Le parole degli altri
Vanna Ugolini

Vanna Ugolini

Nel grigiore delle notizie che riguardano l'Italia (e l'Europa) quella che viene dal Kenia mi sembra, invece, bellissima. Un ragazzino ha risolto un problema secolare, quello della convivenza fra il fiero popolo dei Masai e i leoni in Kenia. Una convivenza che è, letteralmente, una questione di vita o di morte. I Masai vivono di allevamento, passano settimane e anche mesi, fin da bambini, ad pascolare mucche e altri animali domestici che sono indispensabili per la loro sppravvivenza, anche in totale solitudine, lontani dai loro villaggi per inseguire pascoli un po' meno aridi. I leoni, invece, sono una minaccia alla sopravvivenza degli animali e dei villaggi, perchè spesso attaccano bestie e pastori. E' per questo che i Masai odiano i leoni e li uccidono. I due interessi sono in contrasto tra loro, anche perchè i leoni rappresentano una risorsa enorme per il turismo dei grandi parchi nazionali. 

La notizie di qualche giorno qua riporta l'invenzione di un ragazzino africano che, frugando tra gli scarti di materiale elettronico, ha inventanto la "lions light", una luce intermittente a energia solare, che fa paura ai leoni e li tiene lontani dai villaggi. Una di quelle soluzioni geniali a cui si arriva con un po' di fantasia, di ingegno, ma anche facendosi carico dei problemi di entrambi i contendenti. In più il ragazzino ora potrà anche studiare e approfondire la sua passione per l'elettronica. Peccato che il comitato dei saggi voluto dal Quirinale sia già al completo.

 

 

 

 

Forse li abbiamo già dimenticati quei visi scavati dalla vita e quei nomi che oggi suonano in disuso. Romeo, Anna Maria, Giuseppe. Eppure le loro vite, finite dentro il buio della solitudine e del dolore, dovrebbero continuare a farci riflettere. Nelle foto Romeo e Anna Maria, la coppia di Civitanova Marche che si è uccisa perchè si vergognava di chiedere aiuto e Giuseppe, il fratello di lei, che non ha trovato alcun motivo per vivere da solo, senza di loro, compaiono con sorrisi fragili, quei sorrisi che coprono imbarazzi, insicurezze, con cui, quasi, ci si vuole scusare se di dà troppo fastidio, se si è fuori luogo e fuori tempo. Fuori luogo si sono sentiti certamente, come attrezzi di un'epoca che non c'è più. Ancora più fragili perchè legati alla vita da fili sempre più sottili, perchè sempre più incapaci di capire, decodificare il linguaggio di un mondo frenetico e stizzito. Perchè non capivano e non riuscivano a far capire il loro, fatto di piccoli gesti quotidiani di affetto, ordine,  quel vivere la vita a lettere minuscole, ogni giorno sempre le stesse. Tutti avevano passato i 60 anni, Romeo era esodato, aveva perso il lavoro proprio quando il traguardo della pensione era stato spostato più avanti. Quel tempo era diventato un buco nero da cui non sono riusciti a risalire.

Dopo la loro morte c'è stata la caccia al colpevole, si è cercato il nome, il simbolo da additare e abbattere. In realtà la vita sospesa di Romeo è il simbolo di uno Stato che sta perdendo i pezzi, che dimentica i diritti di intere fasce di popolazione, lasciandole sole davanti a meccanismi inceppati, senza farsene più carico. L'ordine delle priorità è impazzito o determinato da valori economici e non più sociali. In questo momento di grande confusione è come se nessuno fosse più in grado di rimettere in ordine, di rideterminare il giusto peso di tutte le cose. 

Angelo Leone, direttore commerciale di Stampa Alternativa, racconta segreti e difficoltà per resistere nel tempestoso mare dell'editoria. Ecco le sue parole.

 

Stampa Alternativa è una casa editrice di piccole dimensioni ma di grande valore: pubblica libri coraggiosi, che spesso anticipano temi che diventeranno di dibattito nazionale dopo molto tempo, libri dissacranti e controcorrente. Oggi paga ancora la qualità del prodotto?

 

Se per qualità intendiamo libri con contenuti di grande spessore direi di sì.  Anzi la crisi ha reso dura la vita di tutti gli editori in quanto bisogna pubblicare di meno e meglio. La libreria indipendenti oggi è in crisi, schiacciata dalla super produzione dei grossi editori che spesso hanno  rinunciano alla qualità per privilegiare più la quantità attraverso un marketing aggressivo.Quindi anche Stampa Alternativa negli ultimi anni  ha dovuto adeguare i propri piani editoriali, senza abbandonare però la sua vocazione di casa editrice  dai contenuti dissacranti e controcorrente. Ma è ovvio che con l’avvento di Internet è sempre più difficile pubblicare libri coraggiosi e anticipare la rete sui contenuti

 

Le statistiche dicono che si leggono sempre meno libri, che la stragrande maggioranza degli italiani non legge o legge al massimo due libri all'anno. Come avete reagito, come state reagendo in questi anni alla crisi del libro?

 

E’ difficile trovare soluzioni valide alla crisi del libro. In questi anni oltre all’avvento di Internet che ha portato più lettori occasionali, ma anche meno qualità nella lettura, si è affiancata anche una crisi economica pesante che ha depresso gli acquisti in libreria soprattutto da parte di quei lettori forti che non leggono in rete e non usano gli e-book. Dal canto nostro come molti editori stiamo immaginando di trasferire buona parte del nostro catalogo cartaceo nel formato e-book disponibili per tutte le piattaforme on-line. E’ un processo lento però in quanto il fatturato delle vendite on-line, seppur in costante crescita rappresenta ancora percentuali troppo basse (3%) rispetto al fatturato classico del cartaceo. Oltre a questo si stanno sperimentando anche forme di vendite on-line attraverso il printing on-demand (vale a dire stampare e vendere in base alla effettiva richiesta). Questo per evitare l’inutile dispendio di copie, a cui la vendita di libri nella filiera tradizionale ci costringe (dove è necessario produrre il doppio del reale venduto).

 

Come si fa a costruire un libro di successo?

 

Non è facile rispondere a questa domanda. Oggi è sempre più difficile costruire libri di successo e per fare questo ci vogliono forti investimenti in ricerca e promozione.

Stampa Alternativa proprio perché è sempre stata una casa editrice contro corrente ha sempre cercato di costruire i propri successi anticipando temi coraggiosi e spesso dissacranti.

 

Che peso ha la distribuzione per decretare le vendite di un libro?

 

Di fronte a un buon libro dalle buone possibilità di vendita, la forza della distribuzione può sicuramente decretare il successo o meno di un libro. Così è stato anche per alcuni nostri best-seller:  Papalagi, Banca Bassotti, Arte della Gioia, La Casta dei Giornali. Quindi la distribuzione ha un peso nell’amplificare la buona vendibilità di un libro.

 

Che cosa servirebbe alle case editrici di piccole dimensioni per andare avanti?

 

In questo momento di crisi servirebbero tante cose. C’è molto da fare nel settore, ma alcune cose si potrebbero fare subito. Innanzitutto, partire da un sostanziale miglioramento della legge Levi, diminuendo o azzerando almeno  la percentuale di sconto su tutte le novità  prodotte nell’anno e riducendo ad non più di una campagna all’anno per editore con tetto massimo di sconto al 20%. Così com’è stata concepita ha messo un tetto di sconto sul libro del 15 per cento (abbassandolo rispetto a prima), ma ha poi di fatto ha introdotto una liberalizzazione totale delle sconto indiscriminato sia in libreria che nella grande distribuzione. E questo ha rappresentato una pesante svendita del proprio catalogo per ogni editore con una ulteriore diminuzione dei margini operativi già limitati.

Altro punto importante sarebbe la tutela dei soggetti deboli della filiera: i lettori, le librerie indipendenti, le biblioteche. Si potrebbero mettere in campo più interventi: una politica di incentivi sull’acquisto di libri per i lettori (ad esempio, per gli insegnanti, bonus per acquisti scontati e possibilità di scarico fiscale delle spese ), mentre, per le librerie, norme a tutela dei contratti di affitto per evitare sfratti o aumenti indiscriminati (con adeguati incentivi per i proprietari), e finanziamenti a sostegno delle biblioteche, ormai allo sbando. In ultimo, sarebbe opportuno favorire l’accesso al credito, sia per le librerie indipendenti che per gli editori indipendenti, attraverso l’istituzione di un fondo di garanzia che oltrepassi la diffidenza delle banche a prestare soldi a chi fa cultura.

