Le parole degli altri
Vanna Ugolini

Vanna Ugolini

Venerdì, 07 Agosto 2015 17:30

Se c'è. Una (allegra) storia di Alzheimer/2

2.Busta numero due. Tre indizi fanno una prova, ma, se ancora non ci vuoi credere, ci vuole la Tac. Bisogna rigirarsi fra le mani quel rettangolo nero chiazzato di bianco, seguire i percorsi che il medico fa con la penna sulla foto del cervello di tuo padre, sorridere a lui dicendo che va tutto bene, mentre quel foglio nero dice che va tutto male, anzi che è proprio l'inizio della fine, perchè i tuoi pensieri non abbiano più vie di fuga.
 Va bene, è finita. Mio padre ha l'Alzheimer, voraci placche bianche che mangiano il cervello e digeriscono, sputandoli nel nulla, ricordi, emozioni, amore, odio. Tutto quanto. "Per favore, può aspettare un attimo, dottoressa? Devo andare al bagno". Ed è lì dentro, in quello spazio osceno diventato rifugio, che ti lasci andare al dolore, scivoli lungo la parete di mattonelle bianche e capisci cosa vuole dire sentirsi disperate. Poi esci, sei di nuovo concentrata. Come è possibile? E adesso cosa si fa?
L'Alzheimer, mi spiegò la dottoressa è una malattia che comincia senza dare segnali. "Noi usiamo il nostro cervello in minima parte. Quando una zona si ammala, inizialmente cerchiamo di compensare il black out di questa zona. Questa compensazione, però, non può andare avanti all'inifinito". Già, prima o poi lo spazio per i pensieri si restringe. "Molto spesso questa malattia si manifesta quando la persona ha subito uno shock". In effetti mio padre, che era vedovo, ma già da parecchi anni, aveva subito il lutto di un parente che gli era molto caro pochi mesi prima che la malattia si manifestasse: il parente gli era praticamente morto tra le braccia mentre gli stava facendo visita in ospedale e mi aveva raccontato che questa esperienza l'aveva particolarmente provato.   Ma adesso, cosa fare?  Come sempre succede, quando sei di fronte a una scelta da cui dipende la tua salute o quella di qualcuno a cui vuoi bene, comincia il pellegrinaggio fra i medici. C'è quello che ti propone una cura per rallentare gli effetti dell'Alzheimer. Bene, perfetto, si può fare. Poi ti rendi conto che è una cura per la quale devi firmare un consenso in cui dichiari di essere consapevole di tutti gli effetti collaterali che questa può provocare e che la cosa meno grave che potrebbe succedere è l'ictus. C'è il medico che ti dice che quelle sono medicine per i parenti più che per i pazienti: per l'Alzheimer non c'è cura, se voglio me le può segnare, ma più che bene al malato, in realtà, lo farebbero a me, alla mia frustrazione e al mio senso di impotenza. Allora, come faccio a prendermi una responsabilità del genere? Cosa scelgo, la speranza che qualcosa si possa, perlomeno rallentare la malattia? Affrontare la realtà per come è, senza vie d'uscita?
In realtà, una via d'uscita c'è sempre, per quanto scomoda. Cosa avrebbe scelto mio padre se fosse stato lucido? E, allora, le decisiona diventa più facile. Busta numero due, dottoressa. Niente medicine. Affronteremo la malattia solo con lo stretto necessario che servirà per curare i sintomi del decorso, affronteremo questo alieno che è entrato nel cervello di mio padre con la musica, la ginnastica, le emozioni.  Ci vorrà un po' di tempo, però, prima di trovare il giusto equilibrio e prendere le giuste contro l'alieno.
 3. Acrobati. Tutti i parenti che si prendono cura dei malati di Alzheimer imparano a diventare acrobati. Ad arrivare a sera ogni giorno inventandosi soluzioni ai tanti imprevisti che ogni giornata riserva. Si può dire che ogni malato sia un caso a sè, ma ci sono degli elementi in comune, delle fasi che, prima o poi, ogni malato attraversa. Intanto, non si sa mai che decorso può avere la malattia. Non si può mai prevedere quanto sia devastante, lunga, quanto arrivi a scavare dentro la mente, quanto conceda di benessere. A volte ci sono periodi di tregua, durante i quali il malato ha un comportamento abbastanza costante e prevedibile (ma anche in questo caso, l'imprevedibile è sempre dietro l'angolo), altre volte ci sono periodi in cui ogni giorno è un giorno diverso. In alcuni casi la persona malata cambia completamente il carattere, in altri alcune caratteristiche di base restano, quasi tutti attraversano una fase di aggressività, che può diventare molto pericolosa sia per il malato sia per i familiari, quasi tutti, soprattutto gli uomini hanno fasi in cui la sessualità è esperata. All'inizio in mio padre la malattia sembrava essere clemente. Riusciva ancora a tenere la casa e a cucinare, anche se io avevo il terrore che potesse succedergli qualche incidente con il gas. Così, abitando a duecento chilometri di distanza da lui, decisi di mettere in atto tutta una serie di accorgimenti per la sua sicurezza. Intanto fu affiancato da una badante che passava con lui diverse ore ogni giorno. La badante, poi aveva il compito di lasciare dei pasti pronti in modo che, anche se avesse avuto fame quando lei non c'era, non avrebbe dovuto cucinare. Inoltre era lei che gli somministrava le compresse per la pressione alta, in modo che potesse continuare la sua cura regolarmente. Inoltre, dato che mio padre, comunque, passava diversi mesi l'anno da me, quel periodo si sarebbe allungato. I primi cinque-sei mesi dal momento in cui gli fu diagnosticato l'Alzheimer, passarono abbastanza bene. Certo, mio padre aveva cominciato a usare il dentifricio per farsi la barba anzichè per lavarsi i denti e la sua indole tranquilla stava pian piano cambiando. Inoltre, una volta scoprì dove avevo nascosto i resti delle cinque uova di cioccolato che erano arrivate a Pasqua, se lì mangiò tutti. Quando stava con me la situazione era, comunque, abbastanza sotto controllo. Il problema, per me, era quando mio padre stava lontano, con una persona estranea che cambiava spesso proprio perchè alternavamo dei periodi di permanenza da me. Così mi impegnai in nuove acrobazie: coinvolsi i vicini, chiedendo loro di chiamarmi ogni volta che notavano comportamenti strani, coinvolsi il medico di base, chiedendo se, per favore, potesse fare ogni tanto delle visite a domicilio a mio padre. Diedi le chiavi del suo appartamento a persone fidate, perchè potessero entrare se non lo vedavano durante la giornata. Poi c'erano le telefonate quotidiane che, però, diventavano sempre più un'impresa: mio padre cominciava a non rispondere più al telefono.
 Alla fine una telefonata mi arrivò:era quella dell'ultima badante assunta che confessò la sua incapacità a gestire mio padre. Non era in grado di aiutarlo nell'igiene personale, mio padre rifiutava di fare il bagno, a volte non le apriva la porta e lei rimaneva chiusa fuori per diverso tempo. Altre volte non le voleva far pulire la casa nel timore che le rubasse degli oggetti. Sentii la signora esausta e decisi di interrompere le ferie, attraversare mezza Italia e andare a vedere cosa stava succedendo. Era metà luglio, quando arrivai a casa di mio padre lo trovati con la barba lunga, i capelli sporchi, vestito con pantaloni imbottiti e camicia di flanella. Entrai in casa e sentii un caldo insopportabile: c'erano i termosifoni accesi e una temperatura di 42 gradi. Guardai allibita mio padre, che fino a quindici giorni prima era completamente in un'altra situazione, e gli chiesi spiegazione dei termosifoni accesi a luglio. "Ma cosa vuoi che sia, ho dato una scaldatina", mi rispose. Decisi che era troppo: feci le valigie e lo portai a casa con me. In otto mesi la situazione era precipitata al punto tale da non poter più essere seguito da una persona che non fosse di famiglia.
4. Quale allegria. E' così che è cominciata, ormai nove anni fa, la mia vita, la nostra vita quotidiana con un familiare ammalato di Alzheimer. Certamente accostare a questa malattia la parola "allegra" è una provocazione: non c'è niente di allegro in questa malattia che non ha ritorno, in questa corsa, più o meno lenta e contorta verso l'oblio, soprattutto se ne rimangono coinvolte persone ancora molto giovani. La mia è volutamente una provocazione nei confronti del comportamento così diffuso di mettere in un angolo, relegare dalle proprie vite queste malattie come se non ci riguardassero, come se fossero una parte di vita sospesa verso la fine. Sento dire tante volte: "Beh, almeno tuo padre non capisce più nulla, così non soffre".
 Non c'è niente di più sbagliato nel credere che questa malattia sia così. Intanto perchè è un percorso per molto versi sconosciuto: quando si fa una diagnosi di Alzheimer a una persona, questa è ancora all'inizio della malattia e, quindi, parzialmente consapevole. Nessuno può dire come, in che modo, in quanto tempo questa persona vedrà cancellata completamente la propria personalità fino ad arrivare a vivere in un oblio senza memoria. Mio padre, fino alla fine, ha mantenuto barlumi di consapevolezza. La malattia, in questo momento, ha come lasciato l'assedio alla mente per concentrarsi sul corpo. Gli sta togliendo forze, l'equilibrio, lo sta prosciugando come se quello che mangia, in quantità che sono almeno il doppio di quello che normalmente mangiamo noi adulti, non avesse alcun valore nutritivo.  Ancora oggi ha sentimenti positivi nei miei confronti: non sa se sono sua figlia, sua moglie o una sorella, ma sa che faccio parte della sua vita. Qualche volta riesce anche ad essere felice, perlomeno sorride. E le sue risposte, talvolta, sono così profonde e sagge come non lo erano quando era in sè. Pochi giorni fa, quando ha compiuto 90 anni, ad esempio, gli abbiamo chiesto quanti anni avesse. Di solito lui risponde 38 o anche età più basse, se è tavola coi ragazzi si dà la stessa età di chi gli siede vicino, cosa che suscita l'ilarità dei miei figli e anche dei loro amici che spesso si fermano a pranzo con noi e hanno imparato, come i miei figli, a conoscere e rispettare il nonno. Probabilmente è anche per questo, per le sue risposte buffe, che fanno così divertire ragazzi e bambini, quasi fossero delle battute, che, inconsciamente ho scelto la parola allegria, come provocazione. Dopo avergli ripetuto di riflettere per bene se era proprio sicuro di avere 38 anni, perchè a noi risultava che ne avesse 90, mio padre si è rivolto a me confermandomi che ne aveva 90 e mi ha detto "E' stata una volata", con occhi pieni di malinconia. L''ho sentito presente, per quei pochi istanti in cui mi ha dato quella risposta come prima che si ammalasse.  Il "non capire più niente" è una condizione che io non ho ancora sperimentato e, mi raccontano le operatrici e la dottoressa del centro diurno che mio padre frequenta, che, a volte, anche le persone che sembrano più perse, improvvisamente, hanno attacchi di pianto, come se li cogliesse la consapevolezza della loro condizione. I malati di Alzheimer hanno probabilmente una sensibilità ancora più sviluppata di quella che avevano prima che si ammalassero, ma, probabilmente, non sono più in grado di esprimerla. Soprattutto non è vero che non soffrono, che sono tranquilli. Provate voi a svegliarvi ogni mattina in un luogo che non sapete quale sia, in mezzo a delle persone che non sapete se vi saranno ostili o meno. Senza la certezza che mangerete, che berrete, di avere soldi a sufficienza per pagare il cibo che vi portano in tavola (questa è un'ansia ricorrente di mio padre) o di non sapere valutare con esattezza i vostri comportamenti o quelli degli altri, per cui, ad esempio, una persona che vi passa velocemente vicino perchè, magari, deve andare al bagno, pensate che, in realtà stia scappando, se ne stia andando per qualche vostra colpa, vi lasci solo e non torni più. Io credo che la vita dei malati di Alzheimer sia piena di ansie, di paure che solo un comportamento routinario, un atteggiamento paziente e sorridente nei loro confronti, possa riuscire ad alleviare. Credo anche che ogni giorno un malato di Alhzeimer che si sveglia e ricomincia la sua giornata sia, in realtà, un vero e proprio combattente. Lo vedo ogni mattina, negli occhi di mio padre, quando lo sveglio."Buongiorno. come va? Tutto bene?" E lui, che si sta svegliando e mi rendo conto che in quel preciso istante si sta chiedendo "Chi sono? Dove sono? Cosa mi sta succedendo? Cosa devo fare?" si guarda intorno, ascolta la mia voce e cerca dentro di sè, da qualche parte nel suo intimo, la forza di ricominciare una giornata, di dirmi "Tutto bene". So che un giorno quel "Tutto bene" finirà, perchè fa sempre più fatica a rispondermi, perchè vedo questo continuo consumarsi del suo corpo - è diventato più basso, magrissimo, la schiena gli ha cominciato a fare un angolo nel giro di pochi giorni e ora, per mantenere l''equilibrio, cammina molto piegato - ma, intanto mi godo questa tregua e cerco di essere all''altezza di un combattente come lui. Va tutto bene.  
 
