Le parole degli altri
Vanna Ugolini

Vanna Ugolini

Ci sono piccoli incontri ma di grande valore, se il loro peso si misura in legami, confronti, tentativi di capirsi e di mettersi in gioco. E' successo al bosco didattico di Ponte Felcino il 27 aprile, durante un "Incontro per sensibilizzare e conoscere le problematiche della violenza sulle donne - Seminiamo ed educhiamo alla vita". L'incontro, organizzato da Luigina Abbenante, ha portato al tavolo dei relatori rappresentati delle istituzioni e dell'università che si sono messi al servizio dei ragazzi delle scuola media Bonazzi-Lilli di Ponte Felcino: Mauro Volpi, professore dell'università di Perugia, Claudia Matteini, giudice del tribunale di Perugia, Letizia Tomaselli, vice questore, Nilo Arcudi, vice sindaco, insieme alla dirigente scolastica Paola Avolio. Dalla Costituzione alle leggi che tutelano la differenza di genere, dalla spiegazione di cos'è lo stalking ai consigli per evitare di fare brutti incontri, soprattutto con persone conosciute su internet, l'incontro è servito a dare degli strumenti, ai ragazzi e alle ragazze, per guardare al problema della violenza alle donne, ma anche ai rapporti e delle relazioni fra loro, da altri punti di vista. A far capire che la violenza non è solo uno schiaffo: c'è la violenza del silenzio, la violenza economica, quella psicologica e quella assistita, ad esempio quando un bambino o un ragazzo sono costretti ad assistere ad atti di violenza su uno dei propri familiari.

 

Un incontro che è stata un'apertura al mondo della la scuola, per affrontare temi che fanno parte della vita delle persone e che non si imparano sui libri di scuola, ma con la conoscenza dei propri diritti e un progressivo cambiamento nelle relazioni fra ragazzi e ragazze, fra uomini e donne. Anche un incontro, però, che ha messo in luce la difficoltà che ha la scuola a far fronte ai grandi cambiamenti, che spesso i professori si trovano ad affrontare da soli, quando si ritrovano sui banchi ragazzi che arrivano da tanti parti del mondo, con le loro culture, il loro modo di vedere la vita e, spesso, la difficoltà ad inserirsi socialmente, ad essere seguiti da genitori che lavorano per ore fuori casa. 

 

Ci sono tante scuole che si ritrovano sulle barricate, con sempre meno strumenti e la necessità, per compiere appieno il mestere di educatore, di riuscire a comunicare con ragazzi e ragazze portatori di culture diverse e di dar loro gli strumenti per integrarsi in un contesto non sempre accogliente. Una sfida troppo spesso silenziosa e molto complessa, che ben pochi, fuori dalla scuola, stanno raccogliendo. "Ogni giorno affrontiamo problemi diversi  - spiega la dirigente scolastica Avolio, motivatissima preside che si fa carico dei ragazzi, conosce ogni situazione, prova  a dare risposte  - dalla ragazza che, in estate, torna al suo paese e viene promessa in sposa, alla famiglia che non accetta che la propria figlia si integri con le altre ragazze italiane. Alle famiglie, soprattutto italiane, dove il padre ha perso il lavoro, non se ne fa una ragione e diventa violento. Per contro, a volte, vediamo classi multietniche dove i ragazzi hanno tutti un marcatissimo accento perugino e questo ci fa ben sperare". Ma in questo complesso e complicato processo, troppo è lasciato alla buona volontà di dirigenti e professori volonterosi e ben poco alla progettualità sociale. E così, a volte, prende lo sconforto anche ai più motivati. Racconta una insegnante:_"Noi, a scuola proviamo a insegnare, a dare delle regole e a stare vicino ai ragazzi. Ma poi all'una la scuola chiude...". E quello che i ragazzi trovano fuori, non sempre è in sintonia con quanto succede in aula. 

 

 

"Che fortuna essere un editore all'incontrario. Parlo qualche volta di crucci, ogni giorno di più, a fare l’editore all’incontrario, dove quell’incontrario sta per sposare accanitamente qualità e provocatorietà, invece di conformismo, come è la vocazione attuale dei grossi editori italiani.

Più spesso, però, parlo delle tante, ma tante soddisfazioni, talmente da farmi ballare e cantare a squarciagola, ma in solitaria, nel campo davanti a casa: maledetta la mia introversione! La fortuna più recente? Ospitare Maria Jatosti, il 25 aprile, giorno della Liberazione, a Pitigliano.
Una doppia fortuna in realtà. Anzitutto di pubblicare grande narrativa, talmente rara oggi a fronte di merdina secca letteraria che ha perso perfino l’odore, sia al femminile che al maschile (soprattutto al maschile), e più è tale più scala classifiche e va in televisione da Fazio. E poi la seconda fortuna, accennata: passare qualche ora in pubblico e in privato con una delle grandi scrittrici del ‘900. Che ne ha da dire e raccontare, a partire dal suo “Il confinato”, opera che non ha nulla di meno, semmai qualcosa di più, di altri due capolavori del ‘900: “La storia” di Elsa Morante e “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza.
La fortuna mi ha straordinariamente premiato a proposito di queste due grandi narratrici. Elsa la conobbi a piazza Navona, anzi lei mi rimorchiò. Io che avevo appena fondato Stampa Alternativa, non mi negavo piazze e strade romane piene di solarità: mi crogiolavo al tepore primaverile in uno dei bar dove potevo stare senza ordinare ed Elsa altrettanto, con la differenza che lei consumava. Al terzo giorno vedeva che continuavo a stare a secco e curiosa della mia magrezza e dei capelli lunghi mi offrì da bere e mi fece domande. Io raccontai volentieri, un fiume in piena, ma senza mai pensare di affermare l’editore che già c’era in me, ma fui felice lo stesso, affascinato dalla sua verve e dal magnetismo che sprigionava.Con Goliarda fu diverso: venne lei a trovarmi a casa in campagna, accompagnata da suo marito Angelo. Altrettanto magnetica di Elsa, fu tra di noi complicità umana ed editoriale, col frutto maturo dell’“Arte della gioia” in svariate edizioni. Passò del tempo e divenni poi a tutti gli effetti anche editore di letteratura dopo tanti e tanti opuscoli di controinformazione, sangue del mio sangue.Perché, alla fine, e questa è la lezione, ben diversa da quelle accademiche e di regime, la grande letteratura, quella nelle cui pagine scorre sangue e che, in conseguenza, cambia obbligatoriamente in meglio la vita di chi legge, che affascina, stordisce e mette, come nel mio caso, a tacere tutti i crucci, ebbene si accompagna sempre a grande vitalità, del tipo cui non siamo più abituati. È il caso di Maria. Non mancate, per favore, vi prego, all’appuntamento del 25 aprile con Maria Jatosti, perdereste un’occasione straordinaria, magica."