 

Stampa Alternativa, dagli anni '70 al Terzo Millennio

 

"Mai così attuali"

 

Stampa Alternativa nasce nel 1970, ispirata dalle Alternative Press inglesi 

e americane. In quegli anni vengono stampati e diffusi, al prezzo di copertina di poche lire, milioni di copie 

di opuscoli, poco più che volantini, su droga, viaggi, sessualità, alimentazione e stili  di vita alternativi. 

Le attività continuano nel 1980 come casa editrice, senza perdere l’identità controculturale.  E alla sigla di Stampa Alternativa si affianca Nuovi Equilibri, con il delicato compito  di assicurare la presenza e la crescita del marchio editoriale nel circuito librario.

Nascono le prime collane, innovative per contenuti come per qualità e cura realizzativa: “Container arte”, “Fiabesca” e poi “Sconcerto”, “L’età d’oro degli illustratori”. 

A marcare la nuova stagione, nel 1989 nascono i “Millelire”,  che hanno rivoluzionato il mercato editoriale : poche pagine fortemente motivate e provocanti, veste scarna priva di orpelli e prezzo 

di mille lire. Nel decennio successivo ne vengono distribuite e vendute milioni di copie. E sempre nello stesso periodo nuove collane si aggiungono a quelle storiche: “Eretica”, “Margini”, “Scritture”, “Sonic Book”, “New Jazz People”, “Rock People”, i grandi libri illustrati. 

Nel 1992 la casa editrice inizia una lunga e proficua collaborazione con uno dei geni del fumetto italiano, Benito Jacovitti, con la pubblicazione del suo Pinocchio e successivamente di tutte le sue maggiori opere.  

Il nuovo millennio saluta l’arrivo di altre due collane: “Ecoalfabeto”, dedicata alla qualità della vita, alla difesa dell’ambiente e dei diritti degli animali, e “Senza finzione”, inchieste alla maniera della controinformazione degli anni ‘70 che affrontano tematiche scomode, con valenza politica e sociale: terrorismo, criminalità, abusi, ecc.

Il corso degli anni, pur tra mutate condizioni storico-sociali, non ha scalfito la carica provocatoria e visionaria di Stampa Alternativa e le sue sfide di qualità. 

In comune abbiamo la stessa città di nascita, lo stesso percorso scolastico fino al liceo, alcuni degli amici più cari e un anno passato insieme su (veramente) polverose tavole di un piccolo teatro di provincia. Un anno di prove per un'unica replica. Poi i destini di tutti quei giovani e quelle giovani aspiranti attori e attrici si sono divisi verso le destinazioni più diverse. Eleonora Mazzoni è stata l'unica che ha continuato a credere in se stessa e nel senso di quel lavoro. L'ho rivista recitare (benissimo) su teatri meno polverosi, poi al cinema. Ora a farla diventare, forse, ancora più popolare è stato il libro che ha scritto "Le difettose", per Einaudi. Un romanzo d'esordio che ha bruciato tutte le tappe, scritto con la sapienza di chi molto ha letto e di chi vive di parole, ma anche con l'urgenza di raccontare un mondo, quello delle madri che non riescono ad avere figli, troppo spesso nascosto sotto il velo del qualunquismo o raccontato con una lunga sequenza di stereotipi. Ecco le sue parole.

 

Il romanzo (che non è strettamente autobiografico, nel senso che mi sono divertita a inventare un alter ego con molte differenze e tanti personaggi e situazioni frutto dell'immaginazione) nasce dall'esperienza personale di aver cercato per anni un figlio che non arrivava. Anch'io come Carla Petri, la mia protagonista, sono passata attraverso fecondazioni artificiali fallite e alcuni aborti naturali (purtroppo) perfettamente riusciti. In questo viaggio verso la maternità mi è capitato di incontrare un mondo interessante, pieno di storie eccezionali, eccentrico, variegato, vitale, disperato ma sotterraneo e invisibile a occhio nudo: il mondo, appunto, delle difettose (inteso come donne e come coppie), di chi cioè fatica a realizzare uno dei desideri più semplici e apparentemente alla portata di tutti, avere un figlio. Un mondo che mi ha 'chiesto' di essere raccontato.

 

Dal romanzo alla realtà, cosa pensi della situazione italiana in merito alla fecondazione assistita?

 

Mi sembra giusto utilizzare le scoperte che sono state fatte negli ultimi decenni da scienza e medicina. Non dimenticando, però, l'alto tasso di fallibilità che ad esempio ha la procreazione assistita (70% anche in condizioni ideali, diciamo intorno ai 25 anni di età). I risultati (particolare che i media dimenticano di sottolineare) non sono mai garantiti. È per questo che nel percorso impari più l'umiltà che un atteggiamento prometeico. La natura, forse perché intesa come emanazione di Dio, viene spesso considerata qualcosa di monolitico, buono e da accettare così com'è, a differenza dell' 'artificio', cattivo e umano, troppo umano. Riconoscendo tutti i pericoli che sono insiti nei 'laboratori' della vita, mi sembra che la voglia di correggere e migliorare la realtà sia una qualità sana dell'uomo. Anche perché l'artificio non elimina il mistero dell'esistenza. Anzi. Lo potenzia.

 

Della legge 40 (ormai a furia di ricorsi quasi interamente smontata) penso che sia uno specchio fedele della nostra Italia. Piena di contraddizioni e ipocrisie. La Corte di Strasburgo l'ha sottolineato qualche mese fa a proposito della diagnosi pre-impianto. E' assurdo, ha detto, che su un ovocita fecondato da 48 ore non si possa fare, nel caso la coppia risultasse essere portatrice di gravi malattie genetiche, la diagnosi pre-impianto (che la legge 40 non permette), quando la stessa coppia può utilizzare, se il feto risultasse malato, l'aborto terapeutico (previsto dalla 194). A proposito delle assurdità della legge 40 vorrei rimandare a un articolo che ho scritto su Panorama.

http://scienza.panorama.it/Ovociti-fecondati-perche-hanno-gli-stessi-diritti-di-un-essere-umano

 

 

Donne e maternità, il paradosso italiano: una donna, soprattutto in Italia, se non ha figli viene considerata quasi una persona incompleta. Una volta diventata madre, però, viene lasciata sola, spesso costretta a lasciare il lavoro. Come smontare questo paradosso?

 

 

Purtroppo ora come ora il paradosso non riesco a smontarlo. Le donne si trovano al centro di varie contraddizioni e non se ne esce. La prima è sociale. Come dicevi tu, ancora oggi il modello dominante per una donna è quello che la vede madre. Però poi quando lo diventa, entra nell'anonimato e nell'invisibilità. La sua identità sparisce, diventa improvvisamente incapace di "fare" altro. E poi va considerato che spesso i figli mettono a dura prova il rapporto. Le separazioni entro i primi 3 anni di vita del bambino sono in aumento. Quello che un tempo, quando il matrimonio era religioso e procreativo (e la passione rigorosamente extraconiugale), cementava le unioni, oggi, in cui cerchiamo matrimoni d'amore, divide. L'ultima riflessione è personale. E' la lotta tra l'amore e il tempo da dedicare al figlio e i propri sogni e desideri personali. Anche perché il modello attuale è più esigente che mai. Oggi ci si aspetta che le madri dedichino a 2 figli il corrispettivo di cure che un tempo si dedicava a 6.

 

 

 

Prima di diventare scrittrice hai cominciato come attrice. Sei partita da una piccola città, qual è stato il tuo percorso, difficoltà che hai incontrato e cosa ti ha dato l'energia di andare avanti?

 

 

Se mi guardo indietro non so come ho fatto. Sinceramente. E' un lavoro così inflazionato l'attrice e in Italia si produce così poco, voglio dire, la sproporzione tra domanda e offerta è smisurata, più che in altri lavori:  se uno ci riflette lucidamente si blocca. Credo che l'energia me l'abbia data proprio l'incoscienza, unita a un desiderio grande, ai limiti dell'ossessione (considerando che anche il mio romanzo "Le difettose" racconta di un desiderio, quello della maternità, che si trasforma in ossessione, forse dovrei preoccuparmi!), alla voglia di fuggire (dalla mia piccola città, dalla mia famiglia) e, grazie a dio, a un pizzico di fortuna.