Venerdì, 07 Agosto 2015 16:38

Se c'è. Una (allegra) storia di Alzheimer/1

In questa parte del sito raccolgo la testimonianza, raccontata in prima persona, di una famiglia che convive con un familiare ammalato di Alzheimer. Alcuni particolari sono modificati rispetto alla realtà per tutelare la privacy della persona ammalata. la storia, però, è reale e può essere spunto di riflessione su una delle malattie a più ampia diffusione degli ultimi anni, sui riflessi che questa può avere nelle dinamiche di una famiglia ma, anche, su concetti più alti che vanno, forse, a mettere in discussione concetti filosofici o psicanalitici.

Introduzione.Considero l''Alzheimer, la malattia che ha colpito mio padre nove anni fa, come l''ultimo regalo che lui sta facendo a tutti noi. So di essere stata, in un certo senso, fortunata: mio padre si è ammalato in età avanzata, quando, ormai, aveva vissuto serenamente gran parte della sua vita e il decorso della sua patologia è un lento consumarsi che, giorno dopo giorno, cerchiamo di gestire al meglio. Ci sono persone molto più giovani di mio padre che sono devastate dalla malattia, hanno comportamenti aggressivi nei confronti degli altri o autolesionistici, non riconoscono nessuno dei familiari e cambiano carattere: in questi casi le famiglie sono, a loro volta, devastate sia dal punto di vista emotivo sia da quello organizzativo e della vita quotidiana e rischiano di avere problemi economici.

 Quando viene diagnosticato l''Alzheimer a una persona a cui vuoi bene ti rendi conto che il tempo sta finendo e non ci puoi più fare nulla. Quello che hai dato a quella persona è tutto quello che hai potuto darle nella tua vita, un capitale che non sai in quanto tempo e modo verrà consumato. E'' un dolore a cui non ti puoi sottrarre.   La prima reazione che ho provato quando ho avuto la diagnosi di Alzheimer è stata quella di stampare centinaia di pagine dai vari siti per capire in cosa consistesse la malattia. Ben presto, però, ho buttato via tutto. Non volevo conoscere, non volevo sapere, almeno non tutto in una volta. L''unica cosa che ho voluto tenere a mente è stato che la malattia ha un decorso imprevisto e imprevedibile, nonostante alcuni "temi" siano ricorrenti. E che non c'è cura. E poi non mi sono voluta disperare. Non prima del tempo, almeno: mio padre non avrebbe approvato. Ho trovato un passo leggero per camminargli a fianco perchè, appunto, ho considerato l''Alzheimer come l'ultimo regalo che mio padre ci faceva. Anzi, più di uno. Potevamo fargli passare l''ultima parte del suo percorso in compagnia e con dignità. Potevo ricambiare quello che lui avevo fatto per me (e questa non è una cosa di poco conto nel bilancio di una vita). Poteva insegnare a tutti, in famiglia, soprattutto ai bambini - in questo orribile periodo storico dove si cerca di esorcizzare la morte e la vecchiaia fino quasi ad escluderla, a nasconderla - che la vita è anche questo, un lento trasformarsi e consumarsi, ma che c'è senso - e affetto - anche in quello. Per questo, dopo molto pensare, ho deciso di condividere questa esperienza. Forse il confronto può servire ad rendere un po' più lieve la sofferenza.

Uno. Salsicce. Non dovete preoccuparvi se, a una certa età, cominciate a dimenticare qualcosa, a perdere le chiavi della macchina, a lasciare le luci accese. Finchè vi rendete conto delle vostre dimenticanze, delle vostre smemoratezze, non avete l''Alzheimer. E' quando gli altri cominciano a rendersi conto che non avete più un comportamento razionale, quando gli altri vi guardano perplessi perchè, pur trovandovi davanti all'interruttore della luce non siete in grado di spegnerla o accenderla, che cominciano i problemi. A quel punto, però, sarete voi a non rendervene conto e a trovare normale il fatto di non riuscire a spegnere la luce. Mi sono resa conto che c'era qualcosa che non andava in mio padre, che in quel periodo viveva da solo, quando andai a trovarlo dopo circa un mese dall'ultima volta che ero stata da lui, in quanto ero stata in vacanza e poi avevo avuto degli impegni. Entrai in casa e mi resi conto che in cucina c'era una cattivo odore molto forte. Mi guardai intorno, cercai ovunque fino a quando non mi resi conto che in frigorifero c''era una confezione di salsicce comprate circa un mese e mezzo prima. Una cosa mai successa prima: mio padre era un uomo molto preciso e meticoloso. Non pensai all'Alzheimer, ma sicuramente dentro di me, mio malgrado, un campanello d'allarme era suonato. Così comincia a cercare in casa se vi fossero delle altre anomalie. C'erano. Le bollette della luce e del gas erano tutte scadute da diverso tempo e mio padre stava andando avanti con la luce depotenziata, senza rendersene conto, ovviamente, perchè, vivendo solo, non superava mai la soglia di potenziale elettrico che faceva staccare la luce. Anche questa era una cosa mai successa prima.

Provai a dirglielo e lui cominciò a minimizzare. Le salsicce le aveva prese in attesa dei nipoti, che poi non erano arrivati. Per quanto riguarda le bollette, invece, aspettava di averne un po' per andare a pagarle. Mi accontentai di queste giustificazioni, per non voler subito pensare ad altro, ma, intanto, feci l''addebito bancario per i pagamenti e mi riproposi di seguire più da vicino quelle che cominciavano ad essere delle stranezze. Non mi ci volle molto per capire che i miei dubbi erano più che un sospetto quando andai al bar che lui frequentava e la barista mi prese da parte dicendomi che mio padre, pochi giorni prima, aveva detto delle frasi senza senso, sostenendo che una donna era entrata in casa sua passando dalla porta chiusa. Tre indizi, ahimè, sono una prova.