(Dal sito www.stampalternativa.it)

 

Forse non c'era periodo peggiore per la vendita delle acciaierie ternane, il sito integrato, gioiello pregiato della siderurgia non solo umbra ma anche nazionale. La mancanza di un governo solido e l'attuale peso politico dell'Italia in seno all'Europa rischiano di far sì che l'Ast diventi l'anello debole in un processo di fusione e di riorganizzazione della siderugia europea sul cui sfondo si stanno consumando le manovre dei governi dei paesi europei più forti, Germania e Francia in prima linea. Guardare da Terni con competenza a questo processi non è certo facile e sicuramente in provincia arrivano solo gli echi delle discussioni che si tengono ai tavoli che contano. Un'analisi, però, è forse possibile farla ugualmente, mettendo insieme quello che è trapelato dall'ufficialità con quello che emerge dalla stampa internazionale, dalle dichiarazioni degli uffici stampa a confronto e filtrandolo anche con le conoscenze degli esperti del settore. Il risultato che ne è emerso fino ad ora è un quadro in cui non mancano contraddizioni anche importanti.

Riassunto delle puntate precedenti: circa due anni fa la ThyssenKrupp annuncia la vendita del settore dell'inossidabile, tra cui il sito ternano.

 

Qualche mese, nel febbraio del 2012, viene annunciata la vendita: Outokumpu, gruppo industriale finlandese di medie dimensioni, con il 33 per cento di partecipazione statale, comprerà il colosso ThyssenKrupp. Una soluzione che sembra funzionare dal punto di vista industriale, inoltre Outokumpu è un gruppo che, certo, comincia a risentire della crisi, ma è solido, lavora bene ed ha una solida garanzia statale. Il piano industriale prevede la chiusura di due stabilimenti tedeschi (peraltro con un piano di "accompagnamento" alla pensione del personale e con il reimpiego in altri siti del personale più giovane) che, rispetto a quello di Terni, un sito integrato moderno ed efficiente, sono obsoleti: Bochum e Krefeld oltre ad una serie di altri interventi che permettano una fusione razionale dei due gruppi industriali.

 

A Terni arrivano in grande spolvero Mika Seitovirta, Ceo di Outokumpu e altri due persone del board, tra cui una donna, capo del personale, che viene immediatamente scambiata, secondo i canoni italiani, per la moglie di Seitovirta. Sembra tutto perfetto. Seitovirta spiega il progetto di sviluppo del nuovo colosso dell'acciaio, inonda i taccuini dei giornalisti di informazioni, dati, richieste, obiettivi, spiegando come Terni, insieme allo stabilimento di Tornio, sarà uno dei perni fondamentali su cui si reggerà la produzione europea. Annuncia che la fusione tra i due siti industriali dovrà passare il vaglio della commissione europea antitrust, ma che sarà poco più che una formalità. L'annuncio è accolto con favore sia dalle istituzioni sia dai sindacati: d'altra parte il progetto, sulla carta, regge ed è un'ottima soluzione industriale ed economica. I sindacati sollevano dubbi sul fatto che la Germania permetterà la chiusura dei due stabilimenti, ma, al momento c'è un accordo sindacale firmato. Tutto sembra andare per il meglio per Terni. 

 

Intanto partono le procedure per concretizzare la fusione. Il primo passo è il vaglio della commissione antitrust. Siamo arrivati all'estate, in Puglia si consuma il dramma dell'Ilva, con l'intervento della magistratura che chiede la chiusura degli impianti. Di lì a poco scoppierà anche la crisi del polo siderurgico di Piomino. La politica industriale italiana sembra sempre più in caduta libera. 

 

L'Antitrust si esprime sulla fusione tra Outokumpu e ThyssenKrupp e le previsioni vengono smentite: il piano non passa, c'è una concentrazione produttiva troppo alta, Outokumpu deve mettere in vendita qualcosa. Comincia a circolare qualche segnale di preoccupazione su quello che sta accadendo, che viene messo subito a tacere: "La richiesta dell'Antitrust ci mette in condizione di riorganizzare meglio il piano" è la risposta che arriva sia dalla Finlandia sia dai piani alti di viale Brin, la sede del board italiano.

 

Le rassicurazioni vengono smentite poche settimane dopo. Il rimedio proposto da Outokumpu, che riguarda la vendita di alcuni piccoli stabilimenti in nord Europa e la riorganizzazione di alcune linee produttive, viene bocciata. Outokumpu deve proporre un rimedio diverso. Questo rimedio, spiega l'Antritrust, deve tenere in considerazione due elementi: il primo, una concentrazione produttiva che non superi in Europa il 40 per cento. Il secondo, la necessità che in Europa ci sia una quarto competitore, uno in più rispetto a quelli esistenti, per calmierare il prezzo di mercato dell'acciaio. Condizioni che verranno ribadite anche con dichiarazioni ufficiali da parte del presidente dell'Antitrust, Almunia e del suo portavoce, Colombani.

Poco importa all'Antitrsut  se questa decisione rischia di far entrare in un'Europa attraversata da una crisi economica senza precedenti, competitori stranieri come i coreani della Posco o i cinesi di Baosteel, che già traggono vantaggi economici enormi dal fatto che, nei paesi in cui producono sono molto più bassi i costi relativi al personale e ai costi di tutela ambientale. Ancora meno importa, forse, il futuro dell'Ast.

 

E' da allora che il destino delle acciaierie di Terni comincia a scivolare nel nero dell'incertezza. Alla fine, infatti, Outokumpo propone la vendita di Ast insieme a un piccolo centro servizi e il sito ternano, gioiello di integrazione ed efficienza, viene messo sul mercato. 

Siamo a novembre 2012, l'operazione dovrà chiudersi in sei mesi e sono mesi in cui le notizie si accavallano, si rincorrono e in cui si smascherano anche molte bugie.