E ora, dopo tanto successo, cosa diventerà "Le difettose"?

La prossima stagione "Le difettose" diventerà un monologo teatrale con un'attrice di talento come Emanuela Grimalda. In più sono stati opzionati i diritti cinematografici e la produzione sta lavorando alacremente (c'è un bellissimo nome per la protagonista e per la regia, a breve diventerà ufficiale). Ora sto scrivendo il secondo. Mi piacciono molto il plot e i personaggi per cui voglio dedicarci ancora tutto il tempo necessario.

 

 

Forward| costruisci il (tuo) futuro

Il capitale della Cultura

 

Idee, persone, storie, progetti per cambiare il nostro futuro. Quali sono le password che ci permetteranno di progettare il cambiamento? Quali sono i modelli partecipativi che potrebbero ridefinite la nostra cultura? Quali progetti di innovazione sociale possiamo realizzare? Come e in che cosa siamo disposti a progettare noi stessi?

 

Un progetto Immaginario: presentazione di un'idea aperta e partecipata di lavoro. 

Da un'idea di Alessandro Riccini Ricci.

 

 

Partecipano: Alessandro Riccini Ricci, Marco Tortoioli, Marco Giugliarelli, Leonardo Alfonsi, Linda di Pietro, Fabio de Chirico, Paolo Belardi, Claudio Ferracci, Sergio Cavallerin, Manuele Morbidini, Antonio Venti, Sad, Ricky Spennato, Massimo Pici, Vanna Ugolini, Emanuele Montelione, Maria Chiara Locchi e Grazia Paciullo - LaboratorioSì, Matteo Brutti, Francesca Duranti, Matteo Grandi, Tiziano Scricciolo, Chiara Dionigi, Filippo Fagioli, Pasquale Guerra, Abdermane Berthet, Paolo Massoli, Sistema Museo ???…

Con Arnaldo Colasanti, direttore artistico “Perugiassisi 2019″ e Bruno Bracalente, Presidente Fondazione “Perugiassisi 2019″

 
-- Giovedì 4 aprile ore 18. Sala Sant'Anna, Viale Roma, Perugia

Ciao guerriero.

 

Con queste parole una generazione di ventenni ha salutato Alessandro, 24 anni, ucciso dal colpo di una vecchia pistola, affogato nel sangue che allagava i suoi polmoni mentre lui cercava di difendere Julia, la sua ragazza, dalla furia inspiegabile di un assassino incappucciato.

 

L'Umbria, Perugia, si svegliano, ancora una volta, insanguinate, ma questo è un delitto che lascia, forse, ancora più sgomenti. In queste ore la polizia sta cercando di chiudere il cerchio dei sospetti, e fare delle ipotesi non sarebbe giusto e, anzi, sarebbe solo azzardato. Sono state emesse due informazioni di garanzia nei confronti dell'ex ragazzo di Julia e del padre di lui, ma potrebbe trattarsi anche solo di un fatto tecnico, per poter fare accertamenti investigativi che, poi, potrebbero dare esiti nulli. Quello che colpisce è altro e basta quello che è emerso per farsi delle domande.

 

Giovedì sera, sullo sfondo di anonimi palazzi di periferia, si sono raccolti decine e decine di ragazzi, ventenni, amici della vittima e della ragazza. Ragazzi con il viso distrutto, che non riuscivano a rendersi conto di quello che era accaduto al loro amico, a un ragazzo come loro. Un'immagine di dolore e di sgomento che, però, sarebbe potuta essere scattata ovunque: in una qualunque periferia di una qualunque città, da Bergamo a Trapani. Non c'era un segnale che, istintivamente, indicasse che quella era la periferia di Perugia.

 

Quei ragazzi non riuscivano a farsi una ragione di quanto era accaduto.

Perchè questo omicidio non lascia vie di fuga, non concede ragioni. Non ci sono scappatoie.

 

Non ci si può "scaricare" la coscienza pensando, come purtroppo accade, che siamo di fronte a (baby) gang di ragazzi immigrati che portano qui modalità di comportamenti tipici di altri paesi del mondo. Non possiamo inquadrare questo omicidio in uno scenario di criminalità e regolamenti di conti mafioso, quindi comunque qualcosa fuori dal cerchio della società civile nè, come è accaduto per i tre morti del Broletto, confinarlo alla sfera della malattia mentale.

Quel ragazzo che è morto sotto i colpi di una violenza estrema sarebbe potuto essere il figlio di ciascuno di noi. A rendere sgomenti è anche altro. E' la violenza, la mancanza di pietà, l'accanimento dell'assassino sulla vittima e poi sulla ragazza, forse salva, oltre che per il coraggio del fidanzato, anche perchè l'arma si è inceppata.

 

Se allarghiamo il campo, se vediamo cosa c'è intorno a questo ragazzo-guerriero e alla sua fidanzata, riusciamo a distinguere una generazione che i mass mediain Umbria non avevano mai intercettato. Un generazione di giovani del tutto simile alle compagnie che si formano fra ragazzi nelle periferie delle metropoli, che gravitano intorno a certe palestre, cultori del corpo e dell'onore, che non esitano a risolvere certe questioni con i fatti piuttosto che con le parole.

L'ex fidanzato di Julia, Valerio, nelle ore in cui lei e il nuovo compagno subivano l'assalto di un killer, era in ospedale, col naso spaccato e pieno di lividi, per un pestaggio subito pochi giorni prima. Un pestaggio a cui avevano partecipato tre ragazzi e, secondo la denuncia, come mandanti, proprio Alessandro e Julia, che, stando a quanto ricostruito dalla polizia, erano presenti mentre gli altri tre ragazzi picchiavano. Anche questo un episodio da verificare nei dettagli, ma intanto Valerio, in ospedale c'era finito malconcio.

Che cosa fa pensare questo episodio, cosa fanno pensare questi comportamenti? A ragazz, capaci di compiere grandi gesti, come Alessandro che difende e salva Julia, ma a cui mancano le parole, che faticano a declinare, ad esempio, l'amore in dolcezza, nostalgia, libertà, oppure la rabbia in dolore, attesa, confronto, chiarificazione, ma che incanalano, questa rabbia, come un micidiale esplosivo, nel corpo, fino a che questo non esplode in manifestazioni violente. Una generazione nascosta tra le pieghe di una città di provincia, il cui urlo di dolore, adesso, sgomenta tutti. 

 

westUna relazione scritta nel 2004, per il progetto West, buone pratiche contro il traffico e la tratta di esseri umani. Attualissima, purtroppo, anche oggi.

 

Etica della comunicazione e prostituzione

Comunicare il sociale

 

 

 

La mia esperienza professionale si è svolta quasi interamente in redazioni di provincia che io ritengo siano un osservatorio privilegiato per capire il fenomeno della prostituzione, in quanto, nelle piccole città la prostituzione non si può nascondere come in quelle grandi, non si può mettere ai margini e la gente incontra e si scontra con questo fenomeno molto più di frequente e sotto le più diverse forme.

La mia convinzione, che si basa sulla mia esperienza, è che, ancora oggi, non si siano colti appieno i cambiamenti che caratterizzano la prostituzione e che questo sia un problema grandemente sottovalutato ad ogni livello istituzionale, dal Parlamento alle amministrazioni locali. Se questo comportamento, da un lato è comprensibile per una serie di motivi che cercherò di spiegare, dall’altro rappresenta un ritardo che deve essere assolutamente colmato se non ci vogliamo trovare davanti ad un fenomeno che diventa incontrollabile dal punto di vista della criminalità e del controllo del territorio; se non vogliamo perdere quelle condizioni di vivibilità e di coesione sociale che fanno della provincia o, almeno, di una certa provincia, un luogo in cui rimane alto il livello di qualità della vita.

Ma anche se non vogliamo essere solo spettatori e, in parte complici, di cambiamenti epocali segnati da violenza e da discriminazione nei confronti dei soggetti più deboli.

 

 

 

 

Comunicare in un’epoca di cambiamenti

 

Scrivere, fare comunicazione in questo contesto, non è semplice perché, per capire e far capire veramente cosa c’è sotto la superficie di questi mutamenti, bisogna fare un lavoro continuo di ricerca e, soprattutto inventarsi delle categorie nuove, dei paradigmi nuovi per decodificare e poi comunicare i cambiamenti.