Letto con piacere e interesse: un intervento della pubblicitaria Annamaria Testa su "L'internazionale" . Riguarda i rischi di creare stereotipi:

http://www.internazionale.it/opinioni/annamaria-testa/2013/07/08/la-minaccia-dello-stereotipo/

 Una proposta di legge che incrocia l'esigenza di salvaguardia e recupero dei numerosi terreni e immobili agricoli, sia pubblici che privati, che attualmente non sono utilizzati, con l'esigenza  di offrire opportunità lavorative e imprenditoriali al grande numero di giovani agricoltori che incontrano difficoltà spesso insormontabili nell'avviare la propria attività: è stata presentata stamani, a Palazzo Cesaroni, in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte il proponente Oliviero Dottorini, capogruppo regionale dell'Italia dei Valori, ed i partner che la stanno promuovendo su buona parte del territorio nazionale (già presentata in Liguria, Lazio, Puglia e Sardegna), ovvero l'Associazione italiana agricoltura biologica, la Cia e il Partito Sinistra ecologia e libertà, che nell'Assemblea legislativa dell'Umbria non ha rappresentanti ma ha trovato l'appoggio del consigliere Dottorini. <Con tale proposta – ha spiegato Dottorini - si intende consentire di rendere produttivi beni immobili agricoli o a vocazione agricola, attualmente inutilizzati, assegnandoli a giovani agricoltori a condizioni agevolate.
Priorità nell'assegnazione viene riconosciuta ad attività che rivestono una particolare valenza dal punto di vista ambientale e sociale. Nel particolare si tratta di agricoltori al di sotto dei 40 anni che intendano praticare prioritariamente sistemi di produzione agricola biologica, vendere prodotti agricoli di qualità direttamente ai consumatori finali o ai gruppi di acquisto solidale, praticare l'agricoltura sociale o costituire fattorie didattiche. Un piccolo atto simbolico – ha detto – per riportare la politica con i piedi per terra e dare risposte concrete a tanti giovani agricoltori che non hanno accesso alla terra, pur essendovi tanti terreni incolti sul territorio regionale, dopo che intere generazioni sono state saltate ed è venuto a mancare il ricambio generazionale>.
 
Entro 180 giorni dalla sua approvazione, la legge prevede che la Giunta predisponga un inventario di tutti i beni immobili agricoli o a vocazione agricola inutilizzati presenti sul territorio regionale, che sarà allegato al Programma di politica patrimoniale della Regione. Quest'ultima, con propri atti, cede in locazione ai giovani agricoltori una quota non inferiore al 50 per cento dei propri beni inseriti nell'inventario. La locazione avverrà con canoni d'affitto simbolici per i terreni marginali e poco redditizi, canone simbolico che comunque varrà per tutti i terreni per i primi 5 anni, dopo di che verrà fissato in base alla stipula di contratti agrari, quindi a canoni inferiori a quelli di mercato. Entro 6 mesi anche i Comuni provvedono a censire i propri beni immobili agricoli, pubblicandoli nell'Albo pretorio.
Sono previsti aiuti economici per i giovani agricoltori che si insediano su terre pubbliche senza aumenti della spesa pubblica regionale ma con quota del Fondo speciale per la valorizzazione del patrimonio immobiliare. Inoltre, tramite la finanziaria Gepafin, si intende agevolare l'accesso al credito dei giovani agricoltori, indispensabile anche per aderire ai programmi regionali vigenti nel Piano di sviluppo rurale.
La legge interessa anche i terreni privati abbandonati o incolti, prevedendo che entro 3 mesi dall'entrata in vigore, la Giunta provveda al rinnovo o alla costituzione delle Commissioni provinciali incaricate di individuare tali terreni. Nei dodici mesi successivi la Giunta dovrà individuare le aree agricole private suscettibili di nuova utilizzazione e i criteri per l'assegnazione e l'utilizzazione. Tale procedura è consentita dalla legge 440 del 1978, pur essendo stata poco attuata.
 
Alla presentazione della proposta di legge sono intervenuti Vincenzo Vizioli dell'Aiab, Fabio Barcaioli di Sel e Claudio Santi dell'associazione “Umbria migliore”, di cui Dottorini è presidente, e che si propone in un ruolo di raccordo dei giovani agricoltori che intenderanno accedere alle possibilità offerte dalla stessa. Sono stati sottolineati i dati che spiegano l'esigenza di invertire un trend assai preoccupante dell'agricoltura italiana: solo il 3,9 per cento dei conduttori agricoli ha meno di 40 anni e risultiamo essere lo stato europeo con il più basso ricambio generazionale, insieme al Portogallo.
 
Il più alto ostacolo all'insediamento di giovani nell'agricoltura è l'elevato costo di acquisto e affitto dei terreni. In Umbria le aziende agricole sono diminuite dal 1982 al 2010 di 22mila 500 unità, delle quali più di due terzi, 15mila 542, sono state chiuse nel decennio 2000-2010. Il calo della superficie agricola utilizzata è più accentuato della media nazionale, raggiungendo il 10,8 per cento. I giovani imprenditori sotto i 35 anni sono appena il 4,42 per cento del totale (dati aggiornati al 2010).

Una voce fuori dal coro quella del presidente di ECPAT-Italia, Marco Scarpati, in seguito alla sentenza di primo grado a 7 anni e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi. I reati sono concussione per costrizione e prostituzione minorile nell'ambito del "processo Ruby". 

Un minore è una persona che non ha ancora compiuto 18 anni. Per le Convenzioni internazionali e per la legge italiana, un minore è un bambino. E come tale va sempre tutelato. Avere rapporti sessuali a pagamento con una minorenne è un reato. Sempre. Che la minorenne abbia 10 anni o che ne abbia sedici.
Lo è non per motivi moralistici (i minorenni che abbiano compiuto 14 anni possono dare un valido consenso a ogni tipo di rapporto sessuale) ma perché la dazione di danaro o di altra utilità rende merce il minore, lo rende debole di fronte a somme che possono inquinare la sua capacità di resistere e di dare un consenso.
Mercificare una minorenne, darle un prezzo e poi pagarlo, renderla partecipe di giochi erotici ai quali, proprio per la forza inquinante del consenso che è rappresentata dai soldi, non è detto sappia sottrarsi, è un reato ovunque nel mondo. In Italia lo è grazie ad ECPAT, che propose il primo progetto di legge, e al Parlamento che, più volte e con maggioranze assai diverse, ha sancito, dal 1998, che i minori vanno tutelati dallo sfruttamento sessuale.
Ieri, in un’aula di Tribunale, abbiamo sentito ribadire tale principio.

Assisteremo nei prossimi giorni a fiumi di parole sulla mancanza di vittime reali e sul fatto che la minorenne alla base del processo fosse già su una cattiva strada. I commenti fuori dall’aula erano spesso di cattivissimo gusto sulla minorenne.

I minori vanno sempre tutelati, anche quando non lo richiedono, anche quando si ha l’impressione che loro non vorrebbero alcuna tutela. Anche contro la loro volontà, se necessario. Vanno protetti anche quando non vogliono vestire gli abiti della vittima. Eppure lo sono: se cancelliamo dai nomi la storia che abbiamo vissuto in questi anni, stando alla sentenza, una minorenne, proveniente da una famiglia povera e di immigrati, è stata fatta oggetto di attenzioni illecite e mercificata. Il tutto mentre era lontana da chiunque potesse e dovesse proteggerla. Anzi: facendosi giuoco delle normative a sua protezione.

E poi: perché ospitare in casa propria una minorenne senza reindirizzarla alla sua famiglia o agli organi competenti alla sua protezione?
Ecco perché speriamo che la condanna di ieri serva da ammonimento a chiunque si appresta a vacanze durante le quali dimenticherà i diritti dell’infanzia, ovvero ai troppi che continuano a pensare che “certe ragazzine, certe cose se le sono proprio volute”. O che “in fin dei conti era quasi maggiorenne”.

La protezione dei minori dallo sfruttamento sessuale non è uno scherzo, e noi lo vediamo ovunque operiamo, ovunque dobbiamo combattere contro le battute, lo scherno o, peggio, contro la criminalità che da questa follia guadagna tanti soldi.
L’induzione alla prostituzione di una minorenne è un reato grave. Sempre.

Pubblichiamo il resoconto dell'iniziativa del Siulp Umbria insieme all'associazione Margot, per attuare una serie di iniziative che diano risposte concrete per arginare il fenomeno della violenza alle donne

 

"Novantatre poliziotti delle questure di Perugia e di Terni hanno aderito, il giorno 25 u.s. al corso di formazione , che si è tenuto alla questura di Perugia, per acquisire strumenti e conoscenze che li rendano maggiormente in grado di affrontare le richieste d'aiuto da parte di donne vittime di violenza.

 

Un primo concreto passo, voluto dalla  Questura insieme all'associazione No Profit Margot,  una rete di esperti impegnati nella lotta contro la violenza di genere e ogni altra forma di discriminazione, nella direzione di mettere in atto una serie di interventi e di buone prassi da parte di tutte le parti sociali, per affrontare il problema della violenza alla donne che drammaticamente colpisce anche l'Umbria. 

I

l seminario è stato tenuto dalla prof.ssa  Giannini  Anna Maria , Direttore dell’Osservatorio sulla legalità e la sicurezza e ordinaria di psicologia  all'Università La Sapienza di Roma, dalla Dott.ssa Francesca Baralla  psicologa dell’Univesità La Sapienza ed dal Dott. Angelo Biondo della Direzione Centrale di Polizia Criminale, è stato strutturato con una serie di interventi che hanno riguardato le dinamiche psicologiche che favoriscono la violenza in  famiglia e  l’approccio degli operatori delle Forze dell’Ordine con persone che hanno  subito violenza.