 

Intanto comincia un braccio di ferro a distanza tra Outokumpu e l'Antitrust che mette in luce le contraddizioni che sono alla base di questa decisione: Outokumpu accusa l'Antitrust di averla, sostanzialmente obbligata a cedere Terni (la decisione viene salutata dai mercati con un crollo delle azioni di Outokumpu e perdite ingenti anche per lo Stato, che partecipa al 33 per cento all'operazione. I giornali finlandesi definiscono Terni "pietra miliare" dell'operazione e parlano di errore clamoroso riferendosi alla vendita del polo siderurgico italiano), l'Antitrust, invece, sostiene di aver solo indicato gli obiettivi da raggiungere e non le mosse da fare per ottenerli. 

 

Che ci siano qualcosa che si muove sui tavoli della politica e non solo su quelli in cui si parla di economia e di politica industriale, comincia a essere chiaro. 

 

A completare questo quadro, intanto, si aggiunge un altro elemento: l'Antitrust si occuperà della correttezza della vendita di Ast e che non si giochi al massacro di un sito industriale, ma non seguirà, successivamente, l'applicazione del piano. In sostanza, non andrà a verificare se gli stabilimenti tedeschi verranno chiusi o meno. E, in effetti, in quello stesso periodo, il sindacato tedesco comincia a rialzare la testa e a fare piani di rilancio produttivo degli stabilimenti di Bochum e Krefeld. 

 

A dicembre dello scorso anno la multinazionale indiano-lussembrughese Aperam annuncia il proprio interesse per l'acquisto di Ast, in cordata con gli italiani Arvedi e Marcegaglia. Di lì a poco verrà formata una joint-venture per formalizzare la proposta di acquisto. Outokumpu commenta l'interesse della cordata positivamente, sottolineando, però, che questa è una delle tante altre offerte d'acquisto per il sito ternano. Sembra, insomma, come viene fatto filtrare ufficiosamente che ci sia "la fila di imprese che vanno a bussare alla porta di Outokumpu per acquistare l'Ast". Una frase che gira, per qualche giorno, anche a Terni.

 

Quando si andranno a scoprire le carte, però, il numero delle offerte concrete si riduce drasticamente. Oltre ad Aperam farà un'offerta vicolante solo un fondo americano, visto come il fumo negli occhi dal sindacato e dagli esperti, perchè non ha un progetto industriale, ma solo speculativo. In ballo c'è anche un'offerta, peraltro non vincolante, di un sito industriale di Shangai. A ben vedere il sito di questi cinesi che inizialmente erano stati, sempre ufficiosamente, indicati come offerenti con grandi potenzialità finanziarie, si capisce che, in realtà si tratta di un impianto industriale di piccole dimensioni, poco più che un tubificio. Insomma, gli osservatori esperti hanno sollevato molti dubbi sulla reale volontà di questo gruppo di comprare Terni, anche se c'è ancora tempo e spazio per i colpi di scena.

 

Il vero colpo di scena, però, è il fatto che, dopo le pompose dichiarazioni ufficiali, non c'è più traccia, in nessun documento ufficiale, del quarto competitore, garante di una sana concorrenza, così pomposamente richiesto dall'Antitrust. Questo apre la strada ad Aperam (che, peraltro, dovrà fare una serie di aggiustamenti interni, per non rischiare, a sua volta, una bocciatura da parte dell'Antitrust) e ad una concentrazione fra due gruppi (Aperam ed Outokumpu insieme) in Europa del 76 per cento della produzione di inossidabile. Insomma, il contrario rispetto alle dichiarazioni ufficiali che avevano motivato il taglio di Ast dalla fusione fra Outokumpu e ThyssenKrupp. 

 

Quanto hanno influito le ragioni dell'economia e quanto quelle delle politica su questa decisione? Forse, ufficialmente, non lo sapremo mai. Tante riflessioni, anche sulla base dei pochi elementi che è stato possibile raccogliere dal ristretto osservatorio della provincia, si possono però fare.

 

Sapremo, nel giro di poche settimane, quale sarà il destino di Ast e la speranza è che, nonostante queste montagne russe su cui questa vertenza è salita, il finale di questa vicenda sia comunque positivo per l'Ast, per i 3000 lavoratori, l'indotto, ma anche per tutta l'Umbria e la siderugia italiana. Se questo accadrà sarà soprattutto per merito di chi contribuisce a rendere questo sito competivo ed efficiente ogni giorno.

 

 

 

 

Lunedì, 22 Aprile 2013 23:38

I cittadini che fanno parlare le pietre

C' è una piccola storia, un retroscena all'articolo pubblicato ieri sul quotidiano La Nazione, edizione di Perugia.

L'articolo racconta di una serie di adesivi attaccati sulle pietre dei muri antichi lungo alcune strade del centro di Perugia, a segnalare la presenza di siringhe o spaccio. Di qui il titolo con il riferimento alle pietre parlanti. Gli adesivi sono stati inventati e distribuiti da un gruppo di cittadini, che si riunisce virtualmente su facebook, nel gruppo "Perugia non è la capitale della droga" e si incontra anche "fisicamente" per portare a termine operazioni di riappropriazione del centro storico e di Perugia. Una iniziativa è stata, appunto, quella degli adesivi, ma l'ultima impresa del gruppo è stata quella di allestire, grazie alla donazione di un cittadino che è voluto rimanere anonimo, un'area giochi per bambini al parco della Cupa, prima noto, soprattutto, per essere luogo di consumo di droga. Più di un tossicodipendente è stato trovato morto per overdose sulle panchine di quell'area verde. Da un paio di settimane, invece, quel parco, grazie al presidio cittadino si sta rianimando. 

Il retroscena riguarda un episodio accaduto pochi giorni prima ad un ragazzo di una media del centro storico di Perugia che, tornando da scuola, aveva notato qualcosa sporgere da un buco del muro dell'arco dei Gigli, in pieno centro. Per curiosità aveva preso in mano quell'oggetto che sporgeva dalla fessura del muro, rendendosi conto, però, che era una dose di droga. Il ragazzo aveva rimesso l'ovulo a posto, ma era tornato a casa turbato e anche impaurito dal fatto che lo spacciatore lo avesse visto maneggiare con la droga e lo volesse in qualche modo punire. 