 

Non è facile, perché siamo dentro trasformazioni che, probabilmente,  non siamo ancora in grado di capire e quantificare e, soprattutto, non siamo in grado di prevedere che svolgimento avranno.

Per fare un esempio, in questo momento, mentre noi parliamo, sono al lavoro centinaia di migliaia di ricercatori in tutto il mondo. Se li sommassimo, scopriremmo che ci sono più cervelli che stanno studiando in un solo momento, oggi, di tutti quelli che ci sono stati dalla preistoria fino all’epoca industriale. E con che mezzi a disposizione.

Soprattutto, siamo entrati in una nuova era, un’epoca in cui la mappatura del Dna ha aperto una strada che sta spegnendo l’era del fuoco, quel fuoco che il mito attribuisce acceso da Prometeo e che ha segnato tutte le civiltà esistite fino ad ora, per aprire le porte all’era delle biotecnologie.

Questi cambiamenti, questa rivoluzione, naturalmente, non rimangono confinati solo in ambiti scientifici. Scrive l’economista americano Jeremy Rifkin che <in poco più di una generazione il nostro concetto di vita e il significato dell’esistenza saranno radicalmente modificati. Le vecchie e collaudate ipotesi sulla natura, compresa la natura umana saranno completamente ripensate. Molte delle più arcaiche abitudini riguardanti la sessualità, la riproduzione, la nascita, la paternità e la maternità potrebbero essere parzialmente abbandonate. Saranno ridefinite anche le idee di uguaglianza e democrazia al pari di nozioni come “libero arbitrio” e “progresso”. Probabilmente cambieranno anche il nostro senso di società e la coscienza di noi stessi, come già successe agli albori del Rinascimento, nell’Europa medievale di più di settecento anni fa>.

 

Le nuove migrazioni

 

Accanto a questi cambiamenti, stiamo assistendo anche un’altra rivoluzione epocale, più immediata e che affrontiamo quotidianamente, e di cui, indirettamente e parzialmente, ci rendiamo conto  ogni giorno, mentre camminiamo, mentre ci guardiamo intorno, nelle nostre città, che è quella della ripresa delle grandi migrazioni, in seguito ai cambiamenti socio-politici che sono avvenuti nel mondo.

Queste migrazioni, però, hanno caratteristiche diverse, rispetto a quelle di cui anche noi italiani siamo stati protagonisti nel secolo che si è concluso.

Intanto, oggi, al contrario del secolo scorso, ci sono molte donne che migrano, che lasciano la propria casa e, spesso, anche dei figli molto piccoli, per spostarsi a cercare quel lavoro e quel benessere che nei loro paesi manca. I migranti, poi, partono senza la speranza di andare a conquistare un territorio ancora parzialmente inesplorato, ma sanno già che dovranno trovare spazio in una società ristretta, collaudata, rigida e, spesso, molto poco accogliente.

 

Le nuove schiavitù

 

Un paradigma, un modo di comunicare le cose da un punto di vista nuovo vuol dire anche capire e far capire questo nuovo contesto. Molti dei migranti, poi, soprattutto le donne, ma anche i bambini, partono già dopo aver subito violenze di ogni genere, sia fisiche sia psicologiche, in condizioni tali che, dopo decenni che non succedeva, i magistrati, anche nelle nostre città, hanno ricominciato ad applicare il reato di riduzione in schiavitù. Molti di questi migranti, dunque, sono  donne schiave. E’ incredibile che questo possa succedere nella nostra epoca, è incredibile che questo possa accadere nelle strade delle nostre belle città ma è così.

E’ tanto incredibile che la gente stenta a crederci.

Ma in che modo potremmo chiamare, altrimenti, una persona che parte da casa propria, spesso venduta dalla famiglia, e che arriva dopo viaggi terribili, fatti a piedi, su camion, gommoni, carrette del mare, rischiando di morire, (come poi spesso succede), vive sotto minaccia sia fisica sia psicologica e non ha più nemmeno un nome?

Riuscite a immaginare se vostra figlia, una giovane madre, una vostra sorella una mattina se ne andasse per trovare lavoro e, invece, scomparisse, diventasse un fantasma senza identità, che vive dall’altra parte del mondo, senza documenti, senza conoscere la lingua, subendo continuamente violenza?

Io credo che sia difficile anche immaginarla una cosa del genere, credo sia difficile solo immaginarlo un dolore del genere e voglio pensare che una parte dell’indifferenza che spesso riscontro nella gente quando si scrive o si parla di prostituzione, dipenda anche da questo. Non riteniamo possibile che questo possa succedere. Non ci possiamo credere perché sono cose che non appartengono alla nostra vita e pensiamo che non esistano in altre parti del mondo.

Io sono solita paragonare lo sgomento che dà guardare da vicino questo fenomeno, farsi carico, per empatia, del dolore che tanti sconvolgimenti provocano, alla sensazione di disorientamento di quando assistiamo ad eventi naturali catastrofici. Ci sentiamo impotenti, impauriti e, se possiamo, cerchiamo di evitare di pensarci, di cambiare canale, si sintonizzarci su qualcosa che riusciamo meglio a comprendere e a gestire.

Ma è anche vero che non crediamo anche, perché, a volte, è più comodo pensare così.

 

Comunicare il cambiamento: dal più antico mestiere del mondo alla moderna schiavitù

 

 Per questo, riportiamo il problema della prostituzione alle categorie che conosciamo fino ad ora, che sono, più o meno, quelle che si riferiscono “più antico mestiere del mondo”.

Per questo la richiesta che veniva fatta anche ai giornali era quella di risolvere il tema della prostituzione in termini di problema di decoro e di viabilità. In questo caso comunicare, fare informazione, è significato dare voce sì a queste proteste, ma smascherare  la   superficialità e, tutto sommato, anche l’ipocrisia che c’era dietro questo modo di pensare. Comunicare è stato un lavoro di approfondimento da un lato e di allargamento dall’altro. Approfondimento dei problemi che certi quartieri in particolare dovevano affrontare e allargamento del fenomeno prostituzione. Articolo dopo articolo, notizia dopo notizia si è cercato di parlare di prostituzione da diverse angolature, dando ogni volta qualche particolare in più, fornendo informazioni sempre più allargate sul fenomeno e su tutti gli aspetti connessi a questo. Per cui abbiamo parlato di clienti, di interessi economici che girano intorno a questo fenomeno. Abbiamo cominciato a parlare di racket, di sfruttamento.

Insomma, il lavoro è stato quello di creare il quadro entro il quale si sviluppa la prostituzione.

A Perugia, il fenomeno della prostituzione ha dimensioni molto grandi. Capire il perché di questo non è semplice. E’ vero che a Perugia c’è benessere e, quindi, c’è gente che può spendere soldi. E’ vero che la posizione geografica dell’Umbria favorisce gli arrivi, che c’è una università per stranieri. Ma è anche vero che, forse, in Umbria la presenza delle prostitute è così diffusa (una notte, uscendo con la Volante, ne contai io personalmente 350. Adesso la prostituzione su strada si è un po’ ridotta ma è aumentata quella in appartamento. Comunque in certi momenti la presenza di prostitute è arrivata ad essere attorno al migliaio, in pratica c’erano più prostitute che medici di base) anche perché c’ è un tessuto urbanistico che ne favorisce la presenza. Perché c’è una periferia cresciuta disordinatamente, con tantissimi appartamenti sfitti. E che, fra l’altro, non sono relegati a decine e decine di chilometri di distanza dal centro della città o dai luoghi di “lavoro, ma, anzi , quest’ultimo è raggiungibile con molta facilità. Introdurre anche questi elementi è importante per conoscere i confini del fenomeno.

Certo a Perugia contro il racket della prostituzione si è lavorato molto e c’è stato anche il tentativo, durato poco ma di qualche efficacia, di forzare la legge Merlin e considerare i clienti cone persone che favorivano il racket, in quanto prendevano e accompagnavano sul luogo di lavoro la prostituta. C’è stato poi il Comune che si è costituito parte civile contro gli sfruttatori e questo è una strada di grande civiltà e un segnale forte che è stato molto apprezzato.