 

Nel pomeriggio l'evento, organizzato dal Siulp Umbria e dall'associazione Margot ,si è aperto alla cittadinanza, trasferendosi alla sala Goldoniana dell'Università per Stranieri con un convegno a cui hanno partecipato il rettore prof. Giovanni Paciullo il Questore di Perugia Dott. D’angelo Nicolò la Prof.ssa Anna Maria Giannini ed il Dott. Angelo Biondo.

 

Il tema della violenza alle donne è stato declinato in ogni suo aspetto. Comunicazione e consapevolezza le parole d’ordine per combattere e sconfiggere il fenomeno. Durante tutti gli interventi è stata evidenziata la necessità di mettere in atto una serie di interventi di prevenzione che vanno da corsi che aiutino le donne ad acquisire la consapevolezza del proprio valore e a dare loro la forza di denunciare episodi di violenza di cui possono essere vittime, alla rialfabetizzazione dei giovani e giovanissimi in un'ottica di genere.

 

Per quanto riguarda, invece, le modalità con cui affrontare l'emergenza del fenomeno della violenza alle donne, le tante richieste di aiuto e far emergere un sommerso che sicuramente esiste, il convegno si è concluso con la richiesta di costituire una filiera virtuosa che coinvolga istituzioni, associazioni, parti sociali interessate a lavorare insieme per dare risposte efficaci alle donne che fanno richiesta. Della filiera dovrebbero far parte le forze dell'ordine, che vanno formate per dare risposte più efficaci alle richieste d'aiuto delle donne in difficoltà, il Pronto soccorso, con la costituzione di un Codice rosa, una sorta di codice riservato alle donne che arrivano al Pronto soccorso con lesioni, il cui trattamento va fatto da personale specializzato in grado di capire quale sia la reale origine del danno fisico riportato dalla donna, il reparto di Ostetricia e Ginecologia, i medici di base, la stessa magistratura, per la costituzione di un pool di magistrati specializzati in indagini che riguardino maltrattamenti e violenze in famiglia. 

 

Il Siulp e l'associazione  Margot si impegneranno per collaborare con tutte le istituzioni, associazioni e parti sociali che vorranno lavorare in questa direzione

Nell'ambito della candidatura di Perugia a capitale europea della cultura l'associazione Città delle Meraviglie ha presentato due progetti: La cultura della sostenibilità e Dalla città della Domenica alla città dei ragazzi d'Europa, a firma dell'architetto Francesco Masciarelli e di Vanna Ugolini.

Di seguito la bozza del secondo progetto.

 

Dalla città della Domenica alla città dei ragazzi d’Europa

 

La nostra proposta di progetto per la candidatura di Perugia a capitale della cultura parte da alcune riflessioni personali, dall’esperienza maturata, dalla lettura di saggi e studi sulla condizione giovanile in Umbria e dalla considerazione della storia recente della città di Perugia.

Il progetto qui non potrà che essere esposto in termini generali, tenendo conto che si tratta di un primo passo in direzione della candidatura e va considerato come esempio strutturato di una serie di idee e riflessioni maturate per la stesura di questo documento.

 

Il perimetro entro il quale cui viene elaborato il progetto è delimitato dalle indicazioni presenti nel bando di candidatura mentre la parola chiave “coesione” viene utilizzata come una sorta di bussola.

 

Il progetto terrà quindi in considerazione i seguenti parametri:

1. La dimensione europea

2. Il metodo partecipativo

3. La dimensione generazionale

4. La progressione nella realizzazione

5. L’incisività nel tessuto sociale cittadino

6. La possibilità di continuare a realizzarlo anche dopo il 2019

 

Analisi

Perugia è stata una città pioniera nell’accoglienza dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze nell'elaborare metodi pedagogici applicati nelle scuole improntati sui principi della non violenza, dell’integrazione, della crescita equilibrata e consapevole delle giovani generazioni. Lo stesso Aldo Capitini, filosofo, sulle cui gambe hanno camminato in Italia le idee non violente gandhiane, era anche un educatore.

 

A tal proposito un cenno a cosa ha rappresentato il centro per l’infanzia il Tiglio, diretto per più di trent’anni da un pedagogista come Francesco Parroni, non a caso discepolo di Capitini, per intere generazioni di perugini, ma anche per i tanti stranieri che sceglievano Perugia come città in cui studiare e poi continuare a vivere. Il Tiglio è stato molto più che un centro per l’infanzia: un vero laboratorio creativo, di crescita e integrazione non solo per i bambini che lo hanno frequentato, ma anche punto di riferimento per gli stessi genitori. Il “metodo Parroni” non ha niente da invidiare al metodo Montessori e nemmeno al metodo applicato al famoso asilo Diana di Reggio Emilia: sarebbe bastato strutturarlo e far diventare materiali didattici gli strumenti utilizzati dai ragazzi e il “metodo Parroni” sarebbe diventata un marchio “Educazione a misura di bambino” di cui il Comune di Perugia, giustamente, si sarebbe potuto fregiare.

A metà degli anni ’90 Francesco Parroni, insieme ad altri esperti, ciascuno con le proprie competenze, aveva poi contribuito a disegnare una sorta di “Città dei ragazzi e della ragazze” che prevedeva – in sintesi – una riappropriazione del centro storico da parte dei più giovani. Percorsi a piedi o con piccoli trenini elettrici per poter arrivare da soli a scuola, le piazze come luoghi aperti in cui svolgere attività ludiche, i parchi intorno alla città trasformati in piste da mountain bike o luoghi in cui fare attività sportiva all’aperto. Il progetto fu solo in parte attuato e durò, purtroppo, lo spazio di pochi mesi, (furono attuati i primi percorsi a piedi dai parcheggi intorno all’acropoli alle scuole e poco altro), poi fu abbandonato, non certo per problemi economici. (I costi erano irrisori). Se pensiamo a chi è in mano oggiAggiungi un appuntamento per oggi il centro storico di Perugia, ci possiamo rendere conto di quanto fosse lungimirante il progetto.

 

Parallelamente Perugia era conosciuta in tutta Italia, per lunghi anni, per la città della Domenica, un luogo di incontro e svago per le famiglie e i ragazzi che quest’anno compie 50 anni, il primo parco tematico nella storia d’Italia. Un luogo fortemente innovativo, voluto da Luisa Spagnoli, che, fra l’altro, aveva creato probabilmente il primo asilo aziendale della storia italiana nella propria azienda. OggiAggiungi un appuntamento per oggi il parco, pur essendo ancora una realtà importante cittadina, non ricopre più la funzione che aveva un tempo.

 

Tra le esperienze destinate ai bambini e ai ragazzi che rimangono oggiAggiungi un appuntamento per oggi, va segnalata quella portata avanti da Francesca Rossi, musicista, che, all’interno dei progetti musicali che il Comune supporta dentro le scuole e attraverso l’attività della sua scuola di musica, riesce a coinvolgere centinaia di ragazzi delle scuole materne ed elementare intorno a progetti musicali importanti, aprendosi anche a tematiche sociali e ambientali: quest’anno va segnalata l’iniziativa che porterà in Umbria la scienziata Jane Goodall.

 

Ci sono poi iniziative legate alla divulgazione scientifica di buon livello (Post, Psiquadro, Festival della scienza) mentre per i più piccoli rimane un punto di riferimento importante il festival delle figure animate.

 

Il clima sociale è comunque profondamente cambiato, negli ultimi quindici anni l’aumento della presenza della criminalità e la diffusione della droga hanno vista Perugia raggiungere primati assolutamente negativi. La restrizione delle risorse da destinare al sociale e alla cultura ha portato inevitabilmente a abbassamento del livello dei servizi e delle iniziative. Un situazione che, inevitabilmente, non ha potuto non avere conseguenze sulla condizione giovanile.

A tale proposito faccio riferimento, come background, a due testi fra gli altri. Una ricerca Aur, condotta dalla sociologa Cecilia Cristofori, sulla condizione degli adolescenti in Umbri e al recentissimo testo del professor Ambrogio Santambrogio, La normalità deviante, che mette in relazione una analoga ricerca fatta nel 1994 e una condotta lo scorso anno, su un campione significativo di giovani umbri e il loro rapporto con le sostanze stupefacenti.

E’ evidente che esiste la necessità, da parte delle istituzioni, per quanto di loro competenza, di tornare a farsi carico delle nuove generazioni che sembrano molto più smarrite davanti alla molteplicità di eventi e di stimoli a cui sono sottoposte e che rischiano di trovarsi con troppa facilità a contatto con situazioni pericolose (spaccio diffuso), come si evince anche dalle ricerche sovracitate.

 

Proposta

La proposta si struttura in due parti:

1. Cittadini consapevoli

2. Cittadini creativi

 

Cittadini consapevoli

 

L'idea che sta alla base di questo progetto è quella di una rialfabetizzazione dei più giovani su valori e temi sociali, in particolare quelli che riguardano la violenza di genere e le dipendenze (tossicodipendenze, dipendenze da gioco etc) .

 

In questa direzione lavora, ad esempio, l’associazione Libera, con tre giornate l’anno dedicate al temi diversi che vertono, comunque sull'importanza del rispetto delle regole e sulla consapevolezza dei propri diritti e coinvolgono un numero elevato di studenti.

Queste giornate prevedono l'incontro con esperti e professionisti e l'elaborazione di lavori fatti dagli studenti che vengono poi presentati durante le tre giornate. Analogo lavoro viene fatto dalla Provincia, sui temi della legalità, con il progetto "Battiti di legalità".