Per quanto il ragazzo non avesse corso rischi reali, non è "piacevole" per nessuno trovarsi con della droga in mano semplicemente appoggiandosi a un muro all'uscita da scuola. Per dare una risposta alla richiesta di sicurezza e di impegno che veniva dal ragazzo, la famiglia ha fatto due cose: ha avvertito la polizia e ha consegnato gli adesivi che indicano le zone delle spaccio al ragazzo, in modo che potesse segnalare i luoghi pericolosi lungo il tragitto che da casa porta a scuola. Sono nate così le pietre parlanti, è nato così un percorso antidroga che mette in allerta i cittadini e aiuta i poliziotti di quartiere che percorrono la città a piedi. Quegli adesivi sono segnali precisi che dicono: i cittadini ci sono e quando si riprendono la città arrivano anche a far parlare le pietre. 

E' un'altra di quelle notizie considerate di secondo piano, ma a me piace moltissimo per il valore simbolico e pratico che ha allo stesso tempo. E anche perchè fa riflettere sulle infinite complicazioni con cui le amministrazioni locali mettono in atto meccanismi assurdi per invogliare i cittadini a fare la raccolta differenziata: schede, schedine, segnapunti per tentare di premiare i cittadini virtuosi e investigatori, adesivi, punizioni, al contrario, per scoraggiare e multare quelli che la differenziata non la vogliono fare o la fanno male. Circuiti che di virtuoso hanno ben poco e spesso - temo- servono soprattutto a scoraggiare i cittadini,  anche i più motivati, aprendo larghe vie alla costruzione di inceneritori. Con tutto quello che ne consegue.

Bene, a Città del Messico si sono inventati un meccanismo semplicissimo ed efficace per invogliare i cittadini a fare la raccolta differenziata: chi porta rifiuti riciclabili alla stazione ecologica riceve, in cambio, un buono per comprare alimenti freschi prodotti dai contadini locali. In un colpo solo sono stati raggiunti tre obiettivi: la raccolta differenziata si è impennata, i contadini locali hanno ampliato improvvisamente il loro mercato e si è realizzata immediatamente una economia a chilometri zero. Conseguenze tutte positive sull'ambiente, la salute e la consapevolezza della gente. Dai diamanti non nasce niente, dalla plastica nascono le mele. Stolto è chi complica le cose semplici.

Mille cinquecento tonnellate di soia, mais e grano tenero ucraino falsamente certificate come 'bio', ma in realtà ad alto contenuto ogm e 16 tonnellate di soia provenienti dall'India contaminate con pesticidi. Sono queste le orribili cifre della frode alimentare, scoperta dalla Guardia di Finanza di Pesaro e dall'Ispettorato Repressione Frodi (Icqrf) del Ministero delle Politiche Agricole di Roma. Ad essere coinvolte sono diverse regioni d'Italia, tra cui Marche, Emilia Romagna, Sardegna, Molise e Abruzzo. Nell’operazione, chiamata 'Green war' sono state indagate 23 persone e una decina di società, tra cui quelle moldave ed ucraine che curavano l'approvvigionamento delle granaglie, e gli enti di certificazione ed analisi dei prodotti con sede a Fano e Sassari, di cui ancora devono essere accertati ruolo e responsabilità.

“Questa frode alimentare ha messo in luce le ormai note debolezze del settore, su cui è necessario intervenire al più presto: la scarsa efficacia degli Organismi di Controllo sul fronte delle importazioni e la mancata vigilanza alle frontiere da parte dell’Unione Europea sui prodotti importati da Paesi extra Ue, riconosciuti in equivalenza con le regole europee – ha dichiarato Vincenzo Vizioli, presidente di Aiab (associazione italiana per l'agricoltura biologica) Umbria –.  Problematiche che devono spingerci sempre più a sviluppare filiere nazionali interamente bio per supportare i nostri agricoltori e garantire ai cittadini prodotti biologici sicuri, passando per l’esclusione dal sistema di quegli Organismi di Controllo che tali garanzie non sono in grado di dare.

Stimolare l’acquisto di prodotti biologici a filiera corta è una priorità per Aiab che in Umbria trova un interessante riscontro grazie ai Godo (Gruppi Organizzati Domanda Offerta): in 7 città della regione, ogni settimana centinaia di famiglie acquistano direttamente dai produttori bio, senza intermediazioni commerciali. Inoltre, da diversi anni con la Primavera Bio le aziende agricole aprono le porte ai cittadini organizzando iniziative per farsi conoscere e dare informazioni sul metodo di produzione e le caratteristiche del cibo che quotidianamente mettiamo in tavola. Perché la conoscenza diretta delle aziende è garanzia di qualità organolettica e salubrità delle produzioni".

"Alla luce di quanto è emerso con questa frode alimentare – ha aggiunto il presidente Vizioli – è ormai sempre più evidente la necessità di una riforma del sistema di controllo, di una maggiore vigilanza da parte del Ministero e un impegno parte dell’Unione Europea nel sorvegliare, efficacemente, le frontiere extra-Ue. Nel caso vengano evidenziate ditte e persone già coinvolte in altre frodi non deve essere più data loro la possibilità di operare in questo settore. Diventa assoluta priorità del nostro Paese, nell’ambito dei negoziati Pac, garantire risorse e strumenti per realizzare filiere cerealicole nazionali biologiche e promuovere un piano nazionale per la produzione di proteine vegetali, come la soia, a supporto di filiere OGM free, con indicazione prioritaria, volta al settore biologico nel quadro di un’emancipazione progressiva dal ricorso a mangimi proteici di importazione”.

L’attenzione sulla frode alimentare del falso bio diminuisce, ma rimangono i problemi legati alla mancanza di controllo delle frontiere e alla larghezza delle maglie entro le quali si infilano i malfattori.

“Non basta registrare all’interno di un programma informatico i prodotti provenienti da Paesi terzi per dichiararli sicuri. La burocrazia, seppur tecnologica, non può sopperire all’attuale mancanza di controllo alle frontiere”.

Se non si interviene seriamente sulla debolezza del sistema dell’equivalenza per i Paesi Ue ed extra UE, ovvero tra regolamento europeo e disciplinari riconosciuti – gestiti da chi dovrebbe applicare la norma – e non si vigila con serietà sulle importazioni (vero business del bio) il problema non si risolverà.    

“L’unica tracciabilità possibile e sicura è quella legata alla filiera corta italiana, basata sulla capacità agronomica dei tecnici e degli agricoltori. Un percorso che, a livello nazionale, è necessario attivare a partire dalle colture proteaginose, di cui l’Italia, come l'Europa, non è assolutamente autosufficiente. E’ su questo che Aiab basa la sua proposta per dare una soluzione seria e duratura agli scandali che, periodicamente, minano la credibilità del settore”.