E’ chiaro, comunque, che questo fenomeno crea insicurezza nell’immediato e anche problemi di criminalità nel lungo periodo. Dalle indagini, fino a questo momento, è emerso che i soldi guadagnati con la prostituzione, in parte vengono reinvestiti in droga e armi, poi in immobili nei paesi d’origine. Ma potrebbe anche succedere che le prossime generazioni decidano di investire qui e, quindi, di riciclare il denaro comprandosi pezzi di città. Sono tutti elementi che vanno introdotti nella comunicazione, pur essendo consapevoli che non va sottovalutato il problema del signore che non riesce ad arrivare a casa per il traffico che di notte impedisce, di fatto, la viabilità nelle strade.

 

 

Il denaro puzza

 

Una volta, parlai a lungo con una persona che era stata arrestata per favoreggiamento della prostituzione, perché affittava le case ai protettori o a clandestini. Parlare con lui mi fece molta impressione perché lui per tutta l’intervista non cercò altro di convincermi che tutte le donne erano consenzienti, che guadagnavano moltissimo e che mai avrebbero fatto un altro lavoro perché non avrebbero mai rinunciato a tanto denaro. Poi, durante la conversazione, si comprò una pizza e qualcosa da bere e pagò la consumazione con monete da dieci centesimi perché i clandestini che facevano i lavavetri e dormivano da lui gli pagavano l’affitto in monetine. E, mentre pagava, lui mi spiegava che tutta questa gente guadagnava moltissimo. Lui era convinto che quasi che fossero dei privilegiati perché non pagavano le tasse. E, in un certo senso, si considerava un loro benefattore, perché forniva loro un tetto.

Bene, comunicare il sociale vuol dire anche avere il coraggio di dire che non è vero che il denaro non puzza. C’è de denaro che puzza, eccome, che ha l’odore della violenza e della paura e che non va accettato. E nessuno deve essere complice.

Non chiudere gli occhi davanti a tanta violenza e a tanto dolore significa anche non creare delle sacche in cui certa gente trovi spazio per alimentare e guadagnarci da tanta violenza e da tanto dolore. Significa, ad esempio, non concedere cambiamenti di destinazione d’uso a locali senza finestre, non fare diventare i garage dei mini appartamenti, dei locali in cui solo gente disperata e senza nome può accettare di abitare.

Comunicare su questo argomento può voler dire, quindi, anche andare controcorrente. E far sentire tutti le voci che sono fuori dal coro. Perché se la prostituzione è, in parte, un fenomeno accettato, a meno che non sia troppo visibile e non dia troppo fastidio, è anche, perché c’è una ricaduta economica sul territorio. C’è gente che, indirettamente, ci guadagna: dagli albergatori, agli affittacamere, ai taxisti che portano le ragazze dalla frontiera nelle varie città a cui sono destinate.

  Proprio qualche giorno fa ho intervistato un magistrato che conduceva le indagini su un omicidio, una sorta di vendetta fra bande rivali di albanesi appunto per questioni di donne da fare prostituire. La sua analisi del problema era sostanzialmente questa: in questi anni le armi degli investigatori si sono sostanzialmente affilate, le condanne sono diventate più dure, c’è stata una maggiore presa di coscienza del problema. Secondo questo magistrato era invece la città che non era stata all’altezza dei cambiamenti che stavano avvenendo e citava un record negativo che riguardava Perugia: era una delle città in cui c’èra la maggiore percentuale di modifiche di destinazioni d’uso di abitazioni con sanatoria. Una legalità ai limiti dell’illegalità che, però, alla fine, sommata a tante altre (come gli affitti in nero, una periferia sempre più urbanizzata in maniera massiccia, etc), crea un tessuto favorevole allo sviluppo della prostituzione.

 

 

 

Il linguaggio, i tempi

Comunicare vuol dire anche trovare il linguaggio giusto per farlo, vuol dire fare un lavoro sui termini da usare per parlare in maniera diversa della prostituzione. Come chiamiamo queste donne costrette a vendersi sui marciapiedi? Meretrici, prostitute, lucciole o schiave, vittime? Come chiamiamo gli uomini che le costringono a vendersi? Papponi, protettori, o criminali, malavitosi che fanno parte del racket dello sfruttamento. Va fatto un lavoro anche sui termini che non è facile, perché trovare un equilibrio tra la necessità di far capire in un titolo alla gente quello di cui stiamo parlando, il rispetto per il dolore di queste persone, la gravità del fenomeno di cui stiamo parlando. Giovanni Maria Bellu, che ha scritto un libro su un naufragio dimenticato, 283 clandestini che morirono nelle acque davanti a Portopalo in Sicilia e che nessuno, per anni, ha voluto vedere, fino a quando lui non ha ripreso i resti della nave e dei cadaveri con una telecamera subacquea, ha fatto proprio un lavoro sul linguaggio per descrivere la tragica odissea di queste 283 persone, con una particolare attenzione a non cadere nella retorica e a rendere loro la dignità che tanti resoconti frettolosi definiscono in maniera scontata e, a volte, oltraggiosa. Un esempio per tutti: li chiama spessissimo usando la parola migranti, che rende bene la vastità del fenomeno, il loro spostarsi lento, a volte senza meta, più verso un destino che verso un luogo fisico.

 

 

Forse la cosa più semplice e più vera è chiamarle per quello che sono, donne violate, donne vendute che arrivano dall’altra parte di un mondo dove la povertà rende forse una scelta inevitabile il piegare la testa a tutto questo.

 

Ma il problema della comunicazione, del linguaggio, non riguarda solo il modo di esprimersi dei giornalisti. La parola comunicare deriva dal latino “cum + munus”, che vuol dire rendere partecipi gli altri del proprio patrimonio. Bene, non è facile per molti altri attori del sistema della comunicazione, per molte altre fonti, farsi capire. La comunicazione di molti altri enti pubblici e, in realtà, spesso inesistente o fatta male.

Intanto il linguaggio delle amministrazioni pubbliche è un linguaggio burocratico, che deve essere tradotto e decodificato e che non è mai diretto. Non è un linguaggio per l’esterno ma quasi sempre per gli addetti ai lavori, per l’interno. E su questo punto, invece bisognerebbe lavorare. Inoltre, anche quando si cerca di comunicare con l’esterno qualcosa lo si fa troppo spesso con tempi o modi che non sempre combaciano con quelli dei mezzi di comunicazione. Intendersi, dunque, non è sempre facile. Un discorso analogo si può fare con il linguaggio e, soprattutto, con i tempi del sistema giudiziario. Un’inchiesta dura mesi, anni,  ma, soprattutto, passa tantissimo, spesso troppo tempo prima di arrivare ad una sentenza definitiva. Tempo in cui si consumano vite, storie, tempo in cui le condizioni cambiano e, magari, quando si arriva al processo, le ragazze che devono testimoniare sono sparite, sono tornate al proprio paese o non si sa più dove sono.

E’ un problema rilevante, questo della comunicazione della cronaca giudiziaria perché la certezza della pena, la certezza che certi meccanismi funzionano è importante per dare fiducia alle ragazze che vogliono denunciare i propri sfruttatori.

E’ difficile spiegare loro che, magari, la persona che hanno denunciato è fuori per un cavillo burocratico. Fare comunicazione nel settore della cronaca giudiziaria vuole dire riuscire a mantenere sempre vivo il filo del processo, anche quando si perde tra le pagine dei fascicoli o negli scatoloni degli uffici. E non è facile. 

 

 

 

Storie di vita

 

Dalla ricerca dei termini più appropriati al modo di raccontare: dai resoconti delle conferenze stampa ai racconti delle donne, alle storie di vita. Questo è un altro passo in avanti dell’etica della comunicazione in questo settore.

Esempi (Tania Bogus, l’operazione Girasole etc)

 

Raccontare le storie di vita vuol dire far capire che queste persone non sono dei fantasmi lontani da noi, che non provano sentimenti, che non soffrono perché, magari, hanno lasciato dei figli. Vuol dire raccontare la loro vita, i loro abiti, i loro sogni e le loro paure. Far sì che non ci siano più alibi, che non sia più possibile dire “non li vediamo, non sappiamo chi sono”

 

La notizia dentro la notizia

Sempre Bellu, nel suo libro cerca di spiegare come la notizia di questo naufragio fantasma non sia stata mai raccolta con il risalto che meritava dai giornali. <Esistono notizie che hanno la disgrazia di confondersi, di diluirsi nel tempo, di perdere, in questo modo, la propria forza. Diventano come malati terminali nell’ospedale da campo dell’informazione planetaria. Non vale la pena occuparsene, ci sono nuove urgenze. Così, a volte, gli archivi dei giornali non sono più i luoghi della memoria, ma i sepolcri di tragedie dimenticate. E, come si sa, è raro che qualcuno vada a deporre un fiore su una tomba senza nome>.