 

Questo modello potrebbe essere approfondito, anche con il coinvolgimento di più competenze ed esteso a un numero più alto di studenti e di giovani, attuato in maniera strutturata e continuativa lavorando ogni anno su temi diversi, dallo sfruttamento della prostituzione alla violenza alle donne, dalla tossicodipendenza alla dipendenza da gioco e così via. I progetti devono essere calibrati a seconda dell'età dei ragazzi: l'idea di base è che un ragazzo, dalle scuole media alle superiori, ad esempio, possa fare un percorso extra curriculare che lo aiuti a diventare un cittadino consapevole sugli argomenti trattati. Alcuni temi sono già trattati nelle scuole, che possono senz'altro essere cooptati e integrati all'interno di una progettualità di più ampio respiro.

E' necessaria, naturalmente, la collaborazione dell'Ufficio scolastico provinciale, perchè le scuole hanno in questo progetto un ruolo da protagoniste.

E' importante avere la consapevolezza che è necessario fornire strumenti moderni e il più completi possibili ai ragazzi e alle ragazze per poter interpretare la complessità della società in cui vivono e in cui diventeranno adulti.

 

Gli strumenti da utilizzare potrebbero essere i più vari: conferenze incontri con gli esperti, produzione di filmati prodotti dagli stessi ragazzi, blog.

 

Il lavoro svolto durante l’anno potrebbe confluire in una o più giornate in cui i lavori svolti vengono presentati alla città, con la premiazione di quelli risultati più interessanti da una giuria di esperti e anche la creazione di materiale sempre fruibile on line.

 

L'esperienza potrebbe facilmente allargata a livello europeo per il 2019.

 

Cittadini creativi

 

Questa parte del progetti prende le mosse dalla considerazione della necessità di dare strumenti, luoghi e opportunità ai giovani per poter esprimere la loro creatività e il confronto con adulti portatori di valori e abilità.

L'idea è quella di organizzare un sorta di festival delle arti, un appuntamento e un luogo in cui i giovani trovino da un lato la possibilità di esprimersi liberamente, dall'altro di confrontarsi alla pari con protagonisti del mondo della cultura intesa in senso lato.

I temi che potrebbe trattare il festival potrebbero essere:

la musica, la danza, la pittura, le arti figurative, le web arti, il giornalismo, la scienza, la filosofia, la letteratura, dal fantasy all'horror al noir al fumetto, e così via.

 

Ogni anno potrebbe sviluppare uno di questi argomenti, che poi, nel 2019 sarebbero tutti rappresentati insieme in una sorta di festival dei saperi.

Durante il festival i giovani potrebbero avere un ruolo di fruizione ma anche attivo: ad esempio potrebbero assistere a spettacoli ma anche fare spettacolo, potrebbero ascoltare esperti ma anche confrontarsi sul campo con loro.

E l'evento nel 2019 potrebbe essere allargato ai giovani europei, con un confronto e un incontro di livello internazionale.

 

Nemmeno per quanto riguarda questi temi Perugia è all'anno zero. Ci sono tanti festival, da quello del giornalismo a Immaginario festival, a Perugia Comics, a Umbrialibri ai tanti eventi musicali che potrebbero rappresentare un punto di partenza per quanto riguarda il know how e i contatti da cui partire. In questo modo si creerebbe una continuità con gli eventi già organizzati in città, letti in altra chiave e una narrazione degli stessi in prospettiva generazionale. Inoltre i giovani si approprierebbero dei luoghi, - sale, piazze, vie, palazzi, biblioteche - ricucendo così anche le fratture urbane presenti sul territorio.

Anche in questo caso le scuole potrebbero essere coinvolte ma la manifestazione avrebbe un respiro più ampio e meno istituzionale, pur mantenendo un alto valore culturale. 

Nell'ambito della candidatura di Perugia a capitale europea della cultura l'associazione Città delle Meraviglie ha presentato due progetti: Dalla città della Domenica alla città dei Ragazzi d'Europa e La cultura della sostenibilità, a firma dell'architetto Francesco Masciarelli e di Vanna Ugolini.

Di seguito la bozza del primo progetto.

 

Progetto

La Capitale Europea Della Sostenibilità

  1. 1.Generalità

“L'Unione europea è impegnata a realizzare un'economia a basso consumo energetico che garantisca competitività e sostenibilità. Gli obiettivi prioritari sono la gestione del mercato interno e lo sviluppo di tecnologie ecosostenibili”.

Il progetto prevede una serie di azioni (temi) ed eventi finalizzati alla proposizione di un modello di comunità educata a pensare ed operare secondo modalità sostenibili ed a basso impatto energetico.

Azioni ed eventi nei settori dell’educazione alla sostenibilità ed alla riduzione dei consumi di energia e di risorse, dell’efficientamento energetico, della produzione di energia da fonti rinnovabili, della mobilità sostenibile, verranno attivati e condivisi fino alla dimensione europea.

Il periodi di tempo che ci separa dal 2019 dovrà essere utilizzato per costruire il patrimonio conoscitivo, esperienziale e didattico necessari al progetto, sia attraverso la messa in cantiere di progetti ed opere a ciò mirati, sia attraverso un processo di up-grade del sistema didattico e formativo.

  1. 2.Il progetto ed il sistema di relazioni

-       PROSPETTIVA, il valore della dimensione europea

-       COESIONE URBANA e RELAZIONE, i valori della dimensione del luogo

-       COESIONE SOCIALE, NARRAZIONE e GENERAZIONI, i valori della dimensione sociale

-       CONDIVISIONE

Le azioni avranno una dimensione CONDIVISA, sia per il coinvolgimento attivo dei cittadini come protagonisti e fruitori, sia per la partnership con strutture, operatori ed istituzioni tecniche, scientifiche, culturali ed accademiche del luogo ed europee per il relativo sviluppo.

Le azioni e gli eventi avranno un carattere PROSPETTICO in chiave europea, proponendosi di costituire un punto di riferimento per l’applicazione di modelli operativi nell’ambito della sostenibilità e del risparmio di energia e risorse: visite guidate alle esperienze locali, corsi di istruzione e formazione, attivazione di turismo sostenibile ed a tema, convegni e giornate di studio, percorsi educativi e didattici costituiranno un elemento attrattivo per i cittadini della EU.

Il processo di ricomposizione della COESIONE SOCIALE verrà coadiuvato sia per mezzo della CONDIVISIONE dei percorsi formativi ed educativi ad ogni livello sociale e generazionale, sia attraverso l’attivazione di processi di gestione CONDIVISA di beni e risorse in un’ottica di ottimizzazione e riduzione dei consumi, sia infine per mezzo della creazione di figure professionale ed educative specializzate. Ciò potrà avere ricadute favorevoli sul disagio socio-economico esistente, attraverso la creazione di un indotto lavorativo diretto (le nuove professioni e le nuove imprese) ed indiretto (le attività di supporto) ed il recupero dei dis-occupati e dei sotto-occupati, oltre che per la riduzione, conseguente però anche all’attuazione concreta degli interventi, dei costi di gestione di abitazioni, edifici, aziende e trasporti.

La chiave NARRATIVA prevede che azioni ed eventi comunicati come racconto (anche in forma di spettacolo), vengano usati sia in fase educativa sia in fase dimostrativa o esplicativa.

Ciò anche in un’ottica GENERAZIONALE in modo da adattare il linguaggio, come anche i contenuti tecnici ed educativo-informativi e le relative modalità comunicative, a soggetti di età diverse.

Il processo di ricomposizione della COESIONE URBANA potrà avvenire attraverso azioni mirate, nella fase iniziale del progetto a scopo dimostrativo che poi dovranno divenire parte della politica di gestione (sostenibile) del territorio, ai seguenti scopi:

-       ri-definizione di spazi urbani centrali e periferici marginalizzati (e non) in RELAZIONE alle esigenze legate all’implementazione di mezzi e sistemi per la produzione e lo stoccaggio di energia da fonti rinnovabili previsti nel progetto

-       ri-disegno di edifici e quartieri in RELAZIONE alle attività di efficientamento energetico degli edifici stessi e degli impianti a scala locale

-       ri-definizione di spazi urbani centrali e periferici marginalizzati (e non) in RELAZIONE alle esigenze legate alla mobilità alternativa

-       RELAZIONE tra il progetto stesso ed i progetti e percorsi progettuali di rinnovamento urbanistico presenti e futuri su scala urbana e territoriale (ad esempio il recupero di Monteluce, dell’area dell’ex Carcere di Piazza Partigiani, etc)

  1. 3.Le azioni (temi) – alcuni esempi

Educazione alla sostenibilità ed alla riduzione dei consumi di energia e risorse

Creazione di percorsi educativi e formativi, per utenti ed operatori dei diversi settori interessati, divisi per fasce di età e tipologia/livello di specializzazione. Interscambio con EU nei settori ricerca e formazione

Obiettivi dell’azione.

  1. 1.creare un sentimento diffuso e condiviso della necessità del risparmio di energia e risorse come valore della comunità, come parte del patrimonio educativo civilefamiglia e della scuola, attorno al quale ricostruire una parte delle fila strappate delle relazioni sociali
  2. 2.creare un sistema formativo dedicato unico per ampiezza e specificità dell’offerta, a partire dalle scuole primarie e secondarie (percorso educativo), dal livello della scuola di mestiere (scuola edile, etc) fino al livello accademico e post-laurea, in grado di attrarre studenti dall’Italia e dall’estero (percorso formativo)
  3. 3.creare un bacino di professionisti ed operatori specializzati coinvolgendo giovani e dis-occupati o sotto-occupati del settore edile (e non solo)
  4. 4.incentivare la ricerca specializzata e la formazione di aziende nei vari settori connessi

Efficientamento energetico degli edifici e dei relativi impianti, modalità di gestione condivisa

Premessa.