“Bisogna essere seri e dare valore alla conoscenza e al lavoro degli agricoltori – aggiunge Caterina Santori, vice-presidente di Aiab Federale -. Si investa sulla strutturazione di un piano per la produzione di proteine vegetali bio, come abbiamo proposto già da anni e rilanciato recentemente al Consiglio nazionale della Green economy e alla consultazione su innovazione in agricoltura, realizzata da Inea per conto Mipaaf. Costruire una filiera proteica bio italiana è possibile e porterebbe un grande giovamento all'agricoltura italiana, sia in termini agronomici che economici. In tale piano la soia deve avere un posto di riguardo, visto che l'Italia è il Paese europeo con maggiore produzione e con le rese più alte al mondo (3,46 t/ha), seppure nell’ambito dell’agricoltura convenzionale. Questo attesta come e quanto il nostro Paese, soprattutto le regioni del Nord-Est, siano vocate alla coltivazione della soia, requisito fondamentale per la produzione in biologico. E' chiaro che finché si rincorrono i prezzi bassi si cadrà sempre nelle importazioni a bassa garanzia e non si consentirà la strutturazione del settore. Di questo bisogna tener conto anche nella programmazione dei prossimi Psr ed, in generale, nella necessaria reimpostazione delle politiche agricole nazionale e regionali”.

In Italia, ma anche in Umbria, il biologico è fermo negli ettari investiti e nel numero di operatori da diversi anni, nonostante il mercato sia in grande crescita: questo dato testimonia gli enormi errori compiuti dalla Pac e come le Regioni abbiano creduto poco nell'unico settore in grado di dare sbocchi all'agricoltura della regione.

Aiab Umbria chiede all'assessore "una migliore e più efficace azione di vigilanza a livello regionale e l'attenzione allo sviluppo del Bio nel prossimo Piano di Sviluppo Rurale".

In occasione della nascita a Perugia dell’Associazione “Sviluppo, Welfare ed Innovazione per l’Umbria” verrà presentato il 23 aprile, alle 17, in Provincia a Perugia il libro: “L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia” Intermedia Edizioni

 

La premessa sarà di Aviano Rossi, che presenterà l’Associazione e parlerà della scelta di dedicare l’evento alla presentazione del libro

 

Interverranno:
Gianni Vagnetti, poliziotto e fotografo
Massimo Pici, segretario provinciale Siulp
Vanna Ugolini, giornalista

 

"L'altra Perugia. Istantanee da una città che cambia" è un libro fotografico, collettivo e condiviso, una sorta di progetto con cui ci si interroga su come si vorrebbe che fosse la Perugia di domani. Contiene le foto scattate da Gianni Vagnetti, poliziotto e fotografo (editing di Antonello Turchetti), che raccontano, appunto, dell'altra Perugia. Una Perugia fatta di sguardi, di convivenze mancate, di vite nascoste, di sbarre e periferie. Una Perugia, però, anche multietnica, una città in cui l'antico e il contemporaneo convivono, non senza conflitti, ma, anche con grandi potenzialità. Il libro è stato voluto dal Siulp (sindacato italiano unitario lavoratori di polizia) e il progetto è stato coordinato da Vanna Ugolini, giornalista. E' anche un esempio di cronaca partecipata: i testi sono stati scritti da una trentina di persone a cui sono state inviate le foto e a cui è stato chiesto di immaginare come vorrebbero che quei luoghi cambiassero. Tanti punti di vista su una città che cambia, ma anche tante idee su come si vorrebbe cheavvenisse il cambiamento. Il libro prosegue idealmente sul sito www.dentidileone.it nel quale si può continuare a mandare le proprie idee e i propri progetti su Perugia.

Perugia è tra le città candidate a diventare Capitale della cultura europea per il 2019. A sostegno della candidatura si stanno muovendo non solo le istituzioni, che hanno costituito una fondazione ad hoc per lavorare a questo progetto, ma anche molte "energie libere", singoli o associazioni che stanno proponendo progetti, ma, soprattutto, metodi condivisi di raccolta di idee e di partecipazione, così come è specificatamente previsto dal bando per la candidatura. Un gruppo di lavoro è nato dietro la proposta di Alessandro Riccini Ricci, direttore di Immaginario festival, sotto la sigla "Il Capitale della Cultura" e ha aggregato una serie di "portatori sani di idee" per contribuire a rafforzare la rosa di progetti da presentare al concorso, ma soprattutto, per far confluire idee e persone nuove, con il loro vissuto e le loro esperienze, all'interno del progetto, con un metodo di partecipazione che parte dal basso.

La prima uscita ufficiale de "Il Capitale della Cultura" è stata il 4 aprile, durante una sorta di jam session di idee presentata alla città. Ci saranno altri appuntamenti. Nel frattempo le idee cominciano a lievitare. 

 

Nell'ambito della jam session del 4 aprile, Francesco Masciarelli, architetto e Vanna Ugolini, giornalista, hanno presentato un'idea (peraltro in divenire) di metodo (su come coinvolgere la città e in che prospettiva temporale e sociale organizzare i progetti) e di contenuto. L'idea di base parte dal concetto di "Fratture urbane", dalla constatazione, cioè, che sia in centro sia in periferia ci sono luoghi piccoli e grandi (piazze, parchi, edifici) che hanno perso la loro funzione primaria (essere luoghi di incontro, di cultura, di benessere) per trasformarsi in contenitori con funzioni completamente diverse, una sorta di "negativo" della foto che erano o potrebbero essere. La considerazione che deriva è che quei luoghi potrebbero tornare a essere dei contenitori o degli spazi di cultura, in cui, cioè, "declinare" una progettualità positiva: la piazza come luogo di incontro, di commercio, di lettura. Il parco come luogo di benessere, di studio, di sport e così via. 

La proposta è quindi quella di lavorare partendo da questo concetti di base, dove una rivisitazione dal punto di vista urbanistico e architettonico della città si accompagna a una progettualità culturale, così come previsto dal bando per la candidatura a Capitale europea.

Il progetto è, naturalmente, aperto, disponibile per essere contaminato da altre idee e metodi.