Io dico anche che esistono notizie che corrono lungo strade larghe e certe, lungo le autostrade dell’informazione, altre che, per arrivare alla gente devono percorrere sentieri tortuosi, strade bianche, senza avere alcuna alcuna facilitazione, alcuno sconto. Perché, magari, sono notizie che sembrano meno clamorose, meno scintillanti. Perché sono notizie che danno fastidio a molti, o anche a pochi, ma a quelli giusti, quelli che contano. Perché i giornalisti sono pigri o sono continuamente bombardati da nuovi avvenimenti e hanno sempre meno tempo di verificare le notizie. Dunque preferiscono battere strade conosciute piuttosto che intraprendere cammini sconosciuti, con il rischio di non avere il pezzo pronto e di dover riempire in fretta tutta una pagina bianca.

Ecco, dunque, un lavoro da fare nella comunicazione del sociale. Bisogna cercare la notizia dentro la notizia. Fare un lavoro d’analisi sul materiale raccolto e fare un patto con certe notizie che vuol dire fare un patto con certe storie di vita e, quindi, con persone che, forse, non incontrerai mai fisicamente ma alle quali vuoi rendere ugualmente un tributo: far conoscere la loro storia, non farla dimenticare.

Storie di vita, abbiamo detto.

Per un certo periodo ho pensato che fossero la strada maestra per raggiungere un obiettivo efficace nei lettori, per scuotere la gente, per far capire che c’era stato un cambiamento di passo e che, quindi, bisognava cambiare il modo di vedere le cose. Ma ora non credo più che questo basti.

Italo Calvino, nel suo ultimo libro, “Lezioni americane”, fa una specie di gioco della torre della letteratura e propone un elenco di cose da conservare, luoghi della letteratura da portare con noi nel secondo millennio, che è poi quello che stiamo vivendo ora.  Tra le cose che Calvino salverebbe c’è il concetto di visibilità. Ma quale tipo di visibilità Calvino vuol farci salvare. Non certo la visibilità delle immagini preconfezionate, quanto, scrive, <il passaggio dalla parola all’immaginazione visiva come via per raggiungere la conoscenza dei significati profondi>. <Oggi – scrive ancora Calvino in tempi in cui la televisione cominciava a offrire programmi più o meno dalle 5 del pomeriggio – siamo bombardati da una quantità tale di immagini da non sapere più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi, d’immagini, come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo>.

E Calvino non aveva ancora assistito alle immagini del crollo delle due Torri, a quelle delle teste mozzate in Iraq, al terrore di Beslan. Quello che mi sono chiesta, quando riflettevo su questi concetti, è stato, appunto, se la via di raccontare storie di vita sia ancora così efficace come poteva esserlo alcuni anni fa, quando cominciavamo a scrivere di queste migrazioni. Perché ormai l’orrore, il dolore, le storie di vita, insomma, sono tutti i giorni sotto i nostri occhi e sono talmente drammatiche, epocali, che, forse, potrebbe essere sempre più difficile trovare qualcuno disposto a sentirsi raccontare, a leggere, a mettersi a riflettere e a provare empatia di fronte al dramma di una donna violentata, di una donna che si vende. Non perché questo dolore, questa storia, abbia meno valore, ma perché rischia di perdersi, di mescolarsi al dolore quotidiano, alle immagini di  altro dolore.

 

Allora, che sforzo deve fare la comunicazione, oggi, quale altro passo muovere per non venire meno al suo dovere di far capire quello che realmente sta succedendo?

Forse bisogna uscire dall’incalzare dell’emotività, un’emotività che poi rischia di scaricarsi, di perdere efficacia e capire cosa sta succedendo. Capire perché è vero che tante di queste ragazze arrivano nella parte ricca dell’Europa senza conoscere il loro destino o conoscendolo solo parzialmente. Ma è anche vero che alcune dicono <Meglio prostitute che così povere come eravamo nel nostro paese>. Capire cosa succede in tutta Europa, come reagiscono gli altri di fronte a         questo fenomeno. Capire che responsabilità ha la politica economica di questa parte di mondo in cui viviamo nei confronti di quella che si ritrova povera e che costringe intere generazioni ad andarsene per sperare di trovare delle possibilità di vivere meglio.

Bisogna parlare alla gente, dare loro degli strumenti di conoscenza e di valutazione, a cui fare riferimento quando tira il terremoto e sembra che tutto ci stia crollando intorno  – e questo credo sia la forza del progetto West – per aiutarla a conoscere il problema nelle reali dimensioni e per far capire loro anche tutto il restante quadro di cui ogni città, ogni quartiere non è che un piccola pennellata.

 

 

Tempi storici, tempi sociali, tempi psicologici

 

Con quest’ultimo argomento propongo delle “riflessioni futuriste” sull’argomento. Sono solo dei messaggi in bottiglia, dei pensieri che non sono supportati da mia conoscenze o da un’esperienza personale ma che ritengo possono essere utili per una discussione. Molti anni fa lessi un libro che si intitolava “Tempi storici, tempi biologici” e che in sostanza sosteneva questo: i tempi della storia non hanno niente a che vedere con quelli della natura. Noi usiamo e sfruttiamo la natura senza conoscere le leggi che la regolano, senza rispettarne i tempi di riproduzione e così via e provochiamo così dei danni immensi, inneschiamo dei processi di cui non conosciamo gli effetti né quando si verificheranno. Di una sola cosa possiamo essere sicuri e cioè che, comunque, questo modo di comportarci degli effetti ne provocherà certamente.

Io credo che una riflessione analoga la si possa fare anche per quanto riguarda i cambiamenti sociali che stiamo vivendo. A livello generale sta succedendo tutto molto in fretta, migrazioni, equilibri di potere, guerre, molto più in fretta di quanto interi paesi, economie, sistemi sociali possano adattarvisi in maniera equilibrata.

Ma i cambiamenti stanno succedendo in fretta, troppo fretta, anche per quanto riguarda la capacità di adattamento e di elaborazione del dolore, del cambiamento, di una persona.

E spesso, come detto, avvengono portando dolore, a discapito dei soggetti più deboli. Allora nascono altre domande. Ad esempio come può recuperare una dimensione interiore equilibrata una donna venduta dalla famiglia, stuprata, buttata sul marciapiede? Come può riuscire a elaborare tutto questo dolore, tutte queste violenze, inserirsi in un paese che non è il suo ed è un paese in cui non è certo facile vivere? Qualche tempo fa parlavo con un’assistente sociale che mi raccontava di come stava cambiando il suo lavoro, di come gli interventi nelle famiglie erano sempre più diversificati. Accanto a famiglie italiane sempre più complesse cominciavano a sorgere i problemi anche nelle famiglie degli stranieri che, una volta ricongiunte in Italia, erano sì riunite, ma non certo in una condizione di benessere. E anche il ricongiungimento dei figli non sempre  avviene senza traumi e senza difficoltà. Anche la comunicazione dovrà farsi carico di raccontare questi cambiamenti.

Da bambina la madre Vanne le trasmise l'amore per gli animali, ma forse non pensava che la figlia Jane sarebbe diventata una scienziata e che le sue scoperte avrebbero contribuito enormemente alla conoscenza del mondo in cui viviamo. Comincia così la storia di Jane Goodall, la signora degli scimpanzè: una storia di amore per gli animali che si estende ben presto alla consapevolezza della fragilità del pianeta e al desiderio di contribuire alla sua salvezza. La possibilità di incontrare Jane Goodall in Umbria, in giugno, è un evento per la regione, creato grazie alla tenacia di Francesca Rossi, musicista e con la collaborazione di Psiquadro, associazione che si occupa di divulgazione scientifica. Si avrà la possibilità di conoscere una personalità fondamentale per il mondo ambientalista ma anche di sentire raccontare dal vero la sua storia di bambina che è riuscita a realizzare i suoi sogni.