Il consumo di energia del settore edile nella EU costituisce circa il 40% del totale, di cui il 63% è dovuto al residenziale, mentre le emissioni di CO2 equivalenti relative è del 36% circa (fonte EU Directorate-General for Energy and Transport).

Nella EU a 25 il 14 % degli edifici è stato realizzato prima del 1919, il 12% tra il 1919-1945, il 32% tra il 1946 –1970, il 20% tra il 1971-1980 and il 22% dopo il 1981. Ne consegue che gli edifici europei costruiti dopo il 1945 sono circa il 74% dello stock totale (fonte Boverket & MMR 2005, SUSREF 25.08.2010).

L’efficientamento del patrimonio edilizio esistente è pertanto una delle priorità strategiche della EU.

Obiettivi dell’azione.

  1. 1.riduzione dei consumi di energia e dei costi di gestione degli edifici pubblici e privati, miglioramento della qualità della vita, introduzione di modalità di gestione CONDIVISA dell’energia da parte dei cittadini come contributo alla COESIONE SOCIALE ed ECONOMICA
  2. 2.attraverso gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici attivare un possibile percorso di recupero della COESIONE URBANA
  3. 3.contributo operativo alla creazioneun sistema formativo locale unico, in grado di attrarre una richiesta di formazione specializzata da ogni parte di Europa (come avviene già per altri paesi)
  4. 4.contributo diretto alla rivitalizzazione del settore edile in grave crisi strutturale ed alla formazione e riqualificazione di operatori e tecnici dis-occupati o sotto-occupati, con la creazione di nuova occupazione e nuovo reddito
  5. 5.incentivazione della ricerca e della nascita di imprese specializzate in “sistemi” per l’efficientamento del patrimonio edilizio esistente, che vadano oltre la logica dell’intervento per settori (involucro esterno opaco – il cosiddetto “cappotto” - e trasparente, impianti e finiture, etc) per proporre un approccio olistico, a basso costo, che riduca la necessità di delocalizzazione temporanea dei residenti durante l’esecuzione delle opere
  6. 6.adeguamento normativo a livello regionale e locale con l’introduzione di un sistema premiale avente come base principale la prestazione energetica (misurata in opera): superamento del modello Itaca ed introduzione di un sistema di certificazione in linea con la direttiva 31/2010 EU
  7. 7.interventi finanziati con riduzione degli oneri fiscali e volume virtuale premiale per nuova edificazione in zone di PRG dedicate, in misura proporzionale ai risultati effettivi ottenuti in termini di risparmio energetico (misurati in opera da certificatori qualificati ed indipendenti)

A titolo di esempio si allega un progetto, redatto dallo studio Francesco Masciarelli Architetti, per la riqualificazione energetica del borgo di Spina, Marsciano.

Produzione di energia da fonti rinnovabili e sistemi di accumulo locali

Premessa.

Superamento della logica della produzione di energia da fonti rinnovabili come elemento sostenuto, prevalentemente, da una logica puramente incentivale per trasformarla in un tratto caratteristico della connotazione “verde” della città e del territorio: auto-produzione energetica da fonti rinnovabili per auto-consumo attraverso un sistema di gestione ed accumulo contestualizzati alla dimensione del luogo

Obiettivi dell’azione.

  1. 1.incentivare la ricerca di sistemi di produzione di energia elettrica e termica da rinnovabili specifica per contesti di elevato valore storico ed ambientale. Creazione di un sistema di imprese di settore
  2. 2.incentivare la ricerca specializzata nel campo dei sistemi di accumulo di energia elettrica e termica da rinnovabili (in aggiunta e/o in alternativa all’implementazione delle cosiddette smart-grid). Creazione di un sistema di imprese di settore
  3. 3.proposizione di interventi sperimentali di impianti per la produzione di energia elettrica e termica da fonti rinnovabili, e/o di stoccaggio, nei centri storici e in aree o edifici vincolati, come modalità autonoma di riqualificazione urbana e/o come parte di progetti di riqualificazione urbana
  4. 4.creare un sistema formativo dedicato
  5. 5.formazione e creazione di un bacino di professionisti ed operatori specializzati coinvolgendo giovani e dis-occupati o sotto-occupati del settore edile (e non solo)

Mobilità sostenibile

Premessa.

Perugia ed il suo territorio hanno già avviato un percorso virtuoso in questo senso, con l’attivazione di un sistema di elementi per la ricarica e forme di incentivazione all’accesso nei centri storici per auto e mezzi elettrici. Tuttavia, ad oggi e per un futuro di medio-lungo periodo, tale percorso non garantirà risultati operativo o benefici reali per cittadini ed ambiente. Ciò sia per l’elevato costo di acquisto dei mezzi elettrici per un’utenza privata non adeguatamente incentivata, come avviene nel resto d’Europa (Francia e Germania su tutti), sia per gli oneri di gestione ancora elevati rispetto ad altre tecnologie di mobilità a basse emissioni (metano in particolare), sia infine per le molte incertezze su costi, manutenibilità, durata ed affidabilità della tecnologie attuali.

Obiettivi dell’azione.

Educazione all’uso consapevole dei mezzi di trasporto pubblici e privati, creazione di modalità innovative di gestione e CONDIVISIONE dei mezzi di trasporto sostenibili e non (sviluppo di APP dedicate per la condivisione su piattaforme fisse e mobili, nell’ambito di strutture gestionali da definire – pubbliche, private o miste), incentivazione allo sviluppo di un sistema di mobilità sostenibile pubblica e privata.

Azioni ulteriori o alternative attivabili nell’ambito del progetto:

-       Turismo e ricettività sostenibile

-       Gestione rifiuti sostenibile (percorso zero rifiuti)

-       Salute sostenibile

  1. 4.Gli eventi

Educazione alla sostenibilità ed alla riduzione dei consumi di energia e risorse (o altro)

Obiettivi degli eventi.

Contribuire alla creazione ed alla diffusione del concetto di “cultura della sostenibilità”.

Attrazione di turismo tradizionale e professionale o dedicato in relazione ad una specifica richiesta formativa o informativa, sia in occasione degli eventi come in relazione alle attività formative stabili.

Modalità di attuazione degli eventi.

  1. 1.Creazione della settimana (o di settimane “tematiche”) dal titolo “L’(in)sostenibile leggerezza del (ben)essere” con (eventuali) sottotitoli a tema (parole chiave)

-       BAU-PASSIVE-HOUSE (la cultura architettonica europea a consumo di energia quasi zero)

-       CULTURE-PASSIVE-HOUSE (edifici per la cultura a consumo di energia quasi zero)

-       SOL-STENIBILE (strategie solari per l’auto-produzione e l’autosufficienza energetica)

-       LA CULTURA DEL BEN ESSERE IL BENESSERE DELLA CULTURA

-       Altro da definire

Ciò può essere parte di un progetto più ampio che potrebbe includere anche i temi della salute sostenibile, del turismo sostenibile e della gestione sostenibile dei rifiuti, progetto relativo alla valorizzazione del benessere sostenibile come elemento culturale e di sviluppo socio-economico dell’Europa del futuro.

-        Spettacoli (nuovi e di produzione apposita) per adulti e bambini legati alla sensibilizzazione verso i temi della sostenibilità. Saranno attivati concorsi di idee divisi tra gli autori e gli interpreti Europei, indicativamente  nelle categorie “artisti di strada ed altre forme” e “teatro tradizionale”. Ciò consentirà l’attivazione di momenti comunicativi alternativi per linguaggio e contesto, diversificati a livello urbano e sociale

-       Creazione e distribuzione di libri, audiovisivi, giochi di società e videogiochi per piattaforme portatili secondo un progetto educativo per fasce di età. La produzione verrà rinnovata ogni anno e presentata nel corso della/e settimana/e con la creazione di eventi partecipativi: il racconto del libro, il gioco collettivo nella città o nel quartiere, il gioco di società in piazza, la gara dei videogiochi, etc

-       Creazione e pubblicazione di percorsi formativi e giochi didattici utilizzabili nelle scuole come supporto alla formazione di bambini e ragazzi

-       Riduzione degli spettacoli teatrali in forma adatta alla rappresentazione scolastica, con il supporto della produzione e distribuzione di materiale educativo dedicato ed a tema con gli spettacoli

-       Percorsi e momenti informativi e formativi per adulti con visite guidate a cantieri, o ad interventi e progetti di eccellenza

-       Percorsi e momenti informativi e formativi per professionisti con visite guidate a cantieri o interventi e progetti di eccellenza. Convegnistica e produzione di libri ed audiovisivi dedicati

-       Creazione di un sito web apposito e produzioni televisive dedicate, da proporre a canali tematici (e/o generalisti) a livello Europeo

  1. 2.Creazione di una produzione teatrale locale avente ad oggetto la sensibilizzazione di bambini e ragazzi sui temi della eco-sostenibilità e dell’efficienza energetica con un linguaggio leggero e ludico, accentuando così l’effetto pedagogico nella divulgazione di informazioni fondamentali per i futuri adulti.