 

Da un altro punto di vista, più "narrativo", il progetto si potrebbe raccontare così:

 

"Ci sono tante storie che raccontano Perugia, tante pagine da leggere con passione. Alcune storie, però, sono racconti a cui sono state strappate pagine, frasi in cui sono state cancellate parole e sostituite con altre: degrado al posto di cultura, insicurezza anzichè solidarietà. Per cominciare a riscrivere le storie spezzate, per cominciare a riconnettere il senso delle frasi, abbiamo cercato delle parole chiave, parole che aprono cammini e  riallacciano percorsi interrotti. Ci sono sono tante storie che raccontano Perugia, ma quelle più belle potrebbero essere quelle che non sono ancora state scritte.
 
Ci sono  anche tanti luoghi che raccontano Perugia, scorci, paesaggi, angoli, panorami. Ci sono tanti spazi che danno la dimensione della storia e del passato di Perugia, e sono sotto gli occhi di tutti,  ma alcuni di questi sono diventati contenitori abbandonati, orbite senza luce, percorsi interrotti. Fratture urbane in cui si inciampa, crepacci in cui si cade dentro. Come le piccole piazze del centro, i parchi, l'incompiuto mercato coperto, piazza del Bacio ancora vuota di contenuti, il vecchio carcere, un edificio tutto da rileggere. Per cominciare a ripararle, abbiamo cercato delle parole chiave, parole che, qui,  indichino il rimedio. Ci sono tanti luoghi che raccontano Perugia, ma quelli più belli potrebbero essere quelli che saranno riparati.
 
Per cominciare questo percorso che riallaccia storie e ripara fratture, abbiamo scelto come parola chiave "Coesione" e l'abbiamo declinata nelle sue accezioni di coesione sociale e coesione urbana. 
La prima declinazione, coesione sociale, porta nella direzione di creare situazioni, eventi che sia possibile vivere insieme, durante i quali si possano condividere esperienze, tessere le fila strappate delle relazioni sociali
La seconda declinazione, coesione urbana porta nella direzione di riparare le fratture urbane recuperando i contenitori abbandonati, guardando quelli che ci sono sotto altre prospettive, inventando funzioni nuove per quelli già esistenti. 
 
Per entrambe le declinazioni il punto di partenza è il centro della città:Il centro è lo spirito della  comunità che costituisce la città. Quando questo spirito viene meno il luogo diviene periferia. Per ricostruire il centro è necessario che la comunità ricostruisca una sua identità etica e culturale attorno a quel centro. Dal centro si parte per poi arrivare via via alla periferia.
 
Gli strumenti per arrivare a fare questo percorso li abbiamo sintetizzati con altre parole chiave.  
 
La prima è Narrazione: i progetti raccontano le idee della e sulla città. I luoghi della città - piazze, parchi, edifici, vicoli, si aprono, rinascono, si modificano per accogliere le storie, (eventi , progetti) ,in un reciproco scambio di stimoli.
 
La seconda è Relazione: il racconto di un luogo (mostra, evento, appuntamento) deve essere in relazione con il resto dei luoghi e delle storie della città. 
(Un esempio: Come posso comunicare la mostra di Josef Albers? Come posso metterla in relazione con altre mostre, eventi, patrimonio culturale già esistente).
 
 
Ora il nostro racconto comincia a prendere forma, ma ci serve un'altra parola chiave, Generazioni. Ogni storia dovrà essere raccontata come se davanti si avesse, volta per volta, un pubblico diverso. Così la narrazione è fiaba, diventa poesia, tweet, post, racconto, romanzo, saggio. E l'altra parola chiave che cserve, per dare le dimensioni delle storie è Prospettiva. Ogni storia ha una sua eco sul territorio in cui accade, ma dovrà essere così potente, così interessante da arrivare via via fino ai confini dell'Europa.
E i luoghi? Come riscrivere i luoghi, con quale criterio riparare le fratture urbane? E' la stessa Europa a indicarlo: sol-stenibilità. bau passive haus: ricostruire secondo i criteri del recupero energetico, della sostenibilità ambientale.
 
Storie da ritrovare, luoghi da riparare. Storie da riscrivere, luoghi da riprogettare."
 
Francesco Masciarelli, architetto
Vanna Ugolini, giornalista

 

C'era una volta un uliveto, un bell'uliveto nelle campagne umbre, vicino a Umbertide. Quell'uliveto, però, pian piano è diventato un ingombro: troppo costoso mantenerlo, pochi guadagni da quelle olive. C'era una volta un uliveto, ma poi quell'uliveto fu abbandonato e, alla fine, come nella canzone filastrocca di Branduardi, venne il fuoco e di quell'uliveto non rimase più traccia, solo un terreno incolto e silenzioso. 

C'era una volta un trenino, il trenino della Fcu, la tormentata e lentissima linea ferroviaria, incubo dei pensolari che devono viaggiare in Umbria. Un bel mattino quel trenino esce da una galleria e si trova davanti sassi e terra. Il macchinista non può fare nulla, se non cercare di frenare, ma il trenino deraglia, una carrozza si ripiega su un fianco, alla fine i feriti, per fortuna non gravi, saranno ventitrè.

Cosa c'entro l'uliveto distrutto dal fuoco con il treno deragliato? La frana è partita proprio da quel terreno dimenticato da tutti. "Causa assolutamente imprevedibile", si è affrettata a strillare la politica quando ha dovuto commentare il deragliamento del treno. Imprevedibile per chi non ha mai messo in atto un serio piano di prevenzione e tutela del territorio. Non certo per la natura, che ha fatto semplicemente il suo corso. 

Cultura e democrazia

 storia futura

 

Perugia/ Assisi città della cultura - un compendio di culture

Appello per “città intelligenti” - la domanda di “coesione sociale”

 

Premessa :

  • è in atto la costruzione di idee e progetti per due programmi che si situano in politiche ambientali europee e che hanno non pochi elementi in comune: “ Perugia-Assisi città della cultura 2019”e “Smart city”

L’esigenza comune  è il grande bisogno di ricostruzione di coesione sociale in un periodo in cui la crescita della popolazione e delle città ha reso tale coesione molto complessa e problematica.

Una prima ipotesi cui si ispira il documento è tentare di inquadrare i due programmi in uno scenario coerente, in modo che si rinforzino a vicenda, favorendo decisioni concrete, rispetto alle indispensabili soluzioni urbanistiche.

Il documento propone spazi di riflessione e discussione, seguendo sia la storia che  i bisogni attuali della cittadinanza.