"Il futuro del nostro pianeta dipende da noi; siamo noi che possiamo fare la differenza", incoraggia Goodall. "E se riusciamo a lasciare anche la più piccola impronta, possiamo cambiare il mondo in una notte".

Lunedì, 18 Marzo 2013 09:35

Franca Abumen, una morte di scarto

Una morte circondata dal silenzio generale ( dei media e della società civile), una “morte di scarto”: una ragazza nigeriana, vittima del racket della prostituzione, uccisa in un bosco nella campagne umbre. Ancora una volta la vittima è  una donna, straniera, inserita nel circuito della prostituzione, in una terra, l’Umbria, definita dalla Pm Antonella Duchini “meta finale di destinazione della tratta degli esseri umani”. La riflessione, scritta dalla giornalista Vanna Ugolini

E’ così, nel silenzio indifferente, che muore una ragazza di 27 anni. Forse perchè è nera, perchè viene da lontano, perchè era un corpo in vendita, finito con la faccia nel fango e il collo stretto da un laccio nero, che l’ha strangolata fino a toglierle l’ultimo filo d’aria.  Si chiamava Franca Abuman, sorrideva dal suo profilo facebook, in cui spiegava che la cosa che le piaceva di più era farsi degli amici. Si faceva fotografare vicino alle auto dei clienti,  in posa, come se fosse la foto di una vacanza, invece era il luogo dove si vendeva in Umbria, ai confini con il Lazio: una piazzola all’ombra di un cartellone pubblicitario, ai margini di un boschetto dove poi si appartava con gli uomini che la compravano.

L’hanno trovata strangolata e scomposta, terra mossa intorno a lei, perchè probabilmente più di una persona l’ha presa, tenuta ferma e uccisa, in mezzo a rifiuti, fango e sporcizia.  Aveva anche una residenza a Terni, ma a quell’indirizzo non c’era mai andata. In realtà viveva fra Roma e Viterbo e proprio una sua amica l’ha cercata più volte e, alla fine, ha chiamato i carabinieri e un ‘amico’, un uomo di Narni che l’andava a prendere alla stazione di Orte e la portava alla piazzola, località Stifone, già dentro i confini dell’Umbria. In cambio la promessa che non avrebbe avuto bisogno di pagarla. E’ stato lui a indirizzare i carabinieri su quello spiazzo all’ombra del cartellone, dove era rimasta la cenere ormai fredda di un fuoco usato per scaldarsi. Pochi metri più in là c’era lei, già morta da parecchie ore.

 

Un copione già visto altre quattro volte in Umbria in una quindicina d’anni. Franca Aghaboi, nigeriana: colpita in testa con un sasso da un’altra donna e uccisa perchè “colpevole” di aver occupato una piazzola che non le  spettava a Perugia; Natalia Seremet conosciuta come Tania Bogus, 18 anni appena, assassinata a martellate dal suo sfruttatore e da un complice perchè non voleva prostituirsi e sarebbe stata un “cattivo esempio” per le altre, in Valtopina; Ana Maria Temneanu, 20 anni e un figlio di 5 in Romania, strangolata nel suo appartamento a Perugia; Beatriz Rodriguez, 43 anni, ammazzata con un corpo affilato al fianco e poi investita da un’auto, nella piazzola dove lei si vendeva a Perugia.

 

Ora Franca Abumen, 27 anni, nigeriana, forse l’unica morte scivolata via così senza che si sentisse una voce, senza che la sua morte andasse, perlomeno, a finire nella tragica contabilità dei femminicidi. Una morte di scarto. A Terni è stato staccato da pochi giorni lo striscione appeso a palazzo Spada contro i femminicidi, chiuse le manifestazioni contro la violenza alle donne, di cui si parla per qualche giorno intorno al 25 novembre. Pochi giorni fa i carabinieri sono dovuti intervenire in forze, con i vigili urbani e il corpo forestale per una vicenda di cani adottati da un gruppo animalista tedesco e portati in Germania. I militari hanno dovuto denunciare due persone che avrebbero preferito farsi investire dal camion che portava via cinque cani piuttosto che farli partire.

Una vicenda da chiarire, senz’altro, come sicuramente va riconosciuto merito a chi tutela i diritti dei più deboli. Per quella ragazza, nessuna voce, quasi che fosse un destino, il suo, voluto, cercato, inevitabile. Quasi che non ci appartenesse in nessun modo. L’Umbria non è terra immune alla violenza sulle donne: oltre alle cinque vittime del racket dello sfruttamento della prostituzione, tante donne sono state uccise, negli ultimi anni, per mano di mariti, compagni, vicini di casa. Donne di ogni età e di ogni ceto. Anche una bambina, vittima di pedofilia, Maria Geusa e una donna che ne aspettava un’altra, all’ottavo mese di gravidanza, Barbara Cicioni. E poi, poche settimane fa, due bambini uccisi dal padre separato e la scritta “ti amo” sul muro, raffinata ferocia contro una donna che si era separata, un altro ragazzo finito a mattarellate dal patrigno e marito padrone. E nemmeno le statistiche che parlano di violenza dentro le mura di casa, senza arrivare alla morte, vedono l’Umbria salva. Eppure sembra che tutto questo non sia bastato, che non abbiamo ancora imparato che ogni volta bisogna indignarsi, lavorare contro i luoghi comuni, fornire strumenti di tutela di cui ancora c’è grandissima mancanza anche qui.

Dicembre 2012

Sinossi del libro

 

In questo libro per la prima volta, a quindici anni dall’operazione antidroga che portò alla luce i meccanismi dello spaccio a Perugia, parlano i pusher, manovali della criminalità, persone senza nome e identità. Raccontano di migrazioni e disperazione, di cocaina e regolamenti di conti a coltellate. Di vite in ostaggio. Parlano anche di noi, gli Zbun, i clienti, così solerti a puntare il dito contro il lento scivolare di Perugia nel degrado e altrettanto pronti a cercare lo sballo nella droga. E svelano tutti i meccanismi dello spaccio, spiegando come il capoluogo umbro sia diventato una tappa importante nel traffico di sostanze stupefacenti e la città in cui le overdose fanno strage di uomini e donne più che in qualsiasi altra parte d’Italia. Sono voci di soggetti che fino a questo momento non erano mai diventati interlocutori , ma oggi il dibattito cittadino non può più prescindere dalle loro parole: sanno di commettere reati, ma non ci stanno ad addossarsi l’intera colpa del degrado.

 

Il libro descrive il lavoro delle forze dell’ordine, i loro sacrifici, le frustrazioni e i successi, la guerra quotidiana per arginare il radicamento della criminalità in Umbria, con strumenti non sempre adeguati. Disegna le mappe del grande crimine che passa anche attraverso Perugia, indica come sia facile, per ciascuno di noi, diventare complici più o meno consapevoli dei meccanismi criminali.

 

Il libro parla anche di Perugia, città antica e bellissima, attraversata dagli effetti di cambiamenti epocali, come le grandi migrazioni, ferita dal dramma delle morti per droga, ma a volte anche divisa nelle sue componenti sociali e istituzionali e non sempre capace di dare risposte a livello sociale e di prevenzione efficaci .

 

Parla dei ragazzi di Perugia, di come siano più a rischio di altri nel venire a contatto con le sostanze stupefacenti e delle tendenze di consumo che qui si orientano sempre di più verso le droghe pesanti e le poliassunzioni, cioè le assunzioni di mix di sostanze stupefacenti con effetti spesso devastanti. E si conclude con una considerazione: <La repressione non può essere l’unica trincea contro lo spaccio e il traffico di droga. Sarebbe importante che si aprisse una grande stagione di impegno che veda coinvolte, in un lavoro di rete, tutte le forze sane della città, che si avviasse una seria riflessione sulle politiche sociali e urbanistiche, che si aprisse la strada di un lavoro serio e continuativo con il sistema informativo locale, le scuole, gli educatori, e anche con i genitori che, spesso, si ritrovano impreparati e scoprono di avere un figlio tossicodipendente quando ormai il percorso della dipendenza è avanzato>.

 

Intervista a Vanna Ugolini, autrice del libro “Nel nome della cocaina. La droga di Perugia raccontata dagli spacciatori”. Intermedia edizioni

 

Come è nata l’idea del libro?

