente). Ho capito che mi dovevo arrendere. Che dovevo accettare la malattia di mio padre, ma, soprattutto, come questa malattia lo stava trasformando. Che, comunque, era una esperienza di vita che andava affrontata al meglio e che, tra la possibilità di non avercelo per niente o di avercelo in percentuale variabile e altalenante, era meglio la seconda ipotesi. Anzichè provare a cambiare lui, è stata la casa e sono state le nostre abitudini a modificarsi, man mano che la malattia gli minava il corpo, la mente, le emozioni. Sono spariti i coltelli, detersivi e pastiglie per la lavastoglie sono stati messi sotto chiave, Fabio Fazio è stato a tutti gli effetti e da tutta la famiglia riconosciuto come il suo collega di lavoro, operaio metalmeccanico miracolato dalla Rai, abbiamo imparato a rassicurarlo sul fatto che nessuno gli aveva portato via i suoi polli e la sua carrozza con i cavalli, e dato delle soluzioni alle sue ansie: i polli e i cavalli non li vedeva perchè erano nella stalla. Al congelatore è stato messo un chiavistello, (che lui è comunque riuscito a scassinare, arrivando a mangiare otto supplì crudi e congelati nel giro di pochi minuti), poi sostituito con dello scoth trasparente, perchè se la forza nelle mani è rimasta a lungo, l''abilità per fare piccole operazioni di precisione, invece, se n''è andata prima. Alle scale interne è stata messa una ringhiera in più,a sostegno del suo passo più incerto. Abbiamo imparato a riconoscere, da alcuni segnali, le giornate buone, anzi, le ore buone da quelle cattive. Un giorno, mentre i bambini ripetevano la poesia "San Martino", di Giosuè Carducci, ci siamo resi conto, stupiti, che il nonno la sapeva ancora a memoria e la ripeteva con loro. E'' stata una festa e quella poesia, è stata, a lungo,il segnale per capire se il nonno stava bene. Ho imparato a riconoscere le sue crisi improvvise di pianto, che, a volte, lo svegliavano anche di notte.Erano i ricordi.
 Attraversavano la sua memoria come improvvise palle di fuoco dall''origine e dalla traiettoria sconosciute, senza che lui riuscisse a collocarli, a dare una dimensione. Lo scuotevano, gli facevano riprovare il dolore per il padre morto o ricoverato in ospedale, come era effettivamente accaduto,e non c''era possibilità di consolazione. Poi passavano, all''improvviso, come le code imprecise e impalpabili dei fuochi artificiali, per non riaccendersi più. E, oggi, sembrano spenti del tutto. 

 

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