 

Nel progetto Perugia-Assisi

individuare specificità e comunità per le due città e il territorio.

 

Le due Città rispetto al territorio hanno in comune le “colline” e , quindi, un ambiente deputato al ”bene-essere” . Da individuare, quindi, i fattori di bene-essere per la salute degli abitanti: una analisi da sviluppare con la collaborazione dei centri di ricerca dell’Università . Tenere conto anche delle ragioni delle scelte dei numerosi cittadini di altri paesi d’Europa, e non solo, che scelgono questi territori alla ricerca del bene-essere, contribuendo anche alla rinascita delle campagne,in un clima che favorisce la promozione della salute.

Da sottolineare che il bene-essere è largamente collegabile all’ambiente fisico (collinare), ma include anche  la bellezza -il paesaggio, il patrimonio d’arte, il clima etico- morale, la coesione sociale.

 

Alcuni  fattori specifici per le due città:

 Perugia città con una storia di azione democratica per eccellenza, a cominciare dagli albori del secondo millennio nell’ambito dello sviluppo delle civiltà comunali.

Nell’attuale periodo storico, all’inizio del III millennio, problema centrale: l’esigenza dello sviluppo/maturazione della “democrazia” che può esprimersi nel contesto delle realtà comunali è all’ordine del giorno, con la richiesta di sempre maggiore “partecipazione” -  elemento portante l’attivazione dalla base nei contesti limitati, in particolare le città e i borghi umbri.

Perugia ha, inoltre, un grande patrimonio culturale da valorizzare, comprendendo le due università, l’accademia di Belle Arti , il Conservatorio musicale, e l’ampia comunità dei docenti e degli studenti e dei contatti internazionale attuali e possibili.

 

 Assisi presenta chiari fattori specifici collegati al francescanesimo di notevole rilevanza anche in questo periodo storico: basti riflettere sui temi della “pace” , ma anche della ricerca di valori spirituali, in un epoca di individualismo spinto, contrastante con la “coesione sociale”,  e di etica della economia dominio del mercato, che sovrasta l’etica della cura del patrimonio umano. In particolare, inoltre, per  i temi legati ai valori della religione sono potenziabili le tendenze di confronto fra le varie fedi religiose, base oggi, anche dello sviluppo dei temi della pace e della coesione sociale, con il contributo non secondario della cultura sviluppata da Aldo Capitini.

 

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PERUGIA secondo millennio- eredità dalla storia

Rinnovamento verso la “modernizzazione” per bisogni specifici del suo sviluppo.

 

1. All’inizio del secondo millennio Perugia si trovò nella scia dello sviluppo nuovo dell’artigianato e del commercio, non più solo agricoltura.

Lo sviluppo del COMUNE: inizio di una vitalità democratica e culturale

Il Comune amministrato dai due Priori eletti dai cittadini, recepisce i bisogni di convivenza, di democrazia, di coesione sociale.

La Città fino ad allora con gli etruschi , i romani dopo Augusto, si riorganizzò in un processo di grande modernizzazione. Vi era bisogno di un “luogo” per incontrarsi, per vivere la cittadinanza, la democrazia, i servizi pubblici. Si scelse di impegnarsi in un’opera straordinaria : costruire la  “piazza grande”, la città sviluppatasi su due colline non aveva lo spazio per una vera piazza.

Si realizzò un progetto di grande impegno, ingegneristico, architettonico, culturale, tecnico, amministrativo, un’opera ancora oggi centro ammirato della “città” che giustamente viene chiamato “acropoli”. Si coprì la valle fra le due colline che costituivano il nucleo urbano, e si costruì lo spazio per la grande piazza, oggi divisa in  Corso Vannucci e Piazza Matteotti da una serie di palazzi costruiti a metà del millennio, e che delimitano oggi il “corso”.

Si costruirono i luoghi di vita e di incontro, la base  della coesione sociale e democratica. Il Palazzo Comunale (con la sala dei Cinquecento), il Duomo, il Palazzo del Capitano del Popolo, l’ospedale, poi l’università, e, poi, l’acquedotto e la Fontana maggiore..

In vari punti è possibile vedere gli arconi di sostegno della Piazza e anche le strutture dell’acquedotto “i conservoni”.

 

 2. Durante tutto il millennio, pur cambiando le realtà storiche e amministrative, la città mantenne la peculiarità di essere il “centro” della vita dei cittadini, e della politica,  il nucleo dell’attenzione di sviluppo.

La città si arricchisce del teatro, della biblioteca, della pinacoteca,  le due università  (l’università italiana e quella degli stranieri) che, nell’ultimo secolo del millennio, scelgono e di mantenere i loro istituti nel Centro, l’Agorà, entro le mura.

Verso la fine dl millennio si aggiungono altre innovazioni di avanguardia, a esempio l’apertura delle fondamenta della “Rocca paolina” e la costruzione della scala mobile che porta dal piazzale fuori le mura della rocca  al centro della città, una innovazione seguita poi nella regione da altre città. E, in fine, il “minimetrò” una innovazione anche questa d’avanguardia, che, tuttavia, abbisogna di un organico piano urbano di mobilità, ancora troppo parziale. L’Università italiana nel periodo ha portato alcune facoltà nelle periferie. La città si è espansa. Si dimostra il bisogno di un aggiornato progetto urbanistico.

 

Perugia terzo millennio

 

1- Si potrà ipotizzare,oggi,  un’opera di portata simile a quella dei secoli del secondo millennio, per un nuovo sviluppo del centro urbano, all’inizio del terzo millennio?

E’ pensabile una impresa di spessore simile a quello del millennio precedente?

I bisogni sono simili? Vi è un bisogno di pensare al bisogni di  “coesione sociale” nella vita della zona urbana?

Vi è un bisogno relativo alla gestione della democrazia, tema senza dubbio difficile: si possono sviluppare iniziative che ne agevolino l’esercizio?

Vi è n bisogno di rilancio della cultura unendo le realizzazioni, le idee dei vari nuclei, e istituti culturali?

Si può studiare una modalità di utilizzo organico di spazi lasciati liberi dagli sviluppi urbani della seconda metà dell’ultimo secolo, che hanno favorito la pressione per  insediamenti fuori il circuito urbano della città?

Ci vogliono idee, studi sui bisogni, collaborazioni, proposte. E coraggio di opere significative anche per il futuro, oltre i termini di una legislatura.

E ORGOGLIO per la città, che chiede di essere valorizzata.