-       Lo spettacolo (il primo) sarà una rilettura in chiave parodistica della fiaba dei tre porcellini, e verrà interpretato con tecniche dal mimo alla pantomima, dalla narrazione al clown

-       Le scene saranno arricchite da intermezzi musicali, suonati e cantati dal vivo con strumenti ed oggetti inusuali

-       Il soggetto è stato predisposto su di un’idea di Francesco Masciarelli e Giulia Silvestrini, con ideazione scenica a cura della Compagnia Donati & Olesen e musiche originali composte da Gianni Maestrucci, Tetraktis (video del progetto allegato)

-       Lo spettacolo sarà recitato dalla Compagnia Donati & Olesen (tre/quattro lingue)

-       Ogni anno verrà proposta una nuova produzione teatrale del luogo

-       Creazione e distribuzione di un libro, di un audiovisivo, di un gioco di società e di un videogioco per piattaforme portatili, in occasione di ogni nuova produzione

-       Creazione di un sito web per ogni spettacolo

 “Bozza dell'intervento al convegno "Codice rosa: vincere la paura". Perugia, sala Goldoniana università per Stranieri, 25 giugno 2013, ore 16

 

"(…) sentivo che ci staccavamo e subito usciva fuori il mio nervosismo latente. Qualsiasi occasione era buona per riprenderla, per offenderla. A rivedermi adesso, dall’esterno, a pensare agli ultimi tempi passati con questa persona, mi rendo conto che lei poteva avere paura di me. …(…)

 

"il conflitto cresce, è una escalation, è come salire una scala, un gradino alla volta e arrivi lassù e, quando arrivi lassù o ti fermi o fai quel salto lì, quel salto comporta che fai del male a un’altra persona, a tuo figlio, a te e a tutti gli affetti che ti girano intorno, dopodichè rimettere assieme tutti i pezzi della vita diventa veramente difficile….(…)”

 

“Ho capito che la violenza mina anche la tua persona, oltre a rovinare il rapporto con gli altri. Non è facile fare questo passaggio, perché una donna è disposta a chiedere aiuto alle strutture, un uomo è molto più cieco in queste cose. Un uomo deve cadere nel mare per imparare a nuotare, un uomo deve arrivare a toccare il fondo e io sono dovuto arrivare a questo per mettermi in discussione. L’uomo, quando ha conquistato un rapporto si siede, la donna è sempre in evoluzione, la donna va avanti e l’uomo resta fermo. E quando si è troppo distanti l’uomo non riesce più a raggiungerla, si sente inferiore, usa la parte dove è superiore, la forza fisica, la violenza. L’uomo è convinto che sia una forza, ma in questo caso diventa una debolezza, perché è la dimostrazione che non riesce a reggere il confronto con la donna.”

 

“Ho capito che la percezione della violenza è diversa da uomo a donna. Un gesto che , magari, per me non era significativo in termini di violenza, per la mia compagna era molto, molto significativo”.

 

“ L’uomo, quando diventa aggressivo nei confronti della propria donna, della propria compagna, ha dentro di sé paura, ha una grande paura. Io avevo paura di rimanere solo, mi rendevo conto che il rapporto con la mia compagna andava male e non sono stato in grado di gestire la situazione diversamente. In quei momenti non hai la capacità di comprendere, sei come disarmato, non sei in grado di gestire la situazione ed è così che nascono le violenze. E’ come se si spegnesse la luce”.

 

Parole di uomini per spiegare la violenza alle donne. Parole, tratte dal libro “Se questi sono gli uomini” di Riccardo Iacona, da cui non possiamo prescindere se vogliamo veramente capire le ragioni che hanno scatenato in questi anni una vera e propria carneficina nei confronti del genere femminile.

Perché la violenza alle donne non è (solo) un problema di sicurezza, non è (solo) un problema di polizia, di repressione, ma soprattutto un problema legato ai cambiamenti delle relazioni di coppia che va gestito e supportato. Se non partiamo da questo, se non ci rendiamo conto di questo non potremo mai mettere in atto una serie di interventi efficaci che diano veramente dei risultati soprattutto prima che questi fatti avvengano.

 

L’Umbria, come sono solita dire, non si è fatta mancare nulla in tema di femminicidi e le nostre strade sono ancora insanguinate dagli ultimi due fatti orribili che sono accaduti nei giorni scorsi.

 

Ma c’è stato un episodio tragico che, secondo me, è la spia, il segnale, l’allarme rosso, di quanto in questa regione bisogna veramente cominciare a fare presto, a mettere in atto una serie coordinata di servizi e di inziative, ma, soprattutto, una rivoluzione culturale in questo senso. Mi riferisco all’omicidio di Alessandro Polizzi per opera, almeno stando a quanto ha stabilito la polizia fino ad ora, del padre di un suo rivale.

Se allarghiamo il campo, se vediamo cosa c'è intorno a questo ragazzo-guerriero ucciso e alla sua fidanzata, riusciamo a distinguere una generazione che i mass media in Umbria non avevano mai intercettato. Un generazione di giovani del tutto simile alle compagnie che si formano fra ragazzi nelle periferie delle metropoli, che gravitano intorno a certe palestre, cultori del corpo e dell'onore, che non esitano a risolvere certe questioni con i fatti piuttosto che con le parole.

L'ex fidanzato di Julia, Valerio, nelle ore in cui lei e il nuovo compagno subivano l'assalto di un killer, era in ospedale, col naso spaccato e pieno di lividi, per un pestaggio subito pochi giorni prima. Un pestaggio a cui avevano partecipato tre ragazzi e, secondo la denuncia, come mandanti, proprio Alessandro e Julia, che, stando a quanto ricostruito dalla polizia, erano presenti mentre gli altri tre ragazzi picchiavano. .

 

Che cosa fa pensare questo episodio, cosa fanno pensare questi comportamenti? A ragazzi, capaci di compiere grandi gesti, come Alessandro che difende e salva Julia, ma a cui mancano le parole, che faticano a declinare, ad esempio, l'amore in dolcezza, nostalgia, libertà, oppure la rabbia in dolore, attesa, confronto, chiarificazione, ma che incanalano, questa rabbia, come un micidiale esplosivo, nel corpo, fino a che questo non esplode in manifestazioni violente. Una generazione nascosta tra le pieghe di una città di provincia, di cui tutti dobbiamo ascoltare l’urlo di dolore e di rabbia.

 

 

Credo, come ho detto, che non dobbiamo prescindere da questi elementi per mettere in atto una serie di interventi significativi che incidano veramente su questi comportamenti.

 

Un altro elemento che voglio aggiungere per completare questo quadro l’ho raccolto pochi giorni fa a un altro convegno che si è tenuto a Perugia sul tema “Uomini violenti: prevenzione e recupero”.

 

Vorrei riportare tre concetti dell'intervento di uno psicoterapeuta Giacomo Grifoni, che lavora con gli uomini maltrattanti, che decidono di entrare in terapia

 

Il primo è che la violenza alle donne è un fenomeno che spiazza, che lascia indifesi, perché è trasversale, ne sono protagonisti uomini e donne di ogni ceto sociale, livello culturale. I

 

l secondo punto è che essere uomini violenti, per quanto possa essere un comportamento che ha le radici in un passato difficile, è comunque una scelta. Si sceglie di essere violenti. E per questo si può scegliere di smettere di esserlo.

 

Il terzo punto è che, ha sostenuto questo psicoterapeuta nel suo intervento,  molti uomini, circa il 20-30 per cento, prima di diventare violenti si sono affacciati ai servizi sociali per altri problemi: ad esempio sono stati utenti del Sert, oppure del servizio alcolisti anonimi o sono stati in psicoterapia. Si sono rivolti ai servizi per altri problemi, ma, in qualche modo, hanno provato a chiedere aiuto. Dobbiamo quindi chiederci quanto i nostri servizi siano attrezzati non solo per dare risposte a determinati problemi, ma anche quanto riescano a "captare" i reali problemi delle persone che si rivolgono ai servizi.

 

Credo che nell’affrontare il problema della violenza alle donne non possiamo prescindere nemmeno da questo. Perché è vero che le donne devono acquisire la consapevolezza del proprio valore, come già è stato detto negli interventi che mi hanno preceduto, devono trovare la forza di denunciare e di rompere un legame malato e violente con il proprio compagno, ma, dall’altra parte, devono esserci delle istituzioni e dei servizi in grado di dare delle risposte efficienti ed efficaci, altrimenti la donna resterà comunque sola e, magari, sarà costretta, come purtroppo spesso accade a passare dal calvario di una vita di umiliazioni a un altro calvario: quello di un percorso giudiziario lungo e difficile, della solitudine in cui ricostruire la propria vita.

 

Che cosa fare, a livello nazionale, per invertire la tendenza di questo drammatico fenomeno, ce lo ha già detto l’Onu, in una relazione presentata il 25 giugno del 2012, che ha messo in evidenza le luci e le ombre di quanto l’Italia stia facendo e non facendo su questa tema.

Molto si può fare anche a livello di comunità locale.

 

Per questo è necessario mettere in atto una serie di iniziative a diversi livelli, che siano efficaci nell’immediatezza di un evento acuto, di una emergenza, ma che anche che lavorino in direzioni di azioni di prevenzione.

 

Dell’importanza che i servizi siano capaci di captare le richieste di aiuto di uomini e donne abbiamo già detto.

 

Un altro punto importante potrebbe essere una sorta di rialfabetizzazione dei giovani  proprio su questo tema, con il loro coinvolgimento diretto. Non basta lasciare alla buona volontà di qualche preside che apre la scuola a interventi contro la violenza di genere: le scuole vanno coinvolte in maniera continuativa, arrivando a creare una nuova generazione di cittadini consapevoli e informati su questi temi che interessano direttamente la loro vita. Su questo progetto bisogna crederci, deve diventare un percorso con i ragazzi che si svolge negli anni, in cui i giovani vengono cooptati e integrati all'interno di una progettualità di ampio respiro.