Il libro è l’ideale proseguimento del video-documentario “Zbun.Cliente”, che, a sua volta, è nato da un’idea della segreteria provinciale del Siulp, un sindacato di polizia. Si voleva creare uno strumento fruibile che desse una visione più completa dello spaccio a Perugia, ma, anche di quello che c’è dietro le quinte di questo fenomeno che da troppi anni sta contribuendo al degrado di una città come Perugia. Il progetto è stato affidato a me e l’idea che fa da perno al documentario è quella di far parlare, per la prima volta, i pusher, gli spacciatori di strada e far raccontare la loro verità su questo problema. Il libro è l’ideale proseguimento del video documentario. Contiene, infatti, le interviste integrali dei pusher e approfondisce l’argomento, con materiale d’archivio, dati, analisi.

 

Che quadro di Perugia viene fuori?

 

Viene fuori l’immagine di una città che, ormai, fa parte delle rotte del grande traffico di sostanze stupefacenti, profondamente ferita dal dramma delle morti per overdose: il capitolo che riguarda i morti per droga è stato continuamente aggiornato fino a poche ore prima della chiusura del libro. A dicembre 2011 c’è stata una vera e propria strage, con 8 vittime. I dati non ci sono ancora ma è molto probabile che, anche quest’anno, Perugia detenga il record dei morti per overdose rispetto alla popolazione residente a livello nazionale. Viene fuori anche l’immagine di una città divisa, che, ancora, non è riuscita a dare una risposta efficace in termini di prevenzione e di ricucitura del tessuto sociale.

 

Il libro spiega il perché di tanti morti per overdose proprio qui?

 

Emergono con certezza almeno due cause: la prima è che il mercato dello spaccio è molto liquido, non c’è una struttura organizzata vera e propria ma una rete instabile di spacciatori. Nelle ultime perquisizione la polizia non ha trovato nemmeno più i bilancini di precisione che servono per tagliare la droga. Questo comporta che anche la droga che arriva sul mercato abbia un grado di purezza sempre diverso, facilitando, così la possibilità di andare in overdose. Inoltre il Sert ha segnalato ormai da tempo il fenomeno delle poliassunzioni: cioè si usano sempre più spesso mix di droghe diverse fra loro o in combinazione con alcolici e psicofarmaci. Anche questo contribuisce a facilitare le overdose. Una presenza massiccia e ramificata di spacciatori che ha fatto del centro storico di Perugia una sorta di supermercato a cielo aperto rende molto facile l’acquisto, la massiccia concorrenza fa sì che i prezzi siano più bassi che da altre parte e che gli spacciatori, sempre alla ricerca di nuovi clienti, offrano “prodotti” diversi e nuovi.

 

Il libro spiega perché Perugia è diventata una tappa così importante nella mappa del traffico di droga?

 

Il libro è una sorta di viaggio nel mondo dello spaccio e ogni tappa di questo viaggio porta elementi che possono spiegare perché tutto questo accada proprio a Perugia. Ci sono forse due elementi hanno aperto la strada ai problemi che ancora oggi rimangono irrisolti: una benessere diffuso e la mancanza di una criminalità locale che facesse da barriera all’ingresso alle nuove mafie. A questo si può aggiungere la presenza di 30mila studenti universitari. Un altro elemento che caratterizza la situazione di Perugia è l’alto numero di persone irregolari presenti che forse qui, più che altrove, sono riuscite a mimetizzarsi tra i tanti stranieri che scelgono l’Umbria per studiare o per turismo. L’Umbria, poi, è una regione governata da sempre dalla sinistra e fino a qualche tempo fa la cultura delle sicurezza era un concetto che apparteneva più alla destra. Forse, in questo senso, c’è stata anche una sottovalutazione del fenomeno. Nel libro ipotizzo anche il fatto che il tessuto urbanistico particolare abbia potuto favorire l’inserimento degli spacciatori. Da un lato un centro storico fatto di vicoli e viuzze e frequentato per lo più da studenti e turisti, dall’altro una certa parte di periferia con quartieri-dormitorio. In parte, poi, sono gli stessi spacciatori ad indicare le cause: raccontano di cifre altissime pagate per l’affitto di case fatiscenti, ad esempio. Purtroppo questo fenomeno è stato sempre sottovalutato a Perugia: per molti anni è stato tollerato che venissero affittate in nero le case agli studenti . Ma quando si apre una falla nel muro di legalità, rischia di allargarsi sempre di più e di diventare un percorso consolidato per altra illegalità. Ci sono poi tutta una serie di aspetti sociali che ho raccolto da ricerche fatte recentemente dall’Agenzia Umbria ricerche e altri spunti di riflessione in termini di politiche di prevenzione di sicurezza. E non va trascurato nemmeno l’indotto economico che lo spaccio di droga procura.

 

Dal punto di vista della repressione è stato fatto abbastanza per arginare questo fenomeno?

 

I numeri degli arresti e delle operazioni portate a termine dalle forze dell’ordine sono importanti. Basti pensare che negli ultimi anni sono stati arrestati per reati connessi allo spaccio o al traffico di droga più di 600 persone dalle forze dell’ordine. E’ vero che il ministero non ha mai considerato realmente l’emergenza Perugia e che, spesso, le forze dell’ordine sono costrette a fare la guerra allo spaccio con armi spuntate.

 

Lei in precedenza ha scritto un altro libro, “Tania e le altre. Storia di una schiava bambina” che parla della tratta di essere viventi e sfruttamento della prostituzione. C’è qualche punto in contatto fra i due libri?

 

Sì, certamente. Gli investigatori ipotizzano che proprio il denaro che gli albanesi hanno guadagnato con lo sfruttamento della prostituzione sia stato poi investito in droga.

 

La mafia italiana in che rapporti sta con la criminalità straniera che sembra abbia in mano lo spaccio e il traffico della droga a Perugia?

 

Come cronista non posso che parlare in base alle indagini fatte fino a oggi. Quello della mafia, in Umbria, sembra essere più un assedio al tessuto economico che al mercato della droga. Certo, una parte degli spacciatori si rifornisce direttamente nel napoletano, quindi compra da famiglie mafiose italiane e qualche tentativo di creazione di basi in Umbria da parte di malavitosi legati a famiglie mafiose c’è stato. Ma ormai da quindici-vent’anni la parte più consistente del mercato dello spaccio, sempre stando alle indagini messe a segno, è in mano ad albanesi e nigeriani, che, a loro volta, si servono dei pusher magrebini per lo spaccio su strada. Dopo un periodo, a metà degli anni ’90, in cui c’era una sorta di guerra fra bande per la spartizione del mercato, da tempo le due etnie si sono divise equamente il mercato tra chi spaccia cocaina e chi spaccia eroina. Una sorta di patto criminale confermato anche dalle parole dei pusher oltre che dai risultati investigativi.

 

Come è riuscita a contattare i pusher che ha intervistato e cosa è emerso di particolare?

 

Le persone che ho sentito sono tutti i giorni sotto gli occhi di tutti. Ho usato qualche precauzione per non trovarmi in difficoltà ma non è stato difficile contattarli. Dalle loro parole è emerso che in Italia, in queste condizioni e con queste leggi la condizione di clandestino è per sempre. Dall’Italia non se ne va, ma non viene nemmeno regolarizzato. Un clandestino è utile alle aziende che lo sfruttano con il lavoro nero e alla criminalità che lo arruola. E anche ai partiti che ne possono fare un vessillo da sbandierare nelle battaglie per l’integrazione o, al contrario, in quelle per la sicurezza nella città. C’è tanta ipocrisia intorno a questo problema che, invece, andrebbe affrontato con lucidità e rispetto della condizione difficile da cui queste persone provengono.

 

Nel libro si parla anche dei clienti.

 

Certo, anche per quanto riguarda questo argomento emerge molta ipocrisia: quelli che di giorno sono in prima fila a protestare contro il degrado di Perugia, l’inefficienza delle forze dell’ordine o delle istituzioni la sera vanno ad acquistare la droga dagli spacciatori o fanno affari con loro. Dalle parole dei pusher emerge anche un dato di fatto: una diffusione massiccia del consumo di sostanze stupefacenti che viene considerata, come raccontano gli stessi pusher, una condizione di normalità per moltissime persone di tutte le classi sociali e di tutte le età. E’ da questo che dovrebbe partire una riflessione seria sul problema.

 

Gennaio 2012. Tutto il materiale contenuto nel sito può essere utilizzato citando la fonte.

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