 

2. Una proposta di rilievo

Perugia ha possibilità di costruire un’opera di rilievo che possa essere una orgogliosa dimostrazione di sviluppo urbano guardando al futuro valorizzando il passato. Con orgoglio. Si propone un esempio.

 

2.1.si libera un grande spazio: l’ex carcere maschile e femminile. E’ una zona praticamente al centro della città, subito dietro le mura che delineano la “rocca Paolina” verso  Piazza Partigiani, Largo Cacciatori delle Alpi, zona,  attualmente, praticamente isolata, emarginata .

Recentemente abbiamo visitato di nuovo il “Beaubourg”( opera di Renzo Piano e Richard Rogers)  a Parigi, nel “Centro Pompidou” ci ha interessato moltissimo. Ci domandiamo: sarebbe possibile pensare che qualcosa di simile possa rinnovare la zona suddetta?

E’ troppo moderna? Non si adatta? A che cosa potrebbe servire?

 

La proposta ovviamente va analizzata a partire dallo studio di bisogni attuali della città e della cittadinanza. Un intervento urbanistico di rilievo.

Potrebbe inserirsi sia nel progetto “Perugia-Assisi 2019” ma anche collegandosi

al  progetto “Smart city” o “città intelligente”(così tradotta), che contengono proprio la “coesione sociale” nelle città nei loro obiettivi.

Due programmi utili anche per i finanziamenti?

Un colpo d’ala. Una esplosione di nuovo, utile, sociale, e anche proficuo.

 

2.2 nel quadro dei bisogni- il colloquio culturale

a. Favorire il  colloquio culturale e le relazioni sociali tra le istituzioni culturali fra di loro -studenti docenti- e con la popolazione:  “l’università italiana “l’università per gli stranieri,”  “le due università tra di loro”  il “conservatorio di musica” “l’accademia di belle arti”. “ le due arti tra di loro”. E i cittadini e i visitatori.

 Costruire spazi e occasioni comuni di incontro degli studenti, dei docenti, dei cittadini. Programmi  attraenti :auditorium- biblioteche speciali- laboratori -aperti a tutti : gruppi musicali, gruppi teatrali, arti varie… grafiche… artigianali…

   Favorire la coesione sociale. Favorire l’incontro tra le varie espressioni della cultura attuale; in questo senso potremmo citare l’esempio della esposizione “da Chagall a Fellini”. Tendenza oggi  largamente dibattuta: superare la frammentazione - stimolare la comunicazione.

 

b. Valorizzare l’ambiente: la valorizzazione delle conquiste della città e anche della regione. Valorizzare lo spirito nuovo di una città verso il futuro. Presentare la città capoluogo di Regione nei suoi aspetti innovativi anche per i numerosi visitatori che la frequentano, e per coloro che da vari paesi  europei scelgono il territorio regionali per le numerose risorse correlate al bene-essere. Valorizzare anche il progetto dei “borghi”, uno sguardo panoramico complesso organico.

 

 c. Valorizzare la cultura -i contributi apportati al Paese. In questa città si sono costruite fra l’altro le basi dei fondamenti della coesione sociale, sia nello spirito di Aldo Capitini, che nello spirito della costruzione di sistemi di servizio coerenti con la democrazia e la coesione sociale. Vi è l’esempio della costruzione delle basi del servizio sanitario nazionale, uno dei migliori d’Europa nella sua impostazione, della quale “padre” riconosciuto è stato Alessandro Seppilli, docente della università di Perugia e anche per più mandati sindaco della città.. In questo contesto valorizzare, ospitandolo, “ SALUS,  Museo della Salute” proposto dal Centro Sperimentale Educazione Salute, in via di organizzazione, in considerazione del fatto che la salute è nucleo culturale di eccellenza : un punto di sviluppo culturale per la moderna impostazione della promozione della salute. Il Museo  dispone di materiali di notevole interesse storico- collezionato dall’Università e dalla Regione, un museo che raccoglie materiali storici, e si propone di presentare anche elementi che valorizzino anche l’attualità relativamente agli aspetti positivi per la salute tipici del nostro ambiente naturale e culturale: il paesaggio, il clima, i borghi, l’agricoltura e le attività correlate. Gli elementi della salute e del bene-essere. Il Museo è una proposta del Centro Sperimentale per l’Educazione sanitaria, una realtà che ha avuto inizio sessanta anni fa, quando nel 1953 con il supporto dell’OMS l’università e gli enti locali lo istituirono. Una realtà unica in Italia, ben conosciuta nel nostro Paese e in Europa, ancora attiva, anche se bisognosa di rivitalizzazione.

 

Valorizzare pittori, scultori vissuti nella città, nei secoli, ma anche recenti con Museo d’arte moderna.

 

d. la collocazione si trova nella zona di largo Cacciatori delle Alpi, dove da anni è inutilizzato l’ex Cinema Lilli. In una città come Perugia nella quale la popolazione anziana dovrebbe essere accolta in zone nelle quali è naturale assicurare la coesione sociale - il rapporto con le risorse per il “tempo buono”, si potrebbe studiare la possibilità di acquisire il complesso per piccoli appartamenti seguendo il modello eccellente della residenza Sodalizio  San Martino per persone o coppie sole (ma non isolate).

 

3.Studio di progetto e fattibilità: Amministrazione comunale in primis, Amministrazione regionale, Università italiana, Università per gli stranieri, Conservatorio, Accademia belle arti,  gruppi di cittadini impegnati nella storia e vita della città. Ascolto:studenti e docenti  varie facoltà sociologia - architettura- ingegneria- medicina scienze-conservatorio musicale- accademia belle arti- organismi vari (F.A.I.,amici della musica, ed altri individuabili).

Gruppo di progetto da strutturare per colloquiare con i progetti per i bandi europei.

 

4.la collocazione del manufatto  si svolge verso l’alto a connettersi con la “rocca paolina” , nel percorso da studiare le abitazioni esistenti da valorizzare (forse anche nel senso del punto d. magari per studenti.) . Esaminare anche i rapporti con il  quartiere “Borgo bello” per uno studio urbanistico coerente, oltre le botteghe e i bar..

 

 

a cura del Centro Sperimentale per l’educazione sanitaria .

 novembre 2012 per  informazioni, impressioni e commenti

 Prof. Maria Antonia Modolo ,Medaglia d’Oro alla Cultura del Presidente della Repubblica(2003)

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