 

E' importante avere la consapevolezza che è necessario fornire strumenti moderni e il più completi possibili ai ragazzi e alle ragazze per poter interpretare la complessità della società in cui vivono e in cui diventeranno adulti.

 

Quando una donna è vittima violenza siamo tutti sconfitti, non solo la donna che subisce violenza e a volte purtroppo perde la vita. Siamo sconfitti noi, come genitori che non abbiamo aiutato i nostri figli in una crescita consapevole, è sconfitto l’uomo, che ha perso la possibilità di avere un rapporto di coppia equilibrato, affettivo, pieno.

 

Dopodichè rimettere insieme tutti i pezzi di una vita è veramente difficile, diceva uno degli uomini intervistati da Iacona.

 

E certamente non possiamo prescindere dal fatto che è necessario far fronte in maniera costruttiva e coordinata alle emergenze.

 

E' necessario costruire, in ogni comunità, una filiera rosa, una filiera virtuosa che metta insieme tutti, istituzioni, forze dell’ordine, medici di base, scuole, parrocchie, associazioni, perché una donna che chiede aiuto trovi protezione.

 

Si può partire dal codice rosa al Pronto soccorso, uno spazio riservato alle donne che arrivano al pronto soccorso, con personale formato che sia in grado di capire cosa c’è veramente dietro la richiesta d’aiuto di una donna, se quel livido all’occhio se l’è fatto cadendo dalle scale oppure se dietro c’è qualcos’altro.

 

E poi ci vogliono forze dell'ordine in grado di accogliere le denunce: le donne che dopo anni di violenze subite trovano il coraggio di andare a denunciare non possono più trovarsi di fronte forze dell’ordine che non sono in grado di distinguere tra una lite in famiglia e la violenza continuata in cui vivono troppo spesso le donne, non possono sentirsi più dire “Signora, cosa ha fatto a suo marito per farsi ridurre così”. Non si può lasciare al caso, non può essere una questione di fortuna andare a denunciare e trovare qualcuno in grado di capire la gravità della situazione: questo è un diritto e deve essere garantito. Sette donne su dieci uccise per mano dell’uomo avevano denunciato, sette donne su dieci si sarebbero potute salvare. Rimandarle a casa senza prendere nel modo adeguato la denuncia e senza mettere in atto meccanismi di protezione significa contribuire a mettere a rischio la vita di quella donna. Questo bisogna che sia chiaro a tutti.

 

Poi ci vuole un posto dove queste donne possano trovare ospitalità. L’Umbria, penultima regione in Italia, si sta adeguando in questi giorni a creare una serie di strutture, una rete di case di protezione e di centri antiviolenza.

Io spero che questo progetto vada in porto e sia efficiente, spero che ci sia il coraggio di farlo funzionare al meglio, di riuscire a creare di posti in cui le donne possano essere accolte e protette, di colmare questo ritardo gravissimo, in una regione segnata così tragicamente e profondamente da lutti per violenze in famiglia. Bisogna bruciare i tempi.

 

Non è più il tempo di fare statistiche su quante donne hanno fatto accesso ai centri, su quante richieste d’aiuto ci sono state. E’ il tempo di fare statistiche su quante donne sono state salvate, su quante donne sono riuscite a ricominciare a vivere con pienezza la propria vita.

 

Nemmeno la magistratura può essere lasciata fuori da questa filiera virtuosa: Nei primi nove mesi del 2012 a Terni sono andati a sentenza 9 processi che riguardavano violenze alle donne. Bene, di questi processi, cominciati molto tempo prima, solo due si sono conclusi con la condanna dell'imputato per il reato per il quale era stato denunciato. Solo un marito violento è finito in  carcere. Negli altri casi le donne avevano ritrattato, avevano ammorbidito le loro accuse, erano, a volte, tornate a vivere con il proprio carnefice, perchè non avevano possibilità di sostenersi economicamente – un’ altra forma di violenta diffusissima – perchè avevano paura di perdere i figli. Una delle donne che aveva denunciato era scomparsa. I tempi della giustizia non sono compatibili con i tempi della vita e la voglia di ricominciare di queste donne.

 

Una donna che decide di interrompere il calvario con un uomo violento, lo ripeto, non ne può cominciare un altro, con un percorso giudiziario insostenibile.

 

E ricordiamoci degli uomini, del loro bisogno di riconoscere la violenza, di dare un nome alla violenza per poterla capire e per poter scegliere di non essere più uomini violenti.

 

Queste cose non sono così lontane dalla portata delle iniziative che si possono mettere in campo anche a livello locale, attraverso una collaborazione fra istituzioni, forze dell'ordine, sistema sanitario associazioni e vanno a costruire solo la base, una piccola barriera contro la violenza, in questo paese dove, comunque, sono ancora le vittime a dover scappare a dover stravolgere la propria vita mentre i carnefici troppo spesso sono liberi.

Articolo pubblicato a mia firma nell'edizione del Messaggero Umbria del 19.06.2013. (Riproduzione riservata)

 

Più che una vertenza, la tormentata vendita
dell'Ast è diventata una vera e propria saga, spruzzata
dal giallo del mistero, ancora non definitivamente
risolto, se a colpire il sindaco nella precedente
manifestazione sia stato l'ombrello di un manifestante o
il manganello di un poliziotto. Eppure c'è voluto
proprio il clamore suscitato dalla foto della faccia
insanguinata del sindaco di Terni per dare il giusto
passo e la giusta visibilità a una vertenza che stava
viaggiando drammaticamente sottotraccia.

Perchè la vertenza Ast è cominciata, quasi in sordina,
due anni fa, quando la ThyssenKrupp ha deciso di
abbandonare il business dell'acciaio e ha costituito una
società, Inoxum, in cui ha accorpato tutte le proprietà
produttrici di inossidabile tra cui Terni, Italia. Nel
febbraio del 2012, viene annunciata la vendita:
Outokumpu, gruppo industriale finlandese di medie
dimensioni, con il 33 per cento di partecipazione
statale, comprerà il colosso ThyssenKrupp. Una soluzione
che sembra funzionare dal punto di vista industriale ed
economico. A Terni arrivano in grande spolvero Mika
Seitovirta, Ceo di Outokumpu. Sembra tutto perfetto.
Seitovirta spiega il progetto di sviluppo del nuovo
colosso dell'acciaio, inonda i taccuini dei giornalisti
di informazioni, dati, richieste, obiettivi, raccontando
come Terni, insieme allo stabilimento di Tornio, sarà
uno dei perni fondamentali su cui si reggerà la
produzione europea. Annuncia che la fusione tra i due
siti industriali dovrà passare il vaglio della
commissione europea antitrust, ma che sarà poco più che
una formalità. L'annuncio è accolto con favore sia dalle
istituzioni sia dai sindacati: d'altra parte il
progetto, sulla carta, regge perfettamente.

Siamo arrivati all'estate, in Puglia si consuma il
dramma dell'Ilva, di lì a poco scoppierà anche la crisi
del polo siderurgico di Piomino. La politica industriale
italiana sembra sempre più in caduta libera.

L'Antitrust si esprime sulla fusione e le previsioni
vengono smentite: il piano non passa, c'è una
concentrazione produttiva troppo alta, Outokumpu deve
mettere in vendita qualcosa. Comincia a circolare
qualche segnale di preoccupazione, che viene messo
subito a tacere. L'Antiitrust detta le sue condizioni.
Il nuovo rimedio deve tenere in considerazione due
elementi: il primo, una concentrazione produttiva che
non superi in Europa il 40 per cento. Il secondo, la
necessità che in Europa ci sia una quarto competitore,
uno in più rispetto a quelli esistenti, per calmierare
il prezzo di mercato dell'acciaio. Condizione, questa,
che poi sparirà nelle more della trattativa: l'Antitrust
smentisce se stessa e il fantomatico quarto competitore
andrà a ingrossare l'elenco delle bugie che verranno
dette per giustificare i cambiamenti di rotta dal piano
originario.

A essere messa in vendita, questa volta, è l'ex gioiello
della fusione, l'Ast. Siamo a novembre 2012,
l'operazione dovrà chiudersi in sei mesi e sono mesi in
cui le notizie si accavallano e in cui si smascherano
anche molte bugie, Outokumpu e l'Antitrust si lanciano
accuse reciproche che sono più che altro un gioco della
parti. Un gioco che verrà rivelato solo pochi giorni fa
dallo stesso presidente dell'Antitrust Almunia: in
realtà Outokumpu è in grave difficoltà economica. Le
tante offerte d'acquisto per Terni, che la
multinazionale aveva decantato, si sono sciolte come
neve al sole: solo Aperam ha fatto un'offerta che la
multinazionale considererà inaccettabile. Siamo a fine
maggio e pochi giorni prima la politica locale ha avuto
un sussulto, dopo mesi di incredibili passive
accettazioni di qualsiasi rassicurazione sull'andamento
della vertenza, peraltro senza vedere alcun documento:
la notizia dello stallo piomba in mezzo a un consiglio
comunale straordinario. Le acque si agitano. Pochi
giorni dopo la manifestazione con il colpo in testa al
sindaco e i riflettori che si accendono sulla vertenza
Terni. Il consiglio comunale rafforza la consapevolezza
che è arrivato il tempo di ritirare le deleghe in bianco
e prendere una parte delle redini del gioco. Parte in
delegazione per Strasburgo, incontra il presidente
dell'Antitrust in persona che rivela alcuni particolari
della vertenza. Il governo sembra più reattivo, le voci
si fanno più grosse. Fino alla manifestazione di ieri.
In diecimila a sostegno dell'Ast. E l'Ast torna in
gioco.

